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Sul Campetto Occupato di Giulianova

La notizia dell'incendio che ha distrutto (solo fisicamente), nella notte tra il 21 e il 22 settembre, il Campetto Occupato di Giulianova ci ha portato tanta, troppa rabbia che le parole scritte non possono esprimere.
Ad andare in fiamme non è stato solo uno spazio liberato dall'abbandono durato anni, ma anche un'esperienza autogestita che si è trasformata nell'espressione di una socialità radicalmente diversa ed antagonista, in grado di avversare le imposizioni autoritarie di un sistema che ci vorrebbe relegare a docili servi obbedienti a questa macchina che si nutre di devastazione.
Sappiamo che questo attacco è inscrivibile all'interno di un contesto sempre più autoritario che si fonda su leggi, polizia e prigioni e che fa del dominio assoluto le sue fondamenta. Da anarchici riteniamo tutto ciò insopportabile e inaccettabile. Di fronte a questi atti comunque non ci tireremo indietro, l'apatia e la remissività che ci circondano non saranno mai una scusante per chinare il capo, perché questo significherebbe un'ulteriore sconfitta per chi, come noi, vuole demolire questa misera realtà. Non resteremo indifferenti!
Di spazi come il Campetto Occupato di Giulianova, strappati dal vuoto oppressivo generato dai potenti, ce ne sono sempre meno anche a causa di chi preferisce trattare e collaborare pur di ottenere un microscopico angolo di "pace" sperando di sfuggire, momentaneamente, dalla repressione. Il Campetto, già in aria di sgombero, è stato bruciato proprio perché era la dimostrazione che l'impossibile era stato reso possibile, senza aver dovuto aspettare o accettare le condizioni dettate dai nostri carcerieri.
In un mondo fatto di monotone gabbie e strette celle, è necessario riprendere possesso della nostra vita togliendola dalle mani di chi ci vorrebbe invece controllare in maniera sempre più invasiva, prendendoci sempre più spazi e sempre a testa alta.
Non ci fermeranno mai, solidali con il Campetto Occupato.

Collettivo Anarchico Incubo Meccanico

Ferrara bigotta e razzista.

La piega presa da una ex città “rossa”, tra soldati in strada ed egemonia culturale delle destre.

