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SOLIDARIETA' CON LA LOTTA DI JOSE' ANTUNEZ BECERRA

Da Clivella, collettivo anticarcerario di appoggio alle persone detenute in lotta, vogliamo fare un appello urgente alla solidarieta' con il detenuto in lotta Josè Antunez, e denunciare pubblicamente la situazione di discriminazione in cui si trova, accumulando quasi 40 anni di carcere, una forma di ergastolo nascosto, non essendo ancora l'ergastolo, per lo meno finora, dichiarato dalla legge.
Josè Antunez è stato mebro della COPEL (Coordinamento prigionieri in lotta), gruppo molto attivo durante gli anni '70 e '80, che ha portato avanti diverse rivendicazioni in tutte le carceri dello stato per l'amnistia di tutte/ le/i prigioniere/i, e provato a dare una coscienza nuova ai detenuti sociali, per la conquista dei propri diritti come esseri umani.

La lunga parabola carceraria di Antunez sempre è stata caratterizzata dalla denuncia delle frequenti ingiustizie, vessazioni, torture e morti che con tanta frequenza accadono in prigione con la complicita' dei partiti politici e istituzioni. Sempre contro la passivita' di gran parte della societa' che non vede gli abusi, l'emarginazione o lo sfruttamento del lavoro carcerario, così pure la dottrina del castigo e della umiliazione con cui si reggono, diretto principalmente verso i settori impoveriti della societa'.

Per questo, Antunez viene trattato come un detenuto contro cui dirigono particolarmente il loro odio.
Antunez è in carcere da tutta una vita, dove ha sviluppato il suo spirito autodidatta e cosciente che non sono riusciti a piegare neanche con le peggiori strategie dissuasorie dell'istituzione carceraria.
L'ipocrita e chiamata erroneamente "riabilitazione penitenziaria" ha come obbiettivo di tentare di piegare le persone in carcere attraverso il ricatto e l'umiliazione.

Come per molti altri prigionieri, la perversione del sistema di "riabilitazione" lo ha collocato nella tessitura, e pur accettando il programma di trattamento, l'amministrazione penitenziaria non gli permette di realizzarlo, senza nessuna spiegazione, ritardando deliberatamente il suo rilascio e condannandolo appunto all'ergastolo.

Lo spirito di lotta e resistenza di Antunez lo ha portato a realizzare diversi scioperi della fame. L'ultima l'ha iniziata nel gennaio del 2014 ed è durato 36 giorni, per chiedere il trasferimento dal carcere di Brians 1, dove era emarginato. Davanti alle promesse della giudice di sorveglianza e della direzione del carcere, ha deciso di fermarsi. E' passato un anno da allora, e di fronte alla violazione dei suoi diritti fondamentali, lo scorso 23 gennaio ha iniziato un altro sciopero della fame.

Il carcere e tutto il sistema penale e di polizia non è rivolto solo verso determinate persone, giorno dopo giorno, la democrazia capitalista che ci governa, dimostra che esso è un efficace mezzo di castigo contro tutti i settori sociali non-sottomessi e dissidenti. Le carceri sono l'espressione piu' chiara del sistema di dominio che subiamo. Le leggi che precarizzano la nostra vita non fanno distinzioni; è il pendolo che usano per ipnotizzarci, attraverso pene di carcere, direttamente, o con il ricatto economico delle multe penali.

Con questo comunicato, Clivella vuole estendere la solidarieta' con la giusta lotta di Josè Antunez, come con le/i prigioniere/i che con la loro attitudine di resistenza nelle condizioni piu' difficili si scontrano al dispotismo carcerario

ABBASSO LE MURA DELLE PRIGIONI!!!

Barcelona, 3 febbraio 2015
Clivella, collettivo anticarcerario in appoggio alle persone detenute in lotta


Per scrivergli:

Josè Antunez Becerra
Centre Penitenciari Can Brians 2
Ctra. Martorell-Capellades, KM 23
08635 SANT ESTEVE SESROVIRES, BARCELONA

CHIUDERE TUTTI I MANICOMI CRIMINALI

CAMPAGNA PER LA CHIUSURA DEGLI OPG

(gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari)

LIBERIAMOCI DEI MANICOMI 

LIBERIAMOCI DELLA PSICHIATRIA 

a cura di 

RETE ANTIPSICHIATRICA

 

CENNI STORICI

 

Il Manicomio Criminale (MC) come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza è stato introdotto nel 1876 e regolamentato nel 1930 con il Codice Rocco.

