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FWB F.C. Castel Bolognese calcio popolare

Costruire reti solidali sul territorio prendendo a calci ogni razzismo.

Con questo intento basilare prende forma spontanea a Castel Bolognese il progetto aperto di calcio popolare Football Without Borders già attivo da qualche mese con la squadra di calcio a 11 FWB F.C.

Due allenamenti settimanali aperti a tutti (martedì e giovedì dalle 18.30) e una partita amichevole il sabato o la domenica pomeriggio (quando possibile).

Cerchiamo squadre, realtà e contesti per poter organizzare partite e/o partecipare a tornei/campionati e iniziative sul territorio affinché anche attraverso il calcio si agevoli la costruzione di relazioni e pratiche inclusive.

UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA

 La costruzione del gasdotto sembra essere diventata una minaccia relativa, chi sta dietro TAP anche. Possiamo sentirci tranquilli, la situazione è sotto controllo, studiamo ogni mossa, siamo super-iper informati, e poi lo dicono anche i giornali che sono dei mafiosi!
Ad oggi di primaria importanza resta però il reimpianto degli ulivi… ma prima di questo, sicuramente l’immagine mediatica. Come appariamo alle persone che ci vedono da casa? Non vogliamo di certo considerarci responsabili della morte di questi esuli alberi azzoppati! E poi come si potrà far combaciare bene gli incartamenti comunali con le pratiche di resistenza sul territorio?
Quelle pietre divelte lungo la strada suscitano più disprezzo del deserto che si palesa all’interno delle cancellate create dalla multinazionale, della brutalità delle forze dell’ordine, della repressione esercitata attraverso i mezzi di comunicazione, delle decisioni con stretta di mano tra capi di governo che incitano alla guerra e all’annientamento della vita!
Siamo ancora agli inizi, alla fase 0 dei lavori TAP, ma pare già che il nemico sia stato perso di vista e che le motivazioni che animano le proteste si sfaldino per dar posto al prevalere dei singoli personalismi, che impongono scelte dettate non si sa bene da cosa. Nelle migliori delle ipotesi dalla paura delle denunce e dall’ingenuità di chi crede che una mediazione con TAP può essere accettabile, oppure a pensar male solo da comportamenti di esclusione e critica verso chi giunge da fuori, chi è considerato forestiero, o verso chi crede che ora è il momento opportuno per dimostrare tutta la nostra ostilità, senza dover fare nessun passo indietro!
Gli esiti di questi atteggiamenti sono tangibili nella pratica, nei momenti reali di opposizione, di fronte ad operai che continuano a lavorare indisturbati nella messa in sicurezza di un cantiere che darà prima o poi risultati concreti, i quali non si limitano al solo espianto degli ulivi ma alla realizzazione dell’intera opera. In molti momenti “l’attivismo” di alcuni si è rivolto con toni di pura castrazione e censura verso chi in modo del tutto individuale credeva che restare a guardare non bastasse a farlo sentire con la coscienza pulita, e che lo scopo di prendere parte al  presidio fosse innanzi tutto quello di contrastare ogni fase di questo infame progetto.
Senza soffermarsi sulle singole prese di posizione, chi reclama di lasciar lavorare in sicurezza gli operai, o chi pensa che non è il momento storico per erigere barricate, dimostrando che dal passato ha ben poco capito, forse non ha ben chiare le motivazioni concrete che portano ad essere presenti in quelle campagne, oppure ha solo dimenticato gli atti di forza subiti pochi giorni addietro! Se vogliamo continuare a gironzolare intorno al presidio nei momenti di pausa dalle stressanti ore lavorative va bene, questo però non deve prevalere o escludere l’iniziativa e le potenzialità pratiche di lotta.
Una domanda sorge spontanea: a cosa siamo pronti a rinunciare? Ad un gruzzolo di alberi ormai compromessi o alla nostra dignità? Nella seconda delle ipotesi continueremmo a mediare e a farci prendere in giro da pedine senza scrupoli di una multinazionale, facendo così solo il loro gioco!

