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Corrispondenza da Tor Sapienza

Tor Sapienza, esempio di architettura concentrazionaria. Piccolo quartiere disperso nell’immensa periferia romana. Case popolari, edifici disposti ad anello, con un unica via di accesso ed un unico bar come punto di ritrovo. Il centro di prima accoglienza (per minori non accompagnati, richiedenti asilo e misure alternative al carcere minorile) lo hanno piazzato lì, al centro della discarica sociale costruita trent’anni fa, ma è corpo estraneo anche ai codici condivisi del ghetto, unico edificio in qualche modo collegabile allo Stato, altrimenti ritiratosi da questo suo lembo estremo. Un edificio in cui vivono dei poveri considerati privilegiati perché hanno tetto e pasti assicurati.

É in questo luogo, che martedì scorso dopo un’assemblea pubblica una parte degli abitanti ha protestato contro il centro di accoglienza ed alcuni lo hanno attaccato con bombe carta.
Il Centro non ha mai creato particolari problemi a nessuno. Parlando con persone diverse (ospiti, operatori, residenti) non è emersa una chiara causa scatenante degli attacchi. Neppure i media abituati a sponsorizzare la guerra etnica, ci hanno detto qual’è stata la “colpa” degli immigrati, se non quella di esistere.
I pochi episodi citati come “causa scatenante” non coinvolgono gli ospiti del centro: i residenti lo sanno perfettamente. Non si è verificata, da quanto abbiamo appurato, una lesione degli interessi criminali di qualche capo-zona, recondita causa di episodi similari.

Cos’è successo quindi e perché?
Ci sembra che il centro di accoglienza sia stato individuato come anello debole, come punto facile da attaccare per rendere visibili le proprie rivendicazioni e sfogare la frustrazione.
Da quanto abbiamo appreso esiste nel quartiere un forte malessere legato alla qualità della vita ed alla mancanza di servizi. Vi è una difficile convivenza, nella comune povertà, degli italiani con gli stranieri residenti in zona, in particolare con il vicino campo nomadi. Vi è un evidente dilagare di una sottocultura razzista, malcelata dietro il solito “io non sono razzista ma …”.

Esiste poi chi questi attacchi li sta pianificando da tempo. Chi fomenta e incanala l’odio, indirizzandolo contro i poveri tra i poveri. Il tutto palesemente finalizzato al controllo sociale, ad un progetto politico di destra che ricalca modelli che hanno avuto successo in Grecia e Francia.
Dietro episodi come questo, che si stanno susseguendo sul territorio romano troviamo sempre gli stessi attori: pezzi del neofascismo e famiglie criminali fanno il lavoro sporco, comitati anti-degrado ed il partito “Fratelli d’Italia” si muovono alla luce del sole.
É l’anticipo di una campagna elettorale sporca.
É, inoltre, una battaglia che questi fascisti stanno vincendo nel momento in cui sono riusciti a determinare il terreno dello scontro: quello del degrado e della sicurezza. La sinistra, con la sua aggiunta dose di ipocrisia, insegue sullo stesso piano. Il risultato per i poveri è la repressione. Per gli immigrati in particolare, ad ogni sparata di questi “cittadini per l’ordine”, seguono retate, deportazioni nei CIE, espulsioni.

Successivamente al primo assalto, diversi solidali hanno preso contatti con questa realtà. Si tratta di un quartiere di duemila abitanti con scarsa presenza di compagni, nonostante la zona di Roma est abbia un’alta concentrazione di case occupate, centri sociali, collettivi.
Mercoledì sera, quando tutto sembrava tranquillo, si è verificato un secondo attacco. In questo caso si è trattato di un’azione pianificata compiuta da non molte persone, capaci di stare in strada e reggere gli scontri. É molto probabile che una parte degli assalitori sia venuta dall’esterno del quartiere e che vi fossero fascisti. L’attacco è stato violento ed effettuato da più lati, i ragazzi del centro hanno barricato le porte e lanciato oggetti dalle finestre per impedire l’accesso.
Alcuni solidali con gli immigrati hanno tentato di radunarsi per portare un aiuto, ma sono giunti sul posto quando l’accesso al quartiere era bloccato dalla polizia giunta in forze.
I razzisti hanno vinto questo scontro nel momento in cui hanno fatto assumere all’episodio una dimensione di carattere nazionale, garantendosi il successo del trasferimento della struttura e costruendo un precedente riproducibile a cascata su tutto il territorio. Di questo va preso atto.

