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Democratici e progressisti come?

Febbraio 2017. Da qualche giorno è nato un nuovo partito denominato “Democratici e Progressisti”. Formato dall'ala sinistra del Partito Democratico, questo partito non è altro che la riproposizione del vecchio PDS-DS (Partito Democratico della Sinistra-Democratici di Sinistra). Infatti vi si ritrovano i vecchi nomi, che sovente nel PDS-DS rappresentavano la destra di quel partito. A cominciare da quel Pierluigi Bersani, ex dirigente della CMC, la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, vera e propria multinazionale del cemento quotata in borsa, che opera devastazioni in tutto il mondo, in Italia responsabile dei lavori per il TAV in Valsusa. Quel Bersani che da ministro del governo Prodi diede avvio ad una serie di ampie privatizzazioni di settori pubblici a beneficio delle lobby private.
C'è anche l'ex governatore dell'Emilia-Romagna, Vasco Errani, da sempre uomo di fiducia dei poteri economici della regione, vicino al mondo dei corsorzi, delle cooperative, delle fondazioni e delle assicurazioni come l'amico Bersani. E chissà se ci starà anche l'ex sindaco di Bologna, quel Cofferati che mandava la polizia a sgomberare i centri sociali e a multare i lavavetri, tanto da meritarsi l'epiteto di sindaco-sceriffo.
C'è poi un personaggio ben noto dietro alla scissione col PD e alla fondazione di questo nuovo-vecchio partito: Massimo D'Alema. Lo ricordiamo anch'egli, quand'era premier, in veste di bombardatore della ex Jugoslavia negli anni '90, alla guida della guerra della NATO. Oppure quando, da ministro degli Esteri nel 2007, sulla questione delle foibe, dopo un vergognoso discorso anti-slavo dal sapore razzista del capo dello Stato, Giorgio Napolitano (quello che medagliò criminali di guerra e repubblichini fascisti presunti “martiri”), lo stesso D'Alema stigmatizzò lo sconcerto e le reazioni dei presidenti della Slovenia e della Croazia riaffermando che quelle di Napolitano erano da ritenersi “verità storiche”. E ricordiamo che si stava parlando di riabilitazioni postume dell'operato e dei crimini di guerra dei fascisti di Mussolini nei territori jugoslavi occupati. La vicenda finì con lo stesso D'Alema e il premier Romano Prodi che ricorsero all'intervento della Commissione Europea, che reagì alle critiche dei paesi slavi minacciando di ritirare l'appoggio all'inclusione nella UE. Così che i presidenti dei due paesi slavi dovettero ritirare le proprie proteste.
Vi è poi tutta una serie di esponenti del risibile schieramento della ex sinistra legalitaria in cerca d'autore che si è trovata negli ultimi anni orfana di rappresentanza parlamentare, esponenti che si erano riciclati in varie formazioni che di sinistra non avevano che il nome e che ora si ritrovano finalmente tutti assieme in questo rinnovato calderone degli sconfitti. Se la loro idea di democrazia non è l'autogoverno dal basso ma è sempre e solo quella rappresentativa, che vede i partiti politici spartirsi il potere e la volontà dello Stato prevalere sempre sulla volontà delle persone, anche l'idea che hanno del progresso è chiarissima. Intendono per progresso quello economico, tecnologico e dei mercati. Non certo il progresso sociale. Sono progressisti in quanto hanno una ostinata predilezione per la crescita capitalista, unico loro metro di giudizio nell'indirizzo della propria politica. Sono illiberali e liberticidi in materia sociale e liberisti nelle questioni economiche. Sono a favore delle liberalizzazioni ma sono anche per lo Stato repressivo. Sono a favore dell'industria e contro i lavoratori. Questa scissione è nata contestualmente al calo di consensi per il PD all'interno del paese. Alle prossime elezioni, un partito alla sinistra del PD servirà solo per racimolare voti che altrimenti sarebbero andati persi, nell'astensione o in direzione del Movimento 5 Stelle (il quale recupera anche dal serbatoio delle destre). È quindi l'ennesima operazione di facciata di una politica parlamentare in continua crisi di legittimità. Ma non ci inganna. Riconosciamo il restyling. Il DP è il rovescio del PD ma ne è l'alter-ego.

Contro i partiti e la politica parlamentare!
Creare una politica antiparlamentare, per l'autogestione generalizzata e l'autogoverno dal basso!

