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Ci sono cose con le quali non si ride. Non abbastanza !

 La stupidità è una bomba a frammentazione. Essa non colpisce soltanto
l’intelligenza, suo bersaglio preferito, ma si propaga sforando le coscienze
che si mettono a pisciare dappertutto. Quelle - essenzialmente gestionali -
del mondo statale e politico hanno celebrato la loro incontinenza con delle
azioni di grazia per loro doppiamente vantaggiose. I notabili hanno potuto in
tutta impunità ringraziare il cielo - fosse pure quello di Allah - per averli
sbarazzati di un pugno di irriverenti. Nello stesso tempo si sono offerti, con
pompa magna nazionale, clerical-laica e repubblicana alla francese, il lusso
di santificare come martiri del libero pensiero degli eredi di Daumier e di
Steinlen, morti per aver fatto uso del diritto riconosciuto a ciascuno di
sputtanare senza eccezioni tutte le bandiere, le religioni, gli imbroglioni
politici e burocratici, i tirapiedi del potere (compresi quelli che hanno
sgomitato nel bel mezzo dell’ubuesca manifestazione). Eredi, del resto, che
avevano fatto mostra di grande moderazione se si compara Charlie Hebdo
all’Assiette au beurre, al Père Peinard, alla Feuille di Zo d’Axa.
Senza dubbio non abbiamo riso abbastanza di una tale messa ecumenica,
celebrazione delle virtù di una civiltà esemplare che non smette di
distruggere i valori umani a favore del valore mercantile (nella parata dei
manichini mancava soltanto Lehman Brothers, la cui presenza avrebbe senz’altro
fatto piacere a Bernard Maris).

Passata l’onda di choc perfettamente recuperata dalla gente di potere, che
cosa resta tra le macerie? Lo stesso caos psicologico e sociale tanto utile
alle imprese multinazionali e alle mafie bancarie. Il rafforzamento della sola
funzione ancora assunta dallo Stato: la repressione (di chi di che cosa?
Circolate non c’è niente da vedere!). Il clientelismo di destra e di sinistra.
L’ipocrisia umanitaria e le vittime in cerca di colpevoli. La strategia del
capro espiatorio (non è il sistema che mi schiaccia, ma il mio vicino!).
L’ideologia, infine, questo sistema di evacuazione delle acque nere
dell’egotismo intellettuale. L’ideologia, dove proliferano delle idee che
separate dalla vita, la svuotano della sua sostanza e non ne sono che dei
simulacri.
Dal diciannovesimo secolo fino a poco tempo fa, ci si è battuti, torturati,
massacrati per delle ideologie, come nel sedicesimo secolo, quando un pelo di
culo biblico spediva sul rogo.
Ieri, la buona parola comunista mimetizzava i gulag, le prediche nazionaliste
inviavano milioni di uomini alla morte, l’eloquenza socialista occultava la
solidarietà dei corrotti, dovunque, sotto il tavolo dei valori evangelici, si
applicava l’uccidetevi gli uni con gli altri (quel che Ruandesi e Iugoslavi,
del resto, hanno messo in pratica anche senza l’ausilio della religione). Le
idee passano, le pance sventrate restano. È quanto Lautréamont chiamava la
macchia di sangue intellettuale.
Nell’emozione provocata dall’assassinio di Charlie, non ho sentito il grido
della vita. In realtà non è la Repubblica, la Francia, la libertà di pensiero
che sono state aggredite, ma il nostro diritto di vivere come vogliamo (parlo
di vivere, non di quella sopravvivenza dove ciascuno la fa là dove gli si
intima di fare). Non dico che quel grido non abbia risuonato. Milioni
d’individui hanno percepito che a subire offesa era la loro stessa umanità.
Penso piuttosto che la coscienza non abbia ancora terminato il suo lavoro per
riuscire a partorire, mentre l’oscurantismo emozionale trova ovunque un
impiego.
Bisogna ritornare alla base, a quel che noi viviamo e vogliamo vivere senza
cadere nella trappola dei simboli e delle astrazioni. Non è così facile. I
grandi palloni politici sono scoppiati ma noi continuiamo a sguazzare tra i
loro avanzi.
Che cosa resta delle ideologie, tanto influenti ancora ieri? Il clientelismo le
ha squarciate. Le dichiarazioni programmatiche hanno ormai le risonanze di
scorregge mediatiche. Per contro, siamo circondati dalle parole evocate da
Rabelais: esse vagano inquiete nell’aria perché la gola che le ha profferite, e
dove esse vogliono tornare, è stata tranciata.
Si assassina la vita e le parole girano a vuoto.
Che cos’è la libertà di pensare senza la libertà di vivere? Un «parla, parla
pure» al servizio di tutto e di nulla. Il potere fotte proprio bene il popolo,
lo schiaccia con delle parole in guisa di stivaletti. Non servono nemmeno più
gli scarponi militari.
Di fronte all’enormità della menzogna che l’economia diffonde da mane a sera,
ci sono quelli che piegano la schiena, quelli che si lasciano persuadere a
ingoiare l’amarezza del presente per paura del domani, quelli che
s’impoveriscono, s’arrabbiano e si disperano sotto il tallone di ferro del
profitto. Tutto si gioca sotto la menzogna delle parole.
La vita è oggi la posta di una lotta veritiera che si combatte in ciascuno.
L’ubriacatura della disperazione, quest’alcool adulterato, fa facilmente
vacillare e passare da un comportamento al suo contrario. Tra resistenza e
passività ci vorrebbe una frontiera più netta. Non c’è. Eppure la posta in
gioco è chiara. La rassegnazione e la sua impotenza astiosa fabbricano con una
desolante facilità dei paurosi ordinari, dei suicidi, degli assassini, dei
terroristi (così chiamati per distinguerli dai poliziotti propensi alle
sbavature, dalle milizie delle compagnie multinazionali, dai promotori
immobiliari che gettano le famiglie sulla strada, dagli aggiotatori che
moltiplicano il numero di disoccupati, dai devastatori dell’ambiente, dagli
avvelenatori dell’industria agroalimentare, dai giuristi del Mercato
Transatlantico le cui leggi avranno la meglio su quelle delle nazioni).
Voler vivere, comunque e malgrado tutto, è l’altra scelta, più appassionante,
più difficile: si è soli e  tutto è ancora da creare. O questo o la
capitolazione nella violenza rivolta contro di sé e contro i propri simili.
Non è vero che le parole uccidono. Esse servono soltanto da alibi agli
assassini. Quando l’energia non nutre la gioia di vivere, s’investe nell’odio,
nel risentimento, nel regolamento di conti, nella vendetta.
Con la sua paura del desiderio, della natura, della donna, della vita libera,
la religione è un grande serbatoio di frustrazioni. Non a caso i disperati vi
pescano le parole che permettono loro di soddisfare il gusto della morte,
delle parole la cui sacralità inventa in un colpo solo quel che la urta e
quello di cui ha bisogno, il blasfemo.
Il blasfemo esiste solo per il credente, basta far scivolare le parole come
delle conchiglie vuote e riempirle: attaccare la politica del governo
israeliano vuol dire essere antisemiti, scrivere «né padrone né Allah» è
essere islamofobico, denunciare i preti pedofili è ferire il cristiano nella
sua fede. Non so più chi diceva: datemi una frase di un autore e lo farò
impiccare.
La violenza endemica è dappertutto, prodotta e stimolata da un sistema
economico che rovina le risorse del pianeta, impoverisce la vita quotidiana,
minaccia persino la semplice sopravvivenza delle popolazioni. Le
multinazionali hanno interesse a favorire i conflitti locali e la guerra di
tutti contro tutti. Quale migliore condizione che il caos per saccheggiare
impunemente il pianeta, avvelenare regioni intere con il gas di scisto o con
lo sfruttamento di filoni auriferi?
Quella di arruolare in conflitti assurdi degli individui che con un minimo di
riflessione potrebbero decidersi a denunciare le manovre degli sfruttatori fino
ad unirsi contro di loro, è una strategia a basso costo.
Mettetevi dunque nel ruolo dei finanziatori accordando più importanza a certe
categorie di assassini che ad altre. Sotto quale etichetta mettereste il
tarato che in Norvegia ha massacrato un centinaio di persone in nome della
purezza etnica? E lo studente che un bel mattino ha freddamente ucciso i suoi
compagni di classe?
Incoraggiata o no da fazioni religiose o ideologiche, la stupidità ha la
stessa origine: la noia, la frustrazione, l’abbrutimento, la disperazione, la
sensazione di essere finiti in una trappola dalla quale soltanto un grande
balzo verso il nulla potrà liberare.
Questa è la trappola che bisogna eludere, stritolando l’economia mercantile.
Perché questa, sul suo passaggio, non lascia alcuna possibilità alla vita.
Bisognerà pure che sul versante opposto alla disperazione si levi una grande
risata, un riso universale che non lasci alcuna possibilità al commercio che
fa di un uomo una cosa.
Il ridere della gioia di vivere ritrovata.