Nel 1891, con il Regio Decreto 1 febbraio 1891, n. 260 “Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi”, il Manicomio Criminale viene ridenominato Manicomio Giudiziario (MG), pur rimanendo sostanzialmente invariato.1

Nel 1975, con la Legge n. 354 “Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta” (legge Gozzini), il Manicomio Giudiziario (MG), viene ridenominato Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), pur rimanendo sostanzialmente invariato come principale istituzione per l’esecuzione delle misure di sicurezza.

 

Le riforme carcerarie del '75-'86 e quelle psichiatriche del '65-'78 hanno prodotto solo un cambiamento di definizione.

In tutti questi anni, mentre l'OPG è rimasto cristallizzato nella sua forma fascista, con la legge 180/1978 gli Ospedali Psichiatrici vengono lentamente smantellati e sostituiti da una serie di istituzioni (ospedali, case famiglia, comunità, ecc.) ed il ricovero coatto viene regolamentato e ridefinito come Trattamento Sanitario Obbligatorio in reparto psichiatrico.

Allo stesso modo le carceri vengono formalmente coinvolte in un processo di apertura, che paradossalmente conduce ad un allargamento della popolazione carceraria tramite un più ampio e capillare sistema di controllo esterno al carcere. Con la legge Gozzini le carceri si aprono alla società e si instaurano una serie di misure alternative all'internamento.

 

L'individualizzazione della pena, voluta dalla Gozzini, ha fatto sviluppare nell'ambito carcerario ipotesi sul soggetto criminale sempre più somiglianti alle pratiche psichiatriche sui “malati di mente”; infatti i percorsi rieducativi si confondono con quelli terapeutici e gli psicofarmaci si diffondono massicciamente anche in carcere2.

 

Negli anni '70-'80 una rivoluzione culturale antisegregazionista si afferma sul piano legislativo, ma nella realtà rimangono inalterati il pregiudizio di pericolosità sociale del malato mentale e lo stigma del recluso.

Se nel tempo l'attenzione politica e legislativa si è spostata dalla malattia al malato, dalla pericolosità al disagio, e dalla punizione alla rieducazione, nella società i corpi degli psichiatrizzati e dei carcerati sono rimasti comunque esclusi e imprigionati.

Una nuova tecnologia del controllo sociale si diffonde: l'industria farmacologica sforna prodotti capaci, in alcuni casi, di sostituire le camicie di forza, i letti di contenzione e le sbarre.

 

Qual è e qual è stato il fondamento di tutte queste istituzioni deputate all’esecuzione delle misure di sicurezza?

E’ ed è sempre stato l’internamento di una persona giudicata socialmente pericolosa, cioè di una persona che potrebbe reiterare la stessa condotta in futuro.

In altre parole, si priva della libertà un individuo per quello che si suppone sia e non per quello che effettivamente fa.

Tale principio è un fondamento delle società autoritarie: non a caso è stato il fascismo a introdurre le misure di sicurezza, tra le quali rientra anche il confino.

 

LA SITUAZIONE OGGI

 

E' del 30 maggio 2014 la Legge n°81 che converte il decreto legge del 31 marzo 2014 n°52 recante

disposizioni in materia di superamento degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari).

 

Il decreto n° 52/2014 prevede la proroga dal 1° aprile 2014 al 31 marzo 2015 il termine per la chiusura degli OPG e la conseguente entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza).

 

Attualmente in Italia gli OPG presenti sono sei e si trovano ad Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere.
Ad oggi, in questi veri e propri manicomi criminali, ci sono rinchiuse circa 850 persone.

I dati nel trimestre 1 giugno/1 settembre 2014 segnalano: n. 84 ingressi contro n. 67 persone dimesse; quindi continuano nuovi ingressi, nonostante si debbano privilegiare le misure alternative al ricovero in OPG.

Come si finisce in un OPG? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell'imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia a un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (articolo 88 c.p.) o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

Entrando nello specifico, il Decreto prevede l’eliminazione del cosiddetto ergastolo bianco, che consiste nell’indeterminatezza della durata dell’internamento.

Nelle future REMS la durata della misura di sicurezza non potrà essere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto: ci preoccupiamo, pertanto, del fatto che le persone che hanno già scontato in OPG tale pena non finiscano nelle REMS, ma vengano liberati subito e senza condizioni.

Tuttavia la legge prevede, al momento della dimissione dagli OPG, percorsi e programmi terapeutico-riabilitativi individuali, predisposti dalle regioni attraverso i dipartimenti e i servizi di salute mentale delle proprie ASL.

Alla fine di tale percorso, qualora venga riscontrata una persistente pericolosità sociale, è comunque prevista la continuazione delle esecuzione della misura di sicurezza nelle REMS.

Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e sentieri coercitivi, obbligatori, contenitivi3.

