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Report del tavolo "Sessismo nei movimenti" dell'ass. nazionale Non Una Di Meno

Il 4 e 5 febbraio a Bologna si è tenuta la seconda assemblea nazionale Non Una Di Meno, percorso che nasce il 26 novembre (manifestazione a Roma) e 27 con la prima assemblea.

Stiamo organizzando lo sciopero globale delle donne dell'8 marzo #LottoMarzo (34 paesi coinvolti, lanciato dalle compagne argentine (appello:http://www.inventati.org/cortocircuito/2016/11/28/linternazionale-femminista-8-marzo-2017-sciopero-globale-delle-donne/)

In assemblea si sono riuniti 8 tavoli di discussione intersezionali, trovate i report qui: https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/tavoli-tematici/

Vi scrivo in particolare rispetto al tavolo che ho coordinato con altre, cioè "sessismo nei movimenti" dove donne, trans e uomini del movimento hanno discusso degli strumenti necessari alla lotta antiessista negli spazi sociali e occupati. Non c'è antifascismo senza antisessismo. 

Il report della prima assemblea è qui: https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/12/08/report-tavolo-sessismo-nei-movimenti/

Questo è invece quello che abbiamo scritto insieme il 4 e 5 febbraio:

Abbiamo iniziato con una restituzione dai parte dei territori di quello che si muove e si è mosso dopo il documento elaborato dall'assemblea nazionale del 27 novembre 2016, registrando che si sono attivati tanti nuovi spazi di riflessione antisessista: non misti tra donne, discussioni tra uomini sul privilegio maschile, assemblee antisessiste ampie e trasversali a diversi spazi ed appartenenze politiche, discussioni nelle assemblee di gestione di spazi misti e nei collettivi misti su consenso e gestione dei momenti di socialità e di eventuali episodi di molestie e sessismo.

Abbiamo discusso di quanto sia fondamentale creare spazi di autonomia femminista e transfemminista, luoghi di riflessione collettiva sulle dinamiche di potere che vengono agite nelle assemblee, sul linguaggio e le molestie verbali che veicolano dentro gli spazi sociali, sull'importanza di caratterizzare le serate ed i momenti di socialità, sulla gestione nell'immediato e a lungo termine degli episodi sessisti che avvengono.

Gli episodi di violenza e sessismo dentro ai movmenti, agli spazi autogestiti e occupati non sono un'eccezione ma la conseguenza di quotidiane asimmetrie e gerarchie di potere e di divisione binaria dei ruoli all'interno degli spazi sociali. Questo da un lato porta alla riproduzione di ruoli stereotipati maschili e femminili, dall'altro rende difficile l'accesso e l'intelligibilità di persone trans* o di genere non conforme.

Abbiamo riconosciuto come pratica sessista anche quella di delegare alle "compagne" la gestione del sessismo negli spazi: continueremo a combattere il meccanismo di delega e ad avere un'ottica intersezionale e transfemminista che superi l'associazione automatica tra femminile e femminista/antisessista.

Abbiamo condiviso la necessità di avviare percorsi antisessisti all'interno delle realtà autogestite per permettere a tutt* di giungere a una definizione chiara di cosa siano sessismo e violenza, di creare e scambiarci strumenti per riconoscerla, fare rete per combattere i meccanismi di negazione e minimizzazione degli episodi sessisti, misogini, transfobici, omofobici e lesbofobici che avvengono e di complicità con chi li agisce.

La discussione si è poi focalizzata sulla violenza maschile egemonica di genere e ci siamo divise in gruppi per trovare strategie condivise di intervento rispetto a:

– come portare solidarietà attiva a chi ha vissuto la violenza

Innanzitutto ascoltare per capire se la persona che ha vissuto violenza chiede supporto e vuole parlare. L'attivazione della solidarietà è definita "a cerchi": cura di chi ha vissuto la violenza da parte delle persone piu vicine, il secondo cerchio di solidarietà, più allargato, interviene negli spazi con strategie elaborate in precedenza sulla gestione del molestatore, infine la solidarietà del cerchio più allargato che si occupa dell'azione politica. I cerchi devono agire in stretta connessione tra loro perché la cosa più importante è cosa vuole la persona che ha vissuto la violenza.

