Contenuto principale

IL RIARMO CONTROINSURREZIONALE DELL’EU

Le esercitazioni per i futuri interventi internazionali contro blocchi, manifestazioni non autorizzate, ecc.

 

Riassunto-traduzione di Marco Camenish, 20 novembre 2014

 

Dall’ articolo di Aureliana Sorrento della rubrica “internazionale” della Woz n. 47

 

 

Il centro per l’esercitazione al combattimento (CEC, 23’000 ettari) del Heer (esercito) nella brughiera di Colbitz-Lentzling della regione Altmark, nel nord del Land Sassonia-Anhalt della Repubblica Federale Tedesca, è la struttura centrale per la formazione della Bundeswehr ( l’esercito federale), dove ogni militare tedeschx previstx per le missioni all’estero passano due settimane d’addestramento conclusivo. Il campo è munito di complessi sistemi di simulazione (per es. per sparare con i laser sui nemici, ancora immaginari, in Afganistan…). Poiché manca la simulazione dei scenari collocati, come negli ultimi anni, sempre di più nelle aree urbane, nel CEC stanno costruendo un’intera città per addestrare il personale militare per il combattimento casa per casa, strada per strada. Per circa 100 milioni di euro sarà la città-addestramento più grande d’Europa ed è costruita su 6 km2 con tanto di canalizzazione, metropolitana, centrale idrica ed elettrica, zona industriale, quartiere diplomatico, baraccopoli, centro commerciale, campo sportivo, area boschiva e moschea occasionalmente convertibile in chiesa. Questo perché prevedono che nel 2035 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città e fino al 2070 addirittura il 70% e che’ si dovrebbe ipotizzare interventi urbani sempre più frequenti della Bundeswehr.

Ma già oggi il CEC è affittato regolarmente dai partner NATO ed EU per delle esercitazioni congiunte dei vari eserciti europei. Che in futuro saranno intensificate per le forze militari e di polizia strutturate militarmente dei vari paesi.

Ormai è da tanto tempo che stanno formando delle unità militari e di polizia specializzate nell’intervento internazionale contro ogni espressione insurrezionale. Dopo i disordini del 1998 in Bosnia-Herzegowina (sotto amministrazione ONU), gli. USA ordinarono ai carabinieri italiani di formare una truppa di gendarmeria internazionale capace di “mantenere l’ordine pubblico”, vale a dire di mantenere sotto controllo la popolazione in zone di guerra o post-guerra, e si formò la prima unità multinazionale specializzata (MPU) impiegata nell’ambito delle “forze di stabilizzazione” della NATO.

Sempre sotto comando USA ma in base ad un trattato internazionale stipulato nel 2004 dai capi di Stato che parteciparono al G8 di Sea lsland, nel 2005 fu installato il centro di competenza per le unità di stabilizzazione (Coespu) con sede a Vicenza nella caserma dei carabinieri Armando Chinotto, sprovvista però di un grande campo di addestramento tipo CEC.

Secondo il direttore del Coespu, il generale dei carabinieri Paolo Nardone, si tratta piuttosto di un centro di formazione che concentra e trasmette delle competenze con seminari e convegni e compone delle «robuste forze di polizia per le missioni internazionali di pace», vale a dire forze di gendarmeria formate sul modello dei carabinieri italiani, cioè unità ibride con competenze militari e di polizia munite d’armi pesanti ma anche “non letali” che possono operare sotto comando sia militare sia civile.

 

Interventi all’estero

Obiettivo primario delle formazioni Coespu sono le capacità di controllo degli assembramenti umani e di contrasto ai tumulti: i poliziotti di stabilizzazione, dice un rapporto di seminario, devono essere capaci di gestire i disturbi dell’ordine pubblico, la vigilanza dell’infrastruttura sensibile, le scorte delle persone importanti, la lotta al terrorismo e contro le rivolte, di sgomberare barricate e di addestrare la polizia locale nelle tecniche contro-insurrezionali. Nello stesso documento si chiede la stessa formazione anche per le forze militari ed infatti è ormai consueto che lx militari NATO nei loro luoghi di dispiegamento si addestrino in tal senso.

E nell’EU? Nel 2001, due settimane dopo la sanguinaria repressione della rivolta contro il G8 di Genova, l’allora ministro degli interni tedesco Otto Schily (il classico ravaniello, fuori rosso-verde e dentro bianco che da “compagno” si ricicla… Hitler e Mussolini docet!) in un’intervista chiese a gran voce la formazione di una polizia internazionale ed in seguito fu rafforzata la cooperazione tra le polizie europee, ed anzitutto tra le forze speciali europee addette al “mantenimento dell’ordine pubblico”. E se nei vertici EU continuano a discutere il, progetto di una polizia speciale europea sembra che lo facciano piuttosto per dissimulare che tale forza di polizia è già una realtà!

Clausola di solidarietà UE

L’articolo 222 dei trattati EU di Lisbona prevede che gli Stati affiliati s’impegnano al mutuo soccorso in caso d’emergenza. In caso di “attentato terroristico o di calamità naturale o di una catastrofe provocata dall’uomo”, l’unione può mobilitare “tutti i mezzi di cui dispone, incluso i mezzi militari messi a disposizione dagli Stati affiliati”.

La rappresentante per gli affari esteri e per la politica di sicurezza dell’Unione Europea, Catherine Ashton, e la commissione europea nel 2012 hanno precisato che questa clausola di solidarietà entra in vigore se si tratta di “vite umane, dell’ambiente, delle infrastrutture critiche o funzioni sociali essenziali”. L’evento potrebbe avere le sue origini da “una catastrofe naturale o provocata dall’uomo o da attentati terroristici”. È definita come catastrofe ogni situazione “che ha o può avere degli effetti nocivi per le persone, l’ambiente o le proprietà”. Una definizione molto larga, che include anche gli scioperi e le insurrezioni.