Come ben ricorda Giorgio Antonucci, il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture sopra riportata, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione.

L’intervento diventa così a priori manipolativo.

Nella realtà, pertanto, è lo stesso obbligo a una perenne assistenza psichiatrica territoriale a configurarsi come un vero e proprio ergastolo bianco.

Noi crediamo, invece, nel bisogno e nella costituzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una casa senza compromessi di invalidità, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Una rete in grado di riesumare e coltivare quel legame unico, antispecialistico e non orientato a una cura protocollare che, in nome della scienza, non lascia spazio all’uomo.

Quel legame sciolto dal discorso capitalistico, demiurgo di consumatori in solitario godimento.

 

IN ALTRE PAROLE…

 

Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse
persone giudicate incapaci d’ intendere e volere.

La questione, insomma, non può essere risolta con un tratto di penna, non è sufficiente stabilire che quello che è stato non deve più essere, e pensare che il problema si risolva da sé. È vero che per troppo tempo gli Opg sono stati un territorio dimenticato in cui ogni dignità e diritto sono annullatati ma ci sono da più di un secolo e mezzo e la legge che gli regola è del 1904.

Per abolire realmente gli OPG bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia ma occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio agli Opg.
Viene ribadito, oltretutto, il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale; dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.
La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio. Magari più bello, più pulito, ma la logica dominante sarà sempre quella dell’esclusione e non dell’inclusione.

La Legge 81/2014 con la misura di affidamento ai servizi sociali costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l'essenza della modalità di risoluzione della questione.

Nonostante sia previsto un maggiore contatto dell'individuo con la società, l'isolamento rimane all'interno dell'individuo attraverso trattamenti psicofarmacologici debilitanti che conducono a fenomeni di cronicizzazione.

Cambieranno i luoghi di reclusione, in strutture meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo ci sarà una gestione affidata al privato sociale, andando così incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia ad opera dei servizi psichiatrici.

 

Questa legge non soddisfa l'idea di un superamento di un sistema aberrante e coercitivo, infatti permangono misure di contenzione svilenti per l'individuo e trattamenti farmacologici troppo debilitanti e depersonalizzanti per poter essere definiti positivi per la persona.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

1La ridenominazione è un elemento centrale nella storia della psichiatria: da quella del Manicomio Criminale (MC-MG-OPG-REMS) a quella dell’Elettroshock (oggi definito Terapia ElettroConvulsiva –TEC-). Lo scopo è evidentemente quello di “cambiare nome” per “cambiare significato” e nascondere così gli orrori legati a certe pratiche e a certe strutture. (M. Foucaut, L’ordine del discorso,1971; J.Lacan, Seminario XVII, 2001).

2 Dal 1930 nel Manicomio Criminale sono stati internati i folli rei e i rei folli.

I folli rei sono coloro che hanno compiuto un reato in stato di incapacità di intendere e di volere per infermità mentale, sono stati prosciolti ma internati perché ritenuti socialmente pericolosi.

I rei folli, invece, sono coloro che hanno compiuto un reato, sono stati condannati ad una pena detentiva e, successivamente, in carcere sono stati riconosciuti socialmente pericolosi per infermità mentale.

Nella proposta di superamento degli OPG, le REMS accoglieranno i folli rei condannati alla misura di sicurezza; mentre i rei folli rimarranno all’interno delle carceri, trasformate in novelli OPG.

L'OPG viene quindi abolito, ma solo per creare all'interno del carcere strutture adeguate alla cura dei disturbi mentali, reparti psichiatrici interni all'istituto penitenziario, così da aumentare il ruolo della psichiatria in carcere senza modificare la situazione attuale.

3 F.Rahola, Zone definitivamente temporanee, 2003.

 

SENTINELLE... FUORI DAI PIEDI!!!

volantino distribuito sabato 7 febbraio a cesena durante un contro presidio delle sentinelle.

 

Attraverso lo scritto che segue, lo spazio libertario "Sole e Baleno" e le singole individualità che ad esso fanno riferimento, intendono dare forma concreta all'esigenza di una presa di posizione netta riguardo alla veglia delle "Sentinelle in piedi" prevista per sabato 7 febbraio in piazza del Popolo, nel cuore della città di Cesena.

Riteniamo, infatti, che la presenza pubblica del suddetto gruppo di persone, in spontaneo riferimento a una rete per autodefinizione apartitica e aconfessionale, alla ricerca della coscienza umana e della tanto agognata libera espressione, risulti al contrario un'aperta provocazione per chiunque abbia a cuore la libertà in tutte le sue forme e la costruzione di modelli sociali basati sul rispetto delle minoranze e delle alterità. Un vero e proprio insulto nei confronti di chiunque tenti quotidianamente di smarcarsi da assurde morali e da dogmatiche imposizioni rette sull'intrinseco senso di colpa che è retaggio dell'educazione cattolica dominante.

