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A proposito di transumanesimo e primitivismo

Piccola premessa: questo comunicato è stato scritto come risposta ai vergognosi articoli pubblicati da Umanità Nova in sostegno del transumanesimo e di attacco nei confronti della critica anti-civilizzatrice, anche se in particolare si fa riferimento allo scritto sul numero 3 di quest’anno dal titolo: “Tecnologie ed emancipazione sociale”. Ci tenevamo a controbattere alle assurdità che sono state scritte, sia perché non potevamo lasciar passare come se nulla fosse un articolo tanto infamante, sia perché vogliamo cogliere l’occasione per aprire un confronto più ampio sui temi della critica radicale alla civilizzazione. Perché nonostante la critica alla tecnologia sia sempre più forte e sentita, riteniamo essere fondamentale radicalizzare ancora di più le nostre posizioni contro la civiltà (non solo contro il sistema tecno-scientifico che ne è il suo braccio armato), per demolire per sempre questo presente fatto di oppressione e per impedire che le nostre pratiche siano recuperabili da questo sistema che fa di tutto per diventare sempre più “sopportabile” e sostenibile (anche ecologicamente). Quindi attraverso questo scritto, che in tutti i casi non vuole essere esaustivo, vogliamo sfatare alcuni punti forti della critica che ci viene mossa e fare in modo che sia un punto di partenza per una discussione più ampia, dove si vada ad intaccare tutti i falsi miti che la civiltà ci propina: Facciamola finita subito con l’agricoltura (anche biologica), con la tecnologia (anche a basso impatto ambientale), con la scuola o l’educazione (anche libertaria), con l’economia (anche se “green-economy”), con la cultura simbolica (strumento di controllo esercitato dall’uomo sul vivente), con l’energia (anche se rinnovabile) e con le città (anche se sostenibili). Non c’è nulla da ricostruire, nessuna libertà da rivendicare, nessun diritto da mendicare, smettiamola col vittimismo e passiamo all’attacco.

Per l’Anarchia selvaggia.
 
 

Comunicato inviato a Umanità Nova:
A PROPOSITO DI TRANSUMANESIMO E PRIMITIVISMO

“In questa lotta, o tutto o niente. Anarchia è solo un nome per quelli che abbracciano la sua promessa di riscatto e pienezza, e cercano di guardare in faccia il fatto che arrivarci sarà un lungo viaggio. Noi umani stavamo là, un tempo, se dobbiamo credere agli antropologi. Ora scopriremo se possiamo ritornarci. Molto probabilmente è la nostra ultima possibilità come specie.” John Zerzan

