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SE DELINQUENTI E' LOTTARE CONTRO IL POTERE... ALLORA SIAM DELINQUENTI !

Durante quello che ormai da molto tempo viene chiamato un ''normale controllo'', in un parco a Faenza un compagno alquanto irrequieto decide consapevolmente di non abbassare la testa davanti agli infami umanoidi traditori della Libertà (in questo caso, i maledetti vestivano i panni dei carabinieri). L'intenzione iniziale era di resistere passivamente, ma come ogni indomabile ribelle al  contatto fisico con i distruttori delle diversità nonché difensori della legge, delle istituzioni e dello stato (perciò comprende anche quegli sporchi infami del Resto del Carlino e compagnia bella), la reazione è stata irrimediabilmente attiva. Una magica scarpa seguita da una magica gamba sono miracolosamente saettate nel fanale di quella che viene chiamata "gazzella'' ovvero la macchina da ronda degli sbirri. Subito dopo il Selvaggio è stato arrestato e portato ai domiciliari fino al mattino seguente dove a Ravenna si è tenuto poi, nel pomeriggio di lunedì 23 aprile, il processo per direttissima con l'accusa di oltraggio, resistenza all'arresto e danneggiamento aggravato. Si è tutto concluso con l'obbligo di firma 2 volte alla settimana fino al 6 giugno, quando ci sarà la prossima udienza. Successivamente, in Caserma è stato prelevato al compagno il DNA con la forza. 

 

Nel mondo che siamo ''costrettx'' a vivere, le diversità e l'originalità di ogni singolx individux sono sempre più minacciate da questo esistente che di respirabile ha solo del gran veleno soporifero.

L'unico suo fine è proprio quello di tenerci come cani a cuccia. Perciò è ora di ringhiare, di mordere, di non permettere ai guardiani del potere di sopprimere le nostre decisioni e i nostri desideri.

In ogni quartiere, in ogni panchina, in ogni strada chi cerca di rivivere quella socialità che è ormai stata dimenticata viene perseguitato a suon di controlli, caserme, questure, intimidazioni... 

Nessuna sorpresa, niente di nuovo, lo stato e i suoi difensori, da sempre, per preservarsi reprimono qualsiasi tipo di aggregazione e autorganizzazione iniettando paura verso il prossimo, e costruendo muri e galere tra ognunx di noi. Telecamere, lampioni a led, vigilanza, polizia, galera, psichiatria, ma anche "bravi cittadini", non sono la nostra sicurezza, sono invece la nostra rovina. Il perbenismo e il moralismo borghese hanno permesso che anche solo una pisciata all'aperto possa essere punibile, come se la nostra nudità e i nostri bisogni fisiologici fossero alieni alla vita...

NO, alieno all'esistenza sono invece la tecnologia il controllo e la decisione su altrx.

Non siamo vittime di questa società, se mai siam nemici e nemiche, e come tali non abbasseremo il cranio davanti ai suoi rappresentanti e i suoi difensori. È sempre Possibile l'impossibile, ma non speriamo in una sollevazione popolare, la Rivolta è qui, adesso, mentre leggi questo comunicato.

L'incubo meccanico non ha fine, allora nemmeno la nostra Rabbia!!

 

SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI E LE COMPAGNE ARRESTATX A FORLI 

PER LO SGOMBERO DELLA CREPA SQUAT! 

SOLIDARIETÀ ALLA NOSTRA AMICA E COMPAGNA IN LATITANZA CAMILLE!

FUOCO ALLE PRIGIONI! TUTTX LIBERX

VIVA L'ANARCHIA!

 

-Bestie Selvagge-

 

Report 25 aprile a Ravenna

Il 25 Aprile all'Ippodromo di Ravenna s'è svolto un torneo di calcio a 7 promosso dalle realtà antifasciste cittadine. Alla manifestazione sportiva sono accorse più di un centinaio di persone a divertirsi e sostenere le 8 squadre che si sono sfidate in campo in uno spettacolo d'agonismo disinteressato capace di far vibrare i cuori dei tifosi accorsi da tantissime città. 

 

L'esito del torneo è stato favorevole alla squadra Africani che ha battuto in una emozionatissima finale l'Armata Rossa, guadagnandosi gli applausi di tutti i presenti. Il derby tutto africano ha visto la squadra Africani in vantaggio di 3 goal nel primo tempo trascinata dalla portentosa prestazione del centravanti, ma l'Armata Rossa è riuscita a recuperare due reti senza però trovare il guizzo per ribaltare il risultato. 

 

Il campo è stato tracciato con un nastro segnaletico tenuto a terra da lunghi chiodi di ferro che hanno permesso una rapida riparazione seppur dotando il perimetro di linee variabili. 