Anche nella nostra città le Sentinelle in piedi non perdono occasione, attraverso l'ormai nota pantomima del silenzio e del libro aperto, per stabilire arbitrariamente principi etici ed etichette culturali da seguire per la salvaguardia dell'uomo e della civiltà. Una pratica antica quanto il mondo: la creazione di pregiudizi e stereotipi atti ad emarginare e reprimere nell'intento di gettare le basi per una società omologata al soffocante conformismo del pensiero unico, in cui non ci sia spazio per i sentimenti e le pulsioni specifiche ed irripetibili di ogni singolo individuo.

Quello che più offende e sconvolge è il subdolo tentativo di insinuarsi con il proprio impertinente giudizio nei lembi più intimi e personali della sfera del privato di ognuno/a; la presunzione di poter scavalcare affetti e sentimenti umani nella definizione teorica di un univoco concetto di famiglia, di essere in grado di sentenziare l'amore e la sessualità altrui nel tentativo di ricondurli ai binari di una discutibile "normalità" imposta.

Dietro al patetico vittimismo delle Sentinelle, pronte in ogni situazione a lamentare la censura ai danni della propria libera opinione messa in atto dallo "Scalfarotto" (decreto di legge in realtà molto permissivo nei confronti di chi professa apertamente razzismo, fascismo e omofobia) si cela qualcosa di estremamente grave. Non ci faremo incantare dalla viscida facciata di placido pacifismo che contraddistingue le loro parate: quello che si nasconde dietro la geometria di piazza (paramilitare?) che caratterizza le loro sinistre presenze è violenza infinita. E' il despotico autoritarismo di chi crede di poter giudicare gli altri e modificarne le più private abitudini.

Non staremo al gioco dei buoni e cattivi, del giusto e sbagliato, dei gay e degli eterosessuali.

E' una questione che riguarda tutti/e, nessuno/a escluso/a.

Ciò che è in ballo è qualcosa di grande.

E' la possibilità di scegliere le proprie esperienze senza limiti né vincoli, è la capacità di determinare la propria esistenza senza che sia qualcun altro a farlo per noi, è l'irrinunciabile volontà di vivere senza freni le proprie emozioni.

Per un mondo senza tabù e preconcetti.

 

lo spazio libertario "Sole e Baleno"

“I barbari e noi”: una critica antirazzista e antispecista alle campagne contro la macellazione halal

L'associazione animalista Animal Equility ha recentemente fatto uscire un video, girato con una telecamera nascosta, che riprende scene da un macello italiano in cui si effettuano uccisioni di animali secondo le regole della macellazione islamica. In questi casi gli animali vengono uccisi tramite dissanguamento, esattamente come nella procedura nostrana, con la differenza che non vengono prima storditi con un colpo di pistola elettrica.

 

Nonostante gli animali macellati con rito islamico ed ebraico, in Italia, rappresentino solo una percentuale minima del totale (sono circa 200 le strutture in cui è anche permessa la macellazione rituale), si è sentita comunque l'esigenza di andare a “investigare” anche questa realtà e lanciare la campagna “Fermiamo la crudeltà rituale”, con relativa petizione per chiedere la revoca della deroga che in Italia rende possibile la macellazione rituale.

 

In una questione delicata come questa, in cui entrano in gioco non solo la sofferenza animale ma anche differenze culturali e religiose che spesso danno adito al razzismo, è però molto pericoloso non prendere in considerazione i precedenti rispetto a chi ha portato avanti, fino ad ora, battaglie contro la macellazione islamica: non a caso, gruppi xenofobi, razzisti e di estrema destra. Se una generica sensibilità delle persone verso la sofferenza animale è stata finora usata strumentalmente da questi gruppi come arma ulteriore per fomentare il razzismo e la discriminazione verso alcuni gruppi etnici, non bastano le buone intenzioni a mettere al riparo da conseguenze simili.

 

Non dubitiamo che la maggior parte delle persone di Animal Equality siano state spinte da una sincera empatia per gli animali, e non da idee razziste, alla decisione di produrre e diffondere questo video con i relativi contenuti, ma di fatto le conseguenze sono esattamente le stesse, ovvero la conferma di determinati stereotipi razzisti. Non aver tenuto in alcun conto le possibili ripercussioni razziste del messaggio prodotto dal video, e le strumentalizzazioni che alcuni gruppi ne avrebbero fatto, è già di per sé indice di una scarsa attenzione e riflessione in merito al funzionamento del razzismo nella nostra società.