Raoul Vaneigem, 12 Gennaio 2015

Milano, 1 maggio: “Darei la (tua) vita perche tu possa esprimere la mia idea”

Dopo il corteo del 1 maggio a milano i media hanno raccontato i più svariati episodi, quasi tutti finiti sotto il grande cappello delle “violenze”. A noi preme parlare di un “piccolo” squallido episodio che non è finito sotto questo cappello ma che di certo ne era ben più degno. A margine del corteo un giornalista insegue un ragazzo, lo ferma, lo circuisce e, approfittando della sua ingenuità, lo getta in pasto ai mangiacadaveri dei social network e alla gogna mediatica. Il giorno dopo, sotto il pretesto di un’offerta di riparazione, un secondo giornalista finisce di spolparlo senza pietà. Il ragazzo in questione è Mattia, i due rapaci sono Enrico Fedocci di TgCom24 e il terzetto Antonio Nasso – Alberto Marzocchi – Elena Peracchi di Repubblica, la storia è arcinota.

Atto Primo: il Banchetto.

Mattia rivendica a volto scoperto davanti alle telecamere la propria presenza nel blocco nero del corteo. A Fedocci viene già l’acquolina in bocca. Ma non solo: mattia racconta le proprie emozioni nei disordini senza i filtri né le astuzie di chi è uso frequentare gli ambienti politicizzati. Improvvisazione, adrenalina, coinvolgimento diretto, linguaggio schietto e poco filtrato: ecco costruito il mostro. Da adesso in poi sarà più facile irretire il blocco nero in una narrazione a base di ragazzini esaltati, pronti a spaccare tutto senza neanche sapere perchè. Eppure, questi stessi elementi tradiscono l’esistenza di un’altra faccia della medaglia, mediaticamente meno succulenta.

Improvvisazione. Virtualmente, chiunque passi di là per caso può sentirsi coinvolt* e lanciarsi nella mischia: il black bloc forse non è quell’organizzazione paramilitare che prepara le azioni nei propri covi…

Adrenalina. Le vetrine che saltano sono un’irruzione di realtà nello spettacolare quotidiano, l’emozione che provocano è vera, anche se questa realtà dura il tempo necessario ad essere ingurgitata e rivomitata dalle immagini pornografiche dei telegiornali della sera.