Prendendo contatti con il centro, il giorno successivo, ci è stato fatto presente come la minaccia di tornare ad incendiare il posto fatta la sera precedente fosse da prendere seriamente. Nel pomeriggio, da parte degli operatori che temevano per l’incolumità degli ospiti, è stata fatta una chiamata per intervenire a difesa nell’eventualità di un attacco.
Non nutriamo simpatia per i centri di accoglienza, ma ci sembra interessante sottolineare il fatto che da un’entità legata alle istituzioni sia partito un’ appello verso contesti solidali, informali o antagonisti. Ci sembra che ben simboleggi il ritirarsi dello Stato, di fronte alla crisi, dalle sue diramazioni periferiche.
Questo territorio abbandonato cos’è?
É certamente un terreno su cui rischia di insediarsi la guerra civile, la barbarie dello scontro etnico. Per qualcuno è un terreno sul quale bisogna fare ritornare lo Stato, richiamandolo ai suoi doveri. Ci piace proporre un’altra lettura, più difficile da concretizzare ma molto più allettante: quella di un terreno provvisoriamente liberato, sul quale si può trovare lo spazio per costruire forme di sperimentazione, di autonomia, auto-organizzazione, autogestione. Non chiediamo nulla ma ci riprendiamo quanto lo Stato abbandona retrocedendo.

Alla richiesta di intervento, molti hanno risposto negativamente, anteponendo considerazioni di stampo strategico, che sconsigliavano di intervenire. Insieme ad altri abbiamo risposto all’appello partendo da considerazioni di natura etica. Volevamo dire ai ragazzi, alcuni con alle spalle esperienze traumatiche, che fuori da quelle mura non vi era solo odio contro di loro. Queste persone erano in pericolo, noi potevamo intervenire, quindi lo dovevamo fare.
Le considerazioni strategiche le lasciamo a persone sicuramente più abili di noi.
Siamo andati in un contesto non facile, con il centro presidiato dalle polizia, ed alcuni dei solidali sono riusciti ad entrare. Il nostri bottino politico consiste nell’accoglienza e nei sorrisi sinceri che abbiamo ricevuto dai ragazzi: siamo contenti così.

All’esterno le voce dell’arrivo dei fasci si sono susseguite senza che i fasci arrivassero. Dall’alto lato della strada si è radunato un folto gruppo di persone, visto che siamo stati invitati a parlare ci siamo avvicinati. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte la Folla nel senso teorico del termine, con i suoi umori, la sua imprevedibilità, la sua plasmabilità. Persone che, in fondo, hanno un gran bisogno di parlare e di sfogare il loro disagio. Ci hanno identificai come “quelli dei centri sociali”, che non sanno niente, e che vengono a gettare discredito su di loro. Ci vorrebbe molto tempo per stabilire un dialogo proficuo, abbiamo una forte necessità di capire, oltre ogni lettura ideologica e precostituita.
Abbiamo semplicemente detto di non avere nulla a che spartire con le guardie e questo era l’unico punto d’incontro immediatamente possibile.
Parlando della famosa guerra tra poveri, abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà.

La notte è molto buia in questa via. Nei prossimi giorni arriveranno i politici a farsi fare le foto davanti al trofeo. La guerra sociale, invece, riprende da domani in un punto qualsiasi qua attorno. Chi vuole star sveglio/a prenda il suo posto.
Roma 13 11 2014

 

APPELLO PER IL 24,25 E 26 LUGLIO AL PRESIDIO DI VENTIMIGLIA

Dall'11 Giugno la frontiera italo-francese di Ventimiglia si è costituita come presidio permanente in sostegno dei migranti bloccati al confine dalle politiche discriminatorie europee. 
La violenza e il razzismo resi evidenti dagli ultimi avvenimenti a Treviso e Roma, dal blocco delle frontiere di Ventimiglia, come del Brennero e di Calais, rendono necessario agire sui paradossi e sulle contraddizioni che ostacolano il diritto alla mobilità e all'autodeterminazione.
Nell'ipocrisia della retorica europea, fondata sulla volontà di abbattere i confini per la libera circolazione di capitali e merci, assistiamo alla moltiplicazione e alla militarizzazione di tali confini che operano su base esclusivamente razziale.

Dall'interno del presidio di Ventimiglia quindi, è nata l'esigenza di creare una rete transnazionale che si confronti e ragioni sui tali problematiche.

In quest'ottica si è deciso di indire 3 giorni di dibattiti, workshop e azioni condivise, che a supporto della lotta dei migranti vadano a definire una strategia comune efficace nel lungo periodo per contrastare le politiche discriminatorie e razziste messe in atto dalla "Fortezza Europa". Le 3 giornate avranno l'obiettivo di condividere pratiche ed esperienze, che attivino connessioni eterogenee trasversali, ma allo stesso tempo declinabili nei vari territori. Tali connessioni quindi dovranno rappresentare il punto di partenza per mettere in campo azioni concrete e mobilitazioni che, partendo da Ventimiglia, potranno raggiungere territori e realtà diverse.

