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Traffico d'armi di fascisti e golpisti in ...

Bande di fascisti golpisti e di criminali protetti gestiscono in Italia il traffico “illegale” di armi ·

E’ una storia di pazzi. Sono le vicende raccontate e snodate durante Report di domenica 15 novembre sulla RAI. Bisognerà fare la tara; è plausibile che alcune siano false piste o spacconate; ma l’impianto della trasmissione è terrificante. In poche parole: c’è una struttura parallela italiana che vende armi e addestra uomini destinati alle guerre che dilaniano il Medio Oriente in connessione con industrie italiane e con i rimasugli della banda fascista criminale della mafia del Brenta, molto simile alla banda della Magliana; sovrintende al tutto una cricca di camorra e una Gladio in sedicesimo denominata legione Brenno.

 Molte persone, stamani, dicevano che tutto era evidente, era tutto noto, non c’è niente di nuovo. Ma è una risposta sciocca, superficiale e sardonica. La verità è che si intuiva qualcosa, l’industria delle armi italiana era sospettata di triangolazioni con piroette zozze varie; ma nessuno poteva prevedere quanto è stato svelato durante Report dal giornalista Ranucci.

 La trasmissione comincia con George Smiley, nome di copertura di un importante trafficante di armi. George, è nato in Italia, ma vive tra Londra, Dubai e Malta, che esordisce dicendo: ” Tutti i paesi occidentali fanno i conti con i rifugiati che scappano dalle guerre, ma nessuno si preoccupa di bloccare il traffico di armi verso Africa e Medio Oriente. Senza le armi, da quelle parti si tirerebbero i sassi. (..)L’Italia ha armato l’Isis a sua insaputa, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all‟Isis. Lo scorso febbraio, poi i militari sotto la guida dei nostri servizi hanno addestrato nello Yemen, un centinaio di combattenti arabi da utilizzare contro l’Isis. Si sono dileguati e si sono arruolati nelle milizie dell‟Isis.”

Si tratta pertanto di un errore bestiale per chi opera nel campo dell’intelligence: una defaillance micidiale che avrebbe dovuto comportare svariate destituzioni dai rispettivi corpi di appartenenza se la notizia fosse vera. Ma nessuno ha saputo di nessuna destituzione.

 Smiley nel corso dell’intervista aggiunge alla domanda su cosa sia Andrea Pardi e la Società Italiana Elicotteri: “Pardi ha cercato di vendere elicotteri che apparentemente sono ad uso civile, ma hanno componenti militari oppure possono essere modificati per utilizzarli in guerra. SIGFRIDO RANUCCI Senta, ma è possibile che Agusta e Finmeccanica non sappiano nulla dell‟attività di Pardi? GEORGE SMILEY Questo non lo so. Certo è singolare che dentro Finmeccanica non ci sia nessuno che si chieda dove vanno a finire gli elicotteri di Pardi. Le società come quelle di Pardi potrebbe servire a vendere in paesi, dove Agusta non può vendere ufficialmente. Come l‟Iran. Il gioco, da quello che so, doveva essere questo. Pardi ha cercato di far immatricolare 38 elicotteri dell‟Agusta Bell in Brasile. Li avrebbe poi venduti alla Keystone Trade Oil and Gas, una società creata qui a Londra esclusivamente per questa operazione. Poi, hanno usato come testa di legno una vecchia donna afghana per firmare il contratto. Così gli elicotteri venivano rivenduti in Nigeria, grazie anche all‟aiuto di un mediatore israeliano, ma c’era un accordo perché fossero destinati in Iran.”

Ranucci afferma infine su Pardi “ Pardi ha rapporti anche con Craig Russo Soroudi, il cittadino iraniano – diventato poi socio di Massimiliano Colagrande, arrestato a Roma a febbraio in un’inchiesta di camorra. Emergerà dopo che Colagrande è vicino all‟ex Nar e boss di Mafia Capitale Massimo Carminati.”