Innanzitutto ci teniamo a precisare che stiamo scrivendo queste righe non per partecipare a un “dibattito”, che nei fatti non esiste visto che gli articoli inerenti al transumanesimo pubblicati su questo giornale (1) vanno tutti in una sola direzione: “l’emancipazione attraverso le tecnologie”, ma per rispondere a quell’articolo apparso sul numero 3 di Umanità Nova scritto da Locorn. Vi giriamo quindi questo comunicato, perché è stata vergognosa la superficialità con cui si è voluto liquidare la critica primitivista con un’accozzaglia di frasi fatte.
Prima di passare alla critica dell’articolo vogliamo, in due parole, spiegare cos’è il transumanesimo: la teoria transumanista consiste nel disprezzo, neanche troppo velato, della natura umana e quindi del superamento di essa tramite un uomo che, attraverso protesi, tra-pianti e modificazioni genetiche, si fa sempre più un tutt’uno con la macchina. Questo perché oltre che migliorare le nostre capacità fisiche questa trascendenza permetterebbe anche, per esempio, all’essere umano di adattarsi a vivere in luoghi in cui l’inquinamento non lo permetterebbe più. Quindi viene proposto dai transumanisti come l’ultima spiaggia: o ci si trasformerà in macchine completamente staccate dal contesto naturale in cui si è vissuto e si vive, oppure l’uomo si estinguerà. Precisiamo così che il transumanesimo non ha nulla a che vedere con l’anarchia, il transumanesimo è solo l’ennesimo farmaco iniettato in un corpo morente che grida: “aiuto!”
In quell’articolo ci siamo sentiti dire che la critica primitivista alle tecnologie è <insitamente reazionaria>; che i primitivisti vogliono ritornare ad una, non meglio precisata, <età dell’oro>; che i primitivisti sono sessisti e <regressivi sulla questione di genere>; per poi concludere con un bellissimo elogio al cyber-femminismo…eh sì, quella sì che è emancipazione! Il prostrarsi alla scienza di una parte del “movimento” anarchico (come si era già visto per la questione vaccinale) è veramente una cosa allucinante, e se questa è la strada intrapresa noi a gran voce rivendichiamo la nostra estraneità da simili dibattiti e soprattutto da persone che hanno scelto nei fatti di difendere lo schifo di società in cui siamo costretti a vivere!
Vogliamo così ribattere a una parte delle stupidaggini che sono state scritte in quell’articolo, consapevoli che non possiamo però risolvere la questione in queste poche righe, ma intenzionati comunque a dare uno stimolo a chi voglia rapportarsi alla critica anti-civilizzatrice in maniera seria e approfondita:
_<Il primitivismo è insitamente reazionario>: soffermiamoci un attimo sul significato della parola reazionario: “La reazione, indica un'opposizione a forme di innovazione sociale, artistica, culturale o politica a sostegno del ritorno ad autorità, valori e istituzioni del passato, operata da partiti, gruppi di pressione o anche individui.”. Accusare quindi i primitivisti di essere reazionari significa avere poche idee e confuse, ma anche essere in mala fede. La lotta che portiamo avanti contro il sistema tecno-scientifico non è una presa di posizione ideologica, ma una constatazione del fatto che è la tecnologia insieme alla scienza la principale responsabile ad aver creato un essere umano sempre più distaccato dall’ambiente in cui vive e che ha permesso una maggiore diffusione di quella visione antropocentrica (introdotta dall’agricoltura) che permea le nostre esistenza legittimando così lo sfruttamento della terra e di tutto ciò che può essere messo a profitto in nome del progresso. D’altronde come si può pensare alla tecnologia in maniera neutrale quando è proprio la tecnologia che ci sta accecando attraverso i proprio schermi in HD, che ci ha privato dell’uso dei piedi senza le scarpe, che ci ha tolto l’orientamento attraverso i sempre più invasivi sistemi GPS, che ci ha fatto perdere una marea di conoscenze del territorio in cui viviamo racchiudendole in data-base ad uso e consumo di una stretta cerchia di persone, che sta distruggendo i rapporti sociali grazie ai tanto decantati social network, che distrugge i nostri sogni attraverso la realtà virtuale; e tanto più la tecnologia si diffonde, entrando nelle nostre vite, tanto più l’essere umano perde la propria indipendenza e quindi la propria libertà!