 

Eurogendfor

Ecco la cooperazione tra vari Stati UE: nel 2004, Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi con la formuletta di una dichiarazione d’intenti come per magia esibirono la European Gendarmerie Force (Eurogendfor), un’aggregazione informale di unità di polizia provenienti dagli Stati firmatari. Dal 2008 vi appartiene anche la Jandarmaria Romana rumena; la gendarmeria turca ha uno status da osservatore, quella polacca e lituana sono considerate come partner. In caso d’impiego, entro trenta giorni deve essere formata un’unità di 800 effettivi; il personale di polizia è fornito dagli Stati affiliati. L’indirizzo degli allenamenti congiunti come anche l’organizzazione e la direzione competono ad un quartier generale insediato nella stessa caserma a Vicenza che ospita anche la Coespu.

Eurogendfor è stata impiegata sinora solo in Bosnia ed Erzegovina, Afganistan e Haiti. Secondò il portavoce di Eurogendfor, Armando Sisinni, il dispiegamento della gendarmeria europea sarebbe previsto solo per dei paesi esterni all’Unione. Eurogendfor è fuori da ogni controllo parlamentare. Sottostà solo ad un consiglio di ministri degli interni e della difesa degli Stati affiliati. Chi può impedire a questo consiglio d’inviare, quando ritenuto opportuno, i gendarmi europei in un paese dell’UE? In fondo il come, quando e dove s’impiegano delle forze armate e delle unità di polizia dipende dalla volontà politica e la clausola di solidarietà del trattato di Lisbona può giustificare tale impiego. Ed ecco che la UE in caso di tumulti dispone della facoltà d’inviare nei paesi dell’UE, sia forze speciali di polizia sia militari con l’ultimo tocco ottenuto per esempio nel CEC.

Per ora pare che i governi europei si limitino al rafforzamento della cooperazione di polizia negli ambiti “controllo degli assembramenti umani” e “contrasto ai tumulti”. Su richiesta al governo federale da parte della frazione della Die Linke (La Sinistra) si apprende che tra il 2010 ed il 2013 già solo la polizia federale tedesca svolgeva 73 esercitazioni congiunte con altre forze di sicurezza estere. Risulta insolita la gran frequenza d’esercitazioni per le situazioni d’occupazioni di case e di manifestazioni.

Alcuni esempi: giugno 2012, a Beyreuth, agenti di polizia tedeschi e austriaci si preparano per lo scenario “occupazione di case, perquisizioni di case, tiro, catastrofe naturale, nuoto e salvataggio, scorte”; fine novembre 2012, forze di polizia tedesche, belghe e lussemburghesi si esercitarono per lo “sgombero blocchi”; il 10 ottobre 2013, a Quierschied-Göttelborn nel Saarland, esercitazioni anti-manifestazione con una centuria della celere della polizia del Saarland, una della Gendarmerie mobile francese ed una centuria delle Compagnies Républicaines de Sécurité.

Secondo un’informazione data dal governo federale il 13 febbraio 2014, si esercitava l’azione di polizia contro una demo con manifestazione intermedia e conclusiva come nelle cd giornate di azione Blockupy.

Vuole dire che si preparano a contrastare una manifestazione a livello europeo contro la gestione politica della crisi.

Blockupy è quell’alleanza di criticx della globalizzazione, di sindacalistx e d’attivistx di sinistra che si è formata già nel 2012 per protestare, a Francoforte, am Main presso la sede della BCE, contro la gestione politica della crisi attuata dalla Troika - Banca Centrale Europea (BCE), commissione UE e fondo monetario internazionale. Con lo slogan «Austerity kills» (L’austerità uccide) l’alleanza prevede di bloccare anche l’inaugurazione della nuova sede BCE, prevista nel 2015.

Uno scenario che non può non terrorizzare l’establishment di Bruxelles...

 

 

 

 

GUERRA IMPERIALISTICA E GUERRA DI CLASSE SI MUOVONO SUGLI STESSI SCHEMI

I media "occidentali" non fanno mistero di sperare che l'Ungheria possa presto diventare una riedizione dell'Ucraina, ciò per la soddisfazione della NATO e di tutta l'opinione pubblica amante della libertà. Ci si fa sapere che addirittura cinquemila (sic!) manifestanti sono scesi in piazza contro il primo ministro Orban, colpevole nientemeno che di eccessive aperture nei confronti della Russia del "dittatore" Putin. L'accusa più specifica ad Orban è di "corruzione", cioè il fatto che preferisca prendere mazzette dalla multinazionale russa Gazprom, invece che da multinazionali anglo-americane come la BP o la Exxon. (1)

Ce n'è abbastanza per catalogare anche Orban come un dittatore, un criminale da rimuovere con qualsiasi mezzo; sebbene in base agli standard "occidentali" egli, come del resto lo stesso Putin, risulti regolarmente eletto. Ma ciò non ha mai risparmiato ad alcuno la gogna mediatica, se considerato in qualche modo un intralcio agli affari. La vecchia e cara Ungheria, icona prediletta del "vittimacomunismo" dell'epoca della guerra fredda, sembra ormai un pallido ricordo. A quanto pare la piazza "occidentalista", specialmente se fomentata dal senatore McCain e dal finanziere Soros, può fregiarsi di una dignità morale e politica superiore, tale da additare al mondo come tiranno qualsiasi capo di governo venga preso a bersaglio.

