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IMOLA - CASE INUTILIZZATE, CASE SPRECATE !

 A Imola ci sono oltre cento alloggi di case popolari lasciate vuote, come le
due delle quali abbiamo fotografato le porte di ingresso chiuse (una delle
quali addirittura murata!). In un momento in cui l’emergenza abitativa
coinvolge sempre più persone e famiglie rimaste senza lavoro o in condizioni di vita precarie, è scandaloso vedere inutilizzati alloggi che potrebbero dare
maggiore tranquillità a chi vive quotidianamente il problema casa.

Il Comune sostiene di avere impegnato negli ultimi anni oltre 600.000 € per il
ripristino di case popolari inutilizzate: peccato che tali fondi siano stati
recuperati proprio dalla svendita di altre case popolari, con un meccanismo di
impoverimento del patrimonio complessivo che è un po’ come rattoppare i buchi di un vestito strappando pezzi dello stesso per fare le toppe! A breve
dovrebbero poi essere recuperati, principalmente grazie a fondi statali, 9 di
questi appartamenti, ma altri 44 alloggi sfitti ma tutto sommato in buone
condizioni (il Comune stesso ha stimato per ciascuno di essi spese per
interventi di ripristino inferiori ai 30.000 €) rimarranno vuoti!

Ci chiediamo perché a parole la maggioranza in Consiglio Comunale ha
deliberato in aprile di considerare l’emergenza abitativa una priorità, mentre
nei fatti non ha effettuato nessun reale investimento, limitandosi a racimolare
i fondi concessi dal Governo o a svendere il proprio patrimonio senza
accorgersi che ciò aggraverà ulteriormente il problema abitativo in futuro!
Occorrerebbe invece intervenire con investimenti diretti per ripristinare anche
quei 44 alloggi che richiedono costi più che accessibili per un’Amministrazione
Comunale che fosse realmente intenzionata a cercare soluzioni al problema casa, o per aumentare il numero di case popolari, già chiaramente insufficienti sin dall’ultima graduatoria di accesso stilata nel 2013, con un numero irrisorio di assegnazioni rispetto alle ben 500 richieste.

Richieste alle quali nella prossima graduatoria, attesa per l’autunno, prevediamo che si andranno a sommare anche tutte quelle di chi, rimasto/a senza lavoro dopo i fallimenti, le crisi e le chiusure che hanno costellato gli
ultimi anni (CESI, Ceramica di Imola, 3elle, Mercatone Uno e le tante piccole
aziende che hanno chiuso), si trova ora a rischiare di perdere anche la casa.


Sportello Antisfratto di Imola

Ventimiglia ovunque: la solidarietà è un'arma, la libertà è senza confini!

6 Settembre 2015


Giornata di iniziative ed azioni diffuse sui territori contro la repressione, per la costruzione di geografie alternative e solidali.

La libertà di chi viaggia, così come di chi sta al suo fianco, costruisce spazi di libertà e autorganizzazione che chi governa cerca di distruggere. Lo abbiamo visto a Ventimiglia, dove la politica dell'assedio e dell'emergenza non può accettare la costruzione di un luogo, come il Presidio Permanente No Borders, che nega il suo senso d'essere. La Fortezza Europa non può avere traditori, chi aiuta i neri va punito e intimidito.

Alle detenzioni e le deportaziotni illegittime dei migranti a cui assistiamo da mesi,  qualche giorno fa si è aggiunto l'arresto di un nostro compagno. Aggredito e picchiato dalla polizia di frontiera francese (PAF) per aver solidarizzato con i migranti rinchiusi nei container di Ponte San Luigi, Fouad ora è rinchiuso nel carcere di Nizza, dove dovrà rimanere per un mese in attesa di un processo che lo vede accusato di oltraggio e resistenza. Altri compagni avevano subito i fermi della polizia francese, e mentre scriviamo attendiamo notizie di Andrea, che da questa mattina è si trova in stato di fermo al commissariato di Menton.

Anche l'interdizione da determinati territori, ovvero la costruzione di nuovi confini al fine di attaccare i solidali, sta diventando uno strumento di intimidazione. Dopo i sei fogli di via e le 18 denunce a piede libero di inizio mese, qualche giorno fa Pasquale, un compagno del territorio, è stato fermato per strada da una volante che gli ha notificato il foglio di via dal comune di Ventimiglia. Per quanto i provvedimenti amministrativi si rivelino poco efficaci al fine di fermare la lotta No Borders, questi dispositivi rimangono comunque detestabili e da combattere al pari delle barriere che cercano di bloccare i migranti nel loro viaggio.