Bologna - Riflessioni su una città-caserma

"Il fascismo è una cancrena eretta a sistema. Diventano fascisti solo a comando, sicuri del loro diritto e della loro impunità. Chi erano dunque questi uomini, cancro dell'umanità, così squallidi e miserabili travolti, in queste ore della notte, dal loro delirio isterico?... Degli onesti padri di famiglia? Figli, fratelli, mariti, come tanti altri? No, erano solo spazzatura frutto dell'arbitrio. Malati? Prodotti di una decenza organizzata? Forse. Miserabili, che i rutti dell'arbitrio rendeva folli di rabbia [...] Ah! Guardia, quanto eri piccola nella tua gretta eccitazione! Così piccola a confronto dell'odio smisurato che mi brucia dentro. Che ne sai degli incendi che, tra rivolte e rivoluzioni, hanno fatto il mondo? Non sei sempre fiera della tua funzione, te ne vergogni a seconda delle situazioni in cui ti trovi. Guarda queste catene, questo sangue e queste ferite, solo di questo sei capace?"
C. Bauer - Fratture di una vita



L'occhio del grande Moloch dei media si è posato sulla città di Bologna, alterando la realtà, scardinando e deviando i fatti tutto a favore di una narrazione tossica propria del dominio; dove in un gioco politico vediamo seguirsi dichiarazioni di vari figuranti che vanno da Salvini, che incita all'uso di "idranti e insetticida" contro gli/le studenti/esse plaudendo al questore e al PD, a Merola il quale dichiara che il nostro vivere si basa sulla repressione appellandosi ad una presunta natura masochista dei soggetti suddetti. Ma al di là delle provocazioni proprie dell'autorità, l'intento che mi pongo abbozzando queste righe è quello di dar luce a delle considerazioni e ad un'analisi parziale su alcune dinamiche che stanno prendendo piede in città, e che si pongono come modello nello sviluppo della società capitalistica e del suo apparato repressivo; analisi che spero possa essere presa in considerazione da più singoli affinché si possano affinare gli strumenti critici che ci possano portare a sabotare e a sovvertire questi meccanismi.

Negli ultimi tempi assistiamo alla diffusione di una retorica securitaria che dalle periferie al centro, diviene una giustificazione della proliferazione di telecamere, presidi militari e delle forze dell'ordine, di sperimentazione di dispositivi di controllo che trasformano il cittadino in sbirro - vedi la proposta di chat con le FFOO atte a segnalare qualunque comportamento "sospetto" -. Il mantra del "degrado" diviene un mezzo per criminalizzare l'alterità e porre una normalizzazione sui comportamenti individuali e collettivi, dove qualunque azione che violi in qualche modo la morale vigente può assumere i connotati di un atteggiamento sospetto - non si sa su quale criterio - e far scattare l'apparato repressivo. La crociata portata avanti dal bolognese medio il quale innalza sempre più la propria miseria allo status di privilegio, fino alle autorità locali - passando per l'infame giornalista di turno - contro la "decadenza morale" della città, si inserisce nel progetto delle istituzioni di trasformare Bologna in un luna park del consumo accessibile alle sole classi più abbienti, ove la povertà diventa uno stigma sociale, fattore di esclusione, marginalizzazione e deumanizzazione su criteri razziali, sessuali e classisti.
Quest'ultimo processo lo vediamo nelle politiche portate avanti tramite gli sgomberi, la gentrificazione che prende piede nelle periferie, nella criminalizzazione della solidarietà verso gli/le ultim*, nel tentativo di riconvertire l'hub della città in Cie - ove già son giunt* i/le migranti dal cpa di Cona dopo la rivolta seguita alla morte di Sandrine Bakayoko - e nel conseguente sgombero di qualsiasi spazio di aggregazione.

E' in questo contesto che s'inserisce l'apertura di quell'altra cattedrale del consumo che è F.I.C.O, ove tramite un'operazione di green-washing si cerca di portare avanti il modello di green economy risultato già fallimentare con l'Expo di Milano. Insomma, il copione che leggiamo è sempre lo stesso: il Capitale allarga i propri tentacoli, mercificando ogni spazio della nostra vita quotidiana, facendo diventare qualunque bisogno fonte di profitto e tramutandolo in lusso, atomizzando gli individui e subordinandoli a ruoli sociali e influenzando la nostra quotidianità tramite la distruzione delle nostre relazioni attraverso le quali, l'altr* viene deumanizzat* e ci si approccia ad ess* per il solo perseguimento di scopi utilitaristici. Bologna sta assumendo le forme una città-caserma dove si minaccia lo sgombero di uno spazio sociale come l'Xm24 per creare una stazione dei carabinieri e dove la celere entra in grande stile in una biblioteca per soffocare un'esperienza d'autogestione, divenendo protagonista di una commedia assurdista. Assistiamo allo spettacolo della violenza del dominio dove l'apparato poliziesco è solo l'ultimo degli agenti di un progetto di soppressione di qualunque esperienza, individuo o collettività che ha dichiarato guerra al presente facendo del proprio corpo uno strumento di rivolta e di affermazione dei bisogni e dei desideri individuali.