PRENDIAMO ATTO
PRENDIAMO ATTO che, quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ci si indigna più per un muretto a secco usato per costruire una barricata che per alcuni ettari di terreno circondati da muri in cemento e grate in ferro, sorvegliati giorno e notte da guardie private armate pagate da chi vuole imporre con la forza una nocività, con capo della sicurezza un contractor con pregresse esperienze in operazioni militari negli scenari bellici in giro per il mondo.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap continua instancabile la sua opera di dissociazione da qualunque atto autodeterminato di opposizione alla realizzazione del gasdotto, opera di dissociazione che prosegue da anni e contribuisce a restringere il campo nelle indagini di polizia e a indirizzarle.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, scavalcano in maniera autoritaria le decisioni prese collettivamente nel Presidio sorto per contrastare l’opera di Tap. Tra queste decisioni, la realizzazione di barricate e l’allontanamento di Tele Norba.
PRENDIAMO ATTO che questo superamento delle decisioni collettive diventa – nei fatti – una forma di collaborazionismo con Tap, a cui il Comitato No Tap ha già permesso una volta, col pretesto dell’invasamento di alcuni alberi eradicati e abbandonati al suolo, di reinstallare e rinforzare le recinzioni e provare a portare via dal cantiere un grosso camion dotato di gru, bloccato solo dalla rabbia dei manifestanti. Nessun invaso degli ulivi peraltro è stato attuato in quella circostanza. Di queste forme di collaborazionismo, il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, dovranno assumersi la responsabilità e rendere conto quando - e se! -  l’opera avanzerà e sarà realizzata.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, strumentalizzano la rabbia e la protesta spontanea e sincera dei molti oppositori che Tap ha incontrato in questi giorni, ai fini di una passerella mediatica in cui millantare meriti che non hanno nel blocco temporaneo dell’opera. Senza l’opposizione diretta di molti nel corso dell’espianto degli ulivi, questo sarebbe proseguito e terminato entro due giorni, tra sterili lamentele e con buona pace della burocrazia e della Legge di Ministeri, Tar, Corti Costituzionali, Regione e quant’altro; gli stessi enti, la stessa burocrazia e la stessa Legge che hanno avallato ed approvato il gasdotto Tap. Non intendiamo fungere da manovalanza per nessuno.
PRENDIAMO ATTO che il Presidio No Tap, per mezzo dei social media di cui si serve per la propria comunicazione, ha trasformato il suo nome in Movimento No Tap, pretendendo con questa autoproclamata definizione di rappresentare ed essere espressione di tutto il molteplice e variegato fronte dell’opposizione a Tap. Lo riteniamo scorretto, in quanto non ci sentiamo rappresentati da idee, pratiche, contenuti e comunicati che vorrebbero parlare a nome di tutti. Ognuno parla per sé.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui, costantemente, c’è qualcuno che tenta di passare per buono agli occhi dei media, facendo passare altri per cattivi.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui c’è chi invoca la repressione, come fatto dal comandante dei vigili di Melendugno, il quale intrattiene una strettissima relazione con il Comitato No Tap e, di conseguenza, anche con il Presidio, oltreché dalla presidente provinciale dell’Arci, Anna Caputo, che ha definito “vandali” alcuni manifestanti: le sue dichiarazioni sono spazzatura. Ecco, un personaggio simile, da sempre in grado di invocare manette e galera, è considerato parte del Movimento No Tap?
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui l’assemblea del Presidio No Tap è comunque succube delle indicazioni dello stesso comandante dei vigili e del Comitato No Tap, che persiste nella sua opera di persuasione fino a che non ha ottenuto il risultato che voleva, come permettere a Tap di entrare nel cantiere.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui ci si permette di paragonare a Tap, coloro che fino a quel momento gli si sono opposti, solo perché il metodo usato, peraltro deciso in forma assembleare dal Presidio, non è condiviso. Quando qualche anno fa il Comitato No Tap si è seduto varie volte allo stesso tavolo di Tap, per discutere con questa, nessuno ha osato paragonarlo a Tap, nonostante la non condivisione del metodo collaborazionista del Comitato.
SI È VOLUTAMENTE alzato un polverone su un muro usato per una barricata, senza fare una minima riflessione sul perché quelle barricate sono state fatte: impedire o rallentare i camion che dovevano espiantare e permettere alla persone di accorrere davanti al cantiere. Si è usata la paura che le famiglie di Melendugno avrebbero provato nel vedere quelle barricate, le stesse famiglie che hanno portato i loro bambini davanti alla polizia per impedirgli di passare, forse per nascondere la paura di chi vuole che tutto rimanga come sempre e torni nell’ambito della normalità. I blocchi stradali, i corpi che hanno impedito ai camion di passare e le barricate hanno rotto quella normalità, quella stessa normalità per cui i gasdotti si costruiscono e devastano la vita sociale e ambientale di un territorio.
PRESO ATTO di tutto ciò, continueremo a portare avanti la nostra opposizione alla realizzazione del gasdotto Tap, come facciamo da diversi anni a questa parte, nei modi e nei tempi che più ci aggradano, autonomamente o con altri a seconda che i nostri percorsi e le nostre pratiche si intrecceranno con quelle altrui.
AI TANTI VOLENTEROSI, coraggiosi e determinati, con cui in questi brevi ma intensi giorni di lotta abbiamo condiviso le ore, diurne e notturne, le esperienze e le speranze, l’intreccio dei corpi durante le sedute di resistenza passiva e i progetti futuri, diciamo che siamo disponibili ad incontrarci, in maniera realmente orizzontale ed autogestita, per continuare a progettare e manifestare la nostra viscerale ostilità a chi vuole realizzare il gasdotto, a chi vuole imporlo, a chi lo difende e a tutti i suoi collaborazionisti.


