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DEMOCRAZIA O LIBERTA'!

 Molto spesso si sente dire in giro: “Questa non è Democrazia!”. Eppure, dalle guerre allo sfruttamento dei territori, fino allo spossessamento di milioni di individui nel mondo, sembra che tutto venga realizzato grazie anche alle regole democratiche che si adattano o si conformano alle necessità di cui l’Economia, di volta in volta ha bisogno. Prendiamo l’esempio dei diritti umani. Senza fare digressioni storiche o filosofiche che ci porterebbero a parlare, inevitabilmente, di inclusione ed esclusione, e prendendo per buona la loro essenza, essi – si dice a ragione – vengono calpestati in Paesi come Turchia o Israele che rappresentano delle perfette  democrazie. Funge da esempio la più grande democrazia del mondo, gli USA dove, periodicamente, i neri vengono assassinati in strada dalla polizia. Fino ad arrivare all’elenco lunghissimo dei morti ammazzati nel Bel Paese per mano, anche qui, delle forze dell’ordine.  Certo, sono argomenti facili se vogliamo, ma il problema è che questi episodi non sono affatto  errori o eccezioni opera di mele marce, sono parte intrinseca di un sistema di diritto in cui coloro che hanno il potere hanno il monopolio della violenza e governano sul resto dei sudditi, imponendo loro qualsiasi decisione: economica, ambientale, militare, sociale ecc.  La farsa della partecipazione serve solo a consolidare il sistema. Altre volte capita di sentire: “Questa non è Democrazia, ma Fascismo”. In effetti un controllo sempre più asfissiante, un azzeramento delle conoscenze e delle esperienze e una rappresentazione che sempre più si sostituisce alla realtà, sembra paventare un totalitarismo altrettanto insidioso e invadente. Eppure il Fascismo, almeno in Italia, lo si è conosciuto per quello che era: un regime autoritario, gerarchico e monopolizzante che non consentiva alcuno spazio al di fuori di esso e reprimeva il dissenso con la censura, la tortura e la morte. Le similitudini possono anche farsi, ma è bene considerare anche le differenze e grazie a ciò riconoscere coloro che, come i gruppi neo fascisti, vorrebbero ritornare a quell’epoca. Ad un certo punto, molti anni fa in Italia, alcuni decisero che quel monopolio della violenza doveva cessare e impugnarono le armi contro il regime fascista. E ciò avvenne da subito e oltre la fine di quell’esperienza. Proclamata la Repubblica, molti partigiani rimasero in carcere anche alcuni decenni oltre la fine della guerra, mentre tutti i fascisti  vennero liberati e tornarono a riprendere il posto che avevano occupato prima. La Costituzione che si dice nata dalla Resistenza, non ha difeso allora coloro che si erano battuti per eliminare la sopraffazione fascista; non è servita poi quando lo Stato ha messo le bombe sui treni e nelle  piazze, non ha funzionato quando l’Italia è andata in giro per il mondo a esportare guerra e democrazia con torture e massacri come in Libia, non serve oggi, quando il Mediterraneo si riempie di morti. Il Si al Referendum vorrebbe accentrare il potere in mano al governo e rendere più difficile la partecipazione di altri poteri, il No vorrebbe difendere o aumentare la Democrazia.
Ma per aumentare la libertà non servono né l’uno né l’altro. Serve l’autodeterminazione a spazzare via questo modello da sempre iniquo e totalizzante.


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Via delle giravolte 19/a Lecce

CERTI GESTI PARLANO DA SOLI!