Al contrario, in Italia un governo "occidentale" poche settimane fa non si è sentito minimamente delegittimato dal dissenso di un milione di manifestanti scesi in piazza contro i decreti sul lavoro. Il sacro discrimine tra il bene ed il male infatti non è la piazza, ma è l'Occidente; ed il Jobs Act è santo, visto che non ce lo impone Putin, bensì il Fondo Monetario Internazionale con i suoi lacchè della Commissione Europea. Se poi l'eventuale dissenso sindacale tocca nervi ancora più scoperti, allora non c'è più alcun limite alla criminalizzazione di ogni potenziale oppositore, tanto che i toni della propaganda contro il lavoro diventano apertamente quelli della guerra civile.

Nel novembre scorso i sindacati del pubblico impiego hanno fatto ricorso contro il blocco dei contratti e degli scatti di anzianità. Dal 1993 il pubblico impiego è sottoposto infatti ad una normativa privatistica, eppure dal 2010 i contratti sono bloccati per legge. Di fronte alla palese incostituzionalità di questa situazione, che ha fatto il governo? Ha ritenuto di strumentalizzare un episodio inquadrabile nel contenzioso tra la giunta comunale romana ed i suoi vigili urbani. Se gli sbirri ammazzano gente inerme, allora li si può perdonare; ma se si mettono in malattia in massa, in questo caso non conta nulla che abbiano esercitato un proprio diritto nel rispetto dei regolamenti vigenti. Ogni diritto del lavoro soccombe infatti di fronte al diritto all'ingerenza morale che il potere rivendica. I media perciò non hanno esitato a bollare come criminali questi "tutori dell'ordine", parlando del tutto fuori luogo di "certificati medici falsi", sebbene tali certificati siano stati erogati nel quadro dei controlli previsti dalla mitica "cura Brunetta", a cui sei anni fa i media, tutti allineati, avevano attribuito effetti taumaturgici. (2)

Ma la pubblica amministrazione oggi è una preda per le multinazionali dell'informatica, perciò i lavoratori del pubblico impiego vengono bollati col marchio di infamia di "fannulloni". La guerra imperialistica e la guerra di classe adottano gli stessi schemi di  criminalizzazione del bersaglio di turno; e non vi è nulla di strano, dato che si tratta di servire gli stessi potentati affaristici.

Multinazionali come la IBM, la Microsoft e la Apple esibiscono ogni tanto qualche querelle di facciata, ma di fatto agiscono come un cartello, che si presenta compatto all'appuntamento con gli appalti della pubblica amministrazione. Tra il 2001 ed il 2006 il ruolo di ministro per lo sviluppo tecnologico fu svolto da Lucio Stanca, un ex dirigente della IBM, il quale si ritrovò - guarda la coincidenza - a rilasciare appalti per l'informatizzazione della pubblica amministrazione proprio all'azienda di cui aveva fatto parte. Per tutti quegli anni il conflitto di interessi del Buffone di  Arcore servì a mettere in ombra conflitti di interesse di questa portata; ma c'era il buon nome delle multinazionali da tutelare. Magari anche le attuali misure di indulgenza fiscale varate dal governo, servono a favorire qualche multinazionale, ma c'è ancora il Buffone a fare provvidenzialmente da paravento. (3)

L'attuale compagine di governo però non ha un ministro dello Sviluppo tecnologico, poiché è lo stesso Presidente del Consiglio a voler svolgere questa funzione. Anche Renzi un lobbista? Non sia mai detto. In un'intervista al "Financial Times" Renzi ci fa sapere di tutto il disprezzo che prova per i lobbisti da cui Roma è infestata, ed ha rivendicato la sua estraneità ad un tale sistema. (4)

Deve essere per questo che Renzi è diventato da anni uno spot vivente di Apple. Nelle sue attuali esibizioni in parlamento ed in tv, Renzi si presenta regolarmente bardato con tutti i più recenti prodotti Apple. Queste performance pubblicitarie datano già a quando era semplicemente sindaco di Firenze. (5)

Ma Renzi non si limita a fare da testimonial pubblicitario. Nella sua avventura americana dello scorso settembre, ospite nella Silicon Valley, tra una denigrazione e l'altra nei confronti del proprio Paese, Renzi annunciò la digitalizzazione della pubblica amministrazione in Italia; ciò al fianco del direttore finanziario di Apple, Luca Maestri. Ovviamente soltanto un incallito malpensante potrebbe supporre che i due abbiano parlato di affari. (6)

8 gennaio 2015

1) http://it.euronews.com/2015/01/03/ungheria-nuova-mobilitazione-a-budapest-contro-il-governo-orban/    

2) http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2014/11/28/ricorso-sindacati-pubblico-impiego-contro-blocco-contratti_765d650e-b753-42f0-8dca-a26e7c3b1464.html 

3) http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=STANCA+Lucio 

4) http://www.huffingtonpost.it/2014/08/11/matteo-renzi-lobbisti-_n_5667311.html 

5) http://www.huffingtonpost.it/simone-verde/luniverso-apple-di-renzi_b_2044119.html 

6)  http://www.macitynet.it/matteo-renzi-se-dico-nuvola-in-italia-rispondono-piove-governo-ladro/

Breve storia della 36° Brigata Garibaldi

Per chi volesse leggersi due righe di storia, qui sotto potete trovare le origini del nome che ci siamo dati, ma soprattutto cosa facevano i “nostri nonni”.
ANTIFASCISTI OGGI COME IERI!