NEMICI DI TAP

LA GUERRA IN CASA

Volantino diffuso a Lecce durante una manifestazione no tap   2/4/2017

“Noi dobbiamo sgomberare l’area in ogni modo”. Queste le parole di un dirigente di polizia soprannominato “sicario”, di fronte a dei manifestanti seduti per terra che tentano di impedire ai camion di una subappaltata di Tap di uscire dal cantiere e portare via degli alberi d’ulivo, preludio di un inizio dei lavori per la realizzazione del gasdotto sulla sponda italiana. In questi giorni il vero volto dello Stato lo stanno conoscendo in tanti: manifestanti, singoli, addirittura sindaci con le fasce tricolori. Lo Stato, il suo Governo e il suo Parlamento passano sopra tutti quanti, non risparmiano proprio nessuno: la terra, gli alberi, le persone, le idee, il cuore, i corpi. Ciò che importa è tutelare la multinazionale Tap, di cui anche lo Stato italiano è parte, tramite Saipem e Snam, e consentirle di eseguire i lavori utili a costruire un’opera che nel Salento nessuno vuole e per le più svariate ragioni. E così lo Stato e l’Economia fanno vedere che cosa vuol dire essere in guerra, agire contro le popolazioni e i territori, ed è ciò che accade in ogni parte del mondo laddove gli interessi economici, il denaro, il profitto, lo sfruttamento delle risorse, della natura e delle persone sono la quotidianità.
In questi giorni ci sentiamo più vicini all’Iraq, all’Afghanistan, all’Azerbaijan, alla Nigeria, al North Dakota dove le risorse vengono depredate e i luoghi colonizzati. Ed è questo che è diventato il Salento ormai da decenni. Le nocività ambientali si aggiungono una a una, dall’affare Xylella che vuole favorire la trasformazione dell’agricoltura tradizionale in industriale, alle cosiddette energie rinnovabili, passando per Ilva e Cerano fino ai rifiuti tossici interrati da decenni nelle campagne salentine. Ora si aggiunge il gasdotto Tap il cui responsabile per la sicurezza, presente nel cantiere, è un contractor, un ex parà al soldo delle multinazionali in giro per il mondo. Un altro pezzo di guerra che ci deve far aprire gli occhi. L’autodeterminazione e la rabbia dimostrata in questi giorni da tanti individui che tentano di bloccare i mezzi di Tap, accerchiati da centinaia di uomini di forze di polizia, per impedire di espiantare gli alberi è una delle risposte che si potevano mettere in campo. Insieme al forte vento di tramontana, anche aneliti di vita e di sogno continuano a soffiare e le scintille attizzano il fuoco.


No Tap no Stato no Capitalismo.

