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Laterizio

Sono un mattone delle mura aureliane, ma mi piace pensare che in fondo sono una pietra come le altre. Ero argilla, terra cruda, prima di passare nel forno. Dopo la mia trasformazione una mano abile mi ha innalzato qui sopra quella che oggi chiamate porta S. Giovanni. Una posizione privilegiata per osservare non c’è dubbio. E io da 17 secoli osservo l’umanità passare attraverso le soglie di Roma. Ho visto l’artigiano che mi ha forgiato, ma non riesco a scordare gli occhi del suo schiavo, un giovane ragazzo che avrebbe preferito di gran lunga fuggire, o anche trovare la morte piuttosto che declinare la sua vita al padrone.

Ho visto il carpentiere portarmi su in alto, ne ho visti molti precipitare. Le mura si sa le costruiscono coloro che ne beneficeranno di meno. Anche in quel periodo, il III secolo, si parlava di crisi. Una crisi del tradizionale sistema economico, un periodo di instabilità con quelli che voi chiamate “barbari” che spingevano ai confini dell’Impero, lo scontento degli humiliores che sfociava spesso in sedizione. Quante volte ho visto le legioni imperiali affogare nel sangue i tentativi della plebe di cambiare la propria vita.

All’ombra delle mura di cui faccio parte ho sentito confabulare, congiurare, cospirare, arringare il popolo: “Che vengano i germani, che distruggano quest’impero maledetto”.

Ho visto i Visigoti di Alarico e i Vandali di Genserico con le loro orde travolgere le mura e saccheggiare la città eterna. E più in la i lanzichenecchi di Carlo V che vennero a punire il nuovo imperatore che si faceva chiamare Papa: come ogni sovrano regnava nella corruzione e nel terrore. Ma a pagare le scelte dei signori è il popolo stesso che ha eretto e solidificato le mura delle maestose città.

Ho visto la Repubblica Romana ed i suoi ideali di libertà decapitati nuovamente dall’oppressore. Ho visto delle orrende palle di fuoco cadere dall’alto. Ho visto imponenti esseri d’acciaio solcare in cielo in grandi guerre mondiali. Ho visto delle milizie con la camicia nera scimmiottare la mitologia dell’antica Roma per difendere le proprietà e l’ordine dalla stessa popolazione che dicevano di rappresentare.

Avrei voluto gridare che la Storia, vista come il solco tracciato dalla ruota del carro dei vincitori, è una menzogna, una menzogna insanguinata, un incubo da cui risvegliarsi. Avrei voluto gridare a tutti quelli che passano di lasciar perdere i grandi condottieri, gli Imperatori i Re, i Papi, gli statisti e i Presidenti e pensare, immaginare, sognare lo schiavo in rivolta, l’eretico, la prostituta ribelle che arringa la folla, il bambino che raccoglie una pietra e la scaglia sul soldato. Avrei voluto gridare. L’ho fatto. Ma lo sapete, la mia voce è muta.

Ma vedo ancora bene e sento i vostri discorsi, sento la rabbia la frustrazione ma anche la rassegnazione e la morte di ogni speranza. Vi sento dire che niente cambierà che è tutto inutile. La più grande menzogna che la democrazia – la nuova forma subdola di dominio- vi ha inculcato è che tutto è destinato a rimanere così per sempre. Perché d’altronde questo, è il migliore dei mondi possibili: quello dell’Economia.

Pensate che i grandi avvenimenti storici sono già tutti avvenuti e di non essere parte di nessun movimento tellurico della Storia. Pensate di essere gettati sul binario da seguire che è quello del lavoro, della noia, della sottomissione e del divertimento come palliativo.

Non è vero. Avete la scelta.