Allo stesso tempo rifiutiamo l’idea di progresso, per due motivi principali: innanzitutto per il suo carattere intrinsecamente razzista, infatti ci sono stati e ci sono ancora oggi, nelle zone più marginali e impervie del pianeta, molte bande di cacciatori-raccoglitori che non hanno mai VOLUTO subire il processo di civilizzazione, rifiutando “l’innovazione” portata dai conquistatori, e per questo sono stati sterminati, deportati o nel “migliore” dei casi schiavizzati, e a meno che non si ritenga questi popoli inferiori da un punto di vista biologico, non si può negare che il progresso è una costruzione culturale, nata con la civiltà, che ha senso solo (“per chi ci crede”) per questo sistema che basa la propria sopravvivenza sullo sviluppo tecnologico e scientifico verso l’infinito; in secondo luogo perché semplicemente non ci troviamo nulla di auspicabile nel progresso che è ottenuto necessariamente tramite il lavoro, la conseguente divisione del lavoro e la competizione sfrenata, in una sola parola: l’alienazione!
Auspicare poi ad una società transumanista, e quindi alla conseguente modificazione biologica dell’essere umano, significa proporre una società profondamente autoritaria, governata da un élite scientifica che non potrà più permettersi nessuna voce di dissenso. L’opera di omologazione che non ha raggiunto questa società dei consumi verrà completata tramite il transumanesimo, quando in nome di un maggior “benessere” (il loro/vostro benessere)  e una “migliore” aspettativa di vita per tutti, verrà imposto il pensiero di un ristretta cerchia, magari “libertaria”, di tecnocrati che avendo il monopolio della tecnica e avendo cancellato per sempre l’idea di una natura selvaggia dell’essere umano, riuscirà a comandare su una massa di lobotomizzati senza più coscienza. Una prospettiva raccapricciante che nemmeno Hitler, con la sua follia, era mai riuscito a immaginare! Chi sono i reazionari?
_<l’età dell’oro>: parlare di “età dell’oro” è sicuramente fuorviante e sottende una semplificazione strumentale! D’altronde anche Zerzan l’ha sempre detto: “non è necessario tornare indietro, ma dobbiamo andare avanti verso un primitivo futuro” (2). Oggi tra l’altro abbiamo a disposizione tantissimi studi in campo antropologico e archeologico che fanno luce su quella che è stata la vita dei nostri avi al di fuori della civiltà. Nessuno parla o ha mai parlato delle tribù non civilizzate come di un eden in cui tutto va bene e in cui non esistono problemi, ma oramai ogni antropologo concorda sul fatto che agricoltura e allevamento, economia e tecnologia siano alle fondamenta di rispettivamente lavoro, divisione del lavoro, malattie, sfruttamento della terra e delle sue risorse, stati e guerre. Marvin Harris nei suoi studi arriva a queste conclusioni: “Gli uomini dell’età della pietra vivevano una vita più sana di quella dei loro posteri: nell’epoca romana le malattie erano ovunque molto più diffuse rispetto prima […]. I cacciatori dell’età della pietra, inoltre, per assicurarsi la sussistenza, lavoravano molto meno dei classici contadini cinesi ed egiziani o degli operai delle fabbriche moderne, nonostante i sindacati. Riguardo ad amenità quali il buon cibo, i divertimenti e i piaceri estetici, gli antichi cacciatori-raccoglitori si concedevano lussi che solo i più ricchi americani di oggi possono permettersi. […] Nell’età della pietra, era assicurata a tutti una dieta ad alto valore proteico e a basso contenuto di amidi. E la carne non era congelata o gonfiata con antibiotici e coloranti artificiali.” (3) Questi studi dovrebbero essere presi sul serio non per mitizzare quel periodo storico, ma per avere un quadro generale sui benefici che in teoria dovrebbero averci dato le tecnologie e la scienza. Non abbiamo quindi nessuna età dell’oro a cui ritornare, anche perché ci sono bande di cacciatori-raccoglitori ancora oggi presenti sulla terra, che ci dimostrano che non c’è bisogno di città, soldi, tecnologie all’avanguardia o vestiti all’ultima moda per vivere una vita a pieno.