 

Un ulteriore dubbio sorge sull'enfasi posta da Animal Equality sulla sola macellazione “halal” anziché anche su quella “kosher”, dal momento che le regole di macellazione sono le stesse. Il motivo non sarà che mentre è sempre scomodo essere eventualmente accusati di antisemitismo, prendersela con gli islamici, di questi tempi, è invece abbastanza sdoganato?

 

Il razzismo e la xenofobia già diffusi in Italia e in tutta Europa si sono arricchiti negli ultimi anni di una buona dose di islamofobia, fomentata dai mass-media degli stati occidentali, che hanno bisogno di giustificare in qualche modo i loro attacchi imperialisti in Medioriente con la scusa di “portare la democrazia” laddove vigerebbe la barbarie. L'enfasi, nei notiziari, sulle gesta dei gruppi islamici estremisti non fa che rafforzare questo razzismo generale verso arabi e musulmani.

 

Il discorso sulla macellazione islamica, non a caso, è sempre stato utilizzato strumentalmente dai gruppi di destra per cavalcare e fomentare il razzismo. Nel 2001 la Lega Nord fece una proposta di legge per vietare la macellazione islamica, poi la rilanciò nel 2003 e ancora nel 2011. “Stranamente”, un partito che mai si era interessato prima del benessere animale, anzi, sempre al fianco della lobby dei cacciatori, decise di farsi paladino della giustizia degli animali proprio in questo ambito. Non a caso con una leggera venatura razzista... Queste le dichiarazioni dell'onorevole leghista Giovanna Bianchi, firmataria della proposta di legge del 2003:"Le pratiche in uso nelle macellerie islamiche ci preoccupano perché vanno contro la nostra cultura occidentale che tiene in considerazione il rispetto degli animali. Non vedo perché regole che valgono per tutti non debbano essere applicate anche da cittadini di culture diverse". (1)

 

Lo stesso è accaduto in Francia, dove la galassia animalista è costellata da gruppi di destra se non apertamente fascisti, nell'indifferenza generale. Nel gennaio 2011 fu lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale degli animali, sostenuta da alcune associazioni animaliste, tra cui la Fondazione Brigitte Bardot. Brigitte Bardot, militante del Front National (estrema destra), è proprio il personaggio simbolo dell'ambiente animalista francese: fascista, razzista, omofoba, ma che importa? Difende gli animali. Ecco alcune delle sue dichiarazioni: “Ce l'ho a morte con i musulmani che continuano a praticare la macellazione rituale” e con i politici che non si occupano "dell'immonda sofferenza degli animali nei macelli, soggetti a certi rituali che invadono il nostro territorio, sprezzando la legge europea, la quale impone lo stordimento prima del dissanguamento”;“ne abbiamo abbastanza di essere presi in giro da tutta questa popolazione che ci distrugge, distrugge il nostro Paese, imponendo i suoi atti”. Per queste dichiarazioni la Bardot nel 2008 è stata condannata a pagare 15.000 euro dal Tribunale di Parigi per istigazione all’odio verso la comunità musulmana.

 

A rilanciare il dibattito sulla carne halal nell'opinione pubblica in Francia, nel 2010, fu ancora Marine Le Pen, presidentessa del Front National, nota per le sue esternazioni anti-Islam. In risposta all'apertura di alcuni fast-food halal della catena Quick, Le Pen dichiarò che “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”, arrivando poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, una società francese-belga: “è dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”. (2)

 

In molti altri paesi europei è accaduto qualcosa di simile, con gruppi di estrema destra a guidare le battaglie contro la carne halal. L'esempio della Francia ci mostra anche come, se il movimento animalista si riduce a parlare solo di sofferenza animale prescindendo da una critica più ampia al sistema dominante (che comprende aspetti come il capitalismo, il governo, le leggi, i partiti politici, il razzismo, il sessismo ecc.), quindi annullando l'aspetto politico della critica allo sfruttamento animale per lasciare spazio solo a quello emotivo, si apre la strada alla presenza di individui e gruppi di destra, se non addirittura fascisti.

 

Qual è in definitiva il messaggio implicito che viene fatto passare dall'investigazione di Animal Equality, e che fomenta stereotipi razzisti? Il messaggio che noi italiani possiamo stare con la coscienza a posto, visto che noi rispettiamo gli animali e mangiamo carne di animali macellati in maniera più “umana”, al contrario di quanto fanno quei musulmani incivili, barbari e crudeli verso gli animali (“animali uccisi barbaramente”, così è scritto nel testo di presentazione di Animal Equality). La contrapposizione che viene immediato realizzare tra “carne halal” e “carne italiana” è una contrapposizione che si rifletterà automaticamente in una serie di stereotipi contrapposti tra arabi e italiani che rafforzano il razzismo verso lo “straniero”.