Ho visto, dalla mia posizione privilegiata, una fiumana di gente correre in direzione di piazza San Giovanni, il 15 ottobre del 2011. Dietro di essa una decina di mostri meccanici rincorrerla e girare all’impazzata, seguita a piedi dai gendarmi del vostro tempo, con le loro corazze forgiate apposta per fronteggiare le sedizioni urbane. Avevano la stessa faccia dei legionari e dei soldati del Papa, massacratori di ribelli nei secoli orsono. Ho visto giovani infuriati attaccarli con impeto, spazzando via con un calcio la paura, proprio come rimandavano indietro degli strani cilindri che sputavano un fumo urticante. Ho visto la folla silenziosa diventare classe pericolosa, accerchiare e uccidere col fuoco il mostro meccanico, e far fuggire a gambe levate le guardie vilmente nascoste al suo interno. Ho visto vergare sopra un altro muro “Oggi abbiamo vissuto”. Ho sentito urla, incitazioni, risate, bestemmie, maledizioni, grida di gioia e di paura. Questo grido lo brama ardentemente il brivido sottile che corre lungo le innumerevoli schiene. Per l’esistenza più profonda, inconsapevole della massa, le feste di gioia e i falò sono solo lo spettacolo nel quale essa si prepara all’istante dell’emancipazione, a quell’ora in cui il panico e la festa, riconoscendosi fratelli dopo una lunga separazione, si abbracciano nell’insurrezione rivoluzionaria.

Guardavo tutto dall’alto ma volevo far parte anche io della battaglia, cadere sulle teste dei nemici, raggiungere finalmente il suolo per essere preso da una mano lesta, non volevo e non voglio essere muro, voglio essere breccia, voglio volare.

La lenta stratificazione delle epoche storiche alla quale assisto impassibile mi ha insegnato che gli oppressi non hanno nulla da guadagnare da mura di cinta, galere, e confini.

Da qui vedo i grandi palazzi del commercio e della finanza, i luoghi di culto della rassegnazione e quelli del denaro: sono già rovine prima di decadere. All’ombra di ogni tempio nascono degli eretici così come all’ombra delle mura, tra i passanti, nasce e si diffonde il pensiero e la pratica sediziosa della solidarietà e della condivisione.

Le pietre passano di mano in mano.

BRIGHT NIGHT : LA NOTTE DEI RICERCATORI VIVENTI


“La macchina gira, gira, e deve continuare a girare, sempre. E’ la morte se si arresterà. Un miliardo di persone formicolavano sulla terra. Le ruote cominciarono a girare. In centocinquant’anni ce ne furono due miliardi. Fermate tutte le ruote. In centocinquanta settimane non ne rimane, ancora, che un miliardo; mille migliaia di migliaia di uomini e donne sono morti di fame. Le ruote devono girare regolarmente, ma non possono girare se non sono curate. Ci devono essere uomini per curarle, uomini costanti come le ruote sul loro asse, uomini sani di mente, uomini obbedienti, stabili nella loro soddisfazione.”

Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

 