Coinvolgimento diretto. Dei corpi, con poco più che stessi, osano “dire la verità al potere”, senza mediazioni, senza infingimenti.

Linguaggio schietto e poco filtrato. È giusto bruciare le banche? Una domanda faziosa che però diventa quasi retorica quando incappa nello stupore di Mattia che dapprima esita, poi svela semplicemente il segreto di pulcinella: tutt* odiano le banche. Il cervello c’entra poco, ma non perchè sia difettoso. È che non ce n’è bisogno, la questione è talmente semplice che basta la pancia per parlare. E perchè no? Perchè il capro espiatorio non può parlare di emozioni, di tutto ciò che ha sentito in quegli attimi di vita? E in effetti il capro espiatorio non è un perfetto capro espiatorio, perchè le sue emozioni, benchè banalizzate e ridicolizzate dall’intervistatore, non sono mai del tutto rappresentabili. Non si possono ricondurre alle categorie rassicuranti dello spettacolo, categorie letteralmente xenofobe: i mostri vengono da fuori, magari dalla Grecia, i mostri vengono dall’alta borghesia viziata, così distante dagli onesti lavoratori contenti di farsi schiavizzare pur di non sembrare dei debosciati; i mostri sono apolitici, perchè altrimenti ragionerebbero in termini di un futuro sufficientemente lontano da fare sbadigliare, di una ragionevolezza paralizzante; i mostri sono professionisti del danneggiamento, a differenza di voi che subite una schiavitù quotidiana con irresponsabile improvvisazione; i mostri sono maschi ed eterosessuali, perchè se fossero femmine o gay vacillerebbero le nostre certezze sulle donne e sui gay. Mattia risponde a questo profilo già tracciato per alcune caratteristiche e per altre no, ma non è questo il punto. Il punto sono le emozioni, e le emozioni arrivano dirette, non di profilo. E chi ha detto che la piazza dev’essere fatta di profili? Di assennati leader, lungimiranti intellettuali, di gente che misura la legittimità di quello che sente sul livello di analisi che sa esprimere. Volete un po’ di analisi? Eccola, se ci tenete. Darvela, in fondo, ci libera un po’ del suo peso. Noi ci teniamo le emozioni di Mattia. Che sono un po’ le nostre.

Eravamo in corteo, e ci siamo emozionat*. Abbiamo visto migliaia di persone insieme, un corteo determinato, un’ondata di odori e colori, di corpi vicini nel riprendersi la città. Abbiamo visto le bandiere no tav e compagn* da tutta europa, abbiamo attraversato lo spezzone antispecista e ci siamo fatt* attraversare dallo spezzone frocio itinerante. Poi è arrivata la pioggia, e un corteo sotto la pioggia non è come sotto il sole. Abbiamo pensato che tutto ciò, insieme alle colonne di fumo che si levavano su milano, stesse rovinando la festa al nostro bravo premier. Come vittoria politica forse è piccola, ma come emozione è grande. E le vetrine delle banche che saltano non sono un’idea, sono un rumore, sono vetri rotti che volano. Sono il corpo del re che è nudo. Ci sono tanti modi di essere espropriati della città, e altrettanti per riprendersela. Ma in qualsiasi modo lo si faccia, riprendersi la città non è un’idea. È riprendersela col corpo, con i sensi. Sentirla ruvida fra le dita. Riprendersi la città o è emozione o non è. Non si vedranno pagine sui social network che incitano a sputarci addosso o a insegnarci l’italiano: noi ce l’abbiamo duro abbastanza per i vostri gusti… Ed è questo che vi diamo in pasto, un po’ di belle parole, il prezzo da pagare per poter dire le stesse semplici cose che ha detto Mattia senza essere oggetti dello stesso linciaggio che è toccato a lui.

Atto Secondo: la Legge del Padre.

Sottoposto alla gogna, a pressioni violentissime, lasciato solo da tutti, Mattia ritratta. A mangiare ciò che resta intorno alle sue ossa c’è già pronto un altro rapace, Nasso-Marzocchi-Peracchi. Un po’ sbirro, un po’ professore, un po’ assistente sociale (e sì, certo, anche un po’ giornalista), invoca subito l’autorità paterna con lo strumento patriarcale per eccellenza: lo schiaffo. Ricordiamoci che Mattia non ha fatto niente, o meglio, ha fatto tutto: ha espresso l’opinione sbagliata al momento sbagliato. E che cosa invocano questi solerti difensori della libertà di opinione quando sentono un’opinione a loro sgradita? Gli schiaffoni. Ricordiamo che sono gli stessi che gridano alle gravi violenze quando vedono una vetrina incrinata. Come si suol dire, “darei la (tua) vita perché tu possa esprimere la mia opinione”. Ancor più che nel primo, nel secondo atto la figura dominante è quella dell’umiliazione. Mattia viene messo contro ai genitori, trattato come un idiota e spinto a mettere in piazza i cazzi suoi (eh già,  qualche parolaccia la diciamo anche noi. Voi mai? Per redimerci domani potremmo lavarci i denti…). L’ultima gentile offerta consiste nel suggerirgli di mettersi in ginocchio sui ceci e ripulire la città per espiare la grave colpa di essersi emozionato. Mentre expo devasta e saccheggia le nostre vite c’è chi si indigna per qualche vetrina infranta e qualche auto in fiamme. Se questa indignazione vi sembra un po’ ipocrita, il banchetto dei social network sul corpo di Mattia vi sembrerà letteralmente osceno. C’è di buono per lui che verrà digerito in fretta e a breve nessuno se ne ricorderà.  La necrofagia da social ha la memoria corta e, se non da domani, al più tardi da dopodomani si ricomincerà ad indignarsi per le ovaie di Angelina Jolie.