Il sovrintendente di questo tipo di operazioni anche oggi è un certo Giancarlo Carpi, veneto, di professione ufficiale camionista. D’altronde è ben noto che nel passato nei vertici di servizi paralleli come Gladio e Anello c’erano delle persone “comuni”; stando alla vulgata il capo dell’Anello era un presentatore di una trasmissione RAI per bambini. Tornando a Report e a Carpi questi aveva fondato con altri la struttura militare segreta, denominata “Legione Brenno”. La legione Brenno era nata nel 93, in coincidenza con lo scoppio della guerra tra serbi e croati. Carpi aveva partecipato segretamente alla guerra, a fianco delle milizie croate. Il giornalista Ranucci così commenta: ‟l’esistenza dei legionari di cui faceva parte Carpi viene scoperta a Mestre, mentre sulla loro auto trasportavano kalashnikov e bazooka. Quando la polizia cerca di fermarli i legionari sparano, feriscono un poliziotto che rimarrà a vita sulla sedia a rotelle. Si scoprirà dopo che Carpi e i suoi avevano anche progetti golpisti, a cominciare da un attentato al presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro”. Nella stampa del novembre 1998 abbiamo trovato una notizia della Legione Brenno; era il 12 novembre 1998: su strano.net troviamo: “Arrestati per ordine della Procura di Napoli 40 persone tra cui esponenti della camorra, della ‘ndrangheta, della banda della Magliana, titolari di esercizi commerciali, intermediari d’affari, un funzionario di banca, un ispettore di polizia e un ex maresciallo dei carabinieri. Le accuse vanno dal traffico e spaccio di droga all’associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione di banconote, certificati di deposito e titoli di credito. Arrestati Giancarlo Carpi, di Padova, Loris Apostoli e Giampaolo Ambrosi di Verona, inoltre Bruno Forzato di Venezia non è stato arrestato perché ha deciso di collaborare, mentre Marino Sacchetti di Treviso è riuscito a sfuggire alla cattura, tutti appartengono all’organizzazione di estrema destra “Legione Brenno”, costituitasi all’inizio degli anni ’90. Sono state inoltre perquisite le abitazioni di una decina di altri affiliati a tale organizzazione a Imperia, Verona e Forlì. Sono accusati di essere gli autori della sparatoria contro i poliziotti di una volante della polizia a Marghera che aveva intimato l’alt alla vettura sulla quale viaggiavano la sera del 3 settembre 1995. Nel bagagliaio di tale vettura furono trovati granate, plastico, un lanciamissili e delle mitragliette Skorpion. La Legione Brenno, di cui facevano parte ben 4 ex carabinieri, ha affiancato in Croazia i miliziani fascisti dell’HOS (eredi degli ustascia) durante la guerra contro Serbia e Bosnia. I membri della Legione Brenno rientrando in Italia portarono con se armi ed esplosivi ”.

Il processo ai componenti della Legione Brenno fu curiosamente poco o punto seguito dalla stampa nazionale. L’iter giudiziario fu molto benevolo: nessuna condanna per cospirazione politica mediante associazione, nessuna condanna per banda armata, i reati di sangue derubricati in modulazioni minori. Proprio come è avvenuto per gli scontri a Roma del 15 ottobre 2011, dove senza armi e senza reati di sangue ci sono state condanne ad anni e anni di reclusione di alcuni dimostranti che però erano “zecche” sovversive!

 Comunque gli uomini della Brenno, a partire da Carpi, sono persone attenzionate ben note alle forze di polizia e ai servizi; eppure sembravano agire comodamente nello “sport” dei traffici di armi.

 Nello snocciolarsi della trasmissione emergono altre persone inquietanti, trafficanti africani di armi ovvero di diamanti, presunti camorristi, sedicenti appartenenti ai servizi segreti. In particolare c’è un uomo di Caserta che faceva da addestratore “ Giancarlo Carpi per l’addestramento dei somali, aveva coinvolto anche un fruttivendolo di Caserta, con precedenti penali: Francesco Chianese, detto “ O Santulillo”; con il figlio, sarebbe il riferimento sul territorio dell‟ex-latitante Michele Zagaria, il più potente e feroce dei capi del clan dei casalesi.” Il Chianese vanta anche di avere uno zio nei servizi, circostanza che è facilmente verificabile, con cui interagiva e parla nell’intervista di omicidi coperti. Il Chianese accenna poi a un agente dei servizi implicato: un certo Giuseppe Carvelli, calabrese. Altri dei servizi o delle forze di polizia, oggi in congedo, sono per Ranucci il Colonnello Intorcia, sedicente ancora in servizio, e il carabiniere Fracasso. Si arriva poi all’Aeroporto dell’Urbe dentro la Società Italiana Elicotteri che vende anche per conto di Finmeccanica. Bene. Inoltre c’è dentro una cittadina somala che di professione gestisce un negozio di parrucchiera e ortofrutta a Roma: Osman Lul è la leader della comunità somala in Italia e nel 2007 è stata candidata alle primarie del Partito Democratico.