Franz Kafka, nel 1919, scrisse la storia del comandante di una colonia penale, che un giorno costruì una macchina per le esecuzioni. Morto, l’incarico passò ad un ufficiale, che non fece passare giorno senza cercare di rendere più efficiente e doloroso il momento finale dei condannati. Ottenne talmente tanto successo, che il nuovo comandante sospese le condanne in quanto tutto il processo era divenuto inumano. Venuto meno lo scopo della sua vita l’ufficiale si uccise, dopo aver sabotato la macchina, in modo da divenirne l’ultimo sacrificio alla sua dea. Sono passati almeno centocinquant’anni dall’illuminismo e dalle prime innovazioni industriali, e ancora non ci siamo stufati del positivismo scientifico, che promette di risolvere i problemi dell’umanità col progresso?
No, perché anche questa sera a Pisa ci viene promesso che la ricerca scientifica risolverà i problemi del mondo. Anche questa sera ci verranno fatte promesse che non potranno essere mantenute, anzi. Noi vediamo una realtà opposta. Vediamo un mondo scientifico che deve trovare i modi per gestire la distruzione industriale causata nel passato recente: deve riuscire a produrre i puntelli necessari a non far crollare tutta la nostra società. Ma è proprio per questo che non potranno che essere fallimentari le loro promesse.
Dopo queste soluzioni, se mai arriveranno, si presenteranno altri problemi, più grandi, a cui occorrerà trovare altre soluzioni, sempre più impattanti: non viene modificata la logica di base della società, ma si trovano solo soluzioni puntuali. Già adesso stiamo entrando a gamba tesa all’interno del mondo nanometrico, nucleare e genetico in maniera irreversibile. Ogni ulteriore “soluzione” sarà sempre più sconvolgente, e definitiva. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi stiamo ipotecando il mondo dei nostri figli. Peccato che se i nostri genitori lo hanno fatto con tecniche che avrebbero avuto ricadute a breve termine, quanto a lungo continueranno ad essere nocive le scorie nucleari delle nostre soluzioni d’emergenza? Ma sfatiamo un mito, per cominciare. A chi governa il mondo non interessa che le persone stiano meglio, ma che ci siano più schiavi da sfruttare per aumentare la produzione di merci e profitto. Se la logica del mondo rimane quantitativa (ovvero produrre più merce, consumare più energia, costruire città più grandi e più alienanti), come possiamo pensare che le soluzioni che essa stessa propone siano davvero soluzioni? Sono solo olio nei suoi meccanismi, che permettono alle ruote di girare.
Ma cosa producono le ruote che girano, oltre alle comodità della civiltà di cui andiamo fieri? Una crescita demografica esponenziale ed inarrestabile, ecologicamente insostenibile, che genera solo povertà, fame, migrazione (già Malthus parlava della crescita geometrica della produttività che non può rendere sostenibile l’aumento della popolazione, niente di nuovo sotto il sole). La distruzione degli ecosistemi, e delle culture che permettevano la vita dell’uomo perché portavano in se le conoscenze di come procurarsi il cibo nonostante le difficoltà ambientali, causata dalla desertificazione e la siccità, i cambiamenti climatici, la deforestazione, l’introduzione di monoculture (caffè, palma da olio, tè, soia, allevamenti intensivi, sia ittici che terrestri) che genera solo povertà, fame, migrazione. Ci sono 161 guerre sul pianeta in questo momento, e metà della popolazione mondiale vive intorno alle metropoli, dando vita a bidonville e favelas. E potremmo continuare per ore, ma basta guardarsi intorno per percepire il vicolo cieco in cui ci troviamo.
Anche se troviamo la cura per il cancro, ci condanneremmo solo a trascorrere ancora più tempo a lavorare in una città grigia. Anche se riusciremo a salvare qualche specie carismatica dall’estinzione con l’ingegnera genetica, perderemmo comunque tutta la variabilità che si portava con se. Anche se capiremo cos’è l’uomo e come funziona la sua rete neurale, non capiremmo cosa lo rende umano. Altro non saremo che golem, di cui possiamo riprodurre forse la composizione chimica e genetica, ma dopo aver distrutto il pianeta ed il nostro futuro, cosa ci resterà?
La logica quantitativa è una logica di accumulazione, è una logica autoritaria, basata sul profitto, che in questa società capitalistica e gerarchica trova la sua massima affermazione. Noi cerchiamo una logica della qualità, che renda le nostre vite degne di essere vissute indipendentemente da quanto produrremo, da quanto ci arricchiremo, da quanto vivremo. Siamo sabbia, non olio, negli ingranaggi della macchina mortifera.