E sia chiaro: non sarà certo il vivere in eterno con un pistone al posto del cuore o poter scaricare il proprio cervello su un computer a fare la nostra vita felice. La vita è fatta anche di dolore, questo i nostri avi lo sapevano bene, e di morte, negarci la possibilità di morire non sarà certo un’emancipazione nei confronti della natura, questo non farà di noi degli uomini liberi, ma sarà una sconfitta, quel giorno l’uomo sarà morto per sempre!
_<regressivi sulla questione di genere>: dulcis in fundo, dovevamo sentirci dire anche questa… Non sappiamo se chi ha scritto l’articolo abbia effettivamente letto “la riproduzione artificiale dell’umano” o ne parli dopo aver letto le veline di qualche gruppo transumanista. È innegabile che Escudero, che comunque NON è primitivista, sia in maniera non troppo velata sessista, e proprio a questo proposito rimandiamo all’interessante critica fatta da una compagna a quel libro (4). Vogliamo poi ribadire (visto che chi ha scritto quell’articolo se ne è ben visto dall’approfondire la critica anticiv!) che la critica al sistema tecnologico in particolare e alla civiltà in generale, non impone dinamiche patriarcali, ma anzi questa critica tende proprio a scardinarle alla sua origine. Facciamo così una piccola precisazione chiamando in causa prima Enrico Manicardi, che nel suo libro scrive: “La divisione tra “maschi” e “femmine” è una divisione puramente culturale, non naturale. Se è ovvio, cioè, che tra un uomo e una donna esistono differenze di tipo biologico, è altrettanto vero che analoghe differenze possono riscontrarsi tra chi abita all’equatore e chi vive nell’emisfero artico […]. La differenza, di per sé, non è indicativa di alcuna divisione: può solo esserne il motivo culturale. La <<biologia non è destino>>, sosteneva la femminista Anne Koedt, che precisava: <<i ruoli maschile e femminile vengono appresi>>.” (5); poi vogliamo citare anche il collettivo americano Green Anarchy che, nel documento di introduzione al pensiero anarchico di anti-civilizzazione, parla del patriarcato così: “creando false distinzioni di genere e divisioni fra uomini e donne, la civiltà, ancora una volta, crea un “altro” che può essere oggettivato, controllato, dominato, utilizzato e trasformato in merce. Questo processo è parallelo all’addomesticamento delle piante per l’agricoltura e degli animali per l’allevamento […]. Come in altri ambiti di stratificazione sociale, alle donne vengono assegnati ruoli intesi a stabilire un ordine molto rigido e prevedibile, vantaggioso per la gerarchia. La donna è giunta ad essere considerata una proprietà, non diversa dal raccolto nei campi o dal gregge al pascolo. […] Il rapporto di interdipendenza tra la logica della civilizzazione e il patriarcato è innegabile; per migliaia di anni hanno entrambi plasmato l’esperienza umana a tutti i livelli, da quello istituzionale a quello personale, mentre divoravano la vita. Per essere contro la civilizzazione bisogna essere contro il patriarcato, e per mettere in discussione il patriarcato è necessario mettere in discussione anche la civiltà.” (6)
Chiudiamo questo nostro soliloquio ribadendo che è l’azione, che individualmente e collettivamente pratichiamo, a distinguerci da tutta la putrefazione che ci circonda, da chi si limita solo a giudicare dall’alto delle propria “saccenza”; rifiutiamo però allo stesso tempo il ruolo di dispensatori di saggezza e non ci interessa certo avere o appiccicare etichette, come invece, purtroppo, sembra andare di moda oggi; vogliamo però fare una precisazione sulla parola Anarchia, che per noi significa liberazione totale, liberazione con ogni mezzo da tutta l’oppressione che questo sistema genera, liberi di tornare ad essere selvaggi senza più lo strazio del lavoro e le dipendenze da società tiranne, perché che sia democratica, totalitaria o libertaria poco ci importa. Abbiamo ben chiaro quale sia il nemico, abbiamo scelto da che parte stare, e siamo vicini a tutti coloro che, come noi, quotidianamente lo attaccano senza alcuna mediazione, vicini a tutti i compagni che ostinatamente si ribellano nelle carceri e nelle strade di tutto il mondo. E come dicono i compagni di Nunatak: “le uniche catene che amiamo sono quelle montuose”.