Nostro compito è creare una comunità desiderante, umana, che ponga le basi per un vivere radicale e che rompa con il dominio, abbattendo i suoi confini fisici e non  attraverso la fondazione di relazioni di mutuo appoggio e la riscoperta di quelle forme di socialità che il potere vorrebbe reprimere. Il prossimo passo è trovare i mezzi atti a rispondere alla guerra dichiarataci dall'alto, superando la vile criminalizzazione che stanno portando avanti ai danni di chi ha scelto di schierarsi contro questo modello sociale. Il conflitto che bisognerebbe seguire deve andare al di là del solo ambito universitario, delle dimissioni di qualche rappresentante di un sistema amorfo facilmente rimpiazzabile; al di là dei confini bolognesi. Se veramente vogliamo creare un terreno fertile per la creazione di legami sovversivi e di una complicità rivoluzionaria, tale lotta deve rompere con il suo essere parziale, e cercare l'intersezionalità con altre. La guerra da portare avanti è quella tra una vita tutta da ricostruire e una morte perpetua ed istituzionalizzata, alla riscoperta della nostra individualità che rompa con i ruoli sociali impostici e che possa dar luogo all'incontro tra singoli insorgenti.

Cane randagio
febbraio 2017

DA FIRENZE: PANICO OVUNQUE

Ci piacerebbe parlarvi di tante cose, attorno a ciò che abbiamo ed è stato chiamato Panico.
Ci piacerebbe ricordarvi di tutte le centinaia, le migliaia di compagni approdati qua al Panico da tutta Italia, da tutta Europa, da tutto il mondo, e di come ci si siano sentiti a casa sempre, aldilà delle differenze individuali, politiche, alimentari; e di come loro abbiano fatto sentire noi meno estranei al mondo. Tanti rapporti fluidi, appassionati o travagliati, ma finalmente liberi, diretti, svincolati da dinamiche di branco o di "compagnie", in cui ognuno ha potuto innanzitutto trovare, e poi rappresentare ed esprimere semplicemente se stesso. Potremmo richiamarvi alla mente e nel cuore anche tutti i concerti, le feste, le cene godute assieme, senza limiti, né orari né alcolemici.
Ci piacerebbe altrettanto ricordarci assieme di tutte le derive a giro per la città, portando piccoli, ma concreti, contributi all'antimilitarismo, alla libertà, alla ribellione. E assieme a queste, la soddisfazione personale per qualche nostro altro piccolo contributo al siluramento di qualche assessore alla sicurezza o dirigente di polizia. Le innumerevoli invasioni qua e là per Firenze, seminando indisciplina e raccogliendo complicità, saranno sicuramente uno dei migliori ricordi che potremo mai portarci dietro di questa città immiserita dalle sue scintillanti vetrine, assieme ai giorni passati sui tetti ricacciando indietro alcuni tentativi di sgombero.
E ci piacerebbe persino ricordare gli albori di Vicolo del Panico...ma di questo passo andremmo troppo indietro nel tempo.

No. Stiamo scrivendo queste righe non per narrare la sua storia, bensì per condividere con voi, che ne avete assaporato la (lunga? travagliata? ricca? incostante?) vita, anche la sua fine.
Potremmo iniziare a collocarla due estati fa, quando una cosiddetta "bomba d'acqua" ne ha ulteriormente compromesso la stabilità strutturale, già fortemente minata negli anni precedenti, da un incendio prima e dal crollo di un'intera ala poi. Da lì, la decisione di non produrre più iniziative dentro al posto e un tentativo di occupazione in un'altra zona della città, purtroppo fallito.
Durante tutto l'anno scorso, con le nostre tempistiche non propriamente impeccabili in quanto a celerità, è maturato il dibattito tra compagni (sia abitanti il posto che non) se lasciare volontariamente il Panico, che appariva già da tempo svuotato di spinta propulsiva. Gli immancabili colpi repressivi, piuttosto ritorsivi e insinuanti, hanno allungato i tempi: la rabbia per gli arresti di nostri tre amici e compagni – ci riferiamo al “rissone” dello scorso aprile - ci ha riuniti e ha fatto da contraltare alla consapevolezza dell'esaurimento dell'esperienza complessiva.