Garage Anarchico

Chiassetto Sant’Ubaldesca 44 Zona San Martino Pisa 

Aperture Merc-ven 17.00-20.00

CONTRO IL GASDOTTO TAP

Nonostante le procedure farraginose e l’inadempimento alle prescrizioni, il 16 maggio il consorzio Tap ha inaugurato ufficialmente il cantiere, alla presenza di rappresentanti di tutte le multinazionali coinvolte e degli Stati che verranno attraversati dal gasdotto. La cerimonia si è svolta in Grecia, così padrone di casa è stato Tsipras.
E in Grecia e in Albania il cantiere sembra essere in uno stato un po’ più avanzato (seppur di poco) di quanto non lo sia in Italia dove Tap non è riuscito ad ottemperare alle prescrizioni preliminari all’inizio dei lavori. Sostanzialmente ha rimandato quasi tutto a ottobre. Chi si è adoperato per fermare questa grande opera a suon di carte bollate è soddisfatto del lavoro svolto e di fatto Tap si è scontrato con una burocrazia cavillosa - messa in piedi come strumento di opposizione - che probabilmente pensava di poter aggirare più facilmente.
Ma i grandi sostenitori del gasdotto Tap tuttavia, non sembrano demordere e dinanzi alla richiesta da parte dei cittadini del rispetto delle regole, rispondono facendosi creare nuove regole ad hoc, ritagliate su misura dell’opera e che quindi facilmente potranno essere rispettate.
E così leggendo e rileggendo articoli su articoli di media locali che ripetono ossessivamente più o meno sempre le stesse notizie ci sorge il dubbio che puntando il dito non si riesca più a vedere la luna.
È evidente che si tratta di una questione di prospettiva.
Il gasdotto Tap si inserisce a pieno regime nella ricerca spasmodica, da parte di questo sistema economico e dei governi che lo sostengono, di energia e risorse energetiche che possano continuare a reggerlo. Le ultime guerre che conosciamo, dal nord Africa all’Oriente, sono causate dal controllo di queste risorse e dagli interessi geopolitici ed economici che ne derivano.
Trasportando gas naturale dall’Azerbajgian, “il gasdotto Tap consentirebbe una diversificazione delle fonti energetiche”, dicono i suoi sostenitori, “e tale trasporto consentirebbe un affrancamento dalle risorse russe”; ma a parte l’opinabilità di tale fatto, smentito dagli accordi tra la russa Gazprom e l’azera Socar proprio sul gas naturale, a sentire le parole un po’ troppo accorate di esponenti del governo italiano, Tap risulta essere strategico.
Un termine ripetuto come un mantra decine di volte ma che ha ormai assunto un significato ben più ampio.
Tap non è solo strategico per via delle ragioni esposte sopra, ma perché la sua realizzazione è emblema del funzionamento dell’economia capitalista. La sua costruzione e funzionamento prevede un introito di miliardi di euro. Ad essere coinvolte nell’opera sono grandi multinazionali energetiche quali, tra le altre, British Petroleum (proprietaria insieme ad altri anche dei giacimenti nel Mar Caspio) e Eni, colossi responsabili di guerre, massacri, devastazioni in giro per il mondo, cioè alcune delle cause che costringono migliaia di persone a fuggire dalla propria casa e cercare una possibilità di sopravvivenza altrove.
Infine il gas naturale che questo grosso tubo trasporterà, servirà soprattutto alle esigenze delle industrie e quindi all’economia e ai suoi apparati, produttivi, repressivi, militari.
Proprio sul sito di Tap è reperibile uno studio sul sistema economico in Puglia, che naturalmente cita lo stesso gasdotto e tutte le fonti di produzione di energia presenti in questa regione. Dando uno sguardo ai numeri si evince che la Puglia produce il doppio dell’energia di cui ha bisogno, ma nelle province a maggiore concentrazione industriale, quali Brindisi e Taranto, quasi i due terzi di questa energia prodotta è consumata proprio dall’indotto industriale. Ciò accade nelle provincie in cui vi sono Ilva, la più grande acciaieria d’Europa, e una raffineria di petrolio dell’Eni, produttrici di cancro e morte, e Cerano, grosso stabilimento di produzione di energia dal carbone, nonché di morte e cancro, e altri colossi industriali.
Ciò significa che chiudendo Ilva e Cerano, raffinerie dell’Eni e altri mostri simili qui presenti si potrebbe produrre meno energia, evitare di riempire le campagne di fotovoltaico e eolico (di cui la Puglia detiene il primato per quantità di impianti) e smettere di seminare guerre in giro per il mondo e chissà magari vivere meglio.
Ma questo non è un discorso al passo con i tempi. Infatti è un discorso senza tempo.
Non si può pensare di affrontare il discorso Tap senza tenere in considerazione tutta una serie di questioni che si concatenano l’una all’altra. A che serve tutta questa energia? Che ne facciamo di un’altra nocività? Quali conseguenze sociali, oltreché ambientali, produrrà questa opera nella nostra vita e in quella dei territori che attraverserà.
Da tutto ciò nascono delle considerazioni su come opporci a quest’opera e sui metodi che vogliamo usare.
Continuare ad alimentare un sistema rappresentativo e legalitario, come fanno alcuni gruppi che si oppongono alle grandi opere o alle nocività ambientali, come accade anche in Salento, affievolisce, depotenzia, smonta la possibilità di una protesta spontanea, autodeterminata, orizzontale e magari più ampia e più incisiva. Di fronte ad appelli di tali gruppi che si auto eleggono rappresentanti della protesta e si spingono a chiedere di non recarsi sul posto per evitare tensioni, - tanto ci sono loro a controllare -, è chiaro che non ci troviamo di fronte ad una lotta ma ad una sorta di vigilanza, un monitoraggio.
Evidentemente ognuno dovrebbe fare il suo e chiamare le cose col proprio nome.
Cosa si può fare allora?
Una ricerca ci ha portato a individuare coloro che hanno stipulato contratti con Tap per la realizzazione di tutte le parti del gasdotto e di seguito saranno indicati i loro indirizzi. Alcune di queste grosse aziende, a loro volta appalteranno a ditte locali i lavori. Nostro intento è quello di mettere i bastoni tra le ruote a coloro che parteciperanno a questo progetto e non è per niente scontata la possibilità di riuscirci o meno. Tuttavia ci proviamo con l’auspicio di trovare accanto a noi (o noi accanto ad altri) coloro che vorranno, per le ragioni più disparate, intralciare questa ennesima grande opera. Senza deleghe, in prima persona e dalla stessa parte, quella che ci separa da Tap e dai suoi sostenitori.