Potremmo cominciare questo scritto così: “c'era una volta un regno incantato, ed ora non c'è più...”. Ma di incantato, a Ferrara, c'è sempre stato solo il volto illuso dell'elettorato di quella sinistra istituzionale e parlamentarista che ha dato, nel tempo, ampia prova di sé fino ad alienarsi le simpatie (e i voti!) perfino dei più sprovveduti sostenitori di quegli eredi salottieri del – da loro compianto – Partito Comunista.
Dalle furfanterie del passato, passando per gli scandali e le truffe legati alle malversazioni alla Spal e al crack della Cooperativa Costruttori di Argenta dell'epoca Donigaglia (figura di primo piano dell'imprenditoria fiancheggiatrice degli ex PCI, che del PCI ferrarese e dei suoi eredi ha rappresentato per molto tempo una ingente cassa non così occulta) con la figura dell'ultimo sindaco “comunista” Soffritti sullo sfondo, fino ad arrivare ai sindaci catto-clericali targati PD (l'odierno sindaco  Tiziano Tagliani è l'esempio più calzante), dobbiamo dire che la lenta ma inesorabile opera di disillusione del fu “popolo della sinistra” è ormai totale. Nessuno si fa più illusioni sul ruolo di “amica del popolo” di questa “sinistra”. Essa è stata, né più ne meno, un abbaglio della storia. Consegnata alla polvere assieme alle sue promesse. Bene!
Si dice, però, che in mancanza d'altro lo spazio che via via resta libero, viene presto occupato da nuove forze. Così sta accadendo negli ultimi anni anche a Ferrara, dove si assiste ad un costante allargamento di consensi verso i partiti della destra cosiddetta “populista”, che del “popolo” han ripreso il concetto dalla sinistra cambiandone però la sostanza. Se per la sinistra “popolo” ha sempre voluto dire “proletariato” oppure la parte più povera della società, volendo definire così una condizione reale, per le nuove formazioni di destra il “popolo” è invece un'entità astratta, un comodo contenitore in cui di primaria importanza non è la condizione di classe all'interno della società ma la nazionalità e la “cultura” di provenienza. Assistiamo così ad una nuova “nazionalizzazione della masse” contro un nemico esterno – generalmente gli immigrati –, fenomeno a cui anche Ferrara non è immune.
Così mentre non solo la sinistra, ma lo stesso pensiero egualitario perde consensi (per colpa della sinistra stessa) e il razzismo si allarga – il che ci dice che probabilmente a breve le destre guadagneranno il governo della città, forse già alle prossime amministrative del 2019 – assistiamo al ridicolo fenomeno della rincorsa della destra sul suo terreno da parte di ciò che rimane delle disperse truppe sinistrate.
È notizia di questi giorni che da 25 settembre, nella città di Ferrara arriveranno 12 militari dell'esercito nell'ambito dell'operazione nazionale “Strade Sicure” avviata dal 2008. Pare che l'interessamento sia giunto da parte del Ministro della Cultura, il piddino ferrarese Dario Franceschini, che alcuni danno già in pole-position per la corsa alla poltrona di sindaco di Ferrara nel 2019. Il suo collega di governo e di partito, il Ministro degli Interni Minniti, ha dato il via libera all'operazione e così anche Ferrara vedrà aggirarsi i suoi begli omini in mimetica per strade e parchi col fucilone spianato. Presi alla sprovvista, il sindaco Tagliani e l'assessore alla Sicurezza, Aldo Modonesi, hanno assicurato che gli stessi soldatini, però, non sarebbero stati impiegati nel monitoraggio e nella sorveglianza armata dell'area attorno alla stazione ferroviaria, ovvero quella a più alta popolazione di immigrati. Per essere subito sbugiardati dalle colonne dei giornali dagli esponenti del governo e soprattutto dal questore, che ha ribadito che, invece, i militari andranno messi proprio lì.
Ora, l'area in questione, quella della stazione e vie limitrofi, è il quartiere GAD, assunto alle cronache locali per le continue retate di polizia e poiché da tempo gruppi di cittadini, italianissimi, avendo tempo da perdere hanno costituito comitati ufficialmente “anti-degrado”, che in realtà celano dei gruppi apertamente anti-immigrati. Perché è la presenza di non-italiani a dare fastidio a questi italiani, spalleggiati dai soliti gruppi politici: Lega Nord, Casapound, Fratelli D'Italia, 5 Stelle... Molti sono commercianti che hanno negozi intorno all'area in questione, altri proprietari di appartamenti che temono che i loro prezzi si abbassino. Altri semplicemente, in crisi d'identità, ripetono il becerume razzista sentito ogni giorno ad ogni ora in televisione. E così la cacciata dell'immigrato, di chi ha la pelle scura e l'accento forestiero, è cosa d'oggi.