Ma un giorno, un sogno (o meglio un incubo) premonitore ci ha paventato l'immagine di un’imminente sciagura. Abbiamo scelto di prestargli ascolto e di uscire preventivamente. Ci sarebbe forse piaciuto goderci il teatrino di 250 omini blu, con tanto di cani-servi e imbottiture anti-esplosivo che "mettevano in sicurezza" un ex ospedale pericolante, di nuovo vuoto e triste. E loro ci tenevano così tanto a farci partecipare alla festa di chiusura, che ci hanno invitati più o meno tutti a casa loro, in questura, a presentarci il conto per tutti questi anni di liberi gozzovigli e allegri sberleffi all'autorità.

Ma si sa, gli anarchici sono notoriamente squattrinati e insolventi...


PANICI DI IERI, DI OGGI E -CHISSA'- DI DOMANI

febbraio 2017

Report del tavolo "Sessismo nei movimenti" dell'ass. nazionale Non Una Di Meno

Il 4 e 5 febbraio a Bologna si è tenuta la seconda assemblea nazionale Non Una Di Meno, percorso che nasce il 26 novembre (manifestazione a Roma) e 27 con la prima assemblea.

Stiamo organizzando lo sciopero globale delle donne dell'8 marzo #LottoMarzo (34 paesi coinvolti, lanciato dalle compagne argentine (appello:http://www.inventati.org/cortocircuito/2016/11/28/linternazionale-femminista-8-marzo-2017-sciopero-globale-delle-donne/)

In assemblea si sono riuniti 8 tavoli di discussione intersezionali, trovate i report qui: https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/tavoli-tematici/

Vi scrivo in particolare rispetto al tavolo che ho coordinato con altre, cioè "sessismo nei movimenti" dove donne, trans e uomini del movimento hanno discusso degli strumenti necessari alla lotta antiessista negli spazi sociali e occupati. Non c'è antifascismo senza antisessismo. 

Il report della prima assemblea è qui: https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/12/08/report-tavolo-sessismo-nei-movimenti/

Questo è invece quello che abbiamo scritto insieme il 4 e 5 febbraio:

Abbiamo iniziato con una restituzione dai parte dei territori di quello che si muove e si è mosso dopo il documento elaborato dall'assemblea nazionale del 27 novembre 2016, registrando che si sono attivati tanti nuovi spazi di riflessione antisessista: non misti tra donne, discussioni tra uomini sul privilegio maschile, assemblee antisessiste ampie e trasversali a diversi spazi ed appartenenze politiche, discussioni nelle assemblee di gestione di spazi misti e nei collettivi misti su consenso e gestione dei momenti di socialità e di eventuali episodi di molestie e sessismo.

Abbiamo discusso di quanto sia fondamentale creare spazi di autonomia femminista e transfemminista, luoghi di riflessione collettiva sulle dinamiche di potere che vengono agite nelle assemblee, sul linguaggio e le molestie verbali che veicolano dentro gli spazi sociali, sull'importanza di caratterizzare le serate ed i momenti di socialità, sulla gestione nell'immediato e a lungo termine degli episodi sessisti che avvengono.

Gli episodi di violenza e sessismo dentro ai movmenti, agli spazi autogestiti e occupati non sono un'eccezione ma la conseguenza di quotidiane asimmetrie e gerarchie di potere e di divisione binaria dei ruoli all'interno degli spazi sociali. Questo da un lato porta alla riproduzione di ruoli stereotipati maschili e femminili, dall'altro rende difficile l'accesso e l'intelligibilità di persone trans* o di genere non conforme.

Abbiamo riconosciuto come pratica sessista anche quella di delegare alle "compagne" la gestione del sessismo negli spazi: continueremo a combattere il meccanismo di delega e ad avere un'ottica intersezionale e transfemminista che superi l'associazione automatica tra femminile e femminista/antisessista.

Abbiamo condiviso la necessità di avviare percorsi antisessisti all'interno delle realtà autogestite per permettere a tutt* di giungere a una definizione chiara di cosa siano sessismo e violenza, di creare e scambiarci strumenti per riconoscerla, fare rete per combattere i meccanismi di negazione e minimizzazione degli episodi sessisti, misogini, transfobici, omofobici e lesbofobici che avvengono e di complicità con chi li agisce.