Alcuni nemici delle nocività c/o Biblioteca anarchica occupata disordine
via delle giravolte 19/a Lecce

NO BORDERS

12 Maggio '16: OPERAZIONE DI POLIZIA IN CORSO SUL CONFINE ITALO-FRANCESE: DEPORTAZIONI IN CORSO

Da questa mattina è in corso una grande operazione di polizia sulla frontiera italo-francese, con blocchi di polizia su entrambi i lati del confine, il cui scopo è probabilmente difendere la deportazione verso altre città italiane di migranti respinti dalla Francia. Già nella frazione di Latte, uno degli ultimi centri abitati prima di raggiungere la Francia, è presente un grosso posto di blocco con mezzi di polizia, carabinieri e guardia di finanza che controllano ogni mezzo in direzione del confine. Poco più avanti un paio di pattuglie impediscono a chiunque di raggiungere la frontiera alta di Ponte San Luigi, dove risiede il centro di cooperazione transfrontaliera tra Italia e Francia. Alla frontiera bassa di Ponte San Ludovico la polizia è presente in forze. Stesso scenario sul lato francese, con un grande dispiegamento di uomini e mezzi. Da Menton Garavan è ugualmente impossibile raggiungere la frontiera alta, con i poliziotti francesi che dichiarano che non si può passare perchè c'è in corso un'operazione sul lato italiano.

Questa mattina a Ventimiglia sono stati avvistati due pullman civili che sono poi stati visti in frontiera alta. Una compagna italiana e un compagno belga che cercavano di raggiungere Ponte San Luigi sono stati fermati e trattenuti in caserma per un paio d'ore per impedire di monitorare la natura di questa operazione. Ciò che con molta probabilità sta accadendo è che alle richieste del sindaco Ioculano ed agli annunci del ministro Alfano stiano seguendo le deportazioni dei migranti respinti dalla Francia. Stiamo cercando di entrare in contatto con i migranti respinti per riuscire a capire quanti sono e dove hanno intenzione di deportarli.

Contro il piano Alfano ed il suo disegno razzista, rilanciare la solidarietà, bloccare le deportazioni!