Intendiamoci, l'area della stazione è stata fatta diventare, volutamente negli anni, una sacca di emarginazione, un ghetto. Spesso a profittare di questa situazione sono stati propri i proprietari italiani, che sono riusciti ad affittare camere agli immigrati, stipati in molti in stanze piccolissime, per dei prezzi altissimi. A questo stato di cose, il governo della città ha risposto solamente intensificando la repressione, i controlli, le retate, i blitz negli appartamenti delle due torri del parco della stazione. Molti immigrati sono finiti in galera o nei campi di detenzione amministrativa perché non in regola coi permessi o coi documenti. Intanto i bravi cittadini italiani dalla pelle bianca, magari gli stessi che speculano sugli affitti, o che magari pensano di essere stati buttati fuori dal mercato del lavoro non per colpa del funzionamento del capitalismo ma per colpa del vicino di casa nigeriano, chiedevano sempre di più, di più, di più...più polizia, più telecamere, più controlli, più manganelli. Più bianco e meno nero! Perché il nero va bene solo sé è il colore della camicia.
Il bigottismo in questa città ormai è sentire comune, non si fa più domande, si dà solo risposte semplici, o meglio, se le fa dare dai partiti razzisti, dai fascisti, dal becero conduttore in tivù. E così anche il PD locale, vistosi scavalcato dalle gerarchie nazionali del partito, per non perdere il treno si è uniformato all'andazzo: “si, va bene, i militari mandiamoli pure anche nel quartiere GAD” - han detto dal PD ferrarese - “basta che li mandiamo un po' anche nel centro storico e vicino ad ipotetici obiettivi sensibili”. E a chi, come quelli del Movimento 5 Stelle di Ferrara, che da bravi fascistuncoli hanno fatto sapere che 12 soldati in città “sono troppo pochi”, il sindaco, stizzito, ha risposto per le rime, elencando i risultati raggiunti dalla sua lungimirante governance: lo sgombero dell'abbandonato Palaspecchi da Rom e senzatetto e conseguente (parziale) demolizione, proprio come chiedevano i fascio-leghisti; l'operazione “periferie sicure” con le ronde interforze tra vigili, poliziotti, carabinieri e guardie volontarie; nonché il posizionamento di 65 telecamere e unità cinofile tra centro storico e quartiere GAD.
Che l'agenda del PD, a Ferrara come in tutta Italia, sia dettata ormai dalle campagne mediatiche, xenofobe e securitarie della destra, quando anzi dell'estrema destra, è un mistero di Pulcinella. Dal ritiro del governo della legge sullo Ius Soli, che avrebbe permesso ai nati in Italia da genitori immigrati di ricevere la cittadinanza italiana, al pacchetto sicurezza del duo Minniti-Orlando, fino al patto sottoscritto con il governo della Libia per trattenere i migranti nei lager del deserto libico, è chiaro che il PD non è altro che un partito di destra che compete contro altri partiti di destra. Che uno come Minniti si possa ancora considerare “di sinistra” dimostra come la parola stessa abbia perso ormai completamente di senso. Che, poi, il PD si voglia dare una credibilità “di sinistra” attraverso la promulgazione di una legge che punisce la “propaganda fascista” non può ingannare più nessuno. La legge in questione si sovrappone ad altre già esistenti, che certo non sono mai servite come deterrente contro i gruppi fascisti, che infatti continuano oggi, come continueranno domani, a fare la loro propaganda palese come ad aprire le loro sedi, ad esibirsi in saluti a braccio teso e bandiere col fascio littorio o a compiere le sempre più numerose aggressioni a danno di migranti, mentre siamo sicuri che i negoziacci di souvenir neofascista di Predappio continueranno come prima a vendere la loro paccottiglia ai pagliacci in camicia nera che ogni anno si riversano in paese, per la gioia del sindaco del paese, Frassineti del PD.
Le forze di polizia, in tutti questi anni, hanno represso gli antifascisti e spalleggiato i fascisti, e così sarà anche dopo questa legge “antifascista”. Non ci facciamo illusioni.
Il fascismo si abbatte con ben altri mezzi e soprattutto se c'è la volontà effettiva di abbatterlo, non certo andandovi a rimorchio ripetendo come pappagalli i suoi slogan e adoperando lo stesso suo linguaggio, o cercando di mettere in campo misure che sembrino più di destra per contendersi quella fetta di elettorato che sogna ancora il pelato di Predappio e razioni a volontà di olio di Ricino contro ribelli e dissidenti.
Fascisti e razzisti stanno segnando i loro punti perché c'è qualche stupido o qualche opportunista che ne ripete le gesta e il linguaggio, facendo sì che i loro discorsi e le loro proposte ignoranti ed infami trovino nuovi spazi e nuovi canali di diffusione, che ne amplificano così le voci gutturali e caricaturali.
La degenerazione a cui stiamo assistendo accade anche perché si sta dando alle chiacchiere razziste da bar dignità di opinione rispettabile, dignità di cultura. Ma quando il razzismo, il fascismo, la discriminazione e il dispotismo diventano accettabili, quando questo tipo di ignoranza cerca di divenire cultura egemonica, allora il sonno della ragione è a un passo da noi. Anche la piega che ha preso questa ex città sedicente rossa, che rossa veramente non è stata mai, è un segno evidente dei tempi.