– come comportarci con la persona che agisce la violenza

Gli spazi sociali, le occupazioni sono vulnerabili alla violenza istituzionale e della polizia oltre che a quella patriarcale, interiorizzata da tutt*. Quindi non c'e una ricetta sola: i contesti cambiano. Siccome nessun contesto e nessuno spazio e'uguale, diventa fondamentale formare reti permanenti antisessiste, reti in contatto tra loro. Queste reti non si devono costituire come "tribunale" e devono riconoscere la violenza quando accade, devono diventare un punto riferimento e uno strumento di potenziamento per le persone che vivono la violenza o che si occupano della solidarietà attiva. Può mettere in campo diverse strategie in accordo con la persona che subisce violenza: la denuncia pubblica, condivisione delle pratiche, organizzazione del supporto, della condivisione e della contaminazione dei diversi contesti. Le reti cittadine però non devono essere uno strumento di delega

rispetto all'allontanamento dei soggetti sessisti. Fino ad ora la pratica condivisa in alcuni spazi autogestiti rispetto a chi agisce violenza è stata la messa al bando. Purtroppo non è una pratica risolutiva al 100%: abbiamo già visto accadere come le persone che vengono messe al bando finiscano in altri spazi o vengano reintegrati a distanza di qualche anno senza alcun discorso ulteriore sulla violenza che hanno agito. Questa strategia da sola non tutela la collettivita' allargata. Il contesto delle occupazioni abitative è ancora più complicato perché spesso le persone che vivono dentro non hanno percorso politico e non leggono la violenza di genere come questione politica. La discussione non è terminata e questo gruppo in particolare avrebbe bisogno di ulteriore approfondimenti.

– come contaminare con pratiche e discorsi antisessisti gli spazi dei movimenti sociali

Siamo partite dalla condivisione di esperienza positive e negative di capacità e volontà di gestione condivisa di pratiche antisessiste dai territori e dalle singole.

A partire da questa restituzione abbiamo individuato una serie di proposte pratiche per la contaminazione delle autogestioni da un punto di vista femminista e trans*femminista: workshop e giochi negli spazi, pratiche non giudicanti, serate transfemminste queer con strumento "bon ton" (elaborato dall' Assemblea antisessistaAdessoBasta si tratta di una condivisione di "regole" che garantiscano una condivisa definizione di consenso e safety), autoformazione (ad esempio il workshop dell'assemblea antisessista di Torino). In generale abbiamo sottolineato la necessita di far proliferare negli spazi discorsi transfemministi e queer e di far lavorare gli spazi sui linguaggi.

Vorremmo creare un toolkit sul sito NUDM che sia accessibile e si concentro proprio sulle micropratiche che si sono già sperimentate e sono state virtuose.

In ultimo, riconosciuta la necessità di reti autonome femministe e transfemministe, ci siamo chieste come queste reti possano definire piani di comunicazione con gli spazi e movimenti sociali.

– Come creare e mantenere spazi fisici di autonomia transfemminista

La necessità di spazi autonomi di soggettivazione politica femminista, transfemminista e queer, in grado di interagire con gli spazi sociali è condivisa da tutte. Bisogna moltiplicarli e difendere quelli che già esistono. Ne abbiamo bisogno per elaborare in autonomia le strategie di sovversione del privilegio, di resistenza all'insofferenza di molti spazi sociali verso le questioni antisessiste, di gestione di forme di violenza invisibilizzate dal binarismo di genere, come quella che avviene nelle relazioni non etero, di valorizzazione delle genealogie femministe e queer.

– che strumenti ci diamo per riconoscere la violenza ed il sessismo dentro gli spazi sociali e costruire una nostra narrazione, eliminando tutte quelle operazioni di negazione, minimizzazione e neutralizzazione che vengono operate attraverso il linguaggio

E' importante mantenere il focus sulla quotidianità ed uscire da una visione "emergenziale" della violenza.

Il dato emerso dall'autoinchiesta promossa negli spazi a Roma ricalca esattamente quello nazionale: 1/3 delle donne ha subito molestie, violenze o episodi di prevaricazione. Questo dato è aggravato dal fatto che gli spazi sociali, a differenza della società intera, si definiscono "antisessisti" senza però promuovere l'antisessismo in modo efficace. Registriamo infatti un iperuso della parola "antisessista" come "etichetta" che porta le realtà a credere di avere processi di accountability, di essere "quelli buoni".