 

 

Notizie dalla frontiera (11 Maggio '16): Il piano Alfano,rastrellamenti e identificazioni

Il 7 Maggio Alfano è arrivato a Ventimiglia. Il ministro dell'Interno ha visitato il centro della Croce Rossa, vicino alla stazione ferroviaria e ha lanciato il suo piano per risolvere il "problema" dei migranti in città.

"Chiudere il centro e aumentare i controlli" questa la ricetta. 60 poliziotti in più e 60 militari per "sgomberare" la città entro domenica. Il progetto prevede di impedire alle persone di raggiungere Ventimiglia per tentare di attraversare il confine, intensificando i controlli a Imperia, Savona e Genova. Risolvere il problema "a monte" come auspicava il sindaco Ioculano, privare della libertà di movimento le persone già all'interno dei confini nazionali. "Se lo capiscono con le buone non partono, se non lo capiscono con le buone li faremo scendere prima" così dichiara Alfano, lo stesso uomo che pubblicamente affermava la necessità di "un modederato uso della forza" per prendere le impronte ai migranti. Il moderato uso di forza di cui parla il ministro significa tortura psicologica, uso di teaser e percosse come ci raccontano le persone che escono dagliHotspot di Pozzallo e Lampedusa. Chiudere il centro della Croce Rossa dunque, che era aperto solo per quanti eranodisposti a farsi identificare a fare domanda di asilo in Italia come prevede Dublino 3, rinunciando così alla possibilità di raggiungere amici, familiari in altre destinazioni. Un luogo già funzionale al piano Hotspot, un vero e proprio centro di identificazione al confine. Centinaia di persone da qualche mese restavano invece per strada, tra polizia e passeurs, bloccati in città anche per lungo periodo. Abbiamo già denunciato le violenze e i soprusi che tanti hanno dovuto subire, le continue deportazioni di chi viene fermato dalla polizia anche a Nizza o Marsiglia. Il piano Alfano mira a "svuotare" la città da chi vuole viaggiare. Come? Mostrando i muscoli, rastrellamenti, identificazioni forzate e fogli di espulsione. Per ora.  Lo stiamo vedendo in questi giorni. Polizia e digos fermano le persone in viaggio, a piccoli gruppi per costringerle a lasciare le impronte. Una volta identificate quasi tutte queste persone ricevono un decreto di espulsione e per ora vengono rilasciate. Martedì,nell'arco di tutta la giornata, almeno 14 persone sono state prese dalla polizia o da agenti in borghese. Qualcuno è stato fermato in spiaggia, altri nel parco pubblico e alcuni sulla strada tra la stazione e la sede della Caritas, che distribuisce cibo. Sempremartedì, nel tardo pomeriggio, la linea ferroviaria tra Italia e Francia è rimasta bloccata per 40 minuti. Un gruppo di migranti ha provato ad attraversare il confine tramite la strada dei binari in pieno giorno. La caccia all'uomo del piano Alfano non ferma la determinazione di chi viaggia. Si prova, in ogni modo, ad attraversare il confine. Anche in pieno giorno e bloccando i treni.

Mercoledì in mattinata gli agenti, grazie alla pioggia battente, sono andati sulla foce del Roya dove molti migranti si rifugiavano per dormire, e hanno gettato via tutte le coperte e i vestiti chiamando quest'infame operazione "sgombero". Intanto le persone si erano spostate verso un altro luogo più riparato, molti si tengono alla larga dalla stazione per la paura di finire nelle mani dalla polizia. Il numero delle persone fermate dalla poliziacontinua a crescere; per ora circa 15 persone sono state fermate e prelevate dalla polizia. Alcuni hanno ricevuto il foglio di espulsione. Molti di loro sono già stati identificati in altre città italiane, molti di loro hanno subito violenze. Sappiamo che alcuni hanno provato a resistere all'identificazione, una procedura che inficia la possibilità di chiedere asilo o regolarizzarsi altrove. Qualcuno, nei giorni scorsi, ha messo a rischio la propria vita, provando a darsi la scossa con un filo elettrico e poi bevendo l'inchiostro presente nell'ufficio del commissariato. Sappiamo anche che venerdì una persona di nazionalità eritrea fermata sul confine è stata picchiata dalla polizia di frontiera italiana, aveva i segni delle percosse, ha provato ad impiccarsi con un filo elettrico.