Nemici di Tap

A proposito di transumanesimo e primitivismo

Piccola premessa: questo comunicato è stato scritto come risposta ai vergognosi articoli pubblicati da Umanità Nova in sostegno del transumanesimo e di attacco nei confronti della critica anti-civilizzatrice, anche se in particolare si fa riferimento allo scritto sul numero 3 di quest’anno dal titolo: “Tecnologie ed emancipazione sociale”. Ci tenevamo a controbattere alle assurdità che sono state scritte, sia perché non potevamo lasciar passare come se nulla fosse un articolo tanto infamante, sia perché vogliamo cogliere l’occasione per aprire un confronto più ampio sui temi della critica radicale alla civilizzazione. Perché nonostante la critica alla tecnologia sia sempre più forte e sentita, riteniamo essere fondamentale radicalizzare ancora di più le nostre posizioni contro la civiltà (non solo contro il sistema tecno-scientifico che ne è il suo braccio armato), per demolire per sempre questo presente fatto di oppressione e per impedire che le nostre pratiche siano recuperabili da questo sistema che fa di tutto per diventare sempre più “sopportabile” e sostenibile (anche ecologicamente). Quindi attraverso questo scritto, che in tutti i casi non vuole essere esaustivo, vogliamo sfatare alcuni punti forti della critica che ci viene mossa e fare in modo che sia un punto di partenza per una discussione più ampia, dove si vada ad intaccare tutti i falsi miti che la civiltà ci propina: Facciamola finita subito con l’agricoltura (anche biologica), con la tecnologia (anche a basso impatto ambientale), con la scuola o l’educazione (anche libertaria), con l’economia (anche se “green-economy”), con la cultura simbolica (strumento di controllo esercitato dall’uomo sul vivente), con l’energia (anche se rinnovabile) e con le città (anche se sostenibili). Non c’è nulla da ricostruire, nessuna libertà da rivendicare, nessun diritto da mendicare, smettiamola col vittimismo e passiamo all’attacco.

Per l’Anarchia selvaggia.
 
 

Comunicato inviato a Umanità Nova:
A PROPOSITO DI TRANSUMANESIMO E PRIMITIVISMO

“In questa lotta, o tutto o niente. Anarchia è solo un nome per quelli che abbracciano la sua promessa di riscatto e pienezza, e cercano di guardare in faccia il fatto che arrivarci sarà un lungo viaggio. Noi umani stavamo là, un tempo, se dobbiamo credere agli antropologi. Ora scopriremo se possiamo ritornarci. Molto probabilmente è la nostra ultima possibilità come specie.” John Zerzan