La discussione si è poi focalizzata sulla violenza maschile egemonica di genere e ci siamo divise in gruppi per trovare strategie condivise di intervento rispetto a:

– come portare solidarietà attiva a chi ha vissuto la violenza

Innanzitutto ascoltare per capire se la persona che ha vissuto violenza chiede supporto e vuole parlare. L'attivazione della solidarietà è definita "a cerchi": cura di chi ha vissuto la violenza da parte delle persone piu vicine, il secondo cerchio di solidarietà, più allargato, interviene negli spazi con strategie elaborate in precedenza sulla gestione del molestatore, infine la solidarietà del cerchio più allargato che si occupa dell'azione politica. I cerchi devono agire in stretta connessione tra loro perché la cosa più importante è cosa vuole la persona che ha vissuto la violenza.

– come comportarci con la persona che agisce la violenza

Gli spazi sociali, le occupazioni sono vulnerabili alla violenza istituzionale e della polizia oltre che a quella patriarcale, interiorizzata da tutt*. Quindi non c'e una ricetta sola: i contesti cambiano. Siccome nessun contesto e nessuno spazio e'uguale, diventa fondamentale formare reti permanenti antisessiste, reti in contatto tra loro. Queste reti non si devono costituire come "tribunale" e devono riconoscere la violenza quando accade, devono diventare un punto riferimento e uno strumento di potenziamento per le persone che vivono la violenza o che si occupano della solidarietà attiva. Può mettere in campo diverse strategie in accordo con la persona che subisce violenza: la denuncia pubblica, condivisione delle pratiche, organizzazione del supporto, della condivisione e della contaminazione dei diversi contesti. Le reti cittadine però non devono essere uno strumento di delega

rispetto all'allontanamento dei soggetti sessisti. Fino ad ora la pratica condivisa in alcuni spazi autogestiti rispetto a chi agisce violenza è stata la messa al bando. Purtroppo non è una pratica risolutiva al 100%: abbiamo già visto accadere come le persone che vengono messe al bando finiscano in altri spazi o vengano reintegrati a distanza di qualche anno senza alcun discorso ulteriore sulla violenza che hanno agito. Questa strategia da sola non tutela la collettivita' allargata. Il contesto delle occupazioni abitative è ancora più complicato perché spesso le persone che vivono dentro non hanno percorso politico e non leggono la violenza di genere come questione politica. La discussione non è terminata e questo gruppo in particolare avrebbe bisogno di ulteriore approfondimenti.

– come contaminare con pratiche e discorsi antisessisti gli spazi dei movimenti sociali

Siamo partite dalla condivisione di esperienza positive e negative di capacità e volontà di gestione condivisa di pratiche antisessiste dai territori e dalle singole.

A partire da questa restituzione abbiamo individuato una serie di proposte pratiche per la contaminazione delle autogestioni da un punto di vista femminista e trans*femminista: workshop e giochi negli spazi, pratiche non giudicanti, serate transfemminste queer con strumento "bon ton" (elaborato dall' Assemblea antisessistaAdessoBasta si tratta di una condivisione di "regole" che garantiscano una condivisa definizione di consenso e safety), autoformazione (ad esempio il workshop dell'assemblea antisessista di Torino). In generale abbiamo sottolineato la necessita di far proliferare negli spazi discorsi transfemministi e queer e di far lavorare gli spazi sui linguaggi.

Vorremmo creare un toolkit sul sito NUDM che sia accessibile e si concentro proprio sulle micropratiche che si sono già sperimentate e sono state virtuose.

In ultimo, riconosciuta la necessità di reti autonome femministe e transfemministe, ci siamo chieste come queste reti possano definire piani di comunicazione con gli spazi e movimenti sociali.

– Come creare e mantenere spazi fisici di autonomia transfemminista

La necessità di spazi autonomi di soggettivazione politica femminista, transfemminista e queer, in grado di interagire con gli spazi sociali è condivisa da tutte. Bisogna moltiplicarli e difendere quelli che già esistono. Ne abbiamo bisogno per elaborare in autonomia le strategie di sovversione del privilegio, di resistenza all'insofferenza di molti spazi sociali verso le questioni antisessiste, di gestione di forme di violenza invisibilizzate dal binarismo di genere, come quella che avviene nelle relazioni non etero, di valorizzazione delle genealogie femministe e queer.