Atto Terzo: il Colpo di Spugna.

E che dire di quelle migliaia di persone che ieri hanno sfilato per milano armati di cif e spugne? Loro sapevano perché fossero lì a pulire, da cosa fossero mossi e le implicazioni del loro atto? Quanto ci hanno riflettuto? Più di Mattia? Pare di no (molti dichiarano di non sapere nemmeno dell’esistenza di un movimentro contro expo), ma a chi importa. Erano emozionati? Boh, non ne hanno parlato. Eppure cosa facevano? Un atto estremamente violento. Ci portavano di nuovo via quella città che per un attimo era stata anche nostra, ma non con i sassi, con la violenza di un colpo di spugna. Lavavano via col cif le nostre lacrime e le nostre risa sudice, fino a non farne restare più nulla. Rivestivano il re, cancellavano noi. Ricostruivano la vetrina chiamata milano per riporci ancora tutti dentro, di nuovo esposti e patinati, di nuovo a farci guardare come vestiti senza corpo e senza sudore. E le nostre vite? E le nostre emozioni? Ma sì, che importa, è la nostra immagine che conta.

Resistenza Animale – resistenzanimale.noblogs.org

70 anni e non ce ne siamo ancora liberati

É da tempo che Forlì è meta del pellegrinaggio di vecchi e nuovi nostalgici del regime di Mussolini e di provocazioni dei più svariati gruppi neofascisti. In questo ultimo anno la metastasi fascistoide sembra volere tentare però di estendersi (cosa che sta succedendo anche in altre parti d'Italia).

Maggio 2014: apertura della sede di Casa Pound Italia: il “Barbanera” di via Donizzetti 31. Ufficialmente una "associazione di promozione sociale", in realtà un'organizzazione di estrema destra ramificata a livello nazionale i cui militanti non esitano ad autodefinirsi "fascisti del terzo millennio". Al "Barbanera" si svolgono conferenze apologetiche del fascismo, raccolta fondi per i camerati in galera (anche personaggi legati all'eversione nera e allo stragismo degli anni '70) ma anche corsi di arti marziali e uso del coltello apertamente pubblicizzato. Attività abbastanza “particolari” per una associazione di volontariato!
14 dicembre 2014: manifestazione del gruppo omofobo "Sentinelle in piedi", gruppo gestito a livello nazionale dall'organizzazione integralista e clerico-fascista "Alleanza Cattolica", vicina in passato a Forza Nuova (quest'ultima ha fondato invece "le Sentinelle – Cattolici in piedi").
Sabato 7 febbraio 2015: i "bravi ragazzi" di Casa Pound tentano la prima vera prova generale dopo l'apertura in città: un "corteo" sulle Foibe che doveva portare militanti neofascisti da tutta la regione ed invece ha raccimolato 25 dementi.
Domenica 8 febbraio: i (post?)fascisti di Fratelli D'Italia-Alleanza Nazionale sempre sulla questione delle Foibe - affrontata deformando totalmente i fatti e scordando l'invasione della Jugoslavia e le brutalità effettuate dai fascisti contro la popolazione locale - recano un vile sfregio alla memoria dei partigiani caduti e al monumento che li ricorda, accusandoli di essere degli assassini.
Sabato 14 marzo: è la volta di Forza Nuova, con un presidio contro gli immigrati di una cinquantina di militanti giunti da tutta Romagna, a cui si sono aggiunti gli sparuti camerati del MIS (Movimento Idea Sociale) del defunto Pino Rauti, che a Forlì contano una manciata di aderenti e che mesi fa avevano aperto una sede in via Diaz ora chiusa.
Venerdì 17 aprile infine vi è stata la presentazione di "Sovranità", nuovo nome che ha assunto Casa Pound nel presentarsi come lista politica a sostegno di Salvini e della Lega Nord. Nome che serve per nascondere la propria natura fascista, ma il loro slogan "prima gli italiani!" parla chiaro: è uno slogan di chiara derivazione leghista e razzista! Nel manifesto della serata nella saletta della Banca di Forlì (BCC) in via Bruni, oltre ai responsabili di Casa Pound-Sovranità di Forlì e al loro responsabile nazionale, Simone Di Stefano, saltava infatti all'occhio la presenza del parlamentare forlivese della Lega Nord, Gianluca Pini. Un sodalizio, quello Casa Pound/Lega Nord, che a livello nazionale è cosa fatta.
Aggiungiamoci pure i presidi in P.zza della Vittoria del "comitato 9 dicembre" (ovvero i "forconi") dell'anno scorso, organizzati da Claudio Marconi, ex candidato sindaco a Predappio per Forza Nuova ed ora intimo di Casa Pound Forlì, ed il quadro è completo.

Queste manifestazioni avvengono perlopiù in un clima di diffusa amnesia sociale e di crescita dei sentimenti razzisti, xenofobi e omofobi e in un contesto nazionale che vede i gruppi neofascisti rialzare la testa, aprire covi in sempre più città, attuare tutta una serie di avvicinamenti alla destra istituzionale – in grado di aprire loro la strada allo sdoganamento definitivo – che va di pari passo al crescendo di aggressioni in tutta Italia, alcune delle quali solo per puro caso non sfociate in morti (il caso di Cremona di qualche mese fa, Rimini l'anno scorso, ecc...). Tutto questo mentre c'è chi pensa che oggi, nel 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, i fascisti non esistano più. Invece purtroppo non ce ne siamo ancora liberati!