 “Se alcuni preferiscono parlare di democrazia diretta e giardinaggio urbano, noi riteniamo che sia impossibile e indesiderabile “rinverdire” la civiltà o renderla più “giusta”. Consideriamo importante tendere verso un mondo radicalmente decentrato, sfidare la logica e la mentalità della cultura della morte, porre fine a qualsiasi mediazione nelle nostre vite e distruggere tutte le istituzioni e le manifestazioni fisiche di questo incubo. Vogliamo diventare incivili.” Green Anarchy

 

Gli Incivili del Collettivo Anarchico Incubo Meccanico


Note: (1) http://www.umanitanova.org/tag/transumanesimo/ (2) John Zerzan “Senza via di scampo? Riflessioni sulla fine del mondo”, Arcana (2007) (3) Marvin Harris “Cannibali e Re”, Feltrinelli (1979), cit., pag.10. (4) https://www.informa-azione.info/leggendo_quotla_riproduzione_artificiale_dell039umanoquot_recensione_critica (5) Enrico Manicardi “Liberi dalla Civiltà”, Mimesis (2010), cit., pag.85. (6) Green Anarchy Collective “Green Anarchy”, Nautilus (2004), cit., pag.16.

ADESSO TOCCA A NOI

Volantino distribuito al presidio permanente no tap


Il tempo della mediazione è finito.
L'avvio dei lavori di Tap, con l'espianto dei primi quattro alberi dall'area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un'opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi era chiaro fin dall'inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un'opera considerata “di interesse strategico nazionale”.
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all'ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai.  Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell'ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d'occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un'opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?


Nemici di Tap

Democratici e progressisti come?

Febbraio 2017. Da qualche giorno è nato un nuovo partito denominato “Democratici e Progressisti”. Formato dall'ala sinistra del Partito Democratico, questo partito non è altro che la riproposizione del vecchio PDS-DS (Partito Democratico della Sinistra-Democratici di Sinistra). Infatti vi si ritrovano i vecchi nomi, che sovente nel PDS-DS rappresentavano la destra di quel partito. A cominciare da quel Pierluigi Bersani, ex dirigente della CMC, la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, vera e propria multinazionale del cemento quotata in borsa, che opera devastazioni in tutto il mondo, in Italia responsabile dei lavori per il TAV in Valsusa. Quel Bersani che da ministro del governo Prodi diede avvio ad una serie di ampie privatizzazioni di settori pubblici a beneficio delle lobby private.
C'è anche l'ex governatore dell'Emilia-Romagna, Vasco Errani, da sempre uomo di fiducia dei poteri economici della regione, vicino al mondo dei corsorzi, delle cooperative, delle fondazioni e delle assicurazioni come l'amico Bersani. E chissà se ci starà anche l'ex sindaco di Bologna, quel Cofferati che mandava la polizia a sgomberare i centri sociali e a multare i lavavetri, tanto da meritarsi l'epiteto di sindaco-sceriffo.
C'è poi un personaggio ben noto dietro alla scissione col PD e alla fondazione di questo nuovo-vecchio partito: Massimo D'Alema. Lo ricordiamo anch'egli, quand'era premier, in veste di bombardatore della ex Jugoslavia negli anni '90, alla guida della guerra della NATO. Oppure quando, da ministro degli Esteri nel 2007, sulla questione delle foibe, dopo un vergognoso discorso anti-slavo dal sapore razzista del capo dello Stato, Giorgio Napolitano (quello che medagliò criminali di guerra e repubblichini fascisti presunti “martiri”), lo stesso D'Alema stigmatizzò lo sconcerto e le reazioni dei presidenti della Slovenia e della Croazia riaffermando che quelle di Napolitano erano da ritenersi “verità storiche”. E ricordiamo che si stava parlando di riabilitazioni postume dell'operato e dei crimini di guerra dei fascisti di Mussolini nei territori jugoslavi occupati. La vicenda finì con lo stesso D'Alema e il premier Romano Prodi che ricorsero all'intervento della Commissione Europea, che reagì alle critiche dei paesi slavi minacciando di ritirare l'appoggio all'inclusione nella UE. Così che i presidenti dei due paesi slavi dovettero ritirare le proprie proteste.
Vi è poi tutta una serie di esponenti del risibile schieramento della ex sinistra legalitaria in cerca d'autore che si è trovata negli ultimi anni orfana di rappresentanza parlamentare, esponenti che si erano riciclati in varie formazioni che di sinistra non avevano che il nome e che ora si ritrovano finalmente tutti assieme in questo rinnovato calderone degli sconfitti. Se la loro idea di democrazia non è l'autogoverno dal basso ma è sempre e solo quella rappresentativa, che vede i partiti politici spartirsi il potere e la volontà dello Stato prevalere sempre sulla volontà delle persone, anche l'idea che hanno del progresso è chiarissima. Intendono per progresso quello economico, tecnologico e dei mercati. Non certo il progresso sociale. Sono progressisti in quanto hanno una ostinata predilezione per la crescita capitalista, unico loro metro di giudizio nell'indirizzo della propria politica. Sono illiberali e liberticidi in materia sociale e liberisti nelle questioni economiche. Sono a favore delle liberalizzazioni ma sono anche per lo Stato repressivo. Sono a favore dell'industria e contro i lavoratori. Questa scissione è nata contestualmente al calo di consensi per il PD all'interno del paese. Alle prossime elezioni, un partito alla sinistra del PD servirà solo per racimolare voti che altrimenti sarebbero andati persi, nell'astensione o in direzione del Movimento 5 Stelle (il quale recupera anche dal serbatoio delle destre). È quindi l'ennesima operazione di facciata di una politica parlamentare in continua crisi di legittimità. Ma non ci inganna. Riconosciamo il restyling. Il DP è il rovescio del PD ma ne è l'alter-ego.