Come nella violenza domestica, anche la violenza di genere che si dà negli spazi sociali, realtà autogestite, si presenta in forma di "escalation", tanto più che troppo spesso la gestione di episodi di violenza somiglia ad una difesa "famigliare" del gruppo: chiusura, minimizzazione, negazione, allontanamento (a volte della persona che subisce la violenza). Le uniche forme di contrasto a cui abbiamo assistito fino ad ora, come la violenza machista contro il violento o la messa al bando della persona che agisce violenza, non sono sufficienti né tantomeno risolutive. Per combattere la violenza di genere bisogna costruire strategie che vanno dal riconoscimento delle relazioni di potere che si costituiscono nell'autogestione -spesso sottovalutato negli spazi- alla costruzione di un discorso comune e condiviso sulla violenza di genere e le sue intersezioni con la classe e la razza: spesso la presunta "singolarità" dell'accaduto o l'idea che sia una questione privata e soggettiva rischiano di invisibilizzare la violenza.

Questo ci porta ad esprimere la necessità di far partire processi di autoformazione e riflessione negli spazi, non accettando per prim* il sessismo nelle sue espressioni quotidiane, eliminando la paura di essere "non gradit*" quando si pone la questione e lavorando affinché il sessismo diventi un problema per tutt*.

 

Nella giornata di lotta dell'8 marzo vogliamo coinvolgere gli spazi stessi in un processo di messa in discussione e riflessione rispetto alla violenza, al sessismo, agli immaginari e alle relazioni che riproduciamo anche tra di noi; dall'altro vogliamo che le nostre  modalità di lotta, autorganizzaazione, socialità, cura e relazione contaminino le piazze e le città.

Per fare questo abbiamo pensato a:

– striscioni appesi fuori dagli spazi, volantini, iniziative, elaborazione documenti e contributi, prese di parola...

– "da oggi non ve ne facciamo passare una": campagne comunicative, grafiche, video, spillette, stickers e elementi vari di riconoscibilità e visibilità

–  elaborazione grafiche che mettano in questione l'estetica machista dei nostri movimenti e delle nostre pratiche

– scioperiamo dal lavoro di cura e ribaltiamo la divisione sessuata dei ruoli e dei compiti dentro gli spazi

– scioperiamo dai generi binari imposti e frocizziamo gli spazi sociali e gli spazi pubblici inondandoli con la nostra favolosità (taz antisessiste, creazioni di zone temporaneamente liberate dal sessismo all'interno di iniziative di movimento)

– scardiniamo la gerarchia delle lotte e delle oppressioni che ogni giorno pretende di indirizzare le nostre energie e che continua a vedere l'antisessismo come un tema e non come una lettura complessiva dell'esistente 

Il nostro contributo alla stesura del piano femminista contro la violenza di genere ed alla costruzione della piattaforma verso lo sciopero dell'8 marzo è:

"Contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista securitaria e nazionalista, contro la violenza delle istituzioni, la violenza della polizia, dei tribunali, dei CIE, delle frontiere e di tutti quei dispositivi che reprimono la nostra autodeterminazione e presa di spazio e parola, apriamo, costruiamo e ci riprendiamo spazi politici e fisici antisessisti nei territori per elaborare strategie di resistenza e autogestione." 

 