 

Gli incontri non hanno visto la presenza di arbitri, non vi sono registrati episodi di brutale violenza né risse, qualche commento di scarso giudizio, ma nessuno ha giudicato il cuore altrui un sacco d'immondizia. Tutto sommato le partite si sono svolte correttamente e il gioco è stato fluido e vivace, nonostante la precaria prestanza fisica di alcuni partecipanti. Beninteso non si può parlare di giocatori professionisti, perché chiunque ha chiesto di partecipare è stato ammesso e mandato in campo. 

 

A bordo campo un'appassionata telecronaca s'è alternata in musica, commenti tecnico tattici, curiosità e interviste. É stato distribuito il pranzo a offerta libera e v'è stata la possibilità di acquistare a prezzi contenuti freschissime bevande per allietare la torrida giornata. Vi si segnalano manifestazione d'ubriachezza, ma decisamente più gesti d'affetto. 

Il campo non presentava recinzioni ne tornelli eppure non si registrano episodi di violenza, seppur frequenti invasioni di campo, soprattutto canine, con tanto di goal segnato di zampa nella finale. L'ingresso e la partecipazione è stata libera e gratuita. Libero anche l'accesso a fumogeni e striscioni.

Di tanti infortuni minori, solo uno grave a cui va un grosso augurio di pronta guarigione (daje Tino!).

 

Verso le sette di sera il campo è stato sgomberato, i chiodi rimossi e l'immondizia portata ai bidoni. Il costo per la comunità è stato nullo. Nessuno ha dovuto presentare un documento o un certificato medico. Non v'erano sponsor ne burocrazia. Nessuno ha tratto guadagno dall'iniziativa. Non vi sono registrati episodi di violenza, di sessismo e di razzismo. Le regole calcistiche sono state travisate per l'occasione. 

 

Questo nessuno lo racconta, perché fa paura alla paura. I giornali servono a seminare il terrore tra le persone: ci dicono quanto sono pericolosi gli uni, quanto sono cattivi gli altri. Ci raccontano delle disgrazie, degli attentati, delle rapine, degli assassinii, delle retate, degli scandali, delle ruberie, dei cataclismi, delle risse, delle calamità e degli allarmi. Oppure ci fanno vedere qualche volto pacioso quando si conclude un grosso affare, quando si inaugura un prossimo fallimento, oppure qualche bella donna e quintali di pubblicità. Ma un evento auto-organizzato non ha bisogno di pubblicità, di fondi pubblici, di permessi municipali, di associazioni alla ricerca di fondi europei e altre che collaborano col mercato dell'integrazione. Non necessità di professionisti, specialisti, lavoratori, sbirri o steward.

Perchè il calcio popolare stravolge quel che è il calcio moderno che invece è lo specchio della nostra società. Non è per soldi, ma per divertimento e la vittoria non è un premio, ma la gioia. Il tifo è unito e non ha bisogno di scontrarsi e la partecipazione è libera e non selezionata. Il colore della pelle, l'età, il sesso sono caratteristiche avulse nel calcio popolare, perché ognuno dà per quanto gli è concesso e per quanto ne ha voglia e ai rimproveri si sostituiscono le esortazioni. Al clima di terrore propagato dai giornali e alimentato da una società ingiusta e predatrice, si è mostrato il volto sorridente della condivisione e della fratellanza. All'autorità, sia arbitrale che gestionale, s'è posto il buon senso, e alle frotte di lavoratori sottopagati si è organizzata una collaborazione spontanea e blanda.

 

Tutto ciò è stato possibile perché si è svolto in una zona semi-abbandonata, di quelle che i giornali definiscono degradate, ma che invece è un ricettacolo per tantissime persone che trovano un luogo libero e accessibile per correre, giocare o passare un pomeriggio all'ombra dei gradoni.  

Il calcio popolare, così come i mercati, le assemblee, i lavori e tutte quelle attività che si svolgevano per le strade e per le piazze, è stato tutto rinchiuso in qualche gabbia: negli stadi, nei supermercati, nelle fabbriche e nei ristoranti; dove tutto è controllato, registrato, regolamentato, acquistato, finalizzato alla riproduzione dell'esistente, mentre l'espressione popolare e libera delle attività è improvvisazione, è l'arrangiarsi, è una continua rivoluzione.

SALUTI DA CESENA

"Sole e Baleno" - Presentazione del libro su Sacco e Vanzetti...

Umbria – Le grinfie di Eni e Snam sul gasdotto che attraverserà l’Appennino

La vicenda del gasdotto che ENI e SNAM vogliono erigere lungo tutta la catena appenninica è pressoché sconosciuta anche fra coloro che lottano contro la civilizzazione e contro le mostruosità con cui il capitalismo ogni giorno avvelena le nostre vite.

Vorremmo cominciare a parlare di questo tema, non per fare la solita lagna cittadinista, ma per stimolare la giusta rabbia.