Per quanto riguarda la città di Forlì, questa rappresenta da sempre per tutti i gruppi fascisti e xenofobi una ghiotta meta, anche perchè è la provincia che ha dato i natali al traditore pelato di Predappio, paese che dista pochi km dal capoluogo e vede ormai da anni le consuete calate dei fascisti da tutt' Italia per celebrare il ventennio mussoliniano e la marcia su Roma.
I fascisti, spesso e volentieri scortati da una presenza smodata di poliziotti antisommossa, Ros, digos e compagnia brutta, hanno sempre trovato tutte le volte ad accoglierli una Forlì antifascista, formata da compagni e compagne anarchici/che e comunisti/e, studenti, universitari, individualità antifasciste, vecchi e nuovi partigiani, immigrati e semplici cittadini che si sono opposti alla loro vergognosa presenza. Accade però che mentre ai fascisti vengono largamente concesse piazze, strade, sale e spazi per fare quel che vogliono, agli antifascisti vengano elargite manganellate, fogli di via e qualche denuncia per...antifascismo. Proprio in questi mesi dei compagni antifascisti di Forlì stanno subendo un processo per essersi opposti ad un presidio di Casa Pound in piazza a Forlì due anni fa. Altri processi stanno per iniziare. Questo accade a Forlì come in tutta Italia, attraverso le leggi fasciste del passato che ancora oggi vengono impiegate per zittire chi protesta e chi lotta.
Di fronte a questo atteggiamento, incredibilmente c'è ancora chi crede (o fa finta di credere) che per opporsi al fascismo ci si debba affidare a quelle stesse forze dell'ordine e a quelle stesse istituzioni che spalleggiano i fascisti. Mentre un tempo si diceva che i fascisti vanno "presi a legnate!", oggi sembra che la vulgata principale sia quella di ignorarli, sperando così che i fascisti scompaiano da soli o autoconvincendosi che questi non esistano. Oppure si dice: "ci penserà la polizia!" e ci si mette a posto la coscienza, invece che agire e rischiare in proprio. Alcune forze "antifasciste" piuttosto disattente si sono poi accorte del "pericolo fascista" solo da poco, dopo essere state a guardare impassibili per mesi ed anni le scorribande di questi gruppi e aver diffuso inviti al non-intervento. Che dire: meglio tardi che mai!
Cosa pensare invece di quei personaggi e forze politiche che, di fronte alle provocazioni fasciste (manifestazioni, presidi, aperture di sedi...) non hanno trovato di meglio da fare che prendersela con gli antifascisti, con attacchi pretestuosi e deliranti, come ad esempio ha fatto la componente giovanile del PD, i cosiddetti Giovani Democratici (ma Vecchi Dentro!) pubblicando comunicati dove si mettono sullo stesso piano gli antifascisti anarchici e i neofascisti, senza tema del ridicolo? Dobbiamo forse ricordare a questi sinceri democratici che il PD, a Forlì, città che governa da anni, ha promosso normative securitarie "anti-degrado" contro i poveri, mandando più volte la polizia municipale a schedare e aggredire gli immigrati; ha sfrattato e tenuto completamente sfitte le case popolari mentre alcune persone in città morivano di freddo all'aperto; ha fatto sgomberare gli spazi sociali e aggregativi sottratti all'oblio al quale li aveva destinati l'amministrazione comunale (vedi Borghetto occupato e Maceria occupato); ha partecipato ad iniziative culturali tese a celebrare l'arte e l'architettura del Ventennio fascista (mostra Novecento, progetto Atrium) tra l'altro finanaziando direttamente il restauro dei monumenti e degli edifici fascisti con milioni di euro?
Dobbiamo forse ancora ricordare che a livello nazionale il PD intrattiene rapporti con le destre, con cui governa felicemente? C'è forse bisogno di ricordare che è artefice di riforme da macelleria sociale; che manda la polizia a manganellare gli operai e i movimenti sociali; che vara leggi contro i senza casa e fa sfrattare migliaia di persone e famiglie indigenti senza offrire nessuna soluzione se non agevolare gli interessi di palazzinari e speculatori; che sostiene le grandi opere inutili e nocive, gli intrallazzi mafiosi, l'occupazione militare e fascista della Val di Susa?
Suvvia! Per noi l'antifascismo è una cosa seria, non una tematica su cui speculare per mero calcolo politico e opportunista! Certe forze politiche non possono e non devono dare lezioni di antifascismo a nessuno! Il PD è nostro nemico - nemico di tutti i sinceri antiautoritari e anticapitalisti - come lo sono i fascisti!
Come non ribadire, tra l'altro, che la decisione di far sfilare i neofascisti a Forlì è tutta politica: non solo prefetto e questore, ma sindaco e giunta comunale sono tutti responsabili! Cosa che comunque non stupisce né può meravigliare! Chi si presta a concedere spazi e legittimità democratica a questi squadristi o ne riprende ed amplifica certe tematiche (come la questione delle Foibe, fatta propria dal sindaco Drei) sa bene che i fascisti, oggi come ieri, sono una risorsa da impiegare contro tutti i movimenti sociali o per spingere le persone a prendersela contro gli immigrati e i Rom invece che contro i padroni. La guerra tra poveri è sì alimentata ad arte dai fascisti - da quelli più stradaioli a quelli che siedono in parlamento come la Lega Nord che stà sdoganando i fascisti di Casa Pound e che con Salvini si è spostata decisamente ancora più a destra, tanto da fare comunella in Europa con il Front National di Marine Le Pen - ma se può essere portata avanti è solo col beneplacito dei partiti e delle istituzioni democratiche.
Prova ne sia che il "centrosinistra" al governo non ha certo abolito le misure repressive nei confronti degli immigrati come la Bossi-Fini e le altre dello stesso tenore, nè i lager per stranieri presenti sul territorio italiano, nè le espulsioni, nè i respingimenti che provocano le tragedie umane nei mari di fronte alla fortezza Europa, nè la retorica anti-Rom. Anzi, su molti punti la sinistra istituzionale è più razzista dei razzisti della Lega Nord e molti sindaci "democratici" hanno attuato nei Comuni da loro amministrati misure tali da essere additate come esempio dalle stesse destre.
C'è poi un'altra differenza da rimarcare con l'antifascismo salottiero e legalitario. Se per alcune anime belle il problema è infatti solo che i fascisti non manifestino in piazza Saffi, perchè luogo-simbolo dove sono stati impiccati dei partigiani, col sottinteso che da un'altra parte possono manifestare quando e come vogliono (addirittura proponendo a Prefetto e Questore lo spostamento delle manifestazioni fasciste in luogo diverso) per noi i fascisti non devono invece trovare spazio e basta! Noi i fascisti – e lo ribadiremo sempre - non li vogliamo da nessuna parte, nè in piazza Saffi nè altrove! Siamo per questo contro la libertà di espressione e di pensiero? NO, semmai proprio perchè vogliamo la libertà di espressione e di pensiero per tutti, non tolleriamo i fascisti che di queste libertà sono gli opressori dichiarati! Perchè libertà e fascismo non possono convivere assieme! La libertà sarà sempre nemica mortale del fascismo, in ogni epoca, in ogni dove!
Se davvero vogliamo rendere onore alla lotta di Silvio Corbari e degli altri partigiani impiccati in piazza durante il regime fascista, dobbiamo avere il coraggio di riprendere in mano quella Resistenza interrotta, farla nostra riattualizzandola. Una Resistenza che continua oggi contro quelli che sono pur sempre gli stessi squadristi di ieri e di sempre; ma una Resistenza che va anche riattualizzata contro le pratiche di discriminazione sociale ed economica, autoritarie, xenofobe, omofobe, securitarie della politica istituzionale.
Va ripresa e sviluppata una vera cultura antifascista ed antiautoritaria nelle città, nei paesi, nei quartieri, nelle scuole ed università, nei luoghi di lavoro, dappertutto. Perchè è dappertutto che stanno cercando di intrufolarsi i fascisti e gli autoritari.
Una cultura che si appropri dei suoi spazi e li chiuda invece, una volta per sempre ed ovunque, al fascismo e all'autoritarismo di strada e di palazzo.