B@

Il ministro Minniti e la riapertura dei CIE

All'indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre, che attraverso la vittoria del NO ha visto come suo effetto collaterale immediato (ed unico) le dimissioni di Matteo Renzi da capo dell'esecutivo del governo, c'è stato chi ha a lungo festeggiato, facendo dell'antirenzismo la propria bandiera astratta in materia di azione politica (bandiera che nascondeva la totale impotenza pratica nel movimento di opposizione reale). Mettendo da parte i fascio-leghisti-grillini, è alle anime belle del politichese sinistrorso italiota, che credevano che un governo peggiore di quello di Renzi fosse impossibile, che ci riferiamo. Oggi questi poveri ingenui della ex sinistra radicale ed extraparlamentare trovano la loro smentita nel governo Gentiloni, continuatore in peggio delle politiche dell'ambizioso bamboccio fiorentino.
Il governo Gentiloni, tra le altre cose, ha fatto sapere, attraverso la voce del nuovo Ministro dell'Interno, Domenico “Marco” Minniti, che approverà presto prossime leggi in materia di ordine pubblico che limiteranno di molto la libertà delle persone, sull'esempio francese (dove vige da più di un anno lo stato d'emergenza), ciò anche, è evidente, in vista del vertice dei capi di stato (G7) a Taormina il prossimo 26-27 maggio, in considerazione di possibili contestazioni (e con questa scusa estendere le misure repressive, collaudate sul campo, all'intera società con la possibilità di introdurre il DASPO anche in ambiti non sportivi). Non solo. Cosa gravissima, Minniti ha anche detto che è pronto ad intervenire in materia di immigrazione, varando una nuova serie di leggi che prevederanno non solo la militarizzazione del territorio nazionale con controlli a tappeto e veri e propri rastrellamenti di immigrati da parte delle forze dell'ordine (cosa che in effetti sta già avvenendo, secondo le disposizioni ministeriali) con l'aiuto degli enti locali attraverso i nuovi poteri che si accinge a dare ai sindaci ma che includono anche la riapertura dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) che erano stati chiusi dalle rivolte degli immigrati reclusi in quelle strutture-lager. In breve, il governo prevede l'attivazione di almeno un CIE per regione, ciò significa la realizzazione di altri 16 CIE oltre ai 4 ancora funzionanti in Italia.
Minniti, assieme al capo della polizia, Franco Gabrielli, già alla fine di dicembre 2016 aveva presentato una prima bozza del piano anti-immigrati che prevedeva, oltre alla riapertura dei CIE, anche l'obiettivo di accelerare le espulsioni per gli immigrati “economici” e la possibilità di prelevare impronte, dati biometrici e DNA agli “irregolari” (mentre per i regolari e i richiedenti asilo Minniti propone l'estensione dei rimpatri “volontari” e dei lavori socialmente utili non retribuiti). L'impostazione di Minniti e del governo, infatti, è quella dell'equazione immigrati-terroristi, cara alle destre securitarie e xenofobe, che identifica la “minaccia terroristica” con l'immigrazione.
Ma vediamo chi è il nuovo ministro Minniti. Già esponente del PCI, poi del PDS e dei DS, è oggi esponente di primo piano del Partito Democratico calabrese e nazionale. Con Renzi rivestiva l'incarico di Sottosegretario con delega ai servizi segreti. La sua promozione a Ministro dell'Interno nel governo Gentiloni si spiega probabilmente con le sue conoscenze tra i dirigenti delle maggiori industrie belliche italiane nonché tra esponenti della diplomazia statunitense e tra alti ufficiali NATO e dei servizi segreti. Minniti, infatti, è un atlantista e filo-americano convinto, fondatore con il defunto Francesco Cossiga (ex ministro degli Interni ed ex Presidente della Repubblica, esperto in materia di repressione dei movimenti e di trame occulte) della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), ufficialmente un centro-studi sui temi dell'intelligence costituito a Roma nel 2009 e che vede tra i suoi membri generali ed alti ufficiali delle forze dell'ordine e dell'esercito, capi di Stato Maggiore (ovviamente la brigata fascista “Folgore” è ben rappresentata), esponenti dei servizi segreti, comandanti della NATO, consiglieri militari, diplomatici, ex ambasciatori, componenti dell'associazione Italia-USA, magistrati (come Stefano Dambruoso, ex magistrato di Milano dove conduceva inchieste contro gli anarchici), ex prefetti, professori universitari (ad esempio Asher Daniel Colombo e Marzio Barbagli, docenti di sociologia all'Università di Bologna, consulenti di fiducia del ministro e autori di