Innanzitutto ci teniamo a precisare che stiamo scrivendo queste righe non per partecipare a un “dibattito”, che nei fatti non esiste visto che gli articoli inerenti al transumanesimo pubblicati su questo giornale (1) vanno tutti in una sola direzione: “l’emancipazione attraverso le tecnologie”, ma per rispondere a quell’articolo apparso sul numero 3 di Umanità Nova scritto da Locorn. Vi giriamo quindi questo comunicato, perché è stata vergognosa la superficialità con cui si è voluto liquidare la critica primitivista con un’accozzaglia di frasi fatte.
Prima di passare alla critica dell’articolo vogliamo, in due parole, spiegare cos’è il transumanesimo: la teoria transumanista consiste nel disprezzo, neanche troppo velato, della natura umana e quindi del superamento di essa tramite un uomo che, attraverso protesi, tra-pianti e modificazioni genetiche, si fa sempre più un tutt’uno con la macchina. Questo perché oltre che migliorare le nostre capacità fisiche questa trascendenza permetterebbe anche, per esempio, all’essere umano di adattarsi a vivere in luoghi in cui l’inquinamento non lo permetterebbe più. Quindi viene proposto dai transumanisti come l’ultima spiaggia: o ci si trasformerà in macchine completamente staccate dal contesto naturale in cui si è vissuto e si vive, oppure l’uomo si estinguerà. Precisiamo così che il transumanesimo non ha nulla a che vedere con l’anarchia, il transumanesimo è solo l’ennesimo farmaco iniettato in un corpo morente che grida: “aiuto!”
In quell’articolo ci siamo sentiti dire che la critica primitivista alle tecnologie è <insitamente reazionaria>; che i primitivisti vogliono ritornare ad una, non meglio precisata, <età dell’oro>; che i primitivisti sono sessisti e <regressivi sulla questione di genere>; per poi concludere con un bellissimo elogio al cyber-femminismo…eh sì, quella sì che è emancipazione! Il prostrarsi alla scienza di una parte del “movimento” anarchico (come si era già visto per la questione vaccinale) è veramente una cosa allucinante, e se questa è la strada intrapresa noi a gran voce rivendichiamo la nostra estraneità da simili dibattiti e soprattutto da persone che hanno scelto nei fatti di difendere lo schifo di società in cui siamo costretti a vivere!
Vogliamo così ribattere a una parte delle stupidaggini che sono state scritte in quell’articolo, consapevoli che non possiamo però risolvere la questione in queste poche righe, ma intenzionati comunque a dare uno stimolo a chi voglia rapportarsi alla critica anti-civilizzatrice in maniera seria e approfondita:
_<Il primitivismo è insitamente reazionario>: soffermiamoci un attimo sul significato della parola reazionario: “La reazione, indica un'opposizione a forme di innovazione sociale, artistica, culturale o politica a sostegno del ritorno ad autorità, valori e istituzioni del passato, operata da partiti, gruppi di pressione o anche individui.”. Accusare quindi i primitivisti di essere reazionari significa avere poche idee e confuse, ma anche essere in mala fede. La lotta che portiamo avanti contro il sistema tecno-scientifico non è una presa di posizione ideologica, ma una constatazione del fatto che è la tecnologia insieme alla scienza la principale responsabile ad aver creato un essere umano sempre più distaccato dall’ambiente in cui vive e che ha permesso una maggiore diffusione di quella visione antropocentrica (introdotta dall’agricoltura) che permea le nostre esistenza legittimando così lo sfruttamento della terra e di tutto ciò che può essere messo a profitto in nome del progresso. D’altronde come si può pensare alla tecnologia in maniera neutrale quando è proprio la tecnologia che ci sta accecando attraverso i proprio schermi in HD, che ci ha privato dell’uso dei piedi senza le scarpe, che ci ha tolto l’orientamento attraverso i sempre più invasivi sistemi GPS, che ci ha fatto perdere una marea di conoscenze del territorio in cui viviamo racchiudendole in data-base ad uso e consumo di una stretta cerchia di persone, che sta distruggendo i rapporti sociali grazie ai tanto decantati social network, che distrugge i nostri sogni attraverso la realtà virtuale; e tanto più la tecnologia si diffonde, entrando nelle nostre vite, tanto più l’essere umano perde la propria indipendenza e quindi la propria libertà!
Allo stesso tempo rifiutiamo l’idea di progresso, per due motivi principali: innanzitutto per il suo carattere intrinsecamente razzista, infatti ci sono stati e ci sono ancora oggi, nelle zone più marginali e impervie del pianeta, molte bande di cacciatori-raccoglitori che non hanno mai VOLUTO subire il processo di civilizzazione, rifiutando “l’innovazione” portata dai conquistatori, e per questo sono stati sterminati, deportati o nel “migliore” dei casi schiavizzati, e a meno che non si ritenga questi popoli inferiori da un punto di vista biologico, non si può negare che il progresso è una costruzione culturale, nata con la civiltà, che ha senso solo (“per chi ci crede”) per questo sistema che basa la propria sopravvivenza sullo sviluppo tecnologico e scientifico verso l’infinito; in secondo luogo perché semplicemente non ci troviamo nulla di auspicabile nel progresso che è ottenuto necessariamente tramite il lavoro, la conseguente divisione del lavoro e la competizione sfrenata, in una sola parola: l’alienazione!
Auspicare poi ad una società transumanista, e quindi alla conseguente modificazione biologica dell’essere umano, significa proporre una società profondamente autoritaria, governata da un élite scientifica che non potrà più permettersi nessuna voce di dissenso. L’opera di omologazione che non ha raggiunto questa società dei consumi verrà completata tramite il transumanesimo, quando in nome di un maggior “benessere” (il loro/vostro benessere)  e una “migliore” aspettativa di vita per tutti, verrà imposto il pensiero di un ristretta cerchia, magari “libertaria”, di tecnocrati che avendo il monopolio della tecnica e avendo cancellato per sempre l’idea di una natura selvaggia dell’essere umano, riuscirà a comandare su una massa di lobotomizzati senza più coscienza. Una prospettiva raccapricciante che nemmeno Hitler, con la sua follia, era mai riuscito a immaginare! Chi sono i reazionari?