Invitiamo quindi le diverse realtà europee a portare un proprio contributo alla costruzione di queste giornate e a raggiungere il presidio nei giorni 24 25 e 26 luglio. 
Il presidio non ha un mero significato simbolico, ma rappresenta l'incarnazione tangibile delle mobilitazioni contro le politiche contraddittorie europee, con la volontà di mettere in evidenza l'esistenza e l'efficacia di pratiche autogestite e alternative al business dell'accoglienza.

Il vuoto istituzionale nella gestione dei flussi migratori apre uno spazio d'azione all'interno del quale immaginarsi modalità di lotta molteplici e diversificabili, e al contempo evidenzia la necessità e l'urgenza di agire prima che la macchina istituzionale corrotta e mercificatoria riparta.

"WE ARE NOT GOING BACK"

Nucleare - Aggiornamento sulle centrali giapponesi

Testo tradotto dal prigioniero ecologista radicale Marco Camenisch

I residenti presso le centrali nucleari giapponesi sporgono querela

Le nuove autorizzazioni d’esercizio per le centrali nucleari sono sotto tiro. L’ente per la sicurezza nucleare giapponese le avrebbe rilasciate malgrado l’inosservanza delle norme di sicurezza.

Secondo l’ex ingegnere per reattori di General Elecric, Satoshi Sato, anche se si sostiene che sono le più severe del mondo, le nuove norme di scurezza per le centrali nucleari giapponesi non corrispondono agli standard internazionali. Il sismologo Katsuhiko Ishibashi che ha predetto il corso della catastrofe di Fukushima va addirittura oltre e dice che la centrale nucleare Sendai sull’isola di Kyushu (il trad.: 13 milioni di abitanti), alla quale l’ente per la sicurezza nucleare NRA (il trad.: Nuclear Regulation Authority) ha rilasciato una nuova autorizzazione d’esercizio, “Non soddisfa nemmeno le più incuranti regole giapponesi. NRA ha violato le proprie regole. Perciò l’autorizzazione d’esercizio è illegale.”
Alcuni residenti allarmati hanno sporto querela contro Sendai. Hanno fatto fiasco nella prima istanza ma si sono appellati contro la sentenza. Come contro Sendai, sono attualmente in corso dei processi contro tutte le centrali nucleari giapponesi.
Il direttore della NRA, Shunichi Tanaka, nega che il signor Ishibashi avrebbe un’opinione tutta sua. Del monito non vuole parlare. Tutta la stampa giapponese lo passa quasi sempre sotto silenzio. Ishibashi, egli stesso ex-componente della commissione nucleare statale, crede che la NRA subisca le enormi pressioni esercitate dal governo che vorrebbe riattivare le centrali nucleari al più presto possibile e dice: “Tanaka purtroppo non è affatto un sismologo”.

La “Genpatsu-Shinsai”-teoria

Ishibashi ha subito personalmente le pressioni della lobby dell’atomo. Dopo il terremoto Joetsu e Niigata nel 2007, quando una catastrofe fu evitata per puro caso, elaborò la teoria di un “Genpatsu-Shinsai”. Questo neologismo giapponese è composto da “genpatsu”, energia nucleare, e “shinsai”, catastrofe sismica, ed afferma che in una centrale nucleare un sisma può innescare un effetto domino che può arrivare fino alla catastrofe nucleare. Fukushima ha confermato passo per passo la teoria di Ishibashi. Aveva previsto addirittura l’esplosione dell’idrogeno.
Quali sono i danni di un sisma dipende dall’accelerazione e dalla direzione del terremoto ma anche dalla frequenza delle onde sismiche e dalla loro amplitudine, vale a dire dai picchi negli intervalli di spostamento della terra. Ed anche dalla sua durata: più tempo persistono le scosse, più grandi sono i danni. Un sisma con frequenza minore, vale a dire da 1 a 2, 5 hertz, arriva più lontano e durante l’estensione le onde perdono meno energia. Possono provocare dei danni gravissimi anche a grandi distanze, fino a 100 Km o più. In Giappone non esiste centrale nucleare che sia più distante di 100 Km da un probabile epicentro sismico. In questa zona sismica attiva avvengono, inoltre, dei terremoti anche all’interno delle placche tettoniche.
Visto che un terremoto si ripercuote in modo particolarmente distruttivo sulle strutture messe in risonanza dalle sue oscillazioni, dopo la catastrofe di Fukushima, l’ente per la prevenzione sismica della NRC (il trad.: Nuclear Regulatory Commission) statunitense richiede che si collaudi una centrale nucleare sull’intero arco delle frequenze (visto, inoltre,  che nelle centrali nucleari anche una gru rovesciata, le piscine di stoccaggio per le barre di combustibile o un grande trasformatore distrutto da un sisma possono provocare un grave incidente nucleare). La NRA giapponese non ha tratto quest’insegnamento da Fukushima. Per ottenere l’autorizzazione, la Kyushu Electric, che gestisce la centrale di Sendai, ha collaudato solo le tre frequenze scelte in proprio riuscendo, poi, ad esibirne la prova di sicurezza. Questo, ignorando i terremoti inter-placche, malgrado tutte le prove del fatto che nel 1909 c’è stato proprio uno di questi a 100 Km dalla centrale di Sendai di magnitudo 7.7.