In nome del loro ordine cercano di spaventare chi solidarizza coi migranti invocando una legalità fatta di soprusi. Così come chi viaggia è sempre esposto all'arbitrio delle forza di polizia disposte sul territorio a disegnare sempre nuovi confini, allo stesso modo chi solidarizza coi migranti deve sapere di essere potenzialmente un "illegale", un soggetto la cui libertà è condizionata.

Noi a tutto questo vogliamo opporre la forza della solidarietà e la determinazione a restare liberi, al di là dei muri che il potere costruisce intorno a noi. Costruire geografie alternative e solidali per noi è un bisogno materiale, un'esigenza pratica, non qualcosa su cui riflettere astrattamente. E' per questo che invitiamo tutte le collettività e i singoli che condividono la nostra lotta a partecipare a questa costruzione collettiva attraverso una giornata di iniziative benefit e azioni di solidarietà diffuse sui territori.

Domenica 6 settembre vogliamo esprimere, attraverso pranzi, cene, partite di pallone, striscionate, battiture, concerti ecc. la nostra vicinanza a quanti scontano con la detenzione, la deportazione e l'allontanamento le politiche europee fatte di discriminazione, sfruttamento ed emarginazione.

La solidarietà è un arma, Ventimiglia è ovunque!

Libertà per i migranti, libertà per i solidali!


Presidio permanente No Borders - Ventimiglia

Corrispondenza da Tor Sapienza

Tor Sapienza, esempio di architettura concentrazionaria. Piccolo quartiere disperso nell’immensa periferia romana. Case popolari, edifici disposti ad anello, con un unica via di accesso ed un unico bar come punto di ritrovo. Il centro di prima accoglienza (per minori non accompagnati, richiedenti asilo e misure alternative al carcere minorile) lo hanno piazzato lì, al centro della discarica sociale costruita trent’anni fa, ma è corpo estraneo anche ai codici condivisi del ghetto, unico edificio in qualche modo collegabile allo Stato, altrimenti ritiratosi da questo suo lembo estremo. Un edificio in cui vivono dei poveri considerati privilegiati perché hanno tetto e pasti assicurati.

É in questo luogo, che martedì scorso dopo un’assemblea pubblica una parte degli abitanti ha protestato contro il centro di accoglienza ed alcuni lo hanno attaccato con bombe carta.
Il Centro non ha mai creato particolari problemi a nessuno. Parlando con persone diverse (ospiti, operatori, residenti) non è emersa una chiara causa scatenante degli attacchi. Neppure i media abituati a sponsorizzare la guerra etnica, ci hanno detto qual’è stata la “colpa” degli immigrati, se non quella di esistere.
I pochi episodi citati come “causa scatenante” non coinvolgono gli ospiti del centro: i residenti lo sanno perfettamente. Non si è verificata, da quanto abbiamo appurato, una lesione degli interessi criminali di qualche capo-zona, recondita causa di episodi similari.

Cos’è successo quindi e perché?
Ci sembra che il centro di accoglienza sia stato individuato come anello debole, come punto facile da attaccare per rendere visibili le proprie rivendicazioni e sfogare la frustrazione.
Da quanto abbiamo appreso esiste nel quartiere un forte malessere legato alla qualità della vita ed alla mancanza di servizi. Vi è una difficile convivenza, nella comune povertà, degli italiani con gli stranieri residenti in zona, in particolare con il vicino campo nomadi. Vi è un evidente dilagare di una sottocultura razzista, malcelata dietro il solito “io non sono razzista ma …”.

Esiste poi chi questi attacchi li sta pianificando da tempo. Chi fomenta e incanala l’odio, indirizzandolo contro i poveri tra i poveri. Il tutto palesemente finalizzato al controllo sociale, ad un progetto politico di destra che ricalca modelli che hanno avuto successo in Grecia e Francia.
Dietro episodi come questo, che si stanno susseguendo sul territorio romano troviamo sempre gli stessi attori: pezzi del neofascismo e famiglie criminali fanno il lavoro sporco, comitati anti-degrado ed il partito “Fratelli d’Italia” si muovono alla luce del sole.
É l’anticipo di una campagna elettorale sporca.
É, inoltre, una battaglia che questi fascisti stanno vincendo nel momento in cui sono riusciti a determinare il terreno dello scontro: quello del degrado e della sicurezza. La sinistra, con la sua aggiunta dose di ipocrisia, insegue sullo stesso piano. Il risultato per i poveri è la repressione. Per gli immigrati in particolare, ad ogni sparata di questi “cittadini per l’ordine”, seguono retate, deportazioni nei CIE, espulsioni.