– che strumenti ci diamo per riconoscere la violenza ed il sessismo dentro gli spazi sociali e costruire una nostra narrazione, eliminando tutte quelle operazioni di negazione, minimizzazione e neutralizzazione che vengono operate attraverso il linguaggio

E' importante mantenere il focus sulla quotidianità ed uscire da una visione "emergenziale" della violenza.

Il dato emerso dall'autoinchiesta promossa negli spazi a Roma ricalca esattamente quello nazionale: 1/3 delle donne ha subito molestie, violenze o episodi di prevaricazione. Questo dato è aggravato dal fatto che gli spazi sociali, a differenza della società intera, si definiscono "antisessisti" senza però promuovere l'antisessismo in modo efficace. Registriamo infatti un iperuso della parola "antisessista" come "etichetta" che porta le realtà a credere di avere processi di accountability, di essere "quelli buoni".

Come nella violenza domestica, anche la violenza di genere che si dà negli spazi sociali, realtà autogestite, si presenta in forma di "escalation", tanto più che troppo spesso la gestione di episodi di violenza somiglia ad una difesa "famigliare" del gruppo: chiusura, minimizzazione, negazione, allontanamento (a volte della persona che subisce la violenza). Le uniche forme di contrasto a cui abbiamo assistito fino ad ora, come la violenza machista contro il violento o la messa al bando della persona che agisce violenza, non sono sufficienti né tantomeno risolutive. Per combattere la violenza di genere bisogna costruire strategie che vanno dal riconoscimento delle relazioni di potere che si costituiscono nell'autogestione -spesso sottovalutato negli spazi- alla costruzione di un discorso comune e condiviso sulla violenza di genere e le sue intersezioni con la classe e la razza: spesso la presunta "singolarità" dell'accaduto o l'idea che sia una questione privata e soggettiva rischiano di invisibilizzare la violenza.

Questo ci porta ad esprimere la necessità di far partire processi di autoformazione e riflessione negli spazi, non accettando per prim* il sessismo nelle sue espressioni quotidiane, eliminando la paura di essere "non gradit*" quando si pone la questione e lavorando affinché il sessismo diventi un problema per tutt*.

 

Nella giornata di lotta dell'8 marzo vogliamo coinvolgere gli spazi stessi in un processo di messa in discussione e riflessione rispetto alla violenza, al sessismo, agli immaginari e alle relazioni che riproduciamo anche tra di noi; dall'altro vogliamo che le nostre  modalità di lotta, autorganizzaazione, socialità, cura e relazione contaminino le piazze e le città.

Per fare questo abbiamo pensato a:

– striscioni appesi fuori dagli spazi, volantini, iniziative, elaborazione documenti e contributi, prese di parola...

– "da oggi non ve ne facciamo passare una": campagne comunicative, grafiche, video, spillette, stickers e elementi vari di riconoscibilità e visibilità

–  elaborazione grafiche che mettano in questione l'estetica machista dei nostri movimenti e delle nostre pratiche

– scioperiamo dal lavoro di cura e ribaltiamo la divisione sessuata dei ruoli e dei compiti dentro gli spazi

– scioperiamo dai generi binari imposti e frocizziamo gli spazi sociali e gli spazi pubblici inondandoli con la nostra favolosità (taz antisessiste, creazioni di zone temporaneamente liberate dal sessismo all'interno di iniziative di movimento)

– scardiniamo la gerarchia delle lotte e delle oppressioni che ogni giorno pretende di indirizzare le nostre energie e che continua a vedere l'antisessismo come un tema e non come una lettura complessiva dell'esistente 

Il nostro contributo alla stesura del piano femminista contro la violenza di genere ed alla costruzione della piattaforma verso lo sciopero dell'8 marzo è:

"Contro la strumentalizzazione della violenza di genere in chiave razzista securitaria e nazionalista, contro la violenza delle istituzioni, la violenza della polizia, dei tribunali, dei CIE, delle frontiere e di tutti quei dispositivi che reprimono la nostra autodeterminazione e presa di spazio e parola, apriamo, costruiamo e ci riprendiamo spazi politici e fisici antisessisti nei territori per elaborare strategie di resistenza e autogestione." 