Uno che non piega!

IMMUNI DAL GREGGE, FUORI DAL GREGGE

I primi di giugno è stato firmato dal Presidente della Repubblica il decreto Lorenzin, che introduce l'obbligo di vaccinazione dei bambini fino ai 16 anni per potersi iscrivere a scuola, e proprio in questi giorni è in discussione al senato dove probabilmente, dopo aver apportato qualche piccola "modifica", verrà approvato.
Ogni giorno siamo costretti a vivere e a vedere soprusi, ingiustizie e devastazioni, ma con questo provvedimento ci sentiamo di dire che siamo di fronte a uno degli attacchi più infami nei confronti della vita e della libertà di ognuno. Questo non lo diciamo solo per pietismo nei confronti di migliaia e migliaia di bambine/i innocenti che si vedranno iniettare nel proprio corpo metalli pesanti rendendoli dei perfetti malati del futuro, ma anche per gli sporchi interessi, a scapito della vita, che si celano dietro questa manovra e per questa estensione inquietante dei tentacoli della scienza fin dentro la nostra sfera più intima, la libertà di scegliere come vivere!
Se un tempo la religione aveva il potere di indirizzare le scelte delle persone attraverso la propria morale cattolica, oggi possiamo dire, senza paura di essere smentiti, che il posto della religione l'ha assunto la scienza che, attraverso il mito del progresso, porta avanti una lotta sempre più serrata nei confronti della vita libera e selvaggia, esigendo l'obbedienza e la remissività totale e sopprimendo ogni forma di dissenso.
Di fronte a ciò ci uniamo ai compagni NO TAP che con il loro comunicato sentenziano: "l'unica libertà che ci viene concessa oggi, è la libertà di obbedire!"
La cosa forse ancora più preoccupante però è che i movimenti sociali sono rimasti in un silenzio assordante, pochi hanno preso una posizione, e chi prova ad azzardare una critica è quasi sempre superficiale e si ferma alla mera questione dell'imposizione. Vogliamo rompere questo silenzio e fare in modo che il dibattito si sposti dalle contrapposizioni tra vaccino obbligatorio e vaccino facoltativo, e dare spazio a istanze radicali che non accettino compromessi con questo sistema aberrante.
D'altronde basta soffermarsi sulla lista degli ingredienti dei vaccini per rendersi conto di quale sia la posta in gioco:
– Virus e batteri da culture cellulari animali.
– Mercurio, un minerale notoriamente neuro-tossico, è presente nella maggior parte dei vaccini in circolazione.
– Alluminio, un veleno capace di causare degenerazione nelle ossa e nel midollo spinale.
– Cellule animali da scimmiette, reni di cane, di gallina, di mucca e di esseri umani.
– Formaldeide, un noto cancerogeno.
– Polisorbato 80, noto causatore di sterilità nei topi-femmina e di atrofia testicolare nei topi-maschio.
– Gelatina, da maiali e mucche, conosciuta per le reazioni anafilattiche che provoca.
– Glutammato monosodico (MSG), causa di disturbi metabolici, tipo diabete, apoplessia ed altri disordini di tipo neurologico.
Senza parlare poi dell'autismo che era praticamente sconosciuto prima del lancio delle prime vaccinazioni di massa, e che oggi colpisce un bambino americano su 88 e i casi sono in costante crescita da ormai 40 anni. Sarà un "caso", ma mentre la realtà si fa sempre più virtuale e vuota, l'essere umano di pari passo diventa sempre più autistico, e cioè un automa comandato da impulsi, una persone senza più coscienza di sé e dell'ambiente esterno. Insomma in questo splendido mondo con sempre più tecnologia anche noi stiamo diventando delle macchine, robot utili a produrre e consumare, che non devono più lamentarsi né protestare.
Bisogna prendere subito una posizione, anche perché quello che oggi potrebbe essere fatto ai bambini non è da escludere che a breve possa essere esteso a tutta la popolazione.
Ci teniamo poi a ricordare che se oggi la gente si ammala è per lo stile di vita estremamente sbagliato, lo stress, il lavoro, l'inquinamento, il cibo spazzatura e la colpa non è di coloro che non si vaccinano o che non assumono farmaci/veleni...la scienza non serve altro che a rafforzare le catene della civiltà e a renderla sopportabile con i suoi palliativi, la scienza lavora al servizio di questo sistema ed è il problema non la risposta ai problemi!
A questo proposito Mercoledì 19 luglio saremo a Modena, e invitiamo tutte le individualità e i collettivi del territorio ad esserci per prendere parte alla manifestazione lanciata da alcuni compagni Modenesi del Comitato Vivere Liberi, al fianco di chi come noi rivendica la libertà di scegliere come vivere la propria vita, perché qui in ballo c'è la libertà di ognuno.
Sta a noi scegliere se accettare l'immunità di gregge o essere immuni dal gregge.