Contro i partiti e la politica parlamentare!
Creare una politica antiparlamentare, per l'autogestione generalizzata e l'autogoverno dal basso!

Bologna - Riflessioni su una città-caserma

"Il fascismo è una cancrena eretta a sistema. Diventano fascisti solo a comando, sicuri del loro diritto e della loro impunità. Chi erano dunque questi uomini, cancro dell'umanità, così squallidi e miserabili travolti, in queste ore della notte, dal loro delirio isterico?... Degli onesti padri di famiglia? Figli, fratelli, mariti, come tanti altri? No, erano solo spazzatura frutto dell'arbitrio. Malati? Prodotti di una decenza organizzata? Forse. Miserabili, che i rutti dell'arbitrio rendeva folli di rabbia [...] Ah! Guardia, quanto eri piccola nella tua gretta eccitazione! Così piccola a confronto dell'odio smisurato che mi brucia dentro. Che ne sai degli incendi che, tra rivolte e rivoluzioni, hanno fatto il mondo? Non sei sempre fiera della tua funzione, te ne vergogni a seconda delle situazioni in cui ti trovi. Guarda queste catene, questo sangue e queste ferite, solo di questo sei capace?"
C. Bauer - Fratture di una vita



L'occhio del grande Moloch dei media si è posato sulla città di Bologna, alterando la realtà, scardinando e deviando i fatti tutto a favore di una narrazione tossica propria del dominio; dove in un gioco politico vediamo seguirsi dichiarazioni di vari figuranti che vanno da Salvini, che incita all'uso di "idranti e insetticida" contro gli/le studenti/esse plaudendo al questore e al PD, a Merola il quale dichiara che il nostro vivere si basa sulla repressione appellandosi ad una presunta natura masochista dei soggetti suddetti. Ma al di là delle provocazioni proprie dell'autorità, l'intento che mi pongo abbozzando queste righe è quello di dar luce a delle considerazioni e ad un'analisi parziale su alcune dinamiche che stanno prendendo piede in città, e che si pongono come modello nello sviluppo della società capitalistica e del suo apparato repressivo; analisi che spero possa essere presa in considerazione da più singoli affinché si possano affinare gli strumenti critici che ci possano portare a sabotare e a sovvertire questi meccanismi.