 

B@

Il ministro Minniti e la riapertura dei CIE

All'indomani del referendum costituzionale del 4 dicembre, che attraverso la vittoria del NO ha visto come suo effetto collaterale immediato (ed unico) le dimissioni di Matteo Renzi da capo dell'esecutivo del governo, c'è stato chi ha a lungo festeggiato, facendo dell'antirenzismo la propria bandiera astratta in materia di azione politica (bandiera che nascondeva la totale impotenza pratica nel movimento di opposizione reale). Mettendo da parte i fascio-leghisti-grillini, è alle anime belle del politichese sinistrorso italiota, che credevano che un governo peggiore di quello di Renzi fosse impossibile, che ci riferiamo. Oggi questi poveri ingenui della ex sinistra radicale ed extraparlamentare trovano la loro smentita nel governo Gentiloni, continuatore in peggio delle politiche dell'ambizioso bamboccio fiorentino.
Il governo Gentiloni, tra le altre cose, ha fatto sapere, attraverso la voce del nuovo Ministro dell'Interno, Domenico “Marco” Minniti, che approverà presto prossime leggi in materia di ordine pubblico che limiteranno di molto la libertà delle persone, sull'esempio francese (dove vige da più di un anno lo stato d'emergenza), ciò anche, è evidente, in vista del vertice dei capi di stato (G7) a Taormina il prossimo 26-27 maggio, in considerazione di possibili contestazioni (e con questa scusa estendere le misure repressive, collaudate sul campo, all'intera società con la possibilità di introdurre il DASPO anche in ambiti non sportivi). Non solo. Cosa gravissima, Minniti ha anche detto che è pronto ad intervenire in materia di immigrazione, varando una nuova serie di leggi che prevederanno non solo la militarizzazione del territorio nazionale con controlli a tappeto e veri e propri rastrellamenti di immigrati da parte delle forze dell'ordine (cosa che in effetti sta già avvenendo, secondo le disposizioni ministeriali) con l'aiuto degli enti locali attraverso i nuovi poteri che si accinge a dare ai sindaci ma che includono anche la riapertura dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) che erano stati chiusi dalle rivolte degli immigrati reclusi in quelle strutture-lager. In breve, il governo prevede l'attivazione di almeno un CIE per regione, ciò significa la realizzazione di altri 16 CIE oltre ai 4 ancora funzionanti in Italia.
Minniti, assieme al capo della polizia, Franco Gabrielli, già alla fine di dicembre 2016 aveva presentato una prima bozza del piano anti-immigrati che prevedeva, oltre alla riapertura dei CIE, anche l'obiettivo di accelerare le espulsioni per gli immigrati “economici” e la possibilità di prelevare impronte, dati biometrici e DNA agli “irregolari” (mentre per i regolari e i richiedenti asilo Minniti propone l'estensione dei rimpatri “volontari” e dei lavori socialmente utili non retribuiti). L'impostazione di Minniti e del governo, infatti, è quella dell'equazione immigrati-terroristi, cara alle destre securitarie e xenofobe, che identifica la “minaccia terroristica” con l'immigrazione.
Ma vediamo chi è il nuovo ministro Minniti. Già esponente del PCI, poi del PDS e dei DS, è oggi esponente di primo piano del Partito Democratico calabrese e nazionale. Con Renzi rivestiva l'incarico di Sottosegretario con delega ai servizi segreti. La sua promozione a Ministro dell'Interno nel governo Gentiloni si spiega probabilmente con le sue conoscenze tra i dirigenti delle maggiori industrie belliche italiane nonché tra esponenti della diplomazia statunitense e tra alti ufficiali NATO e dei servizi segreti. Minniti, infatti, è un atlantista e filo-americano convinto, fondatore con il defunto Francesco Cossiga (ex ministro degli Interni ed ex Presidente della Repubblica, esperto in materia di repressione dei movimenti e di trame occulte) della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), ufficialmente un centro-studi sui temi dell'intelligence costituito a Roma nel 2009 e che vede tra i suoi membri generali ed alti ufficiali delle forze dell'ordine e dell'esercito, capi di Stato Maggiore (ovviamente la brigata fascista “Folgore” è ben rappresentata), esponenti dei servizi segreti, comandanti della NATO, consiglieri militari, diplomatici, ex ambasciatori, componenti dell'associazione Italia-USA, magistrati (come Stefano Dambruoso, ex magistrato di Milano dove conduceva inchieste contro gli anarchici), ex prefetti, professori universitari (ad esempio Asher Daniel Colombo e Marzio Barbagli, docenti di sociologia all'Università di Bologna, consulenti di fiducia del ministro e autori di pubblicazioni sulle migrazioni