 

Purtroppo non è il primo caso in cui Animal Equality volge l'attenzione verso altre culture e paesi per denunciare il loro specismo, che viene da contrapporre in maniera erronea alla nostra sensibilità verso gli animali, senza alcuna preoccupazione verso le implicazioni razziste a cui un tale tipo di discorso può dare adito: precedentemente all'investigazione sulla macellazione halal, ve n'è stata una sul commercio della carne di cane e gatto in Cina, oltre ad una campagna internazionale – con proteste anche a Roma - contro il Festival di Gadhimai in Nepal, una festa religiosa che si svolge ogni cinque anni in onore della dea hindu Gadhimai e che comporta il sacrificio di un grandissimo numero di animali.

 

...

 

Oltre a far scattare un campanello d'allarme sul razzismo, l'investigazione di Animal Equality fa sorgere anche altri dubbi più inerenti all'aspetto della sofferenza animale.

 

Siamo davvero sicuri che la macellazione rituale provochi più sofferenza agli animali rispetto a quella tradizionale? Forse sì o forse no, ma di certo non si può trarre una conclusione di questo tipo mostrando cosa accade in un solo macello e portandolo a modello di cos'è la macellazione rituale islamica, soprattutto quando nel caso esemplificativo portato vengono violate proprio tutta una serie di regole che caratterizzano la macellazione halal. Il fatto che in alcune tradizioni religiose l'uccisione di un animale venga sacralizzata e si svolga secondo rituali ben precisi serve anche a mettere in evidenza come l'uccisione di un essere vivente non sia un atto semplice, ordinario e meccanico, ma abbia un suo peso. Significativo il contributo della filosofa bioeticista e animalista Luisella Battaglia sull'argomento:

 

L’idea stessa della ritualità nasce da una visione teocentrica in cui l’uomo, come l’animale, sono entrambi creature sia pure di diverso rango ontologico: tutti gli accorgimenti e le prescrizioni del codice alimentare islamico--il fatto, ad es., che l’animale non debba vederne un altro macellato davanti a sé, che non debba aver sentore del sangue, né percepire la lama, il fatto che debba essere accarezzato e adagiato sul fianco sinistro in un luogo in cui non ci siano tracce di sangue per non essere terrorizzato etc.—obbediscono a tale visione. La nostra macellazione, invece, è un atto meramente tecnico, obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica: la sua etica mira a garantire l’osservanza di talune regole minimali—come la riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni; non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e in ciò risiede la sua laicità. Perché dovremmo considerarla moralmente ‘superiore’?

Il problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e di produttività, dove la difficile compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive. Nel macello industriale sono innumerevoli gli animali uccisi e, pertanto, non vi possono essere rispettate le prescrizioni rituali. Inoltre, la struttura, quando è appositamente attrezzata, è dotata di una gabbia di ferro che imprigiona l’animale e che, bloccandone i movimenti, contribuisce a terrorizzarlo piuttosto che a tranquillizzarlo. Del pari, se il taglio delle vene giugulari non viene effettuato in modo preciso—cosa assai frequente quando le uccisioni si susseguono a ritmo accelerato e si possono sommare gli sbagli per stanchezza e necessità di affrettare le operazioni—la morte può essere notevolmente prolungata.

 

- tratto da: La macellazione rituale: non sentiamoci superiori per la "pietà" dei nostri macelli (Il Carroccio contro l'Islam) di Luisella Battaglia, da "Il Secolo XIX" mercoledì 5 febbraio 2003 - (3)

 

 

Se proprio vogliamo entrare nella logica di quale tipo di macellazione provochi più sofferenza agli animali, non sarà che forse è proprio la dimensione industriale a porre meno attenzione a ridurre la sofferenza del singolo animale, considerandolo solo un oggetto da fare a pezzi con la maggiore rapidità possibile per far scorrere la catena di montaggio?

 

E' fondamentale però chiedersi che senso abbia entrare in questo tipo di disquisizioni, e addirittura mettere in campo una battaglia, che più riformista non si può, contro un certo tipo di macellazione piuttosto che un altro. Porre l'accento sulla prolungata sofferenza dell'animale macellato senza stordimento, una sofferenza che assolutamente non vogliamo negare né sminuire, devia completamente l'attenzione dal reale problema: lo specismo che è causa dello sfruttamento animale.