Collettivo Anarchico Incubo Meccanico

Froce, Terrone e Diasporiche Solidali e Incazzatu

Alcuni Pride, ormai, sono feste religiose, che si ripetono regolarmente con la stessa liturgia, per il gusto di stare insieme, ma senza ricordarne neanche le origini; vetrine per grandi e piccoli marchi, carrozzoni depoliticizzati di vecchie associazioni e nuovi avventori. Ma mai avremmo immaginato che proprio nella giornata del Pride dovessimo sopportare le aggressioni e le violenze di chi si attacca ai nostri percorsi politici e poi vuole cancellarci prima come frocie e poi come compagnu.

Come froce, lesbiche, trans* terrone e diasporiche abbiamo scelto di sfilare a Bari, una città dove il Pride non è un rito e la visibilità frocia è ancora una sfida, resa più dura dalle strumentalizzazioni dell'amministrazione comunale e dall'associazionismo mainstream che fanno del decoro e della rispettabilità una loro bandiera. Abbiamo significato politicamente il nostro orizzonte terrone, non come luogo dell'arretratezza, ma come luogo di resistenza al desiderio di normalità della comunità LGBT, al razzismo al decoro, ma anche a nuovi ideali normativi queer. Ma c'è uno specifico che riguarda una città che non è abituata ai pride, rendendola per noi terrone un una piazza significativa da attraversare con le nostre parole e le nostre lotte.

Già durante il corteo abbiamo subito cori che non ci appartengono, slogan che ci offendono, episodi di machismo di cui avremmo dovuto ridiscutere, episodi che abbiamo vissuto come tentativi di invisibilizzazione da parte di chi scende in piazza con noi, ma non ci riconosce come soggetto politico e non comprende che il Pride è uno dei momenti della nostra lotta. Il nostro spezzone non era la somma di percosi politici diversi, ma era espressione della nostra intersezionalità: contro la mercificazione dei pride, l'assimilazione nel capitalismo, contro il razzismo e la normatività della comunità mainstream, contro i confini ed il decoro. Questa è la pratica del transfemminismo queer e non riconoscerlo è solo l'inizio del disconoscimento e delle aggressioni che abbiamo subito; e lo condividiamo senza alcun desiderio vittimista, ma proprio perchè siamo soggetti politici autonomi e resistenti.

È stato quanto è accaduto alla festa la sera stessa a riempirci di rabbia ed obbligarci a un'urgente presa di parola pubblica. Il BPM -Bari Pride Movement, rete cittadina eterogena, composta da soggettività lesbiche e froce e da singolarità e collettivi anticapitalisti, antifascisti, antiproibizionisti- ha rinunciato ad una propria festa, un momento politico di socialità alternativa (che spesso serve anche a rientrare con i costi delle spese affrontate). Ha dovuto rinunciare a malincuore non riconoscendo in città uno spazio sociale, pubblico, gestibile, ma sopratttuto safe per chi vuole sperimentarsi in altre socialità fuori dalla norma, dal machismo e dal mercato. Appena giuntu, prima ancora che potessimo capire a che tipo di evento fossimo, se ci piacesse, se volessimo cambiare qualcosa, ci è stato tolto il tempo, lo spazio e la parola e abbiamo cominciato a subire le prime aggressioni. In quella giornata e in tutti i mesi che l'hanno preceduta ci abbiamo messo la faccia, e proprio per questo siamo subito statu identificatu come i nemici: noi le frocie, noi le femministe, noi, lu compagnu.