/////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

La prima formazione organizzata di montagna nell’Appennino romagnolo fu l’8° Brigata Garibaldi, che si formò nelle montagne forlivesi nell’inverno 1943-1944, mentre la federazione provinciale di Bologna del PCI e del CLN valutavano negativamente la possibilità di costituire formazioni organizzate in provincia di Bologna.
Nell’aprile del 1944 quest’orientamento cambiò e furono inviati a Imola Libero Lossanti “Lorenzini” ed Ernesto Venzi “Nino”, che dopo aver preso contatti con la rete clandestina imolese, in particolare con Guido Gualandi “Moro”, decisero di installarsi presso La Dogana, una casa diroccata nei pressi del monte Faggiola che segna il confine fra i comuni di Castel del Rio, Palazzuolo e Firenzuola, e da lì formare un primo nucleo per la costituzione di una formazione partigiana di montagna.
In questa località si incontrarono con un gruppo di giovani provenienti dalla Bassa imolese e da Palazzuolo, che da qualche settimana sopravvivevano in condizioni durissime a causa dell’isolamento e della scarsità di viveri.
Nel frattempo l’8° Brigata di Forlì aveva subito un imponente rastrellamento nazifascista nella zona del Monte Falterona, sbandandosi in numerosi piccoli gruppi che tentavano di sfuggire all’accerchiamento. Due di questi gruppi, capitanati dagli imolesi Giovanni Nardi “Caio” e Luigi Tinti “Bob”, giunsero a fine aprile alla Dogana. Dall’incontro di questi partigiani, denominatisi in un primo tempo 4° Brigata Garibaldi, sorse la formazione che, rapidamente ingrossatasi fino a raggiungere in luglio i 1200 effettivi e ad occupare l’intera valle del Rio Rovigo, prenderà in agosto il nome di 36° Brigata Garibaldi “Alessandro Bianconcini”.
Il nome fu scelto per onorare la memoria dell’imolese Alessandro Bianconcini, professore di violoncello nato nel 1909, antifascista attivo durante tutto il ventennio fascista e volontario nelle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola. Nel 1942 il regime gli inflisse 5 anni di confino a Ventotene, da dove fu liberato nel settembre 1943. Tornato a Imola si rituffò immediatamente nell’attività clandestina fino al giorno del suo arresto il 9 gennaio 1944. Imprigionato e torturato al carcere della rocca fu fucilato il 27 gennaio come rappresaglia per l’uccisone del federale di Bologna, Eugenio Facchini, per mano di un commando GAP.
Durante tutta l’estate del ’44 la 36° rappresentò una minaccia costante per le forze nazifasciste operanti nel tratto appenninico compreso fra il passo del Giogo e della Colla a sud e le colline di Tossignano e Fognano a nord, nel cuore della linea Gotica, la principale linea di difesa dell’esercito tedesco in Italia. In questo periodo i vari battaglioni in cui era suddivisa la Brigata si resero protagonisti di una lunga serie di assalti, scontri e temporanee occupazioni di paesi per impedire i movimenti logistici dei tedeschi, costringendoli a spostarsi sulla strada Bologna-Firenze, più esposta agli attacchi aerei alleati.
Il livello organizzativo, l’efficienza militare e la combattività dimostrate dalla formazione portarono la 36° ad essere riconosciuta come una delle esperienze più significative della lotta partigiana in Italia, come testimoniato anche dal generale tedesco Von Vietinghoff, responsabile militare della settore compreso fra San Ruffillo e Monte Battaglia, in questa comunicazione del 27 settembre 1944:
“Nel settore dà sempre molto da fare alle nostre truppe una banda molto ben condotta, bene armata e organizzata che ci attacca sempre in combattimento dalle retrovie. Ciò è assai spiacevole tanto che si è espresso il desiderio di effettuare una correzione del fronte a nord del settore”
Le principali battaglie in cui fu impegnata la Brigata si sono tramandate nella memoria attraverso i nomi delle località in cui si sono svolte: Carzolano, Bastia, Casetta di Tiara, Capanno Marcone, monte Cece, Cà di Guzzo, monte Battaglia, Santa Maria di Purocelo.
Uno degli scontri armati più significativi è quello che ebbe luogo nella località appenninica conosciuta come Cà di Guzzo, nei giorni 27 e 28 di settembre del 1944. La prima compagnia del quarto battaglione della 36° nel tentativo di infrangere le linee tedesche e congiungersi con gli alleati, restò isolata e fu accerchiata da 500 paracadutisti ed SS tedeschi in un casolare di montagna sul versante ovest del fiume Sillaro, di fronte a Belvedere. Per due giorni i partigiani, circa un’ottantina, respinsero gli attacchi degli assedianti che, con mortai ed armi automatiche, stringevano sempre più il cerchio attorno al casolare ridotto ormai ad un cumulo di macerie. Il 28 fu deciso dal comandante della compagnia Umberto Gaudenzi di tentare una sortita per rompere l’accerchiamento, la manovra ebbe successo e contro ogni pronostico buona parte dei partigiani riuscì a sfuggire all’assedio pur pagando un alto prezzo: 27 partigiani caduti e quattro civili della casa uccisi insieme ai feriti quando i tedeschi fecero irruzione nel casolare dopo la rottura dell’accerchiamento.
Il 29 settembre giunsero sul posto gli americani della 5° Armata e restano sgomenti per la scena che apparse ai loro occhi. La radio militare americana il giorno successivo alle ore 13 e la sera stessa Radio Italia Libera trasmisero il seguente comunicato:
“I partigiani di una brigata garibaldina hanno combattuto una eroica battaglia contro le truppe tedesche in ritirata, resistendo per due giorni a Cà di Guzzo, trasformata in un fortino. Il nemico ha lasciato sul terreno centoquaranta morti.”
L’attività della 36° terminò nel mese di ottobre 1944, quando in seguito a sanguinosi combattimenti per riuscire a sfuggire alle preponderanti forze tedesche, la gran parte dei partigiani della formazione riuscì a passare il fronte senza sbandarsi né venire annientati, grazie alla compattezza dimostrata ed al sorprendente coraggio e prontezza del comandante Luigi Tinti “Bob”, che pur affetto da malaria ed a tratti incapace di reggersi in piedi riuscì a preservare l’integrità e la capacità combattiva della Brigata.
1669 furono i partigiani riconosciuti come membri attivi della 36°, di cui 121 feriti e 163 caduti in combattimento.