 Pensare che il Fascismo sia ormai il passato può essere un errore grossolano se si guarda invece all’espandersi di gruppi neofascisti e neo xenofobi che alimentano e soffiano sulla paura nei confronti del diverso e dello straniero.  Sostenuti in questo dai media che, quotidianamente, colonizzano le menti, associando ai problemi di casa e lavoro le questioni riguardanti l’immigrazione e facendo passare l’idea che la causa di tutto siano proprio gli stranieri. Omettono naturalmente di dire che il problema sono coloro che innalzano muri e frontiere e sfruttano e devastano in giro per il mondo. E per far ciò non si fanno problemi di razza o di lingua, poiché l’unica che riconoscono è quella del denaro e del profitto.
Utili pedine a fomentare la guerra tra poveri, i neofascisti appartenenti a gruppi vari, Casapound o Forza Nuova, continuano a parlare di cadaveri: patria, identità, razza, suolo, proponendo modelli autoritari e gerarchici. Niente di più insopportabile e vetusto, se non fosse che tali concetti servono appunto all’Economia e alla politica che l’amministra per alimentare paura e terrore. A quanto pare alcuni di questi neofascisti, locali e non, se ne andavano in giro, quest’estate, per le strade di Lecce, molestando ragazze, sentendosi in branco maschi e virili, terrorizzando chi portava una maglietta di sinistra o chi, straniero, dormiva su una panchina e cercando in giro, i nemici dei fascisti. E a quanto pare i nemici dei fascisti si sono presentati!  Come sempre accade, subito dopo è intervenuta la repressione e ha avuto la meglio, riuscendo  a trasformare in docili agnellini quei neofascisti che tentavano di incutere paura e terrore in strada. La repressione ha toccato anche gli antifascisti con misure cautelari che vietano la permanenza in città.  Poiché il nostro assillo è la libertà, non possiamo che dirci ancora una volta contro il fascismo ed esprimere la nostra solidarietà a chi resiste e si batte contro esso e per questo subisce la repressione;  ma poiché il nostro assillo è anche l’etica, il nostro disprezzo va a chi infama gli altri, a qualsiasi colore appartenga.


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Laterizio

Sono un mattone delle mura aureliane, ma mi piace pensare che in fondo sono una pietra come le altre. Ero argilla, terra cruda, prima di passare nel forno. Dopo la mia trasformazione una mano abile mi ha innalzato qui sopra quella che oggi chiamate porta S. Giovanni. Una posizione privilegiata per osservare non c’è dubbio. E io da 17 secoli osservo l’umanità passare attraverso le soglie di Roma. Ho visto l’artigiano che mi ha forgiato, ma non riesco a scordare gli occhi del suo schiavo, un giovane ragazzo che avrebbe preferito di gran lunga fuggire, o anche trovare la morte piuttosto che declinare la sua vita al padrone.

Ho visto il carpentiere portarmi su in alto, ne ho visti molti precipitare. Le mura si sa le costruiscono coloro che ne beneficeranno di meno. Anche in quel periodo, il III secolo, si parlava di crisi. Una crisi del tradizionale sistema economico, un periodo di instabilità con quelli che voi chiamate “barbari” che spingevano ai confini dell’Impero, lo scontento degli humiliores che sfociava spesso in sedizione. Quante volte ho visto le legioni imperiali affogare nel sangue i tentativi della plebe di cambiare la propria vita.

All’ombra delle mura di cui faccio parte ho sentito confabulare, congiurare, cospirare, arringare il popolo: “Che vengano i germani, che distruggano quest’impero maledetto”.

Ho visto i Visigoti di Alarico e i Vandali di Genserico con le loro orde travolgere le mura e saccheggiare la città eterna. E più in la i lanzichenecchi di Carlo V che vennero a punire il nuovo imperatore che si faceva chiamare Papa: come ogni sovrano regnava nella corruzione e nel terrore. Ma a pagare le scelte dei signori è il popolo stesso che ha eretto e solidificato le mura delle maestose città.

Ho visto la Repubblica Romana ed i suoi ideali di libertà decapitati nuovamente dall’oppressore. Ho visto delle orrende palle di fuoco cadere dall’alto. Ho visto imponenti esseri d’acciaio solcare in cielo in grandi guerre mondiali. Ho visto delle milizie con la camicia nera scimmiottare la mitologia dell’antica Roma per difendere le proprietà e l’ordine dalla stessa popolazione che dicevano di rappresentare.