Come sempre, contro ogni fascismo vecchio e nuovo!
Per l'uguaglianza nella libertà!
CHIUDERE TUTTI I COVI FASCISTI!

Assemblea antifascista forlì

LE GUARDIE DELLA SACRA PROPRIETA.

 -⁠ un contributo alla riflessione sul fascismo -⁠

In un mondo in cui gli individui si rapportassero tra loro seguendo principi come il rispetto, la solidarieta, l'avversione contro lo sfruttamento e la gerarchia il fascismo semplicemente non si sarebbe mai originato.
Un mondo in cui le persone gestissero le proprie esistenze per godere del tempo e dei luoghi senza paranoie assurde come la smania di possesso e produzione, la competititivita, l'accumulazione, credo che molto semplicemente sarebbe impermeabile a un'approccio alla vita cosi miserevole e violento come il fascismo.
Basicamente perche il fascismo nasce, cresce e tutt'ora si sostiene sul ferreo dogma della difesa della proprieta.
Un tempo, negli anni '20, era la grande borghesia che lo necessitava al suo fianco per difendersi dagli attacchi organizzati di sempre piu numerose masse di diseredati (proletari).
Oggi, che siamo piu o meno tuttx oggetto e soggetto di produzione e consumo di capitale, è il cittadino che si sente rinfrancato dal grido forte delle ex camicie nere, oggi ragazzx vestitx casual.
Il grido che dice che i nostri spiccioli rimarranno nelle banche italiane (una volta che le faranno tornare italiane) e i barbari invasori saranno rispediti a fucilate nei loro paesi dove potremmo continuare a depredare loro terra e mano d'opera serenamente.
Il mondo in cui viviamo infatti non è un mondo libero ed eguale, è un mondo addomesticato da secoli di civilizzazione fondata prima di tutto sulla proprieta privata e sui modi piu cruenti per ottenerla e preservarla: lo sfruttamento e l'oppressione.
In questo contesto è piuttosto logico, per quanto avvilente, triste, spregevole, che il fascismo si sia propagato.
Oggi i fascisti, che per andare al passo coi tempi si fanno chiamare "identitari" o "fascisti del terzo millennio" o altro ancora, combattono una partita facile: spalleggiati da stati come sempre benevolenti nei confronti di chi predica ordine, disciplina, obbedienza e bigottismo, fanno leva sulla paura dell'uomo occidentale di perdere la "sicurezza della sua proprieta" per mano dell'immigrato.
L'immigrato è il diverso per eccellenza.
L’emargianto del quale praticamnete non sappiamo nulla tranne quello che ci fa comodo sapere, ossia i dettagli da cronaca nera dei giornali che ci dicono che è, sommariamente, un invasato, ladro, stupratore, ruba-posto-di-lavoro.
Il senso comune ci suggerisce che si ha paura di cio che non si conosce e per mantenerci nel grado minimo di coscienza ma nella piu profonda ingoranza sul tema, si fabbricano valangate di stereotipi basati principalmente sulla propaganda mass mediatica: del diverso sappiamo solo che abbimo ottimi motivi per disprezzarlo e allontanarlo. Nulla che si approssimi alla critica o alla ricerca della verità: il pregiudizio e molto piu solido e duraturo.
I pregiudizi sono un’elaborazione collettiva e non è senza ragione affermare che da (almeno) vent’anni a questa parte i mezzi di comunicazione di massa stanno ricamando ad hoc un linguaggio, un immaginario, una visione stessa del mondo improntata in chiave profondamnete razzista e nazionalista. Più o meno dagli ultimi anni ’90 con le prime ondate di “carrette del mare” si è iniziato a utilizzare fortemente la carta dell’”invasione”...non che non siano sempre esistiti razzismo e xenofobia aizzati strumentalmente dalla politica come strumento di frammentazione dei propri subordinati, però pensare che addirittura un partito politico sia sorto e sia pericolosamente proliferato nei decenni, vendendo come unico “propgramma politico” la cacciata degli immigrati fa riflettere sulla situazione italiana.