pubblicazioni sulle migrazioni internazionali e il rapporto con sicurezza e criminalità), ex amministratori delegati di banche ed importanti aziende, giornalisti, esperti di geopolitica e geostrategia, analisti di anti-terrorismo e perfino consulenti della CIA. Minniti, esponente PD che in pratica supera a destra l'ex ministro Alfano che pure si posizionava a destra, è quindi un uomo che palesemente fa riferimento a questa rete di interessi atlantici, che nella storia d'Italia si è resa più volte responsabile di pesanti pressioni sulla politica nazionale. Una sintesi ben costruita della “carriera” che lo ha portato ad essere Ministro dell'Interno (e ad avere quindi controllo totale sui servizi segreti civili dello Stato e sulle forze di polizia) si trova sul blog di Antonio Mazzeo ed anche alla pagina web https://anarresinfo.noblogs.org/2017/01/22/minniti-il-figlioccio-di-cossiga/
Questo bel personaggio che oggi riveste i panni di ministro non ha perso tempo per mettere in atto i suoi propositi e si è recato in questi mesi nei paesi nord-africani per stringere accordi bilaterali con paesi come Libia, Tunisia ed Egitto per la costruzione di una politica comune contro l'immigrazione, che prevede misure armate di “protezione delle frontiere” contro chi fugge da guerre, conflitti, carestie e miseria e la costruzione di centri di detenzione in paesi nord-africani e centro-africani sub-sahariani (come Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) per bloccare le partenze verso l'Europa. In ambito di intercettazione navale nel Meditterraneo, poi, Minniti prevede il ricorso a Droni e satelliti come Cosmo Skymed.
È stato giustamente detto che il guerrafondaio e uomo d'ordine Minniti era l'uomo adatto per strappare ai leghisti il monopolio della narrazione sul preteso “pericolo” costituito dagli immigrati. Per questo oggi la politica del PD - che viaggia dritto verso la costituzione del “Partito della Nazione” - in fatto di immigrazione si presenta con la sua faccia e parla con la sua voce. Una voce che non parla di solidarietà ma di espulsioni, respingimenti, campi di concentramento, ordine pubblico e repressione del dissenso. L'opposizione “di sinistra” interna al PD, ovviamente, tace di fronte a tutto ciò. E come potrebbe essere altrimenti, se proprio questa “sinistra” interna è rappresentata da personaggi come Massimo D'Alema, già bombardatore negli anni '90 della ex Jugoslavia ed amico personale di Minniti (che nel 1998 rivestiva la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio anche allora con delega ai servizi segreti, proprio con premier Massimo D'Alema) e gente della stessa risma.
Quel che sinceramente maggiormente disgusta è il modo disinibito con cui esponenti del PD, anche in Romagna, scendono in strada per difendere i “diritti civili” (ad esempio il diritto alle unioni omosessuali) quando in realtà il loro partito, il partito che difendono e in cui militano, è in prima linea nel calpestare ogni libertà di chi fugge da terre devastate dalle guerre occidentali, dai conflitti interetnici per il potere fomentati dalla logica del “divide et impera”, dalla miseria scatenata dal saccheggio predatorio continuo da parte delle multinazionali e dalle istituzioni economiche di casa nostra. Come se ci fossero libertà da difendere ed altre no. È sinceramente una vergogna che simili personaggi, che non trovano nulla da dire contro l'impostazione xenofoba e securitaria di destra del loro partito, trovino posto tra chi in buona fede difende le libertà individuali delle persone, siano queste persone omosessuali, immigrate o altro. Come non accorgersi delle strumentalizzazioni evidenti di questo partito, fin da queste innegabili quanto macroscopiche contraddizioni?
È ora di dire le cose come stanno a chi ancora presta fede a certi esponenti del PD che hanno la faccia tosta di farsi vedere nelle piazze: a quelli del PD della libertà, individuale o collettiva (eguaglianza sociale), non frega assolutamente nulla! La loro è solo una mascherata. Di carnevale, visto il periodo. Ma oggi occorre andare oltre la maschera, per ristabilire un minimo di realtà. E creare finalmente un'opposizione sociale reale, coerente con gli ideali di libertà ed eguaglianza, dura nella sua coerenza, che sappia impedire la riapertura dei CIE e mettere nella sua agenda al primo posto l'azione fattiva contro le politiche securitarie e razziste, repressive e guerrafondaie, atlantiste e autoritarie che trovano nel PD, a livello nazionale come locale, un interprete di primo piano. Perché non ci sono solo i fascisti...