Queste aggressioni sono state agite da uomini e donne, persone che abbiamo conosciuto in uno spazio sociale della città e riconoscibili soprattutto come antifasciste. E anche su questo sarebbe opportuno aprire una riflessione.

Il livello dell'aggressione è stato immediatamente altissimo: insulti, minacce, violenze fisiche gravissime, ai danni anche del dj. Mentre ancora cercavamo di lasciare immediatamente un luogo che metteva in pericolo noi e tutte le frocie venute ad una festa frocia nella giornata della lotta frocia, mentre cercavamo di ritirarci senza lasciare nussunu dietro, la struttura militante/militare accorreva a sostegno dei e delle aggressori, per metterci più pressione, farci sentire meno sicuru e festeggiare finalmente la nostra cacciata. Non stiamo qui a recuperare i dettagli di una sera che sempre più assomiglia ad un incubo, ma c'è un momento in particolare che ci preme denunciare ed analizzare per la sua gravità.

Qualcunu di noi era ancora dentro a controllare che nessunu fosse rimastu in pericolo e a scortare una compagna, quando è arrivata la polizia. A quel punto abbiamo cercato di raggiungere l'uscita per non trovarci a doverci difendere in un luogo che già si era mostrato pericoloso per noi. Giuntu al cancello non ci è stato permesso di guadagnare l'uscita: «Avete voluto la festa, adesso vi fate identificare con noi!» e ci è stato sbattuto in faccia. Siamo statu strattonatu, spintonatu, insultato, ci è stata ripetutamente messa la mano davanti alla bocca. La situazione era terrorizzante, le persone in quello spazio minacciavano la nostra incolumità a tal punto che appena si è aperta una breccia ci siamo lanciatu fuori, senza alcuna speranza che fuori potesse essere più sicuro per noi. Chi come noi ha sedimmentato nella propria storia di militante, o direttamente sul proprio corpo, la violenza della polizia, può comprendere bene quanto avessimo temuto per la nostra inclumità all'interno. Intanto fuori rimbombavano i colpi dei manganelli su quello stesso cancello di ferro.

Questa immagine così violenta, purtroppo, per noi non è stata solo una metafora, eppure rappresenta molto bene la violenza con cui i compagni e le compagne con tutti i privilegi etero, cis, ci tappano la bocca, ci rubano le parole, mentre noi davanti affrontiamo la violenza dello Stato, della società, della medicina, del capitalismo... I nostri corpi fuori norma, le oppressioni specifiche che subiamo, spesso multiple e intrecciate, ci rendono vulnerabili, per questo costruiamo spazi sicuri e coraggiosi; allo stesso tempo ci rendono resistenti, perchè lottiamo ogni giorno contro il sessismo nella società, ma anche nei movimenti politici che attraversiamo. E questo dobbiamo metterlo in chiaro per ribadire sin da subito che il paternalismo è l'altro volto del machismo!

I nostri posizionamenti, il nostro essere compagne e compagnu froce, lesbiche, queer, non binari, non è stato solo zittito ma totalmente invisibilizzato. Abbiamo attraversato le strade contro il decoro, rivendicandoci di fare schifo, di essere oscenu e indecorose, ma la nostra insubordinazione verso il decoro, l'assimilazione e lo sfruttamento, non ha mai previsto nè mai prevederà di sacrificare la lotta al sessismo, all' omotransfobia, alle pratiche machiste, anche del movimento! Siamo scesu in piazza ricordando a gran voce che quello che ci opprime non è solo la retorica antidegrado che mette ancora più ai margini chi già lo è, ma anche il sistema patriarcale e eteronormato che si manifesta in ogni episodio di violenza di genere e del sistema dei generi!