Diversità e cambiamento fanno paura. La possibilità di incutere paura e poi sfruttare il clima di timore generalizzato sono tra le armi più forti per chi è interessato al dominio.
Abbiamo la certezza che le nostre vite, se abbiamo un gruzzoletto in tasca, potranno continuare a perpetrarsi in questo cataclisma esistenziale che chiamiamo società.
Questo mondo è progettato da e per chi possiede, e la paura di perdere cio che possediamo fa infuriare istericamente.
La proprietà di chi negli anni di duro sacrificio piegato al ricatto del lavoro salariato (la vera piaga del mondo contemporaneo) è in pericolo.
La casetta comprata a rate, la tv super piatta, l'auto nuova in leasing, l'iphone, o più in generale tutto il corredo di “cose” che costituisce il nostro passaporto per la società consumista nel suo insieme è minacciato.
L'economia globale richiede sacrifici e austerità per continuare ad esistere e massacrare il pianeta, questo ce lo stanno ripetendo tutti da anni in ogni modo, affinché impariamo bene il mantra del nuovo millennio.
Ma la proprietà è anche quella interiorizzata, un carattere identitario per cosi dire che sentiamo "nostro", e nel sentimento di "possessione" di questo tratto identitario avvertiamo l’ppartenenza a qualcosa. Siamo ciò che compriamo, ciò che possiamo permetterci in base alla ricchezza accumulata, se minacciano la nostra ricchezza minacciano il nostro stesso stile di vita. La nostra stessa esistenza nel mondo.
Un altro tassello di costruzione dell’identità avversa al barbaro venuto da fuori è l’affiliazione a una confessione religiosa, scaturita nell’individuo per contrasto e non per credo: loro sono tutti islamici o qualcosa altro di simile, noi siamo cristiani cattolici.
Anche se indubbio che il vaticano non ha più il monopolio sulle anime (nonostante gli sforzi propagandistici e la massiccia campagna pubblicitaria di papa francesco, il santo vivente) viene riscattata la tradizione cristiana italiaca come riferimento identitario.
Cristiano non per fede, ma per origine. E la “riscoperta” di una religiosità che ci leghi di fronte all’invasione del diverso rispolvera tutto il corredo di bigottismo che speravamo di aver sconfitto, per lo meno in gran parte. Non può essere un caso che si assista proprio adesso all’esplosione di sette di fanatici integralisti cristiani che pretendono di mettere mano alla vita morale, etica, intima delle persone, un esempio tra tutti la comparsa delle “sentinelle in piedi” che se non fossero pericolose per i messaggi che propagandano, sarebbero penosamente ridicoli.
La battaglia contro il diverso si gioca anche nell’anima, e anche qui i fascisti ritrovano un vecchio alleato, la chiesa.
La guerra contro tutti-gli-altri-che-non-sono-italiani si allarga anche sul piano religioso nella bipolarizzazione tra occidente-cristiano e oriente-musulmano.