 

Quello che l'antispecismo vuole criticare è il fatto in sé di uccidere gli animali per il nostro interesse, e ancora di più tutto quello che vi sta a monte: l'allevamento, la prigionia, la proprietà, l'addomesticamento degli animali. Al contrario, la richiesta implicita che viene espressa con questo tipo di campagne non è forse che l'animale venga ucciso più “umanamente”? Un messaggio di questo tipo non ottiene esattamente l'effetto opposto, ovvero di mettere a posto le coscienze mentre il vero orrore continua ad andare avanti ancora più indisturbato?

 

 

Parliamo poi del metodo. Porsi come obiettivo l'abrogazione di una deroga, o un qualunque cambiamento di legge, vuole dire rivolgersi al mondo della politica, dei partiti, del governo, in cui evidentemente si ha una qualche fiducia, o che si pensa di “usare strumentalmente”, mentre invece si viene usati per i loro interessi elettorali. Accettare aiuto e supporto da chiunque voglia fare qualcosa “in difesa degli animali”, nonostante in altri campi quel qualcuno metta in atto politiche fasciste che vanno contro l'immigrazione o la popolazione in generale o approvi leggi liberticide che stringono il cappio del controllo sociale intorno a tutti noi, questo sembra non importare. Allo stesso modo vengono accolte con favore leggi che prevedono l'inasprimento delle pene riguardanti casi di maltrattamento animale, in un'ottica punitiva e giustizialista, dimenticando che se si lotta contro le gabbie per animali queste dovrebbero comprendere anche le carceri, gabbie per animali umani.

 

La campagna di Animal Equality contro la macellazione halal è stata raccolta dal partito dei Cinque stelle, che ha lanciato una proposta di legge per vietare la macellazione senza stordimento, una mossa che si annovera sulla scia di altre proposte sul benessere animale lanciate dallo stesso partito e già bocciate dal governo Renzi (sul blocco dei finanziamenti europei agli allevamenti intensivi, il divieto di uccidere gli animali da pelliccia, il divieto dell’utilizzo dei richiami vivi ed l'esclusione dai finanziamenti governativi per i circhi che prevedono l’esibizione di animali).

 

Anche la Lega Nord non ha perso occasione per rilanciare la sua proposta di mettere fine alla macellazione halal, con dichiarazioni di questo tenore da parte del deputato Marco Rondini: "No a inutili crudeltà inflitte agli animali nel nome dell’Islam". “Questo paese, segnato dal buonismo da discount è arrivato a concedere ad alcuni mattatoi di adottare questa barbara usanza. L’eccessiva tolleranza sta segnando la condanna a morte della nostra civiltà. Non accettiamo nessun cedimento di fronte a istanze che ci hanno fatto tollerare fino ad ora una pratica aberrante, da noi condannata da anni, come la macellazione rituale” (4). La Lega Nord di Sarzana (Ln) ha proposto di vietare la carne halal nelle mense scolastiche, con le solite argomentazioni che vedono noi italiani come attenti ai diritti animali in contrasto con le usanze barbare “di chi, ospite nel nostro Paese, pretende di imporre le proprie leggi e tradizioni” (5).

 

Come hanno fatto in passato altri partiti e ministri (vogliamo parlare dell'onorevole Brambilla?), anche Lega Nord e Cinque Stelle possono così sperare di crearsi una facciata animal-friendly e ottenere qualche voto in più tra quel bacino elettorale che si interessa (blandamente e ipocritamente) del benessere animale, un tema sempre più in voga anche sui media mainstream.

 

Peccato che più se ne dibatte in parlamento, nei programmi tv e nelle riviste di moda e lifestyle, più la liberazione animale – compresa in un progetto di stravolgimento totale di questa civilizzazione – appaia sempre più distante e irraggiungibile.

 

 

Note:

(1): http://www2.varesenews.it/articoli/2001/ottobre/sud/29-10bianchi.htm

(2): http://www.agoravox.it/Francia-se-il-fast-food-diventa.html

(3): http://www.peacelink.it/animali/a/b334.html

(4): http://www.leganord.org/index.php/notizie2/13169-islam-mozione-lega-in-semestre-ue-stop-a-macellazione-halal

(5): http://www.cittadellaspezia.com/Sarzana/Sarzana-Val-di-Magra/Bagnone-Ln-La-macellazione-halal-e-un-166081.aspx

 

 

Le porcate della stampa italiana su Charlie Hebdo e le strumentalizzazioni anti Islam

Il Giornale, quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, nel commentare l’attentato di Parigi dove sono morte 12 persone ha descritto il settimanale Charlie Hebdo come un giornale “anti Islam. Quel titolo era un’idiozia totale. Un’arma in mano a chi utilizza strumentalmente la religione per altri scopi.  Il quotidiano di Milano in un secondo momento ha modificato il titolo.