Negli ultimi tempi assistiamo alla diffusione di una retorica securitaria che dalle periferie al centro, diviene una giustificazione della proliferazione di telecamere, presidi militari e delle forze dell'ordine, di sperimentazione di dispositivi di controllo che trasformano il cittadino in sbirro - vedi la proposta di chat con le FFOO atte a segnalare qualunque comportamento "sospetto" -. Il mantra del "degrado" diviene un mezzo per criminalizzare l'alterità e porre una normalizzazione sui comportamenti individuali e collettivi, dove qualunque azione che violi in qualche modo la morale vigente può assumere i connotati di un atteggiamento sospetto - non si sa su quale criterio - e far scattare l'apparato repressivo. La crociata portata avanti dal bolognese medio il quale innalza sempre più la propria miseria allo status di privilegio, fino alle autorità locali - passando per l'infame giornalista di turno - contro la "decadenza morale" della città, si inserisce nel progetto delle istituzioni di trasformare Bologna in un luna park del consumo accessibile alle sole classi più abbienti, ove la povertà diventa uno stigma sociale, fattore di esclusione, marginalizzazione e deumanizzazione su criteri razziali, sessuali e classisti.
Quest'ultimo processo lo vediamo nelle politiche portate avanti tramite gli sgomberi, la gentrificazione che prende piede nelle periferie, nella criminalizzazione della solidarietà verso gli/le ultim*, nel tentativo di riconvertire l'hub della città in Cie - ove già son giunt* i/le migranti dal cpa di Cona dopo la rivolta seguita alla morte di Sandrine Bakayoko - e nel conseguente sgombero di qualsiasi spazio di aggregazione.

E' in questo contesto che s'inserisce l'apertura di quell'altra cattedrale del consumo che è F.I.C.O, ove tramite un'operazione di green-washing si cerca di portare avanti il modello di green economy risultato già fallimentare con l'Expo di Milano. Insomma, il copione che leggiamo è sempre lo stesso: il Capitale allarga i propri tentacoli, mercificando ogni spazio della nostra vita quotidiana, facendo diventare qualunque bisogno fonte di profitto e tramutandolo in lusso, atomizzando gli individui e subordinandoli a ruoli sociali e influenzando la nostra quotidianità tramite la distruzione delle nostre relazioni attraverso le quali, l'altr* viene deumanizzat* e ci si approccia ad ess* per il solo perseguimento di scopi utilitaristici. Bologna sta assumendo le forme una città-caserma dove si minaccia lo sgombero di uno spazio sociale come l'Xm24 per creare una stazione dei carabinieri e dove la celere entra in grande stile in una biblioteca per soffocare un'esperienza d'autogestione, divenendo protagonista di una commedia assurdista. Assistiamo allo spettacolo della violenza del dominio dove l'apparato poliziesco è solo l'ultimo degli agenti di un progetto di soppressione di qualunque esperienza, individuo o collettività che ha dichiarato guerra al presente facendo del proprio corpo uno strumento di rivolta e di affermazione dei bisogni e dei desideri individuali.

Nostro compito è creare una comunità desiderante, umana, che ponga le basi per un vivere radicale e che rompa con il dominio, abbattendo i suoi confini fisici e non  attraverso la fondazione di relazioni di mutuo appoggio e la riscoperta di quelle forme di socialità che il potere vorrebbe reprimere. Il prossimo passo è trovare i mezzi atti a rispondere alla guerra dichiarataci dall'alto, superando la vile criminalizzazione che stanno portando avanti ai danni di chi ha scelto di schierarsi contro questo modello sociale. Il conflitto che bisognerebbe seguire deve andare al di là del solo ambito universitario, delle dimissioni di qualche rappresentante di un sistema amorfo facilmente rimpiazzabile; al di là dei confini bolognesi. Se veramente vogliamo creare un terreno fertile per la creazione di legami sovversivi e di una complicità rivoluzionaria, tale lotta deve rompere con il suo essere parziale, e cercare l'intersezionalità con altre. La guerra da portare avanti è quella tra una vita tutta da ricostruire e una morte perpetua ed istituzionalizzata, alla riscoperta della nostra individualità che rompa con i ruoli sociali impostici e che possa dar luogo all'incontro tra singoli insorgenti.