Successivamente al primo assalto, diversi solidali hanno preso contatti con questa realtà. Si tratta di un quartiere di duemila abitanti con scarsa presenza di compagni, nonostante la zona di Roma est abbia un’alta concentrazione di case occupate, centri sociali, collettivi.
Mercoledì sera, quando tutto sembrava tranquillo, si è verificato un secondo attacco. In questo caso si è trattato di un’azione pianificata compiuta da non molte persone, capaci di stare in strada e reggere gli scontri. É molto probabile che una parte degli assalitori sia venuta dall’esterno del quartiere e che vi fossero fascisti. L’attacco è stato violento ed effettuato da più lati, i ragazzi del centro hanno barricato le porte e lanciato oggetti dalle finestre per impedire l’accesso.
Alcuni solidali con gli immigrati hanno tentato di radunarsi per portare un aiuto, ma sono giunti sul posto quando l’accesso al quartiere era bloccato dalla polizia giunta in forze.
I razzisti hanno vinto questo scontro nel momento in cui hanno fatto assumere all’episodio una dimensione di carattere nazionale, garantendosi il successo del trasferimento della struttura e costruendo un precedente riproducibile a cascata su tutto il territorio. Di questo va preso atto.

Prendendo contatti con il centro, il giorno successivo, ci è stato fatto presente come la minaccia di tornare ad incendiare il posto fatta la sera precedente fosse da prendere seriamente. Nel pomeriggio, da parte degli operatori che temevano per l’incolumità degli ospiti, è stata fatta una chiamata per intervenire a difesa nell’eventualità di un attacco.
Non nutriamo simpatia per i centri di accoglienza, ma ci sembra interessante sottolineare il fatto che da un’entità legata alle istituzioni sia partito un’ appello verso contesti solidali, informali o antagonisti. Ci sembra che ben simboleggi il ritirarsi dello Stato, di fronte alla crisi, dalle sue diramazioni periferiche.
Questo territorio abbandonato cos’è?
É certamente un terreno su cui rischia di insediarsi la guerra civile, la barbarie dello scontro etnico. Per qualcuno è un terreno sul quale bisogna fare ritornare lo Stato, richiamandolo ai suoi doveri. Ci piace proporre un’altra lettura, più difficile da concretizzare ma molto più allettante: quella di un terreno provvisoriamente liberato, sul quale si può trovare lo spazio per costruire forme di sperimentazione, di autonomia, auto-organizzazione, autogestione. Non chiediamo nulla ma ci riprendiamo quanto lo Stato abbandona retrocedendo.

Alla richiesta di intervento, molti hanno risposto negativamente, anteponendo considerazioni di stampo strategico, che sconsigliavano di intervenire. Insieme ad altri abbiamo risposto all’appello partendo da considerazioni di natura etica. Volevamo dire ai ragazzi, alcuni con alle spalle esperienze traumatiche, che fuori da quelle mura non vi era solo odio contro di loro. Queste persone erano in pericolo, noi potevamo intervenire, quindi lo dovevamo fare.
Le considerazioni strategiche le lasciamo a persone sicuramente più abili di noi.
Siamo andati in un contesto non facile, con il centro presidiato dalle polizia, ed alcuni dei solidali sono riusciti ad entrare. Il nostri bottino politico consiste nell’accoglienza e nei sorrisi sinceri che abbiamo ricevuto dai ragazzi: siamo contenti così.

All’esterno le voce dell’arrivo dei fasci si sono susseguite senza che i fasci arrivassero. Dall’alto lato della strada si è radunato un folto gruppo di persone, visto che siamo stati invitati a parlare ci siamo avvicinati. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte la Folla nel senso teorico del termine, con i suoi umori, la sua imprevedibilità, la sua plasmabilità. Persone che, in fondo, hanno un gran bisogno di parlare e di sfogare il loro disagio. Ci hanno identificai come “quelli dei centri sociali”, che non sanno niente, e che vengono a gettare discredito su di loro. Ci vorrebbe molto tempo per stabilire un dialogo proficuo, abbiamo una forte necessità di capire, oltre ogni lettura ideologica e precostituita.
Abbiamo semplicemente detto di non avere nulla a che spartire con le guardie e questo era l’unico punto d’incontro immediatamente possibile.
Parlando della famosa guerra tra poveri, abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà.