A rendere difficile la trattazione dell’argomento ci hanno pensato i “capoccioni” della Snam che contribuiscono a fare confusione. In effetti questo “coso” non ha nemmeno un nome. L’appellativo istituzionale dell’opera è Rete Adriatica. Un nome ufficiale che non dice nulla, dato che il gasdotto passerà per l’Appennino e non per il mare. Non che se fosse passato altrove sarebbe stato meglio, per quanto ci riguarda. Per rovesciare la mistificazione in piena neo lingua orweliana che gli stregoni del metano cercano di instillare, pensiamo sia giusto chiamare il “coso” gasdotto Snam, così che sia chiaro sin da subito chi sono i responsabili di un’opera tanto nefasta. Il potere non è qualcosa di fantasmagorico, ci sono i responsabili: hanno un nome e un indirizzo. Nel caso di specie si chiamano ENI, la multinazionale della morte che in tutto il mondo innalza la bandiera dell’italico imperialismo, e SNAM, la grande ditta nazionale che si occupa delle arterie energetiche con cui alimentare la mega macchina industriale nella Penisola.

Il progetto del gasdotto Snam è precedente al più noto Tap. In origine prevedeva di portare al nord il metano dal previsto rigassificatore di Brindisi. Ormai è invece del tutto integrato al gasdotto Tap e, nei progetti cancerogeni dello Stato italiano, dovrebbe essere la naturale prosecuzione dell’autostrada del gas che dall’Azerbaigian porterà il prezioso nutrimento energetico per l’industria europea, passando per il Salento e attraversando l’Appennino.

Non esageriamo se ci permettiamo di dire che si tratta di una delle opere più gravi partorite dalle menti perverse degli scienziati della morte. Un impianto lungo quasi 700 km, che in maniera originale anche rispetto a precedenti “grandi opere” questa volta attraverserà una catena montuosa “in verticale”, da sud a nord. Settecento km di scavi nel cuore delle nostre montagne. Un cratere di un diametro di 40 metri imposti per legge come servitù permanente, per ragioni di sicurezza. Insomma una autostrada di 40 metri che per 700 km taglierà boschi, scaverà rocce, attraverserà fiumi. Un impatto devastante sarà dato dalle centinaia di nuove strade che verranno edificate per raggiungere i luoghi ameni dove si svolgeranno i lavori. Strade che prevedono l’attraversamento di camion pesanti e mezzi di lavoro. E che in buona parte rimarranno per sempre, per agevolare la manutenzione e per raggiungere il gasdotto nel caso di incidenti che richiedano interventi straordinari.

Non amiamo insistere sui dati tecnici, che spesso diventano materiale di scambio nelle trattative fra lo Stato e i riformisti, ma per questa volta alcuni elementi dobbiamo sciorinarli  necessariamente affinché ci si renda pienamente conto della pericolosità di un’opera da impedire con ogni mezzo. Per esempio, il territorio interessato è da sempre soggetto a terremoti. Nell’Appennino c’è un grosso terremoto – un terremoto “da 300 morti”, per usare categorie non scientifiche ma umanamente comprensibili – ogni tre anni, in media. Costruire un gasdotto in un territorio del genere è un grave pericolo per la natura e per gli umani che vivono in queste montagne. Il gasdotto infatti passerà in città come Sulmona, L’Aquila, Norcia, Foligno, ben note alla cronache.

Non c’è ovviamente alcun dibattito né alcun appello alla ragionevolezza da fare con coloro che hanno come unico parametro il profitto. Se citiamo questi elementi è solo per comprendere e incazzarci; per agire. L’unica lingua che capiscono i burocrati dello Stato, i manager delle multinazionali, i loro protettori armati, è la forza.

Un gasdotto di settecento chilometri è una mostruosità. Ma settecento chilometri di lavori sono anche un punto di debolezza. Con l’azione diretta possiamo farli impazzire.

Purtroppo però con le lotte risorgono anche i vecchi parassiti della politica. Come gli zombi negli horror di serie B degli anni ’80, certi professionisti dell’ecologismo riformista si rialzano ogni volta che credi di averli eliminati. E così si parla di “coordinamenti”, fronti democratici e popolari, assemblee cittadine. Luoghi dove, redivivi, ti ritrovi i professionisti del monologo, i presenzialisti, coloro che hanno il portafoglio abbastanza gonfio e l’agenda abbastanza vuota, da potersi permettere di partecipare a tutte le assemblee in tutto l’Appennino e anche giù fin nel Salento, dove parlamentare e far passare la propria linea.

Proprio perché pensiamo che il gasdotto Snam sia qualcosa di troppo grave per essere lasciato in mano alle miserie della politica, per informare su un tema poco conosciuto, ma soprattutto per discutere su come combattere questo progetto, nelle prossime settimane incontreremo in diverse città le compagne e il compagno che dall’Umbria hanno scritto l’opuscolo “Alla canna del gas”. Un’analisi, a partire dalla Valnerina, sul gasdotto Snam, sui capitalisti che lo vogliono,  e sullo stato di salute dei movimenti che sostengono di combatterlo.