Bibliografia Essenziale.
– AA. VV (1985) Imola Medaglia d’oro, Imola, Galeati.
– Galassi, Nazario (1995) Imola dal fascismo alla liberazione, 1943/1945, Bologna, University Press.
– Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia (2000) Atlante storico della Resistenza italiana, Milano, Bruno Mondadori Editori.

I barbari e noi

Una critica antirazzista e antispecista alle campagne contro la macellazione halal

 

L'associazione animalista Animal Equility ha recentemente fatto uscire un video, girato con una telecamera nascosta, che riprende scene da un macello italiano in cui si effettuano uccisioni di animali secondo le regole della macellazione islamica. In questi casi gli animali vengono uccisi tramite dissanguamento, esattamente come nella procedura nostrana, con la differenza che non vengono prima storditi con un colpo di pistola elettrica.

 

Nonostante gli animali macellati con rito islamico ed ebraico, in Italia, rappresentino solo una percentuale minima del totale (sono circa 200 le strutture in cui è anche permessa la macellazione rituale), si è sentita comunque l'esigenza di andare a “investigare” anche questa realtà e lanciare la campagna “Fermiamo la crudeltà rituale”, con relativa petizione per chiedere la revoca della deroga che in Italia rende possibile la macellazione rituale.

 

In una questione delicata come questa, in cui entrano in gioco non solo la sofferenza animale ma anche differenze culturali e religiose che spesso danno adito al razzismo, è però molto pericoloso non prendere in considerazione i precedenti rispetto a chi ha portato avanti, fino ad ora, battaglie contro la macellazione islamica: non a caso, gruppi xenofobi, razzisti e di estrema destra. Se una generica sensibilità delle persone verso la sofferenza animale è stata finora usata strumentalmente da questi gruppi come arma ulteriore per fomentare il razzismo e la discriminazione verso alcuni gruppi etnici, non bastano le buone intenzioni a mettere al riparo da conseguenze simili.

 

Non dubitiamo che la maggior parte delle persone di Animal Equality siano state spinte da una sincera empatia per gli animali, e non da idee razziste, alla decisione di produrre e diffondere questo video con i relativi contenuti, ma di fatto le conseguenze sono esattamente le stesse, ovvero la conferma di determinati stereotipi razzisti. Non aver tenuto in alcun conto le possibili ripercussioni razziste del messaggio prodotto dal video, e le strumentalizzazioni che alcuni gruppi ne avrebbero fatto, è già di per sé indice di una scarsa attenzione e riflessione in merito al funzionamento del razzismo nella nostra società.

 

Un ulteriore dubbio sorge sull'enfasi posta da Animal Equality sulla sola macellazione “halal” anziché anche su quella “kosher”, dal momento che le regole di macellazione sono le stesse. Il motivo non sarà che mentre è sempre scomodo essere eventualmente accusati di antisemitismo, prendersela con gli islamici, di questi tempi, è invece abbastanza sdoganato?

 

Il razzismo e la xenofobia già diffusi in Italia e in tutta Europa si sono arricchiti negli ultimi anni di una buona dose di islamofobia, fomentata dai mass-media degli stati occidentali, che hanno bisogno di giustificare in qualche modo i loro attacchi imperialisti in Medioriente con la scusa di “portare la democrazia” laddove vigerebbe la barbarie. L'enfasi, nei notiziari, sulle gesta dei gruppi islamici estremisti non fa che rafforzare questo razzismo generale verso arabi e musulmani.

 

Il discorso sulla macellazione islamica, non a caso, è sempre stato utilizzato strumentalmente dai gruppi di destra per cavalcare e fomentare il razzismo. Nel 2001 la Lega Nord fece una proposta di legge per vietare la macellazione islamica, poi la rilanciò nel 2003 e ancora nel 2011. “Stranamente”, un partito che mai si era interessato prima del benessere animale, anzi, sempre al fianco della lobby dei cacciatori, decise di farsi paladino della giustizia degli animali proprio in questo ambito. Non a caso con una leggera venatura razzista... Queste le dichiarazioni dell'onorevole leghista Giovanna Bianchi, firmataria della proposta di legge del 2003:"Le pratiche in uso nelle macellerie islamiche ci preoccupano perché vanno contro la nostra cultura occidentale che tiene in considerazione il rispetto degli animali. Non vedo perché regole che valgono per tutti non debbano essere applicate anche da cittadini di culture diverse". (1)

 