I fascisti, ancora una volta, come sempre, si presentano sulla pubblica piazza con semplici parole d'ordine, roboanti e granitiche: prima gli italiani (nel concedere loro servizi e denaro) fuori gli immigrati (che ci deprederanno presto o tardi di ogni bene e ci obbligheranno a pregare in ginocchio verso la mecca), onore alla patria (che è lo stato di poliziotti e imposizioni che garantisce la nostra sopravvivenza da servi) e onore a dio con tutte le sue regole (prime tra tutte quelle che tutelano la famiglia, che è sinonimo di normalità, di solidità, di omologazione cieca e di esorcizzazione delle diversità più primordiali e intime, quella sentimentale e sessuale).
In questo contesto non sorprende, anche se fa schifo e desta preoccupzione, che leghisti, forzanovisti, casapoundisti e, anche se con caratteri non omologhi ai primi tre le sentinelle in piedi, siano tutti alleati (l'alleanza piu stretta e manifesta e sicuramente sancita da casa pound feat salvini che lanciano il partito "sovranita") nel portare nelle piazze la voce dell'ordine, della difesa dell'italianità e della sovranità monetaria: dio, patria e famiglia tornano in auge (non sono mai passate troppo di moda in verità), con l'aggiunta in tempo di crisi della quarta parola chiave "risparmi".
Il fascista tutela, fianco a fianco con le divise di stato, la proprietà. Il prete (intonacato o laico come le sentinelle in piedi) la benedice. Il sorvessivo/diverso/frocio/strano/etc la insidia, la disprezza e perciò il più logico fronte comune è sconfiggere la diversità in ogni sua forma.
Queste parole prendono spunto dall'osservare la strategia sempre piu pressante che fascisti, razzisti e fanatici religiosi stanno portando nelle strade e nelle vie surreali di internet: una nuova crociata per salavre l'Italia contro la disgregazione (parole loro).
Se questo mondo fosse, come si diceva nelle prime righe, un mondo di individui che tuttavia anelano alla libertà, alla felicità del vivere, al godere in natura sarebbero "utili" le campagne di controinformazione del così detto "antifascismo militante" nello smascherare il volto dei casapoundini, dei salvinisti, delle sentinelle in piedi (forza nuova è talmente esplicita che chiunque si rende conto che son dei nazi) ma, io non credo che questi discorsi facciano leva sulla sensibilità delle moltitudini.
Che ci siano dei facisti in piazza, o dei fanatici integralisti catollici, desta oramai stupore accompagnato da rabbia solo in pochi.
Perchè la paura socialmente dominante secondo me, non è la paura di vivere in schiavitù, di essere complice di un sistema globale di massacri, sfruttamenti, stupro della terra, ma la paura di perdere il lusso quotidiano della nostra tranquillità a pagamento.
Stare contro i fascio-cattolici equivale a dire, stare dalla parte di chi non gliene frega nulla del posto di lavoro, della perdita dell'identità nazionale/religiosa, dell'ordine consolidato.
Stare contro i fascisti significherebbe produrre nel proprio immaginario un mondo che non solo faccia a meno, ma che rifiuti come un'epidemia, la proprietà privata, il governo, la discriminazione, dio, la subordinazione, l'ordine, le leggi. Lo stato.
Questo esercizio d'immaginazione sembra non sfiorare la volontà della società in cui viviamo, o per lo meno non la grande parte di essa.
Per questo sono sempre più convinto che per fare dell’antifascismo di nuovo una forza rivoluzionaria si debba esercitare la libertà quotidianamente, praticare già quel mondo di liberi ed eguali che portiamo, ciscunx con le sue differenze, nelle braccia e nel cuore. Essere disposti a scendere in strada e scontrarsi con l'autorità per difendere la propria libertà, i propri spazi, le proprie scelte individuali, e non il posto di lavoro o una scuola marcia e decrepita.
Cercare di aprire varchi nel piattume del casa-scuola-lavoro in modo che divenga la reazione più naturale l’opporse con ogni mezzo, individuale o di gruppo, alla presenza dei fascisti, perchè il mondo che i fascisti difendono, tutto sommato, è già quello che viviamo, ma se consideriamo detestabile questo mondo, questi stili di vita, questa catatonia protratta all’infinito, allora considereremo insopportabile la presenza dei fasci.

SVEZIA - In solidarietà con Ebba, Karl e Richard

In Svezia tre attivistx per la liberazione animale sono attualmente prigionierx nelle carceri dello Stato dall'Aprile dell'anno scorso,
Richard è stato condannato a 1 anno e 9 mesi di reclusione, Ebba e Karl a 2 anni e 6 mesi. Le accuse riguardano azioni dirette contro l'industria della pelliccia, in un Paese che conta 65 allevamenti di visoni e uno di cincillà. Le loro azioni, tra cui incendi e minacce dirette agli allevatori, in passato hanno portato alcuni allevatori alla rinuncia di aprire nuove allevamenti.
Richard ha fatto sapere di essere stato trasferito in un carcere di massima sicurezza, lontano dalla famiglia e dagli amici, tenuto sotto costante controllo tramite la registrazione delle conversazioni. Questo dimostra come lo stato reprima inevitabilmente chi si oppone in maniera diretta, senza deleghe, a un sistema basato sulla prevaricazione e la sopraffazione di altri esseri viventi, un sistema che difende il profitto a scapito della vita e della libertà di animali e umani. Le azioni dirette come le liberazioni di animali e i sabotaggi sono estremamente importanti, insieme ad altre forme di contrasto come i presidi e la controinformazione per creare un danno economico e indebolire questa industria di violenza e schiavitù, riportando l'agire
nelle nostre mani per sovvertire questo stato di cose. In un sistema capitalista basato sul profitto, ribellarsi e opporsi allo sfruttamento di altri esseri viventi non potrà che significare scavalcare anche i confini della legalità quando necessario.
Sabato 7 Marzo a Milano durante i presidi contro le pelliccerie organizzati dal gruppo La Lepre alcunx attivistx hanno esposto uno striscione a sostegno e in solidarietà di Ebba, Karl e Richard. Particolarmente significativo il luogo della protesta contro la pellicceria Simonetta Ravizza, ovvero via Montenapoleone, simbolo del più becero consumismo della classe dirigente. In questa via piena di negozi dei maggiori marchi di lusso, sono presenti diverse altre vetrine/cimiteri che mettono in mostra i cadaveri di animali trasformati in capi di abbigliamento. Sfruttamento animale e umano, conformismo estetico, stereotipi di genere, trionfo della futilità e dell'apparire sono ciò che si nasconde dietro la sanguinaria industria della moda.

Per mandare cartoline e lettere di supporto:

Karl Häggroth
Box 3112
200 22 Malmö
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Richard Klinsmeister
Box 248
593 23 Västervik
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Ebba Olausson
Box 1005
718 92 Frövi
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