_<l’età dell’oro>: parlare di “età dell’oro” è sicuramente fuorviante e sottende una semplificazione strumentale! D’altronde anche Zerzan l’ha sempre detto: “non è necessario tornare indietro, ma dobbiamo andare avanti verso un primitivo futuro” (2). Oggi tra l’altro abbiamo a disposizione tantissimi studi in campo antropologico e archeologico che fanno luce su quella che è stata la vita dei nostri avi al di fuori della civiltà. Nessuno parla o ha mai parlato delle tribù non civilizzate come di un eden in cui tutto va bene e in cui non esistono problemi, ma oramai ogni antropologo concorda sul fatto che agricoltura e allevamento, economia e tecnologia siano alle fondamenta di rispettivamente lavoro, divisione del lavoro, malattie, sfruttamento della terra e delle sue risorse, stati e guerre. Marvin Harris nei suoi studi arriva a queste conclusioni: “Gli uomini dell’età della pietra vivevano una vita più sana di quella dei loro posteri: nell’epoca romana le malattie erano ovunque molto più diffuse rispetto prima […]. I cacciatori dell’età della pietra, inoltre, per assicurarsi la sussistenza, lavoravano molto meno dei classici contadini cinesi ed egiziani o degli operai delle fabbriche moderne, nonostante i sindacati. Riguardo ad amenità quali il buon cibo, i divertimenti e i piaceri estetici, gli antichi cacciatori-raccoglitori si concedevano lussi che solo i più ricchi americani di oggi possono permettersi. […] Nell’età della pietra, era assicurata a tutti una dieta ad alto valore proteico e a basso contenuto di amidi. E la carne non era congelata o gonfiata con antibiotici e coloranti artificiali.” (3) Questi studi dovrebbero essere presi sul serio non per mitizzare quel periodo storico, ma per avere un quadro generale sui benefici che in teoria dovrebbero averci dato le tecnologie e la scienza. Non abbiamo quindi nessuna età dell’oro a cui ritornare, anche perché ci sono bande di cacciatori-raccoglitori ancora oggi presenti sulla terra, che ci dimostrano che non c’è bisogno di città, soldi, tecnologie all’avanguardia o vestiti all’ultima moda per vivere una vita a pieno.
E sia chiaro: non sarà certo il vivere in eterno con un pistone al posto del cuore o poter scaricare il proprio cervello su un computer a fare la nostra vita felice. La vita è fatta anche di dolore, questo i nostri avi lo sapevano bene, e di morte, negarci la possibilità di morire non sarà certo un’emancipazione nei confronti della natura, questo non farà di noi degli uomini liberi, ma sarà una sconfitta, quel giorno l’uomo sarà morto per sempre!
_<regressivi sulla questione di genere>: dulcis in fundo, dovevamo sentirci dire anche questa… Non sappiamo se chi ha scritto l’articolo abbia effettivamente letto “la riproduzione artificiale dell’umano” o ne parli dopo aver letto le veline di qualche gruppo transumanista. È innegabile che Escudero, che comunque NON è primitivista, sia in maniera non troppo velata sessista, e proprio a questo proposito rimandiamo all’interessante critica fatta da una compagna a quel libro (4). Vogliamo poi ribadire (visto che chi ha scritto quell’articolo se ne è ben visto dall’approfondire la critica anticiv!) che la critica al sistema tecnologico in particolare e alla civiltà in generale, non impone dinamiche patriarcali, ma anzi questa critica tende proprio a scardinarle alla sua origine. Facciamo così una piccola precisazione chiamando in causa prima Enrico Manicardi, che nel suo libro scrive: “La divisione tra “maschi” e “femmine” è una divisione puramente culturale, non naturale. Se è ovvio, cioè, che tra un uomo e una donna esistono differenze di tipo biologico, è altrettanto vero che analoghe differenze possono riscontrarsi tra chi abita all’equatore e chi vive nell’emisfero artico […]. La differenza, di per sé, non è indicativa di alcuna divisione: può solo esserne il motivo culturale. La <<biologia non è destino>>, sosteneva la femminista Anne Koedt, che precisava: <<i ruoli maschile e femminile vengono appresi>>.” (5); poi vogliamo citare anche il collettivo americano Green Anarchy che, nel documento di introduzione al pensiero anarchico di anti-civilizzazione, parla del patriarcato così: “creando false distinzioni di genere e divisioni fra uomini e donne, la civiltà, ancora una volta, crea un “altro” che può essere oggettivato, controllato, dominato, utilizzato e trasformato in merce. Questo processo è parallelo all’addomesticamento delle piante per l’agricoltura e degli animali per l’allevamento […]. Come in altri ambiti di stratificazione sociale, alle donne vengono assegnati ruoli intesi a stabilire un ordine molto rigido e prevedibile, vantaggioso per la gerarchia. La donna è giunta ad essere considerata una proprietà, non diversa dal raccolto nei campi o dal gregge al pascolo. […] Il rapporto di interdipendenza tra la logica della civilizzazione e il patriarcato è innegabile; per migliaia di anni hanno entrambi plasmato l’esperienza umana a tutti i livelli, da quello istituzionale a quello personale, mentre divoravano la vita. Per essere contro la civilizzazione bisogna essere contro il patriarcato, e per mettere in discussione il patriarcato è necessario mettere in discussione anche la civiltà.” (6)
Chiudiamo questo nostro soliloquio ribadendo che è l’azione, che individualmente e collettivamente pratichiamo, a distinguerci da tutta la putrefazione che ci circonda, da chi si limita solo a giudicare dall’alto delle propria “saccenza”; rifiutiamo però allo stesso tempo il ruolo di dispensatori di saggezza e non ci interessa certo avere o appiccicare etichette, come invece, purtroppo, sembra andare di moda oggi; vogliamo però fare una precisazione sulla parola Anarchia, che per noi significa liberazione totale, liberazione con ogni mezzo da tutta l’oppressione che questo sistema genera, liberi di tornare ad essere selvaggi senza più lo strazio del lavoro e le dipendenze da società tiranne, perché che sia democratica, totalitaria o libertaria poco ci importa. Abbiamo ben chiaro quale sia il nemico, abbiamo scelto da che parte stare, e siamo vicini a tutti coloro che, come noi, quotidianamente lo attaccano senza alcuna mediazione, vicini a tutti i compagni che ostinatamente si ribellano nelle carceri e nelle strade di tutto il mondo. E come dicono i compagni di Nunatak: “le uniche catene che amiamo sono quelle montuose”.