Lo stesso è accaduto in Francia, dove la galassia animalista è costellata da gruppi di destra se non apertamente fascisti, nell'indifferenza generale. Nel gennaio 2011 fu lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale degli animali, sostenuta da alcune associazioni animaliste, tra cui la Fondazione Brigitte Bardot. Brigitte Bardot, militante del Front National (estrema destra), è proprio il personaggio simbolo dell'ambiente animalista francese: fascista, razzista, omofoba, ma che importa? Difende gli animali. Ecco alcune delle sue dichiarazioni: “Ce l'ho a morte con i musulmani che continuano a praticare la macellazione rituale” e con i politici che non si occupano "dell'immonda sofferenza degli animali nei macelli, soggetti a certi rituali che invadono il nostro territorio, sprezzando la legge europea, la quale impone lo stordimento prima del dissanguamento”;“ne abbiamo abbastanza di essere presi in giro da tutta questa popolazione che ci distrugge, distrugge il nostro Paese, imponendo i suoi atti”. Per queste dichiarazioni la Bardot nel 2008 è stata condannata a pagare 15.000 euro dal Tribunale di Parigi per istigazione all’odio verso la comunità musulmana.

 

A rilanciare il dibattito sulla carne halal nell'opinione pubblica in Francia, nel 2010, fu ancora Marine Le Pen, presidentessa del Front National, nota per le sue esternazioni anti-Islam. In risposta all'apertura di alcuni fast-food halal della catena Quick, Le Pen dichiarò che “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”, arrivando poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, una società francese-belga: “è dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”. (2)

 

In molti altri paesi europei è accaduto qualcosa di simile, con gruppi di estrema destra a guidare le battaglie contro la carne halal. L'esempio della Francia ci mostra anche come, se il movimento animalista si riduce a parlare solo di sofferenza animale prescindendo da una critica più ampia al sistema dominante (che comprende aspetti come il capitalismo, il governo, le leggi, i partiti politici, il razzismo, il sessismo ecc.), quindi annullando l'aspetto politico della critica allo sfruttamento animale per lasciare spazio solo a quello emotivo, si apre la strada alla presenza di individui e gruppi di destra, se non addirittura fascisti.

 

Qual è in definitiva il messaggio implicito che viene fatto passare dall'investigazione di Animal Equality, e che fomenta stereotipi razzisti? Il messaggio che noi italiani possiamo stare con la coscienza a posto, visto che noi rispettiamo gli animali e mangiamo carne di animali macellati in maniera più “umana”, al contrario di quanto fanno quei musulmani incivili, barbari e crudeli verso gli animali (“animali uccisi barbaramente”, così è scritto nel testo di presentazione di Animal Equality). La contrapposizione che viene immediato realizzare tra “carne halal” e “carne italiana” è una contrapposizione che si rifletterà automaticamente in una serie di stereotipi contrapposti tra arabi e italiani che rafforzano il razzismo verso lo “straniero”.

 

Purtroppo non è il primo caso in cui Animal Equality volge l'attenzione verso altre culture e paesi per denunciare il loro specismo, che viene da contrapporre in maniera erronea alla nostra sensibilità verso gli animali, senza alcuna preoccupazione verso le implicazioni razziste a cui un tale tipo di discorso può dare adito: precedentemente all'investigazione sulla macellazione halal, ve n'è stata una sul commercio della carne di cane e gatto in Cina, oltre ad una campagna internazionale – con proteste anche a Roma - contro il Festival di Gadhimai in Nepal, una festa religiosa che si svolge ogni cinque anni in onore della dea hindu Gadhimai e che comporta il sacrificio di un grandissimo numero di animali.

 

...

 

Oltre a far scattare un campanello d'allarme sul razzismo, l'investigazione di Animal Equality fa sorgere anche altri dubbi più inerenti all'aspetto della sofferenza animale.

 

Siamo davvero sicuri che la macellazione rituale provochi più sofferenza agli animali rispetto a quella tradizionale? Forse sì o forse no, ma di certo non si può trarre una conclusione di questo tipo mostrando cosa accade in un solo macello e portandolo a modello di cos'è la macellazione rituale islamica, soprattutto quando nel caso esemplificativo portato vengono violate proprio tutta una serie di regole che caratterizzano la macellazione halal. Il fatto che in alcune tradizioni religiose l'uccisione di un animale venga sacralizzata e si svolga secondo rituali ben precisi serve anche a mettere in evidenza come l'uccisione di un essere vivente non sia un atto semplice, ordinario e meccanico, ma abbia un suo peso. Significativo il contributo della filosofa bioeticista e animalista Luisella Battaglia sull'argomento:

 

L’idea stessa della ritualità nasce da una visione teocentrica in cui l’uomo, come l’animale, sono entrambi creature sia pure di diverso rango ontologico: tutti gli accorgimenti e le prescrizioni del codice alimentare islamico--il fatto, ad es., che l’animale non debba vederne un altro macellato davanti a sé, che non debba aver sentore del sangue, né percepire la lama, il fatto che debba essere accarezzato e adagiato sul fianco sinistro in un luogo in cui non ci siano tracce di sangue per non essere terrorizzato etc.—obbediscono a tale visione. La nostra macellazione, invece, è un atto meramente tecnico, obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica: la sua etica mira a garantire l’osservanza di talune regole minimali—come la riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni; non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e in ciò risiede la sua laicità. Perché dovremmo considerarla moralmente ‘superiore’?

Il problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e di produttività, dove la difficile compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive. Nel macello industriale sono innumerevoli gli animali uccisi e, pertanto, non vi possono essere rispettate le prescrizioni rituali. Inoltre, la struttura, quando è appositamente attrezzata, è dotata di una gabbia di ferro che imprigiona l’animale e che, bloccandone i movimenti, contribuisce a terrorizzarlo piuttosto che a tranquillizzarlo. Del pari, se il taglio delle vene giugulari non viene effettuato in modo preciso—cosa assai frequente quando le uccisioni si susseguono a ritmo accelerato e si possono sommare gli sbagli per stanchezza e necessità di affrettare le operazioni—la morte può essere notevolmente prolungata.