La notte è molto buia in questa via. Nei prossimi giorni arriveranno i politici a farsi fare le foto davanti al trofeo. La guerra sociale, invece, riprende da domani in un punto qualsiasi qua attorno. Chi vuole star sveglio/a prenda il suo posto.
Roma 13 11 2014

 

APPELLO PER IL 24,25 E 26 LUGLIO AL PRESIDIO DI VENTIMIGLIA

Dall'11 Giugno la frontiera italo-francese di Ventimiglia si è costituita come presidio permanente in sostegno dei migranti bloccati al confine dalle politiche discriminatorie europee. 
La violenza e il razzismo resi evidenti dagli ultimi avvenimenti a Treviso e Roma, dal blocco delle frontiere di Ventimiglia, come del Brennero e di Calais, rendono necessario agire sui paradossi e sulle contraddizioni che ostacolano il diritto alla mobilità e all'autodeterminazione.
Nell'ipocrisia della retorica europea, fondata sulla volontà di abbattere i confini per la libera circolazione di capitali e merci, assistiamo alla moltiplicazione e alla militarizzazione di tali confini che operano su base esclusivamente razziale.

Dall'interno del presidio di Ventimiglia quindi, è nata l'esigenza di creare una rete transnazionale che si confronti e ragioni sui tali problematiche.

In quest'ottica si è deciso di indire 3 giorni di dibattiti, workshop e azioni condivise, che a supporto della lotta dei migranti vadano a definire una strategia comune efficace nel lungo periodo per contrastare le politiche discriminatorie e razziste messe in atto dalla "Fortezza Europa". Le 3 giornate avranno l'obiettivo di condividere pratiche ed esperienze, che attivino connessioni eterogenee trasversali, ma allo stesso tempo declinabili nei vari territori. Tali connessioni quindi dovranno rappresentare il punto di partenza per mettere in campo azioni concrete e mobilitazioni che, partendo da Ventimiglia, potranno raggiungere territori e realtà diverse.

Invitiamo quindi le diverse realtà europee a portare un proprio contributo alla costruzione di queste giornate e a raggiungere il presidio nei giorni 24 25 e 26 luglio. 
Il presidio non ha un mero significato simbolico, ma rappresenta l'incarnazione tangibile delle mobilitazioni contro le politiche contraddittorie europee, con la volontà di mettere in evidenza l'esistenza e l'efficacia di pratiche autogestite e alternative al business dell'accoglienza.

Il vuoto istituzionale nella gestione dei flussi migratori apre uno spazio d'azione all'interno del quale immaginarsi modalità di lotta molteplici e diversificabili, e al contempo evidenzia la necessità e l'urgenza di agire prima che la macchina istituzionale corrotta e mercificatoria riparta.

"WE ARE NOT GOING BACK"

Nucleare - Aggiornamento sulle centrali giapponesi

Testo tradotto dal prigioniero ecologista radicale Marco Camenisch

I residenti presso le centrali nucleari giapponesi sporgono querela

Le nuove autorizzazioni d’esercizio per le centrali nucleari sono sotto tiro. L’ente per la sicurezza nucleare giapponese le avrebbe rilasciate malgrado l’inosservanza delle norme di sicurezza.