Cane randagio
febbraio 2017

DA FIRENZE: PANICO OVUNQUE

Ci piacerebbe parlarvi di tante cose, attorno a ciò che abbiamo ed è stato chiamato Panico.
Ci piacerebbe ricordarvi di tutte le centinaia, le migliaia di compagni approdati qua al Panico da tutta Italia, da tutta Europa, da tutto il mondo, e di come ci si siano sentiti a casa sempre, aldilà delle differenze individuali, politiche, alimentari; e di come loro abbiano fatto sentire noi meno estranei al mondo. Tanti rapporti fluidi, appassionati o travagliati, ma finalmente liberi, diretti, svincolati da dinamiche di branco o di "compagnie", in cui ognuno ha potuto innanzitutto trovare, e poi rappresentare ed esprimere semplicemente se stesso. Potremmo richiamarvi alla mente e nel cuore anche tutti i concerti, le feste, le cene godute assieme, senza limiti, né orari né alcolemici.
Ci piacerebbe altrettanto ricordarci assieme di tutte le derive a giro per la città, portando piccoli, ma concreti, contributi all'antimilitarismo, alla libertà, alla ribellione. E assieme a queste, la soddisfazione personale per qualche nostro altro piccolo contributo al siluramento di qualche assessore alla sicurezza o dirigente di polizia. Le innumerevoli invasioni qua e là per Firenze, seminando indisciplina e raccogliendo complicità, saranno sicuramente uno dei migliori ricordi che potremo mai portarci dietro di questa città immiserita dalle sue scintillanti vetrine, assieme ai giorni passati sui tetti ricacciando indietro alcuni tentativi di sgombero.
E ci piacerebbe persino ricordare gli albori di Vicolo del Panico...ma di questo passo andremmo troppo indietro nel tempo.

No. Stiamo scrivendo queste righe non per narrare la sua storia, bensì per condividere con voi, che ne avete assaporato la (lunga? travagliata? ricca? incostante?) vita, anche la sua fine.
Potremmo iniziare a collocarla due estati fa, quando una cosiddetta "bomba d'acqua" ne ha ulteriormente compromesso la stabilità strutturale, già fortemente minata negli anni precedenti, da un incendio prima e dal crollo di un'intera ala poi. Da lì, la decisione di non produrre più iniziative dentro al posto e un tentativo di occupazione in un'altra zona della città, purtroppo fallito.
Durante tutto l'anno scorso, con le nostre tempistiche non propriamente impeccabili in quanto a celerità, è maturato il dibattito tra compagni (sia abitanti il posto che non) se lasciare volontariamente il Panico, che appariva già da tempo svuotato di spinta propulsiva. Gli immancabili colpi repressivi, piuttosto ritorsivi e insinuanti, hanno allungato i tempi: la rabbia per gli arresti di nostri tre amici e compagni – ci riferiamo al “rissone” dello scorso aprile - ci ha riuniti e ha fatto da contraltare alla consapevolezza dell'esaurimento dell'esperienza complessiva.

Ma un giorno, un sogno (o meglio un incubo) premonitore ci ha paventato l'immagine di un’imminente sciagura. Abbiamo scelto di prestargli ascolto e di uscire preventivamente. Ci sarebbe forse piaciuto goderci il teatrino di 250 omini blu, con tanto di cani-servi e imbottiture anti-esplosivo che "mettevano in sicurezza" un ex ospedale pericolante, di nuovo vuoto e triste. E loro ci tenevano così tanto a farci partecipare alla festa di chiusura, che ci hanno invitati più o meno tutti a casa loro, in questura, a presentarci il conto per tutti questi anni di liberi gozzovigli e allegri sberleffi all'autorità.

Ma si sa, gli anarchici sono notoriamente squattrinati e insolventi...


PANICI DI IERI, DI OGGI E -CHISSA'- DI DOMANI

febbraio 2017