 Da ultimo, Il Fatto quotidiano titola oggi martedì: “Verso il Qatar, indicato come principale sostenitore economico del Califfato, abbiamo esportato tra il 2012 e il 2014 armi per 146 milioni di €”.

Insomma, l’Italia (e i paesi europei) da che parte stanno? Si vuole “aiutare” le forze pro Assad e invece si aiutano uomini che passano all’Isis; intanto si danno armi italiane a go go al Qatar indicato come principale sostenitore economico dell’Isis. Si ordiscono dal nostro territorio torbidi intrallazzi di vendite di armi a paesi dove sarebbe proibito e gli orditori sono dei criminali golpisti contro le istituzioni, con uomini che si muovono tra apparati, fascisti armati e banditi di peso. Si parla di guerra all’Isis ma non si bloccano i flussi di capitali verso il Qatar. I Curdi sono i più strenui nemici combattenti contro l’Isis ma non si mormora nulla contro la Turchia che bombarda i Curdi. Si parla di contrasto all’economia del Califfato, ma questo è libero di portare decine di autobotti di petrolio al giorno in Turchia ovvero di vendere coi suoi agenti a Londra, a Berlino e New York decine di beni artistici di estremo valore depredati a Palmiria, a Raqqa, in Mesopotamia.

 Che senso ha bombardare in Siria se non sono recisi i mille legacci tra Occidente, i cosiddetti paesi islamici moderati e il Califfato? Di che stiamo parlando?


 http://www.osservatoriorepressione.info/bande-di-fascisti-golpisti-e-di-criminali-protetti-gestiscono-in-italia-il-traffico-illegale-di-armi/

E' troppo tardi per l'ipocrisia

A proposito dei fatti di Parigi

"Gli oppressori e i soverchiatori sono responsabili non solo del male che infliggono agli oppressi e ai soverchiati, ma anche dell'odio che infondono nei loro cuori".

A. Manzoni, I promessi sposi

Si potrebbe sintetizzare così, con le parole del tutt'altro che rivoluzionario Manzoni, il nostro giudizio sui tragici fatti di Parigi.

Ragazzi nati e cresciuti nelle periferie che forse, fino a qualche anno fa, non avevano mai letto le sure del Corano, sono disposti a darsi e a dare la morte per un nuovo Califfato islamico.

La categoria del "fanatismo religioso" da sola non spiega davvero nulla. La spiegazione di una violenza furiosa e indiscriminata non va cercata nel Cielo delle promesse, ma sulla Terra delle umiliazioni.

Dal 1991 le truppe occidentali - comprese quelle italiane - hanno esportato la loro splendida civiltà del dialogo e della pace a suon di bombe e di massacri. Stragi come quella di Parigi sono state e sono quasi quotidiane in Iraq, Afghanistan, Palestina, Siria, Libano, Mali, Somalia... Non più di due mesi fa, in una piazza di Istanbul, lo stesso numero di persone morte a Parigi è saltato in aria per una bomba messa dal governo turco di Erdogan contro l'opposizione curda.

Basta confrontare la diversa reazione di istituzioni e media occidentali di fronte alle due stragi per cogliere tutta l'ipocrisia delle lacrime di Stato e del "siamo tutti francesi". Evidentemente, i morti occidentali pesano infinitamente di più di tutti gli altri.

A parte i finanziamenti diretti della CIA ai gruppi islamisti per destituire questo o quel governo, è la guerra permanente scatenata dal capitalismo per accaparrarsi le risorse energetiche e spartirsi le zone di influenza mondiale ad aver apparecchiato le condizioni ideali per l'ISIS. I massacri di Gaza e di Falluja hanno fatto da soli la più potente propaganda anti-occidentale che si possa immaginare. Come diceva qualcuno, è troppo tardi per i discorsi da maestri di scuola impartiti a un'umanità per tre quarti annegata. La violenza indiscriminata non abbiamo voluto vederla. Abbiamo fatto come se nulla fosse, perché era lontana. Sorprendersi ora è ipocrisia.

Siamo in guerra. "Noi vi facciamo qui quello che voi ci fate in Siria": sembrano queste le parole urlate durante la sparatoria al Bataclan.