Sottovalutazione delle frequenze minori

L’ingegnere per reattori Sato avverte: “ E’ anzitutto molto sottovalutato il pericolo dei movimenti a basse frequenze.” Non basta disporre l’impianto per la presunta accelerazione massima. Lo dimostrano alcuni sismi più recenti in Giappone e negli USA, dove gli impianti erano sottodimensionati per questi sismi distanti a basse frequenze. Inoltre, Kyushu Electric calcola con un corso delle scosse di sole 30 secondi. “Troppo breve, ed assai”, dice Sato. Mostra le registrazioni sismiche del terremoto che distrusse Fukushima. Durò quasi cinque minuti.
Inoltre deplora che, per inoltrare la richiesta d’autorizzazione, la NRA avrebbe concesso a Kyushu Electric di far riferimento solo ad alcuni sismi del passato. Le linee guida della NRA prevederebbero invece che l’impianto debba resistere anche alle scosse ritenute, in base alla generale tettonica delle placche, possibili dai sismologi; anche quando non se ne prevedono fino adesso. Il governo giapponese avverte ufficialmente che nella fossa di Nankai, di fronte alla costa dell’isola principale di Honshu, ci sarà un mega-sisma. Potrebbe essere di magnitudo 9 ed innescare onde a bassa frequenza. Kyushu Electric ha volutamente ignorato questo sisma. E nel caso di un terremoto di magnitudo 9.1 nella fossa di Ryuku, che da Kyushu raggiungerebbe Taiwan, ha collaudato solo la centrale di comando di Sendai, ma non lo stabile con il reattore nucleare.

Scosse più rare ma fortissime

Ishibashi ritiene a rischio anche le centrali che danno sul mare giapponese, ed ancora di più perché queste acque sono poco conosciute dal punto di vista sismologico. Il che nelle loro richieste ha permesso ai gestori delle centrali nucleari, che hanno 14 reattori nella sola minuscola prefettura di Fukui, di tenere bassa apposta la magnitudo dei possibili sismi (mentre per questa sosta esistono le prove storiche per dei sismi meno frequenti ma fortissimi). Secondo Ishibashi “Non lo prendiamo abbastanza sul serio”.
Per la centrale nucleare Takahama a Fukui la norma contro gli Tsunami sarebbe insufficiente ma, nonostante tutto, la NRA ha confermato la sicurezza dei suoi reattori 3 e 4. Ma per ora, meno male,  non può essere attivata. Dopo una querela da parte di alcuni residenti, un tribunale ha sospeso con effetto immediato l’autorizzazione della NRA. Secondo il verdetto, i dati della gestrice Kepko che proverebbero la sicurezza antisismica di Takahama, sarebbero incerti poiché Kepko si baserebbe solo sulla media dell’accelerazione sismica del suolo. Questo, visto la gravità di un possibile incidente nucleare, non sarebbe sufficiente anche se numericamente la probabilità di un sisma sarebbe minima. L’impresa ha inoltrato appello contro questo verdetto.
Il sismologo Katsuhiko Ishibashi chiude il dialogo in modo quasi biblico. Considera i forti terremoti del 2003 e 2007 che provocarono dei gravi incidenti nelle centrali nucleari, e poi Fukushima, “degli avvertimenti sempre più seri degli déi”.

Fukushima. Ogni giorno dalle 300 alle 400 tonnellate di acqua per il raffreddamento
 
Mentre Tepco tenta di tranquillizzare i giapponesi con piccole notizie di progressi a Fukushima e di buon grado dimentica di comunicarne i rovesci, per esempio l’ennesima fuoriuscita d’acqua contaminata, Hiroki Koide gira nel paese e lancia un allarme solitario. L’incidente nucleare sarebbe lungi dall’essere risolto, dice l’assistente professore dell’università di Kyoto, i cui libri come “Genpatsu-Uso” (la menzogna nucleare) dopo Fukushima, sono dei bestseller. Le barre di combustibile del bacino di riduzione danneggiato nel blocco 4 conterrebbero abbastanza combustibile per 14.000 bombe nucleari Hiroshima. Se il bacino al quarto piano dello stabile dei reattori fosse crollato, per esempio dopo un nuovo sisma, secondo Koide si sarebbe dovuto abbandonare Tokyo. Pur essendo riuscito, nel frattempo, il recupero delle barre di combustibile dal blocco 4, “queste sono ora stoccate sul terreno in un bacino solo un po’ meno pericoloso”, e “questa catastrofe durerà ancora per decenni”. Non si sa nulla sull’ubicazione e sullo stato del materiale combustibile nei tre reattori fusi. “La radioattività è così alta che neanche un robot può resistere”. Tepco progetterebbe di estrarre i crogioli della fusione accedendo alle macerie dall’alto, ma l’apertura dei contenitori di sicurezza non sarebbe possibile perché ne uscirebbe una nuvola radioattiva. Inoltre, dovrebbero costantemente raffreddare i detriti con l’acqua, “ed i contenitori di sicurezza hanno dei buchi”; per questo motivo, Tepco già ora per il raffreddamento ne consumerebbe 300-400 tonnellate. L’intero impianto sarebbe una palude fortemente inquinata e le cisterne sul terreno contengono ormai 500.000 tonnellate d’acqua contaminata che si può decontaminare solo in parte. Koide prevede: “Fra non molto, Tepco dirà che deve versare l’acqua nel Pacifico”.