Avrei voluto gridare che la Storia, vista come il solco tracciato dalla ruota del carro dei vincitori, è una menzogna, una menzogna insanguinata, un incubo da cui risvegliarsi. Avrei voluto gridare a tutti quelli che passano di lasciar perdere i grandi condottieri, gli Imperatori i Re, i Papi, gli statisti e i Presidenti e pensare, immaginare, sognare lo schiavo in rivolta, l’eretico, la prostituta ribelle che arringa la folla, il bambino che raccoglie una pietra e la scaglia sul soldato. Avrei voluto gridare. L’ho fatto. Ma lo sapete, la mia voce è muta.

Ma vedo ancora bene e sento i vostri discorsi, sento la rabbia la frustrazione ma anche la rassegnazione e la morte di ogni speranza. Vi sento dire che niente cambierà che è tutto inutile. La più grande menzogna che la democrazia – la nuova forma subdola di dominio- vi ha inculcato è che tutto è destinato a rimanere così per sempre. Perché d’altronde questo, è il migliore dei mondi possibili: quello dell’Economia.

Pensate che i grandi avvenimenti storici sono già tutti avvenuti e di non essere parte di nessun movimento tellurico della Storia. Pensate di essere gettati sul binario da seguire che è quello del lavoro, della noia, della sottomissione e del divertimento come palliativo.

Non è vero. Avete la scelta.

Ho visto, dalla mia posizione privilegiata, una fiumana di gente correre in direzione di piazza San Giovanni, il 15 ottobre del 2011. Dietro di essa una decina di mostri meccanici rincorrerla e girare all’impazzata, seguita a piedi dai gendarmi del vostro tempo, con le loro corazze forgiate apposta per fronteggiare le sedizioni urbane. Avevano la stessa faccia dei legionari e dei soldati del Papa, massacratori di ribelli nei secoli orsono. Ho visto giovani infuriati attaccarli con impeto, spazzando via con un calcio la paura, proprio come rimandavano indietro degli strani cilindri che sputavano un fumo urticante. Ho visto la folla silenziosa diventare classe pericolosa, accerchiare e uccidere col fuoco il mostro meccanico, e far fuggire a gambe levate le guardie vilmente nascoste al suo interno. Ho visto vergare sopra un altro muro “Oggi abbiamo vissuto”. Ho sentito urla, incitazioni, risate, bestemmie, maledizioni, grida di gioia e di paura. Questo grido lo brama ardentemente il brivido sottile che corre lungo le innumerevoli schiene. Per l’esistenza più profonda, inconsapevole della massa, le feste di gioia e i falò sono solo lo spettacolo nel quale essa si prepara all’istante dell’emancipazione, a quell’ora in cui il panico e la festa, riconoscendosi fratelli dopo una lunga separazione, si abbracciano nell’insurrezione rivoluzionaria.

Guardavo tutto dall’alto ma volevo far parte anche io della battaglia, cadere sulle teste dei nemici, raggiungere finalmente il suolo per essere preso da una mano lesta, non volevo e non voglio essere muro, voglio essere breccia, voglio volare.

La lenta stratificazione delle epoche storiche alla quale assisto impassibile mi ha insegnato che gli oppressi non hanno nulla da guadagnare da mura di cinta, galere, e confini.

Da qui vedo i grandi palazzi del commercio e della finanza, i luoghi di culto della rassegnazione e quelli del denaro: sono già rovine prima di decadere. All’ombra di ogni tempio nascono degli eretici così come all’ombra delle mura, tra i passanti, nasce e si diffonde il pensiero e la pratica sediziosa della solidarietà e della condivisione.

Le pietre passano di mano in mano.