La logica del "siamo tutti francesi" è proprio quella che nutre la guerra globale (e dunque l'ISIS). Riflettiamoci. Se si considera legittimo bombardare case e ospedali in Iraq, in Afghanistan o in Siria con il pretesto di colpire questo o quel tiranno locale, perché non si dovrebbe considerare legittimo colpire a caso dei francesi per la politica imperialista di Hollande e delle multinazionali di cui serve gli interessi? Se sono terroristi gli attentatori parigini, non sono forse infinitamente più terroristi i militari della NATO? E’ poi più vigliacco farsi esplodere per strada o sganciare bombe dell’alto di un aereo?

Siamo in guerra. Lo stato d'assedio dichiarato in Francia è lo stesso che veniva decretato nell'Algeria coloniale. Mancano solo i campi di internamento. E già militari in passamontagna stanno pattugliando le strade di alcune città italiane.

Non facciamoci illusioni. Non esiste controllo poliziesco e militare che possa metterci al riparo dal gesto più tremendo e più facile: colpire nel mucchio. Chi pensa di potere barattare le sue già magre libertà in cambio della sicurezza promessa dallo Stato, perderà le prime e non otterrà la seconda.

La guerra della civiltà contro la barbarie è una menzogna. Tra l’altro, a combattere l'ISIS senza violenza indiscriminata contro la popolazione civile sono le guerrigliere e i guerriglieri curdi. Ma siccome vogliono anche autorganizzare territorio, risorse e società, le loro basi vengono bombardate da Erdogan con il sostegno di tutti i capitalisti del mondo: meglio il Califfato della rivoluzione sociale.

Chi vuole compattare popolo e istituzioni ("siamo tutti francesi") dà ragione alla guerra globale, e dunque anche all'ISIS.

Siamo stati silenti e complici per tanto, troppo tempo.

Tempo in cui milioni di cuori si sono gonfiati di odio.

Tempo in cui siamo diventati tutti potenziali obiettivi di guerra.

La strada da imboccare è tutt’altra: dissociarci dalle politiche di rapina e di morte perpetrate in nome nostro; dimostrare praticamente che Renzi, Hollande, Obama, Merkel ecc. non ci rappresentano affatto. Che i primi responsabili di una guerra che ci sta ritornando indietro sono proprio loro. Loro e tutta la classe dominante.

Disertiamo il fronte occidentale!

Nessuna guerra fra i popoli, nessuna pace fra le classi!

 

Fuori le truppe NATO dal Mediorente!

 

 

 

Trento, 17 novembre 2015

anarchici e antimilitaristi

 

 

 

Processo Green Hill: resoconto dell’udienza della sentenza di primo grado

Il 9 novembre è stata emessa la sentenza per le 13 persone imputate per la liberazione dei Beagle a Green Hill.

L’udienza si è svolta a porte chiuse, un provvedimento eccezionale disposto dalla giudice per motivi di sicurezza e ordine pubblico. Si è trattato quindi di un’udienza blindata. Il numero dei solidali era intorno alle 100 persone, ingente la presenza di digos di diverse città e forze dell’ordine. Ai solidali non è stato permesso l’ingresso ed è stato loro ripetutamente chiesto ad allontanarsi e di non sostare in prossimità dell’aula. Richiesta accolta solo da poche persone. Il motivo dichiarato di tali misure sembra essere la ricezione da parte del tribunale di alcune lettere minatorie. Mentre il motivo più verosimile è che la situazione era percepita conflittuale per la presenza di molte realtà legate al mondo liberazionista e ecologista più radicale. Presenze nuove rispetto alle udienze precedenti che durante le quali le uniche partecipazioni erano state quelle di Animal Amnesty, Partito Animalista e Animalisti Italiani.

In aula ha preso la parola il Pubblico Ministero che ha riconfermato le pene per furto, sostenendo che nel nostro ordinamento giuridico l’Animale è preso in considerazione o come bene mobile o come proprietà, affermando che non ci sarebbe stata una sentenza innovativa che li considerasse soggetti senzienti. Nessun accenno alla mia posizione per la quale aveva precedentemente richiesto 4 anni.

Le condanne sono state nella maggior parte dei casi a 8 mesi di reclusione, un’assoluzione e due condanne a 10 mesi. Tutti i reati sono stati riformulati unicamente in furto aggravato ed è stata applicata un’attenuante per motivi di “alto valore etico”. Nelle pene a 8 mesi l’attenuante ha prevalso sull’aggravante, mentre nel mio caso l’aggravante ha prevalso sull’attenuante. Una sentenza che mentre definisce l’Animale “cosa” parla di “alto valore etico” di un’azione che definisce come furto.