a.

FIRENZE - NON CHIEDETECI LA PAROLA

“Non chiederci la parola che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Questo solo oggi noi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

Sono tempi cupi, e non solo a Firenze. Da una parte un'umanità per tre quarti annegata che muore di fame, bombardamenti, embarghi, controlli militari e di polizia, detenzione e internamento, lavoro salariato e migrazione forzata, razzismo e frontiere. Dall'altra un'umanità per tre quarti cloroformizzata, che a volte cerca di battersi contro una vita sempre più miserabile, più spesso abbocca alle sirene del potere. Odio tra poveri, riverenza per i padroni, diffidenza verso chi si ribella. A Firenze come altrove, mentre si trasforma la città in una macchina per far soldi con l'industria del turismo, chi rovina la cartolina deve essere bandito. Caccia al povero, allo straniero, al sovversivo. Cacciatori per le strade, con le divise d'ordinanza: blu, nere, grigie, mimetiche, mitra a tracolla. Il centro storico ormai vietato ai cortei, sistematicamente accerchiati o direttamente caricati. I fascisti si organizzano, aprono sedi, pub, librerie: di giorno aizzano alla guerra tra poveri, italiani contro stranieri; di notte, nella misura in cui non viene loro impedito, la praticano a colpi di coltello e spranga. Chi non accetta tutto questo deve essere ristretto e rinchiuso.
Il 31 gennaio, sull'onda del noto “botto” di Capodanno di via Leonardo Da Vinci – “botto” che però non rientra in questa inchiesta – la Digos fiorentina ha dato il via all'ennesima operazione repressiva, entrando in diverse case, rastrellando decine di compagni per strada e notificando 10 misure cautelari ad altrettanti anarchici ed anarchiche. L'accusa principale che viene loro mossa, contornata dalla contestazione di altri reati, è di “aver costituito un'associazione a delinquere per diffondere la propria ideologia”. Due compagne, Carlotta e Filomena, indicate come “cape”, e un altro compagno, Michele, vengono messi agli arresti domiciliari, mentre per altri e altre sette vengono disposte restrizioni (obblighi di dimora, di rientro notturno o di firma variamente combinati).
Con un numero enorme di uomini – si parla di 250 – la polizia irrompe a Villa Panico per sgomberarla, ma trova un posto già abbandonato, un'avventura già conclusa e una fioriera che pensa bene di far brillare. È lo spettacolo della repressione.
Poche riflessioni, poche parole, ma fatti che parlano quasi da soli. Accade, a Firenze, in piazza S. Ambrogio, che alcuni compagni che mettono un banchetto contro guerra e esercito per le strade vengano accerchiati e portati via dalla Digos, non senza recalcitrare. Per il codice penale, è reato di resistenza a pubblico ufficiale. Non chiedeteci la parola. Accade, a Firenze, al termine d'un concerto sul Lungarno Dalla Chiesa, che il rifiuto di declinare le proprie generalità scateni decine e decine di sbirri contro i partecipanti, colpevoli d'essere ancora vivi e solidali. Ne nasce una rissa. Per il codice è resistenza pluriaggravata. Non chiedeteci la parola.
Ma accade anche che alcuni si organizzino per occupare le case e difenderle, per contestare militari e forze dell'ordine, impedire il dilagare della violenza fascista, nel solo modo possibile: agire direttamente contro l'oppressione. Accade che le sedi fasciste ricevano la critica della vernice, del mattone e della bomba-carta, o che la solidarietà per gli arrestati del Lungarno invada le strade di San Frediano un 25 aprile, senza chiedere permesso e lasciando sui muri il proprio segno. Per il codice, prendere parte o anche solo difendere apertamente certi fatti, è associazione a delinquere.
Ma su questo, due parole le diciamo. Ciò che non siamo è una misera associazione gerarchizzata. Non siamo né servi che votano senza muovere un dito, né gregari che aspettano gli ordini dei capi o delle “cape” per agire. Ciò che non vogliamo è passare la nostra vita a lasciarci sfruttare e comandare. Per questo non piangiamo quando ai nostri nemici torna  indietro un po' della loro violenza. Le lacrime le riserviamo a chi muore in cantiere, in caserma, in mezzo al mare, in carcere, alla frontiera; non certo alle vetrine dei fascisti, ai referti ipocriti degli sbirri o ai muri di una città che l'Unesco dichiara “patrimonio dell'umanità”, mentre è sempre più in mano ai soli affaristi e speculatori.
Ciò che non vogliamo, infine, è che il nemico possa dividerci, con la lingua di legno del codice penale. Non sappiamo se questi compagni e compagne abbiano commesso tutto ciò di cui li si accusa. Sappiamo solo da che parte della barricata lottano, e tanto ci basta per stringerci attorno a loro. Per farla finita con questo mondo. Per aprirne, forse, di nuovi. Ma per questo, le parole da sole non bastano.
SOLIDARIETÀ PER FILO, CARLOTTA E MICHELE! Solidarietà ai colpiti e alle colpite dalle misure!