BRIGHT NIGHT : LA NOTTE DEI RICERCATORI VIVENTI


“La macchina gira, gira, e deve continuare a girare, sempre. E’ la morte se si arresterà. Un miliardo di persone formicolavano sulla terra. Le ruote cominciarono a girare. In centocinquant’anni ce ne furono due miliardi. Fermate tutte le ruote. In centocinquanta settimane non ne rimane, ancora, che un miliardo; mille migliaia di migliaia di uomini e donne sono morti di fame. Le ruote devono girare regolarmente, ma non possono girare se non sono curate. Ci devono essere uomini per curarle, uomini costanti come le ruote sul loro asse, uomini sani di mente, uomini obbedienti, stabili nella loro soddisfazione.”

Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

 

Franz Kafka, nel 1919, scrisse la storia del comandante di una colonia penale, che un giorno costruì una macchina per le esecuzioni. Morto, l’incarico passò ad un ufficiale, che non fece passare giorno senza cercare di rendere più efficiente e doloroso il momento finale dei condannati. Ottenne talmente tanto successo, che il nuovo comandante sospese le condanne in quanto tutto il processo era divenuto inumano. Venuto meno lo scopo della sua vita l’ufficiale si uccise, dopo aver sabotato la macchina, in modo da divenirne l’ultimo sacrificio alla sua dea. Sono passati almeno centocinquant’anni dall’illuminismo e dalle prime innovazioni industriali, e ancora non ci siamo stufati del positivismo scientifico, che promette di risolvere i problemi dell’umanità col progresso?
No, perché anche questa sera a Pisa ci viene promesso che la ricerca scientifica risolverà i problemi del mondo. Anche questa sera ci verranno fatte promesse che non potranno essere mantenute, anzi. Noi vediamo una realtà opposta. Vediamo un mondo scientifico che deve trovare i modi per gestire la distruzione industriale causata nel passato recente: deve riuscire a produrre i puntelli necessari a non far crollare tutta la nostra società. Ma è proprio per questo che non potranno che essere fallimentari le loro promesse.
Dopo queste soluzioni, se mai arriveranno, si presenteranno altri problemi, più grandi, a cui occorrerà trovare altre soluzioni, sempre più impattanti: non viene modificata la logica di base della società, ma si trovano solo soluzioni puntuali. Già adesso stiamo entrando a gamba tesa all’interno del mondo nanometrico, nucleare e genetico in maniera irreversibile. Ogni ulteriore “soluzione” sarà sempre più sconvolgente, e definitiva. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi stiamo ipotecando il mondo dei nostri figli. Peccato che se i nostri genitori lo hanno fatto con tecniche che avrebbero avuto ricadute a breve termine, quanto a lungo continueranno ad essere nocive le scorie nucleari delle nostre soluzioni d’emergenza? Ma sfatiamo un mito, per cominciare. A chi governa il mondo non interessa che le persone stiano meglio, ma che ci siano più schiavi da sfruttare per aumentare la produzione di merci e profitto. Se la logica del mondo rimane quantitativa (ovvero produrre più merce, consumare più energia, costruire città più grandi e più alienanti), come possiamo pensare che le soluzioni che essa stessa propone siano davvero soluzioni? Sono solo olio nei suoi meccanismi, che permettono alle ruote di girare.
Ma cosa producono le ruote che girano, oltre alle comodità della civiltà di cui andiamo fieri? Una crescita demografica esponenziale ed inarrestabile, ecologicamente insostenibile, che genera solo povertà, fame, migrazione (già Malthus parlava della crescita geometrica della produttività che non può rendere sostenibile l’aumento della popolazione, niente di nuovo sotto il sole). La distruzione degli ecosistemi, e delle culture che permettevano la vita dell’uomo perché portavano in se le conoscenze di come procurarsi il cibo nonostante le difficoltà ambientali, causata dalla desertificazione e la siccità, i cambiamenti climatici, la deforestazione, l’introduzione di monoculture (caffè, palma da olio, tè, soia, allevamenti intensivi, sia ittici che terrestri) che genera solo povertà, fame, migrazione. Ci sono 161 guerre sul pianeta in questo momento, e metà della popolazione mondiale vive intorno alle metropoli, dando vita a bidonville e favelas. E potremmo continuare per ore, ma basta guardarsi intorno per percepire il vicolo cieco in cui ci troviamo.
Anche se troviamo la cura per il cancro, ci condanneremmo solo a trascorrere ancora più tempo a lavorare in una città grigia. Anche se riusciremo a salvare qualche specie carismatica dall’estinzione con l’ingegnera genetica, perderemmo comunque tutta la variabilità che si portava con se. Anche se capiremo cos’è l’uomo e come funziona la sua rete neurale, non capiremmo cosa lo rende umano. Altro non saremo che golem, di cui possiamo riprodurre forse la composizione chimica e genetica, ma dopo aver distrutto il pianeta ed il nostro futuro, cosa ci resterà?
La logica quantitativa è una logica di accumulazione, è una logica autoritaria, basata sul profitto, che in questa società capitalistica e gerarchica trova la sua massima affermazione. Noi cerchiamo una logica della qualità, che renda le nostre vite degne di essere vissute indipendentemente da quanto produrremo, da quanto ci arricchiremo, da quanto vivremo. Siamo sabbia, non olio, negli ingranaggi della macchina mortifera.