Siamo state messe da parte come una reliquia il giorno dopo la sua ricorrenza; il culmine dell'assurdo era che queste minacce erano pronunciate utilizzando tutte le parole che con una faticosissima pedagogia avevamo portato in questo percorso cittadino: sessismo, omofobia, anticapitalismo queer e pink washing. Non staremo qui a mostrare le spillette militanza collezionate come singolu compagnu e come movimento transfemminsita queer; la pratica machista di "a-chi-ce-l'-ha-più-lungo" ci fa schifo, non dobbiamo giustificare la nostra presenza, dimostrare la nostra militanza, legittimare la nostra storia a chi, credendosi Compagno (maiuscolo), non riconosce nessun altru soggetto politico, nessuna altra lotta, nessuna altra pratica. La nostra radicalità l'avevamo appena portata in piazza poche ore prima.

Non solo metaforicamente hanno provato a tapparci la bocca,ma anche se ci metteremo del tempo ad elaborare questo trauma, sin da subito non staremo zittu; continuiamo ad elaborare quanto è accaduto con le compagne di Bari, a riflettere sulle pratiche, a cospirare insieme a chi su quel territorio continuerà a lottare e a tessere reti di resistenza e autonomia transfemministaqueer. Già il nostro striscione parlava chiaro "Veniteci dietro"; invece hanno voluto anche lo striscione, mettersi davanti, ma senza stapparsi il buco del culo e buttare fuori tutta la merda machista di cui hanno piena la pancia. Perchè noi non ascriviamo ciò che è accaduto al comportamento dei singoli e delle singole, reputiamo che sia una questione di pratiche che trovano tetto e nutrimento in molti spazi occupati che credono di essere liberati, senza riconoscere i propri privilegi,senza mettere in discussione delle pratiche che continuano a guardare alla maschilità egemonica come l'unico modello per contrastare quello attuale. Il tempo della pedagogia è finito, la merda sessista non deve avere più agibilità politica nel movimento.

Laboratorio Smaschieramenti

Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli

 

... insieme a:
Transfemministe Queer Bari: link al documento sul Pride

Oppressioni specifiche - Spunti di riflessione sulla detenzione delle persone trans

 Troppo spesso il discorso contro la detenzione amministrativa utilizza le categorie migrante ed immigrato.
Queste categorie, che usando un termine maschile alimentano l'immaginario dell'uomo africano in fuga dalla guerra e in cerca di un lavoro che gli permetta di mantenere la famiglia, da una parte appiattiscono l'analisi e dall'altra ci permettono di non problematizzare le differenze che caratterizzano le individualità anche fra i\le solidali. Quando parliamo di migranti ad esempio dimentichiamo che l'esperienza delle donne cisgenere (1) che migrano è completamente differente da quella degli uomini cisgenere, per non parlare delle/i persone trans e\o persone non eterosessuali. Quindi dimentichiamo che l'esperienza del viaggio, della permanenza nel territorio (in questo caso europeo), della richiesta d'asilo, della detenzione e delle espulsioni hanno delle caratteristiche peculiari e delle oppressioni che appunto sono specifiche e molteplici.
Se riconosciamo il privilegio di una persona bianca su una che non lo è, o quello di un uomo cisgenere su chi non lo è, ci risulterà chiaro che in ogni esperienza della vita abbiamo privilegi diversi e subiamo o agiamo oppressioni specifiche.
La vita di tutte le persone che non sono uomo cisgenere eterosessuale è caratterizzata dall'oppressione del patriarcato.

L'orientamento sessuale non etero, così come il riconoscimento in un genere diverso da quello a cui sei stat* assegnat* alla nascita, sono oggetto di negazione. La norma prevede un codice binario: si è uomini o donne cisgenere, si è attratt* dal sesso opposto; ciò che fuoriesce da questa è oggetto di fobia e odio,è sbagliato, innaturale, falso, e viene per questo invisibilizzato.

"...medici e giudici negano la realtà del mio corpo trans per poter continuare ad affermare la verità del regime sessuale binario. Esiste la nazione. Esiste il tribunale. Esistono gli archivi. Esistono le mappe. Esistono i documenti. Esiste la famiglia. Esiste la legge. Esistono i libri. Esiste il centro di detenzione. Esiste la psichiatria. Esiste il confine. Esiste la scienza. Esiste persino Dio. Ma il mio corpo trans non esiste."