L’Animale resta cosa mobile o proprietà ed è dalla giurisprudenza tutelato solo in queste accezioni, non gli si riconosce soggettività, diritto alla vita, capacità di soffrire.

Infine siamo stati condannati in modo “solidale” al pagamento dei danni verso Green Hill quantificato in 10.000 euro, al pagamento dell’onorario della difesa di Green Hill per 5.700 euro e al pagamento delle spese processuali.

 

Luana Martucci

 

Riportiamo la diretta telefonica uscita su Radio Blackout di Luana in merito al processo:

http://radioblackout.org/2015/11/sentenza-processo-green-hill-resoconto-e-considerazioni-con-luana-liberation-front-puntata-del-10-11-15/

Cacciata dall’occupazione perché promiscua

 

Quando ho occupato, assieme ad alcuni ragazzi, la casa dove abitavamo insieme, non pensavo di trovare lì persone che mi avrebbero giudicata. Attorno ai compagni si realizzano molte aspettative. Sono tutti buoni, dalla parte giusta, meravigliosi, antifascisti, antirazzisti, antisessisti. Non ho avuto alcun problema ad essere l’unica donna tra gli uomini. È vero che i primi tempi mi sono data molto da fare nella cura della casa. Mi sentivo in obbligo, come se qualcuno mi avesse fatto il lavaggio del cervello e io non riuscissi a liberarmi del ruolo di cura che ti consegnano alla nascita se tu sei femmina.

Pulivo, cucinavo, mentre loro parlavano di rivoluzioni e lotte contro il sistema. A volte è facile spostare le lotte altrove senza però mettere in discussione nulla di quello che accade vicino a te. Uno di loro faceva il “capetto” e tutti pendevano dalle sue labbra, e a me era permesso intervenire a meno che per i tanti impegni dentro o fuori casa non potessi partecipare. In realtà preferivo pensare all’orto. Facevo la spesa risparmiando. Cercavo di sedare inimicizie e atteggiamenti competitivi. A poco a poco per me fu naturale dormire prima con uno e poi con l’altro. In vari periodi della nostra convivenza ho fatto sesso con ognuno di loro. Piaceva a me e piaceva a tutti. Saldava la nostra convivenza e salvo un caso in cui uno di loro manifestò gelosia nei miei confronti andò tutto a meraviglia. Fu così almeno fino all’arrivo di Manuela.

Più giovane di me, disse che aveva bisogno di stare lontana da contesti che non la stimolavano intellettualmente, così decidemmo che sarebbe potuta restare. C’è stato un breve periodo in cui lei tentava di ingraziarsi me per avere ruolo in quel gruppo. Poi andò a letto con uno degli occupanti e tutto cambiò. Lei partecipava a tutte le assemblee vicina al suo compagno. Interveniva spesso e la sua voce veniva ascoltata seriamente. Nel frattempo io continuavo ad accettare le lusinghe dei compagni che mi baciavano e abbracciavano perché ero una magnifica cuoca, il perno dell’occupazione, senza di me non ci sarebbe stato quello spazio e quindi continuavo a cucinare, pulire, e nel mio tempo libero studiavo molto.

tumblr_n487m5z49T1sfv0b3o1_540Un giorno uno di loro, molto ubriaco, mi abbracciò e andammo a letto insieme. Il sesso fu godibile. Mi fece molto ridere il modo in cui mi parlava. Poi sussurrò all’orecchio che la tipa che avevamo accettato di includere nel nostro gruppo diceva in giro che il fatto che io andassi a letto con tutti diventava una distrazione. Toglieva armonia al gruppo. E mi disprezzava molto, contrariamente a quello che pensava dei compagni la cui promiscuità non era minimamente messa in discussione. In realtà era lei che aveva assunto un atteggiamento molto competitivo e che mi dava sostanzialmente della zoccola perché era forse gelosa del suo partner, con il quale avevo fatto sesso anch’io, o perché semplicemente voleva diventare intima, ancora più parte del gruppo di quanto fossi io.