internazionali e il rapporto con sicurezza e criminalità), ex amministratori delegati di banche ed importanti aziende, giornalisti, esperti di geopolitica e geostrategia, analisti di anti-terrorismo e perfino consulenti della CIA. Minniti, esponente PD che in pratica supera a destra l'ex ministro Alfano che pure si posizionava a destra, è quindi un uomo che palesemente fa riferimento a questa rete di interessi atlantici, che nella storia d'Italia si è resa più volte responsabile di pesanti pressioni sulla politica nazionale. Una sintesi ben costruita della “carriera” che lo ha portato ad essere Ministro dell'Interno (e ad avere quindi controllo totale sui servizi segreti civili dello Stato e sulle forze di polizia) si trova sul blog di Antonio Mazzeo ed anche alla pagina web https://anarresinfo.noblogs.org/2017/01/22/minniti-il-figlioccio-di-cossiga/
Questo bel personaggio che oggi riveste i panni di ministro non ha perso tempo per mettere in atto i suoi propositi e si è recato in questi mesi nei paesi nord-africani per stringere accordi bilaterali con paesi come Libia, Tunisia ed Egitto per la costruzione di una politica comune contro l'immigrazione, che prevede misure armate di “protezione delle frontiere” contro chi fugge da guerre, conflitti, carestie e miseria e la costruzione di centri di detenzione in paesi nord-africani e centro-africani sub-sahariani (come Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) per bloccare le partenze verso l'Europa. In ambito di intercettazione navale nel Meditterraneo, poi, Minniti prevede il ricorso a Droni e satelliti come Cosmo Skymed.
È stato giustamente detto che il guerrafondaio e uomo d'ordine Minniti era l'uomo adatto per strappare ai leghisti il monopolio della narrazione sul preteso “pericolo” costituito dagli immigrati. Per questo oggi la politica del PD - che viaggia dritto verso la costituzione del “Partito della Nazione” - in fatto di immigrazione si presenta con la sua faccia e parla con la sua voce. Una voce che non parla di solidarietà ma di espulsioni, respingimenti, campi di concentramento, ordine pubblico e repressione del dissenso. L'opposizione “di sinistra” interna al PD, ovviamente, tace di fronte a tutto ciò. E come potrebbe essere altrimenti, se proprio questa “sinistra” interna è rappresentata da personaggi come Massimo D'Alema, già bombardatore negli anni '90 della ex Jugoslavia ed amico personale di Minniti (che nel 1998 rivestiva la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio anche allora con delega ai servizi segreti, proprio con premier Massimo D'Alema) e gente della stessa risma.
Quel che sinceramente maggiormente disgusta è il modo disinibito con cui esponenti del PD, anche in Romagna, scendono in strada per difendere i “diritti civili” (ad esempio il diritto alle unioni omosessuali) quando in realtà il loro partito, il partito che difendono e in cui militano, è in prima linea nel calpestare ogni libertà di chi fugge da terre devastate dalle guerre occidentali, dai conflitti interetnici per il potere fomentati dalla logica del “divide et impera”, dalla miseria scatenata dal saccheggio predatorio continuo da parte delle multinazionali e dalle istituzioni economiche di casa nostra. Come se ci fossero libertà da difendere ed altre no. È sinceramente una vergogna che simili personaggi, che non trovano nulla da dire contro l'impostazione xenofoba e securitaria di destra del loro partito, trovino posto tra chi in buona fede difende le libertà individuali delle persone, siano queste persone omosessuali, immigrate o altro. Come non accorgersi delle strumentalizzazioni evidenti di questo partito, fin da queste innegabili quanto macroscopiche contraddizioni?
È ora di dire le cose come stanno a chi ancora presta fede a certi esponenti del PD che hanno la faccia tosta di farsi vedere nelle piazze: a quelli del PD della libertà, individuale o collettiva (eguaglianza sociale), non frega assolutamente nulla! La loro è solo una mascherata. Di carnevale, visto il periodo. Ma oggi occorre andare oltre la maschera, per ristabilire un minimo di realtà. E creare finalmente un'opposizione sociale reale, coerente con gli ideali di libertà ed eguaglianza, dura nella sua coerenza, che sappia impedire la riapertura dei CIE e mettere nella sua agenda al primo posto l'azione fattiva contro le politiche securitarie e razziste, repressive e guerrafondaie, atlantiste e autoritarie che trovano nel PD, a livello nazionale come locale, un interprete di primo piano. Perché non ci sono solo i fascisti...

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