Ci sono cose con le quali non si ride. Non abbastanza !

 La stupidità è una bomba a frammentazione. Essa non colpisce soltanto
l’intelligenza, suo bersaglio preferito, ma si propaga sforando le coscienze
che si mettono a pisciare dappertutto. Quelle - essenzialmente gestionali -
del mondo statale e politico hanno celebrato la loro incontinenza con delle
azioni di grazia per loro doppiamente vantaggiose. I notabili hanno potuto in
tutta impunità ringraziare il cielo - fosse pure quello di Allah - per averli
sbarazzati di un pugno di irriverenti. Nello stesso tempo si sono offerti, con
pompa magna nazionale, clerical-laica e repubblicana alla francese, il lusso
di santificare come martiri del libero pensiero degli eredi di Daumier e di
Steinlen, morti per aver fatto uso del diritto riconosciuto a ciascuno di
sputtanare senza eccezioni tutte le bandiere, le religioni, gli imbroglioni
politici e burocratici, i tirapiedi del potere (compresi quelli che hanno
sgomitato nel bel mezzo dell’ubuesca manifestazione). Eredi, del resto, che
avevano fatto mostra di grande moderazione se si compara Charlie Hebdo
all’Assiette au beurre, al Père Peinard, alla Feuille di Zo d’Axa.
Senza dubbio non abbiamo riso abbastanza di una tale messa ecumenica,
celebrazione delle virtù di una civiltà esemplare che non smette di
distruggere i valori umani a favore del valore mercantile (nella parata dei
manichini mancava soltanto Lehman Brothers, la cui presenza avrebbe senz’altro
fatto piacere a Bernard Maris).