Secondo l’ex ingegnere per reattori di General Elecric, Satoshi Sato, anche se si sostiene che sono le più severe del mondo, le nuove norme di scurezza per le centrali nucleari giapponesi non corrispondono agli standard internazionali. Il sismologo Katsuhiko Ishibashi che ha predetto il corso della catastrofe di Fukushima va addirittura oltre e dice che la centrale nucleare Sendai sull’isola di Kyushu (il trad.: 13 milioni di abitanti), alla quale l’ente per la sicurezza nucleare NRA (il trad.: Nuclear Regulation Authority) ha rilasciato una nuova autorizzazione d’esercizio, “Non soddisfa nemmeno le più incuranti regole giapponesi. NRA ha violato le proprie regole. Perciò l’autorizzazione d’esercizio è illegale.”
Alcuni residenti allarmati hanno sporto querela contro Sendai. Hanno fatto fiasco nella prima istanza ma si sono appellati contro la sentenza. Come contro Sendai, sono attualmente in corso dei processi contro tutte le centrali nucleari giapponesi.
Il direttore della NRA, Shunichi Tanaka, nega che il signor Ishibashi avrebbe un’opinione tutta sua. Del monito non vuole parlare. Tutta la stampa giapponese lo passa quasi sempre sotto silenzio. Ishibashi, egli stesso ex-componente della commissione nucleare statale, crede che la NRA subisca le enormi pressioni esercitate dal governo che vorrebbe riattivare le centrali nucleari al più presto possibile e dice: “Tanaka purtroppo non è affatto un sismologo”.

La “Genpatsu-Shinsai”-teoria

Ishibashi ha subito personalmente le pressioni della lobby dell’atomo. Dopo il terremoto Joetsu e Niigata nel 2007, quando una catastrofe fu evitata per puro caso, elaborò la teoria di un “Genpatsu-Shinsai”. Questo neologismo giapponese è composto da “genpatsu”, energia nucleare, e “shinsai”, catastrofe sismica, ed afferma che in una centrale nucleare un sisma può innescare un effetto domino che può arrivare fino alla catastrofe nucleare. Fukushima ha confermato passo per passo la teoria di Ishibashi. Aveva previsto addirittura l’esplosione dell’idrogeno.
Quali sono i danni di un sisma dipende dall’accelerazione e dalla direzione del terremoto ma anche dalla frequenza delle onde sismiche e dalla loro amplitudine, vale a dire dai picchi negli intervalli di spostamento della terra. Ed anche dalla sua durata: più tempo persistono le scosse, più grandi sono i danni. Un sisma con frequenza minore, vale a dire da 1 a 2, 5 hertz, arriva più lontano e durante l’estensione le onde perdono meno energia. Possono provocare dei danni gravissimi anche a grandi distanze, fino a 100 Km o più. In Giappone non esiste centrale nucleare che sia più distante di 100 Km da un probabile epicentro sismico. In questa zona sismica attiva avvengono, inoltre, dei terremoti anche all’interno delle placche tettoniche.
Visto che un terremoto si ripercuote in modo particolarmente distruttivo sulle strutture messe in risonanza dalle sue oscillazioni, dopo la catastrofe di Fukushima, l’ente per la prevenzione sismica della NRC (il trad.: Nuclear Regulatory Commission) statunitense richiede che si collaudi una centrale nucleare sull’intero arco delle frequenze (visto, inoltre,  che nelle centrali nucleari anche una gru rovesciata, le piscine di stoccaggio per le barre di combustibile o un grande trasformatore distrutto da un sisma possono provocare un grave incidente nucleare). La NRA giapponese non ha tratto quest’insegnamento da Fukushima. Per ottenere l’autorizzazione, la Kyushu Electric, che gestisce la centrale di Sendai, ha collaudato solo le tre frequenze scelte in proprio riuscendo, poi, ad esibirne la prova di sicurezza. Questo, ignorando i terremoti inter-placche, malgrado tutte le prove del fatto che nel 1909 c’è stato proprio uno di questi a 100 Km dalla centrale di Sendai di magnitudo 7.7.

Sottovalutazione delle frequenze minori

L’ingegnere per reattori Sato avverte: “ E’ anzitutto molto sottovalutato il pericolo dei movimenti a basse frequenze.” Non basta disporre l’impianto per la presunta accelerazione massima. Lo dimostrano alcuni sismi più recenti in Giappone e negli USA, dove gli impianti erano sottodimensionati per questi sismi distanti a basse frequenze. Inoltre, Kyushu Electric calcola con un corso delle scosse di sole 30 secondi. “Troppo breve, ed assai”, dice Sato. Mostra le registrazioni sismiche del terremoto che distrusse Fukushima. Durò quasi cinque minuti.
Inoltre deplora che, per inoltrare la richiesta d’autorizzazione, la NRA avrebbe concesso a Kyushu Electric di far riferimento solo ad alcuni sismi del passato. Le linee guida della NRA prevederebbero invece che l’impianto debba resistere anche alle scosse ritenute, in base alla generale tettonica delle placche, possibili dai sismologi; anche quando non se ne prevedono fino adesso. Il governo giapponese avverte ufficialmente che nella fossa di Nankai, di fronte alla costa dell’isola principale di Honshu, ci sarà un mega-sisma. Potrebbe essere di magnitudo 9 ed innescare onde a bassa frequenza. Kyushu Electric ha volutamente ignorato questo sisma. E nel caso di un terremoto di magnitudo 9.1 nella fossa di Ryuku, che da Kyushu raggiungerebbe Taiwan, ha collaudato solo la centrale di comando di Sendai, ma non lo stabile con il reattore nucleare.