Assemblea solidale senza capi né padroni
Firenze, 03/02/2017

RAVENNA - NON CHIAMIAMOLA AUTOGESTIONE

Da un volantino distribuito nelle scuole a Ravenna
 
Vorremmo premettere che questo non è un volantino col fine di fare una "rivoluzione" ma ha il semplice fine di (dis)informare, per cui speriamo che molti lo leggeranno. 
Da qualche anno va di moda interrompere le normali lezioni mattutine per sostituirle con quella che viene (purtroppo) comunemente chiamata autogestione.
Come dice la parola stessa, ogni studente dovrebbe avere la possibilità di gestirsi autonomamente e non di essere gestito. 
Invece, come accade da sempre dentro la nostra scuola, viene attuato un controllo totale su tutti noi studenti impedendoci di imparare a condividere e a vivere in collettività, organizzandoci tra di noi. Così, viene incentivato il sistema di controllo, regalando crediti scolastici a chi si offre di sorvegliare coloro che vogliono autogestirsi. 
Si perde così il mezzo e il fine di queste giornate, utilizzate come maschera inappropriata da chi gestisce la quotidianità degli studenti, sottolineando il proprio potere personale e negando la libertà a noi di capire come rendere più produttiva la nostra giornata. 
Riteniamo giusto che durante la nostra autogestione non ci debba essere un'imposizione da parte di una o più autorità che pretendono di decidere come svolgerla. 
Dovremmo interrogarci più spesso sul vero significato delle parole. George Orwell, per fare un esempio, nel suo famosissimo libro "1984" scriveva come in una società del controllo le parole abbiano un grande peso. Anch'esse infatti vengono usate come strumento di controllo e di gestione del potere. Pensiamo così sia importante riflettere sul modo in cui vengono fatte le cose, guardandole con un occhio critico senza sottovalutare queste piccolezze, importanti per difendere la nostra libertà. 
Quindi chiamiamola come preferiamo... lezione alternativa o giornate di studio. Ma non chiamiamola Autogestione. 

Sicurezza contro libertà.