“Il mio corpo trans esiste” di P. Preciado



Nel linguaggio, giornalistico o di uso comune, le persone trans sono sempre definite come "il trans", a prescindere dalla loro identificazione in quanto uomini o donne. In ambito giuridico la soggettività trans è riconosciuta solo attraverso una legge che definisce in maniera rigidissima i passaggi e le procedure da compiere per ottenere l'assistenza medica e il cambio di sesso legale nei documenti (diagnosi psichiatriche, sterilizzazione forzata ecc.); non è però riconosciuta per tutt* quell* che non sono disposti a sottoporsi a tutto ciò o per tutt* quell* che non possono farlo, rinforzando in questo modo il binarismo di genere e il controllo normalizzante dello stato sui corpi.
Il limbo normativo che si crea, soprattutto in situazioni di detenzione, dà a forze dell'ordine, giudici e consoli la possibilità di comportarsi completamente a propria discrezione.

La storia di Adriana è in questo senso esemplificativa: prelevata a seguito di un controllo di polizia mentre si trovava in un hotel a Napoli con il suo compagno, verificata la sua condizione di irregolarità, è stata reclusa in isolamento nel c.i.e. di Brindisi, dove è presente la sola sezione maschile. Lei ha scelto di lottare ed ha cominciato uno sciopero della fame e, anche a seguito della denuncia di un'associazione, le sono stati assegnati due piantoni. Mentre dalla direzione le veniva promesso un permesso di soggiorno provvisorio, quello che ha invece ricevuto è stato il trasferimento nelle medesime condizioni nel c.i.e. di Caltanissetta. La sua storia non è un caso isolato, la copertura mediatica che ha raggiunto non è legata alla sua eccezionalità.
La normalità per le persone trans recluse è vedere negata doppiamente la propria autodeterminazione attraverso l'impossibilità di accesso agli ormoni (qualora ne facciano uso), l'isolamento e la reclusione in sezioni diverse dal genere di appartenenza, quindi la continua minaccia di violenze da parte di reclusi e secondini.
Nella loro vita, e quindi anche all'interno dei centri di detenzione ed espulsione, le persone trans vivono l'oppressione specifica del cis-sessismo (2), che va a sommarsi al razzismo e al suprematismo bianco (3) nel caso di cui sopra.

Dopo tutto questo clamore mediatico, di Adriana e la sua quotidiana resistenza all'interno del c.i.e. non si parla più. E nessuno racconta che nell'ultimo mese altre donne trans sono state rimpatriate a seguito di rastrellamenti contro la prostituzione a Ravenna e Perugia, senza neanche il passaggio per il c.i.e., cosa che normalmente avviene. Le donne trans che lavorano nelle strade (come nel caso di Ravenna e Perugia), non sono solamente minacciate dalla misoginia, dalla transfobia e dallo stigma della "puttana" ma anche dalla violenza dello stato che ogni giorno le rinchiude,maltratta e deporta.
Tutto questo ancora una volta dimostra che, se alla condizione di irregolarità si somma quella di essere persone trans, il trattamento è ulteriormente discrezionale, privo di tutele e strutturalmente violento.
Media e associazioni nell'affrontare il caso di Adriana si sono concentrati quasi unicamente sull'assenza nei c.i.e. di una sezione specifica per trans. Neghiamo questa lettura dei fatti che mira a umanizzare delle istituzioni di oppressione che non sono riformabili. In passato esistevano centri che disponevano di sezioni speciali per persone trans (come in via Corelli a Milano) ma questo non le ha di certo tutelate o rese più libere, basti pensare agli stupri lì avvenuti da parte dei poliziotti.
La reclusione è un'esperienza violenta per chiunque la subisca e le oppressioni specifiche possono soltanto aggravarla; per questo lottiamo ogni giorno contro gabbie, frontiere, documenti e galere e in solidarietà con chi resiste.

Per la libertà di tutti e tutte.


Nemiche delle frontiere