Garage Anarchico

Chiassetto Sant’Ubaldesca 44 Zona San Martino Pisa 

Aperture Merc-ven 17.00-20.00

CONTRO IL GASDOTTO TAP

Nonostante le procedure farraginose e l’inadempimento alle prescrizioni, il 16 maggio il consorzio Tap ha inaugurato ufficialmente il cantiere, alla presenza di rappresentanti di tutte le multinazionali coinvolte e degli Stati che verranno attraversati dal gasdotto. La cerimonia si è svolta in Grecia, così padrone di casa è stato Tsipras.
E in Grecia e in Albania il cantiere sembra essere in uno stato un po’ più avanzato (seppur di poco) di quanto non lo sia in Italia dove Tap non è riuscito ad ottemperare alle prescrizioni preliminari all’inizio dei lavori. Sostanzialmente ha rimandato quasi tutto a ottobre. Chi si è adoperato per fermare questa grande opera a suon di carte bollate è soddisfatto del lavoro svolto e di fatto Tap si è scontrato con una burocrazia cavillosa - messa in piedi come strumento di opposizione - che probabilmente pensava di poter aggirare più facilmente.
Ma i grandi sostenitori del gasdotto Tap tuttavia, non sembrano demordere e dinanzi alla richiesta da parte dei cittadini del rispetto delle regole, rispondono facendosi creare nuove regole ad hoc, ritagliate su misura dell’opera e che quindi facilmente potranno essere rispettate.
E così leggendo e rileggendo articoli su articoli di media locali che ripetono ossessivamente più o meno sempre le stesse notizie ci sorge il dubbio che puntando il dito non si riesca più a vedere la luna.
È evidente che si tratta di una questione di prospettiva.
Il gasdotto Tap si inserisce a pieno regime nella ricerca spasmodica, da parte di questo sistema economico e dei governi che lo sostengono, di energia e risorse energetiche che possano continuare a reggerlo. Le ultime guerre che conosciamo, dal nord Africa all’Oriente, sono causate dal controllo di queste risorse e dagli interessi geopolitici ed economici che ne derivano.
Trasportando gas naturale dall’Azerbajgian, “il gasdotto Tap consentirebbe una diversificazione delle fonti energetiche”, dicono i suoi sostenitori, “e tale trasporto consentirebbe un affrancamento dalle risorse russe”; ma a parte l’opinabilità di tale fatto, smentito dagli accordi tra la russa Gazprom e l’azera Socar proprio sul gas naturale, a sentire le parole un po’ troppo accorate di esponenti del governo italiano, Tap risulta essere strategico.
Un termine ripetuto come un mantra decine di volte ma che ha ormai assunto un significato ben più ampio.
Tap non è solo strategico per via delle ragioni esposte sopra, ma perché la sua realizzazione è emblema del funzionamento dell’economia capitalista. La sua costruzione e funzionamento prevede un introito di miliardi di euro. Ad essere coinvolte nell’opera sono grandi multinazionali energetiche quali, tra le altre, British Petroleum (proprietaria insieme ad altri anche dei giacimenti nel Mar Caspio) e Eni, colossi responsabili di guerre, massacri, devastazioni in giro per il mondo, cioè alcune delle cause che costringono migliaia di persone a fuggire dalla propria casa e cercare una possibilità di sopravvivenza altrove.
Infine il gas naturale che questo grosso tubo trasporterà, servirà soprattutto alle esigenze delle industrie e quindi all’economia e ai suoi apparati, produttivi, repressivi, militari.