 

- tratto da: La macellazione rituale: non sentiamoci superiori per la "pietà" dei nostri macelli (Il Carroccio contro l'Islam) di Luisella Battaglia, da "Il Secolo XIX" mercoledì 5 febbraio 2003 - (3)

 

 

Se proprio vogliamo entrare nella logica di quale tipo di macellazione provochi più sofferenza agli animali, non sarà che forse è proprio la dimensione industriale a porre meno attenzione a ridurre la sofferenza del singolo animale, considerandolo solo un oggetto da fare a pezzi con la maggiore rapidità possibile per far scorrere la catena di montaggio?

 

E' fondamentale però chiedersi che senso abbia entrare in questo tipo di disquisizioni, e addirittura mettere in campo una battaglia, che più riformista non si può, contro un certo tipo di macellazione piuttosto che un altro. Porre l'accento sulla prolungata sofferenza dell'animale macellato senza stordimento, una sofferenza che assolutamente non vogliamo negare né sminuire, devia completamente l'attenzione dal reale problema: lo specismo che è causa dello sfruttamento animale.

 

Quello che l'antispecismo vuole criticare è il fatto in sé di uccidere gli animali per il nostro interesse, e ancora di più tutto quello che vi sta a monte: l'allevamento, la prigionia, la proprietà, l'addomesticamento degli animali. Al contrario, la richiesta implicita che viene espressa con questo tipo di campagne non è forse che l'animale venga ucciso più “umanamente”? Un messaggio di questo tipo non ottiene esattamente l'effetto opposto, ovvero di mettere a posto le coscienze mentre il vero orrore continua ad andare avanti ancora più indisturbato?

 

 

Parliamo poi del metodo. Porsi come obiettivo l'abrogazione di una deroga, o un qualunque cambiamento di legge, vuole dire rivolgersi al mondo della politica, dei partiti, del governo, in cui evidentemente si ha una qualche fiducia, o che si pensa di “usare strumentalmente”, mentre invece si viene usati per i loro interessi elettorali. Accettare aiuto e supporto da chiunque voglia fare qualcosa “in difesa degli animali”, nonostante in altri campi quel qualcuno metta in atto politiche fasciste che vanno contro l'immigrazione o la popolazione in generale o approvi leggi liberticide che stringono il cappio del controllo sociale intorno a tutti noi, questo sembra non importare. Allo stesso modo vengono accolte con favore leggi che prevedono l'inasprimento delle pene riguardanti casi di maltrattamento animale, in un'ottica punitiva e giustizialista, dimenticando che se si lotta contro le gabbie per animali queste dovrebbero comprendere anche le carceri, gabbie per animali umani.

 

La campagna di Animal Equality contro la macellazione halal è stata raccolta dal partito dei Cinque stelle, che ha lanciato una proposta di legge per vietare la macellazione senza stordimento, una mossa che si annovera sulla scia di altre proposte sul benessere animale lanciate dallo stesso partito e già bocciate dal governo Renzi (sul blocco dei finanziamenti europei agli allevamenti intensivi, il divieto di uccidere gli animali da pelliccia, il divieto dell’utilizzo dei richiami vivi ed l'esclusione dai finanziamenti governativi per i circhi che prevedono l’esibizione di animali).

 

Anche la Lega Nord non ha perso occasione per rilanciare la sua proposta di mettere fine alla macellazione halal, con dichiarazioni di questo tenore da parte del deputato Marco Rondini: "No a inutili crudeltà inflitte agli animali nel nome dell’Islam". “Questo paese, segnato dal buonismo da discount è arrivato a concedere ad alcuni mattatoi di adottare questa barbara usanza. L’eccessiva tolleranza sta segnando la condanna a morte della nostra civiltà. Non accettiamo nessun cedimento di fronte a istanze che ci hanno fatto tollerare fino ad ora una pratica aberrante, da noi condannata da anni, come la macellazione rituale” (4). La Lega Nord di Sarzana (Ln) ha proposto di vietare la carne halal nelle mense scolastiche, con le solite argomentazioni che vedono noi italiani come attenti ai diritti animali in contrasto con le usanze barbare “di chi, ospite nel nostro Paese, pretende di imporre le proprie leggi e tradizioni” (5).

 

Come hanno fatto in passato altri partiti e ministri (vogliamo parlare dell'onorevole Brambilla?), anche Lega Nord e Cinque Stelle possono così sperare di crearsi una facciata animal-friendly e ottenere qualche voto in più tra quel bacino elettorale che si interessa (blandamente e ipocritamente) del benessere animale, un tema sempre più in voga anche sui media mainstream.

 

Peccato che più se ne dibatte in parlamento, nei programmi tv e nelle riviste di moda e lifestyle, più la liberazione animale – compresa in un progetto di stravolgimento totale di questa civilizzazione – appaia sempre più distante e irraggiungibile.