 “Se alcuni preferiscono parlare di democrazia diretta e giardinaggio urbano, noi riteniamo che sia impossibile e indesiderabile “rinverdire” la civiltà o renderla più “giusta”. Consideriamo importante tendere verso un mondo radicalmente decentrato, sfidare la logica e la mentalità della cultura della morte, porre fine a qualsiasi mediazione nelle nostre vite e distruggere tutte le istituzioni e le manifestazioni fisiche di questo incubo. Vogliamo diventare incivili.” Green Anarchy

 

Gli Incivili del Collettivo Anarchico Incubo Meccanico


Note: (1) http://www.umanitanova.org/tag/transumanesimo/ (2) John Zerzan “Senza via di scampo? Riflessioni sulla fine del mondo”, Arcana (2007) (3) Marvin Harris “Cannibali e Re”, Feltrinelli (1979), cit., pag.10. (4) https://www.informa-azione.info/leggendo_quotla_riproduzione_artificiale_dell039umanoquot_recensione_critica (5) Enrico Manicardi “Liberi dalla Civiltà”, Mimesis (2010), cit., pag.85. (6) Green Anarchy Collective “Green Anarchy”, Nautilus (2004), cit., pag.16.

ADESSO TOCCA A NOI

Volantino distribuito al presidio permanente no tap


Il tempo della mediazione è finito.
L'avvio dei lavori di Tap, con l'espianto dei primi quattro alberi dall'area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un'opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi era chiaro fin dall'inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un'opera considerata “di interesse strategico nazionale”.
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all'ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai.  Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell'ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d'occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un'opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?


Nemici di Tap