Non diedi peso alla cosa, pensai che l’ubriaco straparlava e continuai la mia vita divisa tra mille impegni e la militanza di gruppo. Un giorno il “capetto” disse che era necessario che io fossi presente alla riunione serale. Avevano qualcosa da dirmi, così andai. Erano lì schierati, come se volessero fucilarmi da un momento all’altro. Nessuno sedette accanto a me e fu lei, l’altra, ad aprire l’assemblea con un intervento che poneva l’accento sull’importanza dell’azione militante del gruppo e sul fatto che sarebbe stato davvero terribile se qualunque cosa avesse il potere di ledere quell’equilibrio.

Continuò il capetto che mi fece una vera e propria paternale. Non accennò al fatto che aveva più volte goduto sessualmente della mia compagnia. Disse che forse sarebbe stato il caso di allontanarmi perché la mia presenza destabilizzava un po’ tutti. Chiesi chi fossero quelli destabilizzati della mia presenza, a parte l’altra donna lì presente, e nessuno seppe dirmi senza abbassare gli occhi per non incontrare il mio sguardo. Volevano che io me ne andassi in quanto “zoccola”, senza alcun dubbio. Di mezzo c’era un atteggiamento sessista e paternalista e anche la solita mania di controllo e di accentramento di certe donne che non sanno far di meglio che cercare una nemica per distruggerla. Agli occhi degli altri. Agli occhi del mondo intero.

485282_450337008366798_658619614_nDissi che meritavo di restare perché quel posto l’avevo costruito con le mie stesse mani. Avevo sgobbato per farlo diventare molto più abitabile e poi non avevo alcun luogo in cui andare. La tizia allora disse che sarebbero stati certamente comprensivi. Per gentile concessione potevo restare ma non troppo a lungo. Mi davano il tempo – che carini – di cercare un altro posto in cui stare. Avevano grande rispetto per me ma a quanto pare non facevo gioco di squadra. Forse intendevano che non ero disponibile a seguire la loro morale in fatto di sesso ma non mi pare che qualcuno di loro sia mai stato messo in discussione, e, come al solito, è una donna quella che deve fuggire via con una lettera scarlatta attaccata al corpo.

Avevo già intenzione di andare all’estero, perché l’Italia non mi offriva molte possibilità. Perciò decisi di anticipare la mia partenza e dopo aver spedito le mie cose, con pacchi destinati alla casa di un mio amico, salutai tutti e presi il primo volo disponibile. Di loro non ho poi saputo granché. Ogni tanto leggo sul loro blog interventi della tizia che pensa di essere il padreterno. Credo che abbiano deciso di ospitare anche un’altra persona, un’amica della tizia, cacciata però poco tempo dopo con chissà quali pretesti. Io me la godo, qui dove sto, e voglio solo ricordare questi fatti, accaduti un po’ di tempo fa, perché è giusto dire che se non si fa la rivoluzione nel proprio privato, nell’intimità, non c’è rivoluzione che tu possa fare fuori.

Ho scoperto, a mie spese, che le dinamiche di un gruppo, per quanto “compagno”, sono esattamente le stesse che in qualunque altro posto. E, per finire, affermo che continua a piacermi fare sesso con molti uomini. Così sono io. Se tu e tu e tu non lo tollerate allora immagino che voi siete compagn* tanto quanto può esserlo un fascista qualunque. Non sono io quella sbagliata. E non mi convincerete del contrario.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

 

Sulla mobilitazione contro la sorveglianza speciale a Trento.