Ventimiglia è in atto una vera e propria caccia all'uomo.

Uomini, donne e bambini senza i documenti giusti, che già dormivano per strada in condizioni disumane, vengono ora ufficialmente banditi dalla città. Sono loro la preda della caccia, i "criminali".

Stare in silenzio di fronte a questi rastrellamenti, alle identificazioni massicce e alla distribuzione di fogli di espulsione è accettare un regime razzista. Criminalizzare queste persone, lasciare che su di loro si usi la forza è inaccettabile e disumano.  La soluzione di Alfano rivela il vero volto delle politiche europee in materia di immigrazione: rastrellamenti, detenzione e deportazioni. Non è più possibile voltarsi dall'altra parte, pensare che non ci riguardi. Bisogna scegliere da che parte stare.

Per aggiornamenti :   https://noborders20miglia.noblogs.org/ 

7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA

Non doveva essere una giornata di testimonianza. Non è stata una giornata di testimonianza.
Ci sono donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle frontiere di terra o di mare, campi di concentramento. All'interno di una giornata di lotta internazionale – con cortei in diversi paesi e varie iniziative anche in Italia, di cui cercheremo di fare un resoconto – al Brennero varie centinaia di compagne e compagni si sono battuti. Difficile immaginare un contesto più sfavorevole di un paesino di frontiera con una sola via di accesso. Quelle e quelli che sono venuti lo hanno fatto col cuore, consapevoli che nella battaglia contro l'Europa concentrazionaria che gli Stati stanno costruendo – di cui il confine italo-austriaco è un piccolo pezzo, il più vicino a noi – si paga un prezzo. L'aspetto più prezioso sta proprio qui: nel coraggio come dimensione dello spirito, non come fatto banalmente “muscolare”.
Siamo fieri e fiere di aver avuto a fianco donne e uomini generosi, con un ideale per cui battersi.
In tutte le presentazioni della giornata del 7 maggio – e sono state tante – siamo sempre stati chiari: se ci saranno le barriere, cercheremo di attaccarle, altrimenti cercheremo di bloccare le vie di comunicazione, a dimostrazione che il punto per lorsignori non è solo erigere muri, ma gestirli; sarà una giornata difficile.
Lo scopo della manifestazione era bloccare ferrovia e autostrada. Così è stato. Va da sé che se tra una manifestazione combattiva e il suo obiettivo si mette quella frontiera costituita da carabinieri e polizia, il risultato sono gli scontri.
Siamo riusciti a salire al Brennero senza aver chiesto il permesso a nessuno perché lo abbiamo fatto collettivamente, in treno e con una lunga carovana di auto. Abbiamo preso – senza pagarlo – un treno Obb, società ferroviaria responsabile di controlli al viso e di respingimenti. Per gli altri, solo la determinazione a reagire con prontezza ha distolto gli sbirri dai controlli all'uscita dell'autostrada. Le auto che non erano nella carovana sono state purtroppo fermate e i compagni a bordo non hanno potuto raggiungere il Brennero.
Quella di sabato è stata una manifestazione contro le frontiere anche nel senso che erano presenti tanti compagni austriaci.
Non sono certo mancati limiti organizzativi e di comunicazione. Tutt'altro. Ma questa è una discussione tra compagne e compagni.
Ci rivendichiamo a testa alta lo spirito del 7 maggio, con la testarda volontà di continuare a lottare contro le frontiere e il loro mondo.
La solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, che ora sono di nuovo con noi, è stata calorosa. Nel carcere di Bolzano, i cui detenuti hanno risposto con entusiasmo al presidio di solidarietà, i quattro compagni sono stati accolti come fratelli.
Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo.
Per noi l'orologio danneggiato della stazione del Brennero ha questo significato: che si fermi il tempo della sottomissione.

abbattere le frontiere