Passata l’onda di choc perfettamente recuperata dalla gente di potere, che
cosa resta tra le macerie? Lo stesso caos psicologico e sociale tanto utile
alle imprese multinazionali e alle mafie bancarie. Il rafforzamento della sola
funzione ancora assunta dallo Stato: la repressione (di chi di che cosa?
Circolate non c’è niente da vedere!). Il clientelismo di destra e di sinistra.
L’ipocrisia umanitaria e le vittime in cerca di colpevoli. La strategia del
capro espiatorio (non è il sistema che mi schiaccia, ma il mio vicino!).
L’ideologia, infine, questo sistema di evacuazione delle acque nere
dell’egotismo intellettuale. L’ideologia, dove proliferano delle idee che
separate dalla vita, la svuotano della sua sostanza e non ne sono che dei
simulacri.
Dal diciannovesimo secolo fino a poco tempo fa, ci si è battuti, torturati,
massacrati per delle ideologie, come nel sedicesimo secolo, quando un pelo di
culo biblico spediva sul rogo.
Ieri, la buona parola comunista mimetizzava i gulag, le prediche nazionaliste
inviavano milioni di uomini alla morte, l’eloquenza socialista occultava la
solidarietà dei corrotti, dovunque, sotto il tavolo dei valori evangelici, si
applicava l’uccidetevi gli uni con gli altri (quel che Ruandesi e Iugoslavi,
del resto, hanno messo in pratica anche senza l’ausilio della religione). Le
idee passano, le pance sventrate restano. È quanto Lautréamont chiamava la
macchia di sangue intellettuale.
Nell’emozione provocata dall’assassinio di Charlie, non ho sentito il grido
della vita. In realtà non è la Repubblica, la Francia, la libertà di pensiero
che sono state aggredite, ma il nostro diritto di vivere come vogliamo (parlo
di vivere, non di quella sopravvivenza dove ciascuno la fa là dove gli si
intima di fare). Non dico che quel grido non abbia risuonato. Milioni
d’individui hanno percepito che a subire offesa era la loro stessa umanità.
Penso piuttosto che la coscienza non abbia ancora terminato il suo lavoro per
riuscire a partorire, mentre l’oscurantismo emozionale trova ovunque un
impiego.
Bisogna ritornare alla base, a quel che noi viviamo e vogliamo vivere senza
cadere nella trappola dei simboli e delle astrazioni. Non è così facile. I
grandi palloni politici sono scoppiati ma noi continuiamo a sguazzare tra i
loro avanzi.
Che cosa resta delle ideologie, tanto influenti ancora ieri? Il clientelismo le
ha squarciate. Le dichiarazioni programmatiche hanno ormai le risonanze di
scorregge mediatiche. Per contro, siamo circondati dalle parole evocate da
Rabelais: esse vagano inquiete nell’aria perché la gola che le ha profferite, e
dove esse vogliono tornare, è stata tranciata.
Si assassina la vita e le parole girano a vuoto.
Che cos’è la libertà di pensare senza la libertà di vivere? Un «parla, parla
pure» al servizio di tutto e di nulla. Il potere fotte proprio bene il popolo,
lo schiaccia con delle parole in guisa di stivaletti. Non servono nemmeno più
gli scarponi militari.
Di fronte all’enormità della menzogna che l’economia diffonde da mane a sera,
ci sono quelli che piegano la schiena, quelli che si lasciano persuadere a
ingoiare l’amarezza del presente per paura del domani, quelli che
s’impoveriscono, s’arrabbiano e si disperano sotto il tallone di ferro del
profitto. Tutto si gioca sotto la menzogna delle parole.
La vita è oggi la posta di una lotta veritiera che si combatte in ciascuno.
L’ubriacatura della disperazione, quest’alcool adulterato, fa facilmente
vacillare e passare da un comportamento al suo contrario. Tra resistenza e
passività ci vorrebbe una frontiera più netta. Non c’è. Eppure la posta in
gioco è chiara. La rassegnazione e la sua impotenza astiosa fabbricano con una
desolante facilità dei paurosi ordinari, dei suicidi, degli assassini, dei
terroristi (così chiamati per distinguerli dai poliziotti propensi alle
sbavature, dalle milizie delle compagnie multinazionali, dai promotori
immobiliari che gettano le famiglie sulla strada, dagli aggiotatori che
moltiplicano il numero di disoccupati, dai devastatori dell’ambiente, dagli
avvelenatori dell’industria agroalimentare, dai giuristi del Mercato
Transatlantico le cui leggi avranno la meglio su quelle delle nazioni).
Voler vivere, comunque e malgrado tutto, è l’altra scelta, più appassionante,
più difficile: si è soli e  tutto è ancora da creare. O questo o la
capitolazione nella violenza rivolta contro di sé e contro i propri simili.
Non è vero che le parole uccidono. Esse servono soltanto da alibi agli
assassini. Quando l’energia non nutre la gioia di vivere, s’investe nell’odio,
nel risentimento, nel regolamento di conti, nella vendetta.
Con la sua paura del desiderio, della natura, della donna, della vita libera,
la religione è un grande serbatoio di frustrazioni. Non a caso i disperati vi
pescano le parole che permettono loro di soddisfare il gusto della morte,
delle parole la cui sacralità inventa in un colpo solo quel che la urta e
quello di cui ha bisogno, il blasfemo.
Il blasfemo esiste solo per il credente, basta far scivolare le parole come
delle conchiglie vuote e riempirle: attaccare la politica del governo
israeliano vuol dire essere antisemiti, scrivere «né padrone né Allah» è
essere islamofobico, denunciare i preti pedofili è ferire il cristiano nella
sua fede. Non so più chi diceva: datemi una frase di un autore e lo farò
impiccare.
La violenza endemica è dappertutto, prodotta e stimolata da un sistema
economico che rovina le risorse del pianeta, impoverisce la vita quotidiana,
minaccia persino la semplice sopravvivenza delle popolazioni. Le
multinazionali hanno interesse a favorire i conflitti locali e la guerra di
tutti contro tutti. Quale migliore condizione che il caos per saccheggiare
impunemente il pianeta, avvelenare regioni intere con il gas di scisto o con
lo sfruttamento di filoni auriferi?
Quella di arruolare in conflitti assurdi degli individui che con un minimo di
riflessione potrebbero decidersi a denunciare le manovre degli sfruttatori fino
ad unirsi contro di loro, è una strategia a basso costo.
Mettetevi dunque nel ruolo dei finanziatori accordando più importanza a certe
categorie di assassini che ad altre. Sotto quale etichetta mettereste il
tarato che in Norvegia ha massacrato un centinaio di persone in nome della
purezza etnica? E lo studente che un bel mattino ha freddamente ucciso i suoi
compagni di classe?
Incoraggiata o no da fazioni religiose o ideologiche, la stupidità ha la
stessa origine: la noia, la frustrazione, l’abbrutimento, la disperazione, la
sensazione di essere finiti in una trappola dalla quale soltanto un grande
balzo verso il nulla potrà liberare.
Questa è la trappola che bisogna eludere, stritolando l’economia mercantile.
Perché questa, sul suo passaggio, non lascia alcuna possibilità alla vita.
Bisognerà pure che sul versante opposto alla disperazione si levi una grande
risata, un riso universale che non lasci alcuna possibilità al commercio che
fa di un uomo una cosa.
Il ridere della gioia di vivere ritrovata.