L’11 settembre, il tribunale di Trento ha comunicato che la richiesta di sorveglianza speciale e di obbligo di soggiorno contro Massimo è stata respinta.
Visto che la stessa misura è stata applicata a Chiara e che diversi compagni, fra Torino e Cagliari, avranno l'udienza tra settembre e ottobre può essere utile raccontare come è andata la mobilitazione a Trento e qual è stato il piano di confronto tra i compagni e i solidali.
Se ogni situazione locale ha le sue specificità, ci sembra comunque fondamentale che il ragionamento coinvolga un po' tutti. Il fioccare di così tante richieste di sorveglianza risponde evidentemente a un progetto del ministero degli Interni che può trovare tribunali più o meno compiacenti. E il dibattito non dovrebbe riguardare solo come cercare di impedire l'applicazione di queste misure, ma anche come affrontarle nel momento in cui vengono applicate. Un dibattito da aprire –  fra i candidati alla sorveglianza e i loro solidali – se possibile prima delle udienze.
Il giorno dell'udienza, a Trento, al presidio fuori del tribunale hanno partecipato tante persone. Oltre il dato quantitativo, un aspetto interessante è stata la composizione dei solidali. Se l'intento di Questura e Procura era quello di isolare un compagno e, indirettamente, colpire la rete di relazioni costruita attraverso le lotte, si può dire che l'intento è fallito. Dall'ambito no tav all'assemblea dei parenti, amici e solidali di Stefano Frapporti, dai lavoratori e lavoratrici dell'Orvea in lotta ai compagni che hanno partecipato alle ultime occupazioni, i raggruppamenti di resistenza presenti sul territorio hanno risposto solidali. La scelta che l'udienza fosse a porte aperte – se l'"interessato" ne fa richiesta il presidente del tribunale deve disporre che il dibattimento sia pubblico – ha permesso che la solidarietà fosse ben presente anche in aula durante la dichiarazione del compagno.
Finita l'udienza, il presidio si è trasformato in un corteo spontaneo per le vie di Trento, con interventi, affissione di manifesti, scritte e stencil contro la sorveglianza, per concludersi con un'assemblea a Sociologia, in cui si è parlato poco delle prossime iniziative contro la sorveglianza e molto dei prossimi appuntamenti di lotta: dalla questione della Marangoni al clima di caccia alle streghe contro i migranti, per finire su come costruire un'ampia solidarietà attorno a Pippo, Andre e Tommy.
Durante il corteo, il cui contenuto di fondo era "chi tocca uno tocca tutti", uno slogan riassumeva bene il livello di confronto sviluppatosi nelle assemblee precedenti, svoltesi a Rovereto e a Trento: "Contro la sorveglianza, la nostra soluzione: solidarietà e violazione". Massimo aveva detto fin da subito che, in caso di applicazione della sorveglianza, l'avrebbe violata pubblicamente, scelta che i vari ambiti di lotta si erano detti pronti a sostenere. La sentenza del tribunale – su cui pensiamo che la mobilitazione abbia avuto il suo peso – chiude (probabilmente) in anticipo la partita. Meglio così, perché il contrasto alla repressione inghiotte sempre energie preziose.
Ma il problema rimane per altri compagni e può diventare un pesante precedente contro tutti i sovversivi. Per cui invitiamo compagne e compagni a parlarne. La normativa del 2011 – sotto il cappello dell'antimafia – ha inasprito le conseguenze per chi vìola le misure di prevenzione. Se la violazione della sorveglianza non prevede l'arresto immediato, ma successive condanne che possono raggiungere complessivamente i tre anni di carcere, la violazione dell'obbligo di soggiorno prevede l'arresto immediato e una condanna che può arrivare fino a cinque anni. Scontate le condanne, ricomincia la sorveglianza. In caso di commissione di reati, anche banali, può essere disposto un periodo di due anni di libertà vigilata; se il reato viene commesso mentre si vìola l'obbligo di soggiorno, spunta l'eventualità di essere condannati alla casa-lavoro o alla colonia agricola, fino a quando una commissione non stabilisca che il sorvegliato speciale si è effettivamente ravveduto: una "misura di sicurezza" potenzialmente infinita.
Questo per avere un quadro. Il tutto è ancora nebuloso per l'assenza di precedenti. E sappiamo che l'applicazione o meno di determinate misure repressive dipende da rapporti di forza le cui incrinature non si possono mai disegnare in anticipo.
Sicuro è che la logica "chi ha la sorveglianza se la tenga" è pessima sia per il sorvegliato che per la libertà di tutti. Come dar battaglia, come ricacciare indietro queste misure è dibattito importante e urgente. Tra l'altro, attraverso queste misure di prevenzione si può rileggere l'intera storia d'Italia, dalla legge sardo-piemontese del 1859 che introduceva l'ammonizione fino ad oggi. Per poter colpire condotte e modi di vivere non direttamente sanzionabili con il codice penale, lo Stato ne ha affidato la repressione alle leggi di polizia, che hanno attraversato indenni epoche e governi. Una repressione fuori e dentro il Diritto, una sorta di carcerazione "a costo zero" che raccoglie e affina diversi arnesi del potere: antropologia criminale, ortopedia sociale, giudizio psichiatrico, sospetto fascista, rieducazione stalinista e perbenismo democratico. Non un'anticaglia del passato, dunque, ma il volto del presente.
Alle e agli insuscettibili di ravvedimento spetta difendere e diffondere la libertà ovunque. Che nessuno venga isolato non può essere solo uno slogan: bisogna pensare e praticare una solidarietà calorosa e conseguente.