 

 

Note:

(1): http://www2.varesenews.it/articoli/2001/ottobre/sud/29-10bianchi.htm

(2): http://www.agoravox.it/Francia-se-il-fast-food-diventa.html

(3): http://www.peacelink.it/animali/a/b334.html

(4): http://www.leganord.org/index.php/notizie2/13169-islam-mozione-lega-in-semestre-ue-stop-a-macellazione-halal

(5): http://www.cittadellaspezia.com/Sarzana/Sarzana-Val-di-Magra/Bagnone-Ln-La-macellazione-halal-e-un-166081.aspx

 

Milano - Comunicato di Corvaccio e Rosa Nera su sgomberi, resistenza e solidarietà

CORVACCIO RESISTE, CORVETTO S’INFIAMMA
Comunicato per gli sgomberi del Corvaccio squat e dello spazio anarchico Rosa Nera

Un risveglio anomalo per il Corvetto martedì 18 novembre: in via Ravenna anziché cappuccino e brioche, colazione con lacrimogeni e barricate.
Sono le sette di mattina, quando il quartiere, già vigile e all’erta per la tanto annunciata “emergenza sgomberi” si accorge dell’avvicinarsi di un grande numero di camionette. Si dirigono verso via Ravenna e chiudono con mezzi e uomini due interi isolati con la chiara intenzione di sgomberare il Corvaccio e Rosa Nera. Il primo è una casa occupata in cui da oltre due anni abitano poco meno di una decina di ribelli, mentre la seconda uno spazio anarchico che da quasi otto mesi ospita concerti e aperitivi a sostegno dei prigionieri, incontri, proiezioni e assemblee su diverse tematiche di lotta, e dove a bassa velocità stanno prendendo vita anche un corso di batteria, un laboratorio di serigrafia, una palestra e un centro di documentazione.
La feroce campagna stampa, che da ormai una settimana su tutte le testate a livello nazionale dipinge quei due spazi come centri nevralgici di una fantomatica “immobiliare nera”, si rivela inconsistente in confronto alle relazioni di fiducia e condivisione, che giorno dopo giorno crescono fra gli occupanti del quartiere, ormai abituati a scendere in strada per resistere insieme agli sgomberi.

Davanti agli scimmioni con scudo e manganello si radunano immediatamente gli occupanti della zona, uomini e donne provenienti da diverse parti del mondo, bambini e bambini, ragazze e ragazzi di tutte le età. Si vedono alcuni ribelli sul tetto del Corvaccio e, dato che anche il mobilio si dimostra inaspettatamente solidale, pare che gli agenti in borghese stiano incontrando qualche difficoltà nell’entrare dentro la casa, finché i vermi non decidono di lanciare lacrimogeni all’interno delle stanze. A questa notizia i sacchi e i bidoni dell’immondizia fuori dai palazzi circostanti in attesa del ritiro settimanale finiscono sui cordoni di celere, per restituirgli un po’ del loro fetido olezzo. Mentre le persone presenti dentro la casa, alcune in manette, stanno per essere trasportate in questura, diversi bidoni e cassonetti si riversano in mezzo alla strada e s’infiammano. Per due volte si cerca di impedire l’avvicinarsi del camion dei pompieri, che il giorno precedente si sono prestati all’opera infame di aprire le case di tre compagne della zona per una perquisizione. In questo frangente le carogne avanzano, sferzando i loro manganelli senza guardare in faccia bambini e donne incinte. I presenti si radunano dietro una barricata di cassonetti già in fiamme e la raccolta del vetro e i bacchettoni dei marciapiedi frantumati vanno in loro aiuto riversandosi su caschi e scudi delle guardie. I porci in divisa rispondono con lacrimogeni ad altezza uomo, e i solidali si spostano dietro un’altra barricata di cassonetti in fiamme. Si replica la stessa scena e così ancora diverse volte finché non si giunge alla piazza centrale del quartiere, dove quel giorno c’è il mercato rionale. Durante le cariche sono stati presi due ragazzi e una ragazza. Da lì ci si muove in corteo per le vie del quartiere, attraverso il mercato, si blocca un incrocio di accesso alla zona, fino a tornare vicino al Corvaccio, dove si crea un presidio permanente. Nella casa le merde scagliano dalle finestre mobili, vestiti e tutti gli oggetti personali degli abitanti per poi caricarli in alcuni container diretti in discarica.

Durante il pomeriggio apprendiamo che le tre persone fermate nelle cariche e tre di quelli che erano dentro la casa saranno rilasciate con denuncia a piede libero, mentre gli altri tre presi al Corvaccio saranno trattenuti in arresto. Nelle prime ore di buio, scendono dal tetto senza essere identificati i tre ribelli che ancora resistevano e si uniscono al presidio, che, trasformandosi in un corteo, attraversa di nuovo le vie del quartiere e arriva a bloccare piazzale Corvetto. Da lì si riversa in metropolitana con l’intenzione di raggiungere San Vittore per portare calore ai due ragazzi arrestati il giorno precedente durante gli scontri per uno sgombero di un appartamento in Giambellino e ai tre compagni presi dentro il Corvaccio. Il corteo riemerge in piazza Duomo e, mentre percorre una delle vie del lusso del centro di Milano, si infrangono le vetrine di una decina tra banche, agenzie immobiliari e negozi. I babbuini avanzano, stringendo da entrambe i lati il corteo, che ripara una piccola traversa, e da lì scatenano, una caccia all’uomo per qualche chilometro, preceduta ancora una volta da lacrimogeni lanciati ad altezza uomo.

La mattina seguente presso il tribunale di Milano dovrebbe svolgersi il processo per direttissima ai tre dei nostri ancora in mano alle carogne, ma apprendiamo che il pm di turno ha deciso di non convalidare l’arresto e i ragazzi vengono rilasciati nelle prime ore del pomeriggio.

Solo la lotta paga.

Corvaccio Squat
Spazio anarchico Rosa Nera