Proprio sul sito di Tap è reperibile uno studio sul sistema economico in Puglia, che naturalmente cita lo stesso gasdotto e tutte le fonti di produzione di energia presenti in questa regione. Dando uno sguardo ai numeri si evince che la Puglia produce il doppio dell’energia di cui ha bisogno, ma nelle province a maggiore concentrazione industriale, quali Brindisi e Taranto, quasi i due terzi di questa energia prodotta è consumata proprio dall’indotto industriale. Ciò accade nelle provincie in cui vi sono Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, e una raffineria di petrolio dell’Eni, produttrici di cancro e morte, e Cerano, grosso stabilimento di produzione di energia dal carbone, nonché di morte e cancro, e altri colossi industriali.
Ciò significa che chiudendo Ilva e Cerano, raffinerie dell’Eni e altri mostri simili qui presenti si potrebbe produrre meno energia, evitare di riempire le campagne di fotovoltaico e eolico (di cui la Puglia detiene il primato per quantità di impianti) e smettere di seminare guerre in giro per il mondo e chissà magari vivere meglio.
Ma questo non è un discorso al passo con i tempi. Infatti è un discorso senza tempo.
Non si può pensare di affrontare il discorso Tap senza tenere in considerazione tutta una serie di questioni che si concatenano l’una all’altra. A che serve tutta questa energia? Che ne facciamo di un’altra nocività? Quali conseguenze sociali, oltreché ambientali, produrrà questa opera nella nostra vita e in quella dei territori che attraverserà.
Da tutto ciò nascono delle considerazioni su come opporci a quest’opera e sui metodi che vogliamo usare.
Continuare ad alimentare un sistema rappresentativo e legalitario, come fanno alcuni gruppi che si oppongono alle grandi opere o alle nocività ambientali, come accade anche in Salento, affievolisce, depotenzia, smonta la possibilità di una protesta spontanea, autodeterminata, orizzontale e magari più ampia e più incisiva. Di fronte ad appelli di tali gruppi che si auto eleggono rappresentanti della protesta e si spingono a chiedere di non recarsi sul posto per evitare tensioni, - tanto ci sono loro a controllare -, è chiaro che non ci troviamo di fronte ad una lotta ma ad una sorta di vigilanza, un monitoraggio.
Evidentemente ognuno dovrebbe fare il suo e chiamare le cose col proprio nome.
Cosa si può fare allora?
Una ricerca ci ha portato a individuare coloro che hanno stipulato contratti con Tap per la realizzazione di tutte le parti del gasdotto e di seguito saranno indicati i loro indirizzi. Alcune di queste grosse aziende, a loro volta appalteranno a ditte locali i lavori. Nostro intento è quello di mettere i bastoni tra le ruote a coloro che parteciperanno a questo progetto e non è per niente scontata la possibilità di riuscirci o meno. Tuttavia ci proviamo con l’auspicio di trovare accanto a noi (o noi accanto ad altri) coloro che vorranno, per le ragioni più disparate, intralciare questa ennesima grande opera. Senza deleghe, in prima persona e dalla stessa parte, quella che ci separa da Tap e dai suoi sostenitori.

Alcuni nemici delle nocività c/o Biblioteca anarchica occupata disordine
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