Sul nuovo “pacchetto sicurezza” targato PD

E' di questi giorni la notizia che a breve il governo Gentiloni, erede e continuatore del governo Renzi, varerà una serie di misure per l'ordine pubblico e il controllo del territorio, che può ben essere annoverato tra i diversi “pacchetti sicurezza” succedutisi negli anni, in passato soprattutto per “merito” dei governi Berlusconi (che non a caso vengono oggi presi a modello dai governi a guida PD).
Mentre tutti parlano di legge elettorale e di quando si andrà a votare, intanto il governo si muove in direzione dell'approvazione di questo nuovo “pacchetto sicurezza” (e viene l'idea che questo governo sia stato composto proprio col fine unico di limitare ancor più la libertà sociale prima di andare al voto). A darne notizia è stato il Ministro dell'Interno, il piddino Minniti, già in passato a capo della commissione di controllo parlamentare dei servizi segreti e già distintosi per una marcata politica di destra in materia di sicurezza. Dalla sua viva voce, si è così venuti a sapere che le nuove leggi che verranno approvate dalla maggioranza governativa (sicuramente con anche i voti trasversali delle destre in parlamento) riguarderanno principalmente i sindaci, a cui verranno dati nuovi poteri e un ampliamento di quelli che già detengono in materia di sicurezza e ordine pubblico, con facoltà nei propri territori comunali di applicare normative restrittive contro l'accattonaggio, la prostituzione, il fenomeno del writing ed altre categorie di comportamenti considerati molesti o causanti “degrado”, come la semplice esibizione pubblica di povertà nei centri urbani, luoghi da cui dovrà essere totalmente bandita ad uso e consumo di commercianti, negozi, multinazionali e acquirenti col portafogli ben gonfio.
Dare più poteri ai sindaci in materia di sicurezza, significa far diventare ogni singolo sindaco un potenziale sceriffo. Già oggi, senza questa legge, i sindaci della Lega Nord, delle destre, subito imitati da quelli del PD, emettono ordinanze anti-degrado che vanno in questa direzione, a totale discapito della libertà personale. L'approvazione di questa legge, ne siamo certi, darà mano libera a questi impulsi reazionari, miranti a criminalizzare ogni comportamento giudicato scorretto, anche solo mangiare un panino seduto su una panchina o sedersi su un prato. L'obiettivo è come al solito la persona povera, l'immigrato, il senza stabile dimora, colui che è dedito ai piccoli traffici e ai piccoli espedienti per riuscire a campare in una situazione in cui chi è ricco si arricchisce sempre più mentre, al contrario, che è povero sprofonda nel baratro di chi non possiede nulla e nell'emarginazione sociale. La soluzione alla povertà sociale passa attraverso la lente dell'ordine pubblico e delle misure repressive. Come sempre la sicurezza che si intende è dunque solo quella dei padroni, dei ricchi, dei benestanti, dei benpensanti, dei garantiti.
Oltre all'ampliamento dei poteri dei sindaci, il pacchetto di leggi del Ministero prevede anche un inasprimento delle pene per quei crimini minori, come detto derivanti dalla povertà sociale. Oltretutto è prevista anche una specie di DASPO (già applicata in ambiti sportivi per impedire l'accesso agli stadi) da applicare a questuanti “molesti”, ladruncoli, spacciatori ed anche writers che graffitano sui muri delle città (gravissimo reato, al cospetto della gentrificazione urbana che sta rovinando le città con milioni di metri cubi di grigio cemento), a cui potrà essere inibita la frequentazione di una parte del territorio comunale per un tempo variabile di mesi o anni. Una misura che, ne siamo certi, se dovesse passare, pian piano potrebbe vedere ampliata la sua sfera di applicabilità anche ad altri campi e per altre figure, come ad esempio il militante nelle lotte sociali, l'attivista per le libertà politiche, il sindacalista di base, il lavoratore che protesta per la sua condizione lavorativa e così via.
Nello stesso pacchetto di leggi, vi è anche – e come poteva mancare – l'ampliamento della telesorveglianza, con il massiccio finanziamento per l'installazione di centinaia di telecamere di nuova generazione, e con dispositivi di controllo sempre più sofisticati in mano alle forze di polizia e all'esercito (in funzione di deterrenza e ordine pubblico) che permettano di risalire in tempo reale all'identità del sorvegliato. Questo in nome, ufficialmente, della lotta al terrorismo, sull'esempio francese. In realtà per una propensione mentale al controllo sociale, alla vera e propria sorveglianza di tutti coloro che abitano le città e i territori, i cui movimenti, azioni e comportamenti debbono rimanere costantemente sotto il vaglio dell'autorità preposta. L'esempio francese, con una stato di emergenza che dura ormai da più di un anno (chiusura delle frontiere, divieto di manifestazione e assembramento, perquisizioni domiciliari arbitrari da parte della polizia, militari armati nelle strade, checkpoint, blocchi stradali, zone rosse, videocontrollo totale) è davanti ai nostri occhi. L'incubo distopico di Orwell non è poi così lontano. Anzi, forse ormai lo si sta superando in fantasia.
Nello stesso pacchetto, poi, i democratici del PD intendono inserire anche le norme riguardanti la riattivazione del sistema dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in cui relegare gli immigrati in attesa dell'espulsione. Questi centri, al centro di proteste e rivolte dei reclusi nel recente passato e perciò quasi tutti chiusi, ora vengono ripescati magicamente dal cilindro dal Ministro Minniti, che ne vorrebbe fare attivare uno per ogni regione (trasformando forse anche i CARA per la prima accoglienza). Veri e propri campi di concentramento, i CIE, per chi non ha i documenti in regola ed ha un altro colore della pelle e si ritroverà ancora una volta rinchiuso senza aver commesso alcun reato e poi espulso come indesiderato. Un abominio dal sapore razzista e nazista che trova posto nell'agenda di un partito che si chiama democratico (ma non dimentichiamo nemmeno che i centri precursori dei CIE, ovvero i CPT erano stati fortemente voluti dal centro-sinistra al governo, attraverso la legge Turco-Napolitano, quindi bisogna dire che nemmeno questa volta gli eredi del PCI-PDS-DS-PD si sono smentiti).
Seguendo questo corso della politica istituzionale in materia di pacificazione sociale per mezzo di repressione e divieti, non devono stupire le cariche avvenute qualche giorno fa, a metà febbraio, all'Università di Bologna, dove centinaia di studenti che protestavano per l'introduzione dei tornelli nelle sale lettura e per la possibilità di accedervi solamente col badge elettronico, sono stati caricati a freddo dalla Celere fin dentro le aule universitarie. Tra l'altro questo avviene dopo la chiusura a Bologna, da parte di rettorato e polizia, alcuni anni fa, delle aule autogestite dagli studenti. Un atto di forza che è un avvertimento delle intenzioni del ministero degli interni, del governo e delle istituzioni locali che lo rappresentano. Questo è solo l'assaggio di cosa attueranno le politiche dei prossimi governi contro le opposizioni sociali (e contro chiunque protesti) se da parte di queste ultime non vi sarà la capacità e la volontà di contrastarle attivamente.