Scosse più rare ma fortissime

Ishibashi ritiene a rischio anche le centrali che danno sul mare giapponese, ed ancora di più perché queste acque sono poco conosciute dal punto di vista sismologico. Il che nelle loro richieste ha permesso ai gestori delle centrali nucleari, che hanno 14 reattori nella sola minuscola prefettura di Fukui, di tenere bassa apposta la magnitudo dei possibili sismi (mentre per questa sosta esistono le prove storiche per dei sismi meno frequenti ma fortissimi). Secondo Ishibashi “Non lo prendiamo abbastanza sul serio”.
Per la centrale nucleare Takahama a Fukui la norma contro gli Tsunami sarebbe insufficiente ma, nonostante tutto, la NRA ha confermato la sicurezza dei suoi reattori 3 e 4. Ma per ora, meno male,  non può essere attivata. Dopo una querela da parte di alcuni residenti, un tribunale ha sospeso con effetto immediato l’autorizzazione della NRA. Secondo il verdetto, i dati della gestrice Kepko che proverebbero la sicurezza antisismica di Takahama, sarebbero incerti poiché Kepko si baserebbe solo sulla media dell’accelerazione sismica del suolo. Questo, visto la gravità di un possibile incidente nucleare, non sarebbe sufficiente anche se numericamente la probabilità di un sisma sarebbe minima. L’impresa ha inoltrato appello contro questo verdetto.
Il sismologo Katsuhiko Ishibashi chiude il dialogo in modo quasi biblico. Considera i forti terremoti del 2003 e 2007 che provocarono dei gravi incidenti nelle centrali nucleari, e poi Fukushima, “degli avvertimenti sempre più seri degli déi”.

Fukushima. Ogni giorno dalle 300 alle 400 tonnellate di acqua per il raffreddamento
 
Mentre Tepco tenta di tranquillizzare i giapponesi con piccole notizie di progressi a Fukushima e di buon grado dimentica di comunicarne i rovesci, per esempio l’ennesima fuoriuscita d’acqua contaminata, Hiroki Koide gira nel paese e lancia un allarme solitario. L’incidente nucleare sarebbe lungi dall’essere risolto, dice l’assistente professore dell’università di Kyoto, i cui libri come “Genpatsu-Uso” (la menzogna nucleare) dopo Fukushima, sono dei bestseller. Le barre di combustibile del bacino di riduzione danneggiato nel blocco 4 conterrebbero abbastanza combustibile per 14.000 bombe nucleari Hiroshima. Se il bacino al quarto piano dello stabile dei reattori fosse crollato, per esempio dopo un nuovo sisma, secondo Koide si sarebbe dovuto abbandonare Tokyo. Pur essendo riuscito, nel frattempo, il recupero delle barre di combustibile dal blocco 4, “queste sono ora stoccate sul terreno in un bacino solo un po’ meno pericoloso”, e “questa catastrofe durerà ancora per decenni”. Non si sa nulla sull’ubicazione e sullo stato del materiale combustibile nei tre reattori fusi. “La radioattività è così alta che neanche un robot può resistere”. Tepco progetterebbe di estrarre i crogioli della fusione accedendo alle macerie dall’alto, ma l’apertura dei contenitori di sicurezza non sarebbe possibile perché ne uscirebbe una nuvola radioattiva. Inoltre, dovrebbero costantemente raffreddare i detriti con l’acqua, “ed i contenitori di sicurezza hanno dei buchi”; per questo motivo, Tepco già ora per il raffreddamento ne consumerebbe 300-400 tonnellate. L’intero impianto sarebbe una palude fortemente inquinata e le cisterne sul terreno contengono ormai 500.000 tonnellate d’acqua contaminata che si può decontaminare solo in parte. Koide prevede: “Fra non molto, Tepco dirà che deve versare l’acqua nel Pacifico”.