Charlie Hebdo era un giornale “anti”, che sovente usava la satira in modo improprio e neppure tanto gradevole. Come quando disegnò Cristo e Dio uniti in un rapporto anale (foto). In quell’occasione fu il mondo cattolico a indignarsi. Un gruppo di associazioni chiese alla Santa Sede di elevare una protesta vibrante presso il governo francese per impedire il ripetersi della pubblicazione di vignette blasfeme definite dai cattolici “una vergogna”.

Di quella vignetta oggi non se ne parla più. Tra le decine e decine di disegni che i media nazionali hanno mostrato all’opinione pubblica manca proprio questa. E, in generale, tutte quelle che prendevano di mira (spesso offendendola) la religione cattolica. Ora, dopo la protesta di migliaia di lettori, qualche testata si accorge della dimenticanza, che dimenticanza però non è. Il messaggio è chiaro: bisogna colpire l’Islam, demonizzare una religione e i comportamenti di milioni di persone che nulla hanno a che fare con il terrorismo e il fondamentalismo.

Anche le parole che il vignettista Giorgio Forattini ha utilizzato per l’attentato nella capitale francese sono molto pericolose, perché tendono a criminalizzare una religione e non il comportamento di due individui: “I musulmani, come i comunisti, – ha tagliato corto il vignettista – non sopportano la satira”.

Musulmani, comunisti. E perché non aggiungere anche froci e puttane caro Forattini in questo suo bestiario di inizio anno? E dov’era lei quando le associazioni cattoliche invocavano interventi restrittivi contro Charlie Hebdo, reo di offendere la religione cristiana?

La libertà di satira si può invocare solo se si offende Maometto o anche Gesù Cristo?

Forattini, ovviamente, non risponde a queste domande, perché anche lui è in pieno delirio anti islam. La verità, che molti giornali italiani non vogliono accettare, è che per il settimanale parigino poco importava che Maometto o Cristo venissero sbeffeggiati. Charlie Hebdo era fatto così: dissacrante, stonato, esagerato, persino immorale. Libero, anarchico e blasfemo. Irresponsabile, come recita il titolo sotto la testata.

In questi anni Charlie Hebdo è finito nel mirino di chiunque, senza distinzioni di sorta. Dopo le copertine con il papa, rabbini, Maometto e i preti pedofili, il settimanale ha preso di mira anche i soldati francesi in Mali, ritraendo un rapporto anale tra un militare francese e una capra nel deserto africano. Tutto questo mentre il presidente Francois Hollande elogiava l’impegno militare francese nel paese africano. Secondo i suoi estimatori, era l’unico vero giornale politico di Francia.

I fondamentalisti islamici non hanno mai perdonato al settimanale di aver irriso la figura di Maometto. Nel novembre del 2011 pubblicò un numero speciale battezzato “Sharia Hebdo” contenente delle caricature del profeta. Nello stesso mese la redazione venne parzialmente distrutta da un incendio causato dal lancio di una molotov. Allora il direttore venne minacciato di morte.

Nel settembre 2012, in concomitanza alle manifestazioni in corso nei Paesi islamici, pubblicò alcune vignette che mostravano Maometto in pose osé. «Siamo in un paese in cui è garantita anche la libertà di caricatura e se qualcuno si sente offeso può rivolgersi ai tribunali», commentò alla radio Rtl l’allora primo ministro francese, Jean-Marc Ayrault.

Definire, quindi, Charlie Hebdo un giornale anti Islam è una porcata oltre che una menzogna. Quel giornale poteva piacere o meno ma era un’oasi di assoluta anarchia, il cui principio morale era la dissacrazione totale.

Una riflessione sull’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Non pretendiamo di avere la verità in tasca, la nostra è solo un’opinione. Non pensiamo che la religione sia la causa dell’attentato di Parigi. Non sono fedeli, sono soltanto terroristi. Non sono uomini di Dio, ma criminali. Non è l’Islam che arma questi uomini ma la loro follia, unita alla politica delirante dell’Occidente. Il presidente Hollande si è presentato in tv ad accusare gli stessi terroristi che in questi anni ha armato, non senza un piccolo di piacere, in Siria e in altri paesi.

I cittadini europei devono imparare a ragionare con la propria testa e ad opporsi alla politica folle dei loro governi, Italia compresa. Altrimenti saranno i primi a pagare il prezzo di attentati che non è difficile immaginare siano destinati a ripetersi in tutta Europa.