Raoul Vaneigem, 12 Gennaio 2015

Milano, 1 maggio: “Darei la (tua) vita perche tu possa esprimere la mia idea”

Dopo il corteo del 1 maggio a milano i media hanno raccontato i più svariati episodi, quasi tutti finiti sotto il grande cappello delle “violenze”. A noi preme parlare di un “piccolo” squallido episodio che non è finito sotto questo cappello ma che di certo ne era ben più degno. A margine del corteo un giornalista insegue un ragazzo, lo ferma, lo circuisce e, approfittando della sua ingenuità, lo getta in pasto ai mangiacadaveri dei social network e alla gogna mediatica. Il giorno dopo, sotto il pretesto di un’offerta di riparazione, un secondo giornalista finisce di spolparlo senza pietà. Il ragazzo in questione è Mattia, i due rapaci sono Enrico Fedocci di TgCom24 e il terzetto Antonio Nasso – Alberto Marzocchi – Elena Peracchi di Repubblica, la storia è arcinota.

Atto Primo: il Banchetto.

Mattia rivendica a volto scoperto davanti alle telecamere la propria presenza nel blocco nero del corteo. A Fedocci viene già l’acquolina in bocca. Ma non solo: mattia racconta le proprie emozioni nei disordini senza i filtri né le astuzie di chi è uso frequentare gli ambienti politicizzati. Improvvisazione, adrenalina, coinvolgimento diretto, linguaggio schietto e poco filtrato: ecco costruito il mostro. Da adesso in poi sarà più facile irretire il blocco nero in una narrazione a base di ragazzini esaltati, pronti a spaccare tutto senza neanche sapere perchè. Eppure, questi stessi elementi tradiscono l’esistenza di un’altra faccia della medaglia, mediaticamente meno succulenta.

Improvvisazione. Virtualmente, chiunque passi di là per caso può sentirsi coinvolt* e lanciarsi nella mischia: il black bloc forse non è quell’organizzazione paramilitare che prepara le azioni nei propri covi…

Adrenalina. Le vetrine che saltano sono un’irruzione di realtà nello spettacolare quotidiano, l’emozione che provocano è vera, anche se questa realtà dura il tempo necessario ad essere ingurgitata e rivomitata dalle immagini pornografiche dei telegiornali della sera.

Coinvolgimento diretto. Dei corpi, con poco più che stessi, osano “dire la verità al potere”, senza mediazioni, senza infingimenti.

Linguaggio schietto e poco filtrato. È giusto bruciare le banche? Una domanda faziosa che però diventa quasi retorica quando incappa nello stupore di Mattia che dapprima esita, poi svela semplicemente il segreto di pulcinella: tutt* odiano le banche. Il cervello c’entra poco, ma non perchè sia difettoso. È che non ce n’è bisogno, la questione è talmente semplice che basta la pancia per parlare. E perchè no? Perchè il capro espiatorio non può parlare di emozioni, di tutto ciò che ha sentito in quegli attimi di vita? E in effetti il capro espiatorio non è un perfetto capro espiatorio, perchè le sue emozioni, benchè banalizzate e ridicolizzate dall’intervistatore, non sono mai del tutto rappresentabili. Non si possono ricondurre alle categorie rassicuranti dello spettacolo, categorie letteralmente xenofobe: i mostri vengono da fuori, magari dalla Grecia, i mostri vengono dall’alta borghesia viziata, così distante dagli onesti lavoratori contenti di farsi schiavizzare pur di non sembrare dei debosciati; i mostri sono apolitici, perchè altrimenti ragionerebbero in termini di un futuro sufficientemente lontano da fare sbadigliare, di una ragionevolezza paralizzante; i mostri sono professionisti del danneggiamento, a differenza di voi che subite una schiavitù quotidiana con irresponsabile improvvisazione; i mostri sono maschi ed eterosessuali, perchè se fossero femmine o gay vacillerebbero le nostre certezze sulle donne e sui gay. Mattia risponde a questo profilo già tracciato per alcune caratteristiche e per altre no, ma non è questo il punto. Il punto sono le emozioni, e le emozioni arrivano dirette, non di profilo. E chi ha detto che la piazza dev’essere fatta di profili? Di assennati leader, lungimiranti intellettuali, di gente che misura la legittimità di quello che sente sul livello di analisi che sa esprimere. Volete un po’ di analisi? Eccola, se ci tenete. Darvela, in fondo, ci libera un po’ del suo peso. Noi ci teniamo le emozioni di Mattia. Che sono un po’ le nostre.

Eravamo in corteo, e ci siamo emozionat*. Abbiamo visto migliaia di persone insieme, un corteo determinato, un’ondata di odori e colori, di corpi vicini nel riprendersi la città. Abbiamo visto le bandiere no tav e compagn* da tutta europa, abbiamo attraversato lo spezzone antispecista e ci siamo fatt* attraversare dallo spezzone frocio itinerante. Poi è arrivata la pioggia, e un corteo sotto la pioggia non è come sotto il sole. Abbiamo pensato che tutto ciò, insieme alle colonne di fumo che si levavano su milano, stesse rovinando la festa al nostro bravo premier. Come vittoria politica forse è piccola, ma come emozione è grande. E le vetrine delle banche che saltano non sono un’idea, sono un rumore, sono vetri rotti che volano. Sono il corpo del re che è nudo. Ci sono tanti modi di essere espropriati della città, e altrettanti per riprendersela. Ma in qualsiasi modo lo si faccia, riprendersi la città non è un’idea. È riprendersela col corpo, con i sensi. Sentirla ruvida fra le dita. Riprendersi la città o è emozione o non è. Non si vedranno pagine sui social network che incitano a sputarci addosso o a insegnarci l’italiano: noi ce l’abbiamo duro abbastanza per i vostri gusti… Ed è questo che vi diamo in pasto, un po’ di belle parole, il prezzo da pagare per poter dire le stesse semplici cose che ha detto Mattia senza essere oggetti dello stesso linciaggio che è toccato a lui.

Atto Secondo: la Legge del Padre.

Sottoposto alla gogna, a pressioni violentissime, lasciato solo da tutti, Mattia ritratta. A mangiare ciò che resta intorno alle sue ossa c’è già pronto un altro rapace, Nasso-Marzocchi-Peracchi. Un po’ sbirro, un po’ professore, un po’ assistente sociale (e sì, certo, anche un po’ giornalista), invoca subito l’autorità paterna con lo strumento patriarcale per eccellenza: lo schiaffo. Ricordiamoci che Mattia non ha fatto niente, o meglio, ha fatto tutto: ha espresso l’opinione sbagliata al momento sbagliato. E che cosa invocano questi solerti difensori della libertà di opinione quando sentono un’opinione a loro sgradita? Gli schiaffoni. Ricordiamo che sono gli stessi che gridano alle gravi violenze quando vedono una vetrina incrinata. Come si suol dire, “darei la (tua) vita perché tu possa esprimere la mia opinione”. Ancor più che nel primo, nel secondo atto la figura dominante è quella dell’umiliazione. Mattia viene messo contro ai genitori, trattato come un idiota e spinto a mettere in piazza i cazzi suoi (eh già,  qualche parolaccia la diciamo anche noi. Voi mai? Per redimerci domani potremmo lavarci i denti…). L’ultima gentile offerta consiste nel suggerirgli di mettersi in ginocchio sui ceci e ripulire la città per espiare la grave colpa di essersi emozionato. Mentre expo devasta e saccheggia le nostre vite c’è chi si indigna per qualche vetrina infranta e qualche auto in fiamme. Se questa indignazione vi sembra un po’ ipocrita, il banchetto dei social network sul corpo di Mattia vi sembrerà letteralmente osceno. C’è di buono per lui che verrà digerito in fretta e a breve nessuno se ne ricorderà.  La necrofagia da social ha la memoria corta e, se non da domani, al più tardi da dopodomani si ricomincerà ad indignarsi per le ovaie di Angelina Jolie.

Atto Terzo: il Colpo di Spugna.

E che dire di quelle migliaia di persone che ieri hanno sfilato per milano armati di cif e spugne? Loro sapevano perché fossero lì a pulire, da cosa fossero mossi e le implicazioni del loro atto? Quanto ci hanno riflettuto? Più di Mattia? Pare di no (molti dichiarano di non sapere nemmeno dell’esistenza di un movimentro contro expo), ma a chi importa. Erano emozionati? Boh, non ne hanno parlato. Eppure cosa facevano? Un atto estremamente violento. Ci portavano di nuovo via quella città che per un attimo era stata anche nostra, ma non con i sassi, con la violenza di un colpo di spugna. Lavavano via col cif le nostre lacrime e le nostre risa sudice, fino a non farne restare più nulla. Rivestivano il re, cancellavano noi. Ricostruivano la vetrina chiamata milano per riporci ancora tutti dentro, di nuovo esposti e patinati, di nuovo a farci guardare come vestiti senza corpo e senza sudore. E le nostre vite? E le nostre emozioni? Ma sì, che importa, è la nostra immagine che conta.

Resistenza Animale – resistenzanimale.noblogs.org