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Incontro con A., malato di Parkinson

”I trattamenti del Pr. Benabid ci riducono ad una macchina”

A. ha contratto il morbo di Parkinson. Non possiamo ignorarlo: il suo braccio destro ha spesso l’aria di danzare tutto solo. Lei aveva l’aria furiosa dopo aver scoperto il lavoro di Alim-Louis Benabid, il professore che cura i malati di Parkinson. Abbiamo voluto sapere il perchè.

Perchè questa collera a proposito di Alim-Louis Banabid?

Avevo un sentimento di impotenza dovuto ad un ragionamento medico. Il suo pensiero era puramente descrittivo, senza alcuna riflessione, tipica della scienza che non pensa. Confonde il pensiero e il calcolo. Ci ha fatto credere alla falsa neutralità della tecnica: ”questo accade per caso”. Per lui, l’evidenza, è di curare l’umano con qualsiasi mezzo. Dovrebbe ricordarsi che la medicina, come dice Cartesio, ha per oggetto di rendere l’anima ”felice”. Questo significa che non dovremmo sviluppare la medicina senza un criterio, ma conservare la serenità dello spirito. Parla del corpo ma non dell’umano. Benabid lavora sulla meccanica pura. Manca completamente di sensibilità, esprime la freddezza più estrema. Ho incontrato un malato alla quale ha detto: ” Il Parkinson, questo non è più interessante, adesso abbiamo la soluzione.”

A.L. Benabid a trovato questa soluzione: degli impianti neuro-elettronici per calmare i tremori dovuti al Parkinson. Spesso le persone pensano che sia un benefattore e i malati gli sono riconoscenti. Voi no?

Quando siamo malati, siamo sensibili ai discorsi retorici; quando ci fanno paura, ci lasciamo persuadere più facilmente. Malati, viviamo una doppia vergogna. La vergogna che consiste a essere riconosciuti dagli altri come malati, come atipici. I medici ci classificano in questa categoria. La seconda vergogna è quella dovuta a questo tipo di trattamento, che ci riduce ad una macchina o ad una cifra. L’umiliazione viene da quello che ti fanno subire senza possibilità di difenderti. Questo raddoppia il sentimento di impotenza. Diventiamo sottomessi alla ragione tecnica, senza discussione. Non siamo più riconosciuti come esseri capaci di pensare e di parlare. D’altronde, ci chiamano ”i pazienti”, siamo qui per aspettare. Il mondo del malato esiste, e il medico dovrà combinare la sua parola a quella del malato.

Rifiuto il metodo di Alim-Louis Benabid che trovo barbaro. Trattano il nostro corpo come un robot. C’è un altro modo di fornire una soluzione che consola, che da l’illusione che ci ritroveremo come prima, e che è falsa. Bisogna al contrario proiettarsi in un altro modo quando siamo malati. Sei tu che piloti la tua vita, che la costruisci, non è il medico che deve farlo. Penso molto agli stoici e alla loro idea di dignità.

Alim-Louis Benabid pensa di ridare al malato la libertà di movimento, grazie agli impianti per il Parkinson o l’esoscheletro per i tetraplegici. Ma la libertà di movimento non è la libertà di pensiero, anche se la condiziona in parte; Hobbes che siamo liberi dentro le mura di una prigione. La rappresentazione di Benabid, la sua maniera di ”riarticolare” l’umano è secondo me un errore. Imita il meccanismo del camminare, ma il movimento meccanico non è assolutamente un movimento. Manca quello che i musicisti chiamano armonia- possiamo dire la grazia. Il corpo di una persona malata di Parkinson può trovare una nuova armonia. E’ un invenzione di se stessi. Inoltre, gli impianti per il Parkinson danno molti problemi. Il mio fisioterapista recupera dei malati su cui sono stati fatti degli impianti. Ad un certo punto, il sistema non funziona più, e lo stato del malato è peggio di prima. Degli studi su questo tema cominciano ad apparire. Mi hanno anche raccontato il caso di un malato su cui sono stati fatti gli impianti: quando i suoi elettrodi erano attaccati, i tremori si calmavano ma lui non riusciva più a parlare, parlava come un robot, degenerava.

Come vive il morbo di Parkinson?

Lotto contro lo sguardo degli altri. A seconda dei momenti li attacco, o tiro fuori la mia carta d’invalidità, o allora gli dico che sono pazza. C’è bisogno di una sorta d’ironia socratica per sopportare lo sguardo degli altri. L’ostinazione paga e quelli che vedono battermi riconoscono la mia forza. L’interesse della malattia è che sviluppa il senso della lotta. Ho addirittura creato da sola un festival jazz. Da quando sono malata, sono diventata pittrice e scrivo. Quando dipingo, non tremo più. Il mio medico dice che è molto frequente tra i malati di Parkinson, è un bisogno di essere riconosciuti altrimenti che come malati. Ho bisogno di un rapporto più forte con la natura. Ho anche il pollice verde adesso. Questa presenza viva e non umana mi apporta un rapporto con la vita che mi manca nei discorsi degli altri che si dispiacciono per me o ammirano il mio coraggio. La chiamo la malattia della lentezza, o della pazienza. A volte il mio corpo si blocca. Allora penso ad un’altra cosa, o provo a fare un’altra cosa. Faccio le pulizie! Nella solitudine legata alla malattia, ricostruisci il tuo mondo e te stesso, se non passi il tuo tempo a lamentarti. Temevo che gli elettrodi di Benabid mi privassero di questa ricostruzione

Geneviève Fioraso, ex ministro della Ricerca e ex-assistente al sindaco di Grenoble incaricata dell’innovazione, ha detto a proposito della contestazione alle tecnoscienze: ”La salute è incontestabile. Qualora avete delle opposizioni a certe tecnologie e fate testimoniare delle associazioni di malati, tutti quanti aderiscono”. Che ne pensa?

E’ demagogico. Le associazioni difendo degli interessi particolari. Significa far credere ad una unità di malati, che devono pensare tutti la stessa cosa. Mai farò parte di un’associazione di malati, questo nega la mia singolarità, e non ho voglia di stare con dei malati!

Che bisognerebbe fare per i malati di Parkinson?

Stiamo scoprendo delle nuove vie in questo momento, in particolare riguardo al macrobiotica ed al suo ruolo nella comparsa di certe malattie. Non sappiamo diagnosticare il morbo di Parkinson. Si procede per eliminazione delle altre malattie. Quindi non sappiamo molto. Si dovrebbe riflettere sulle ragioni, sul senso filosofico, della malattia: quello di cui è costituita, per dargli un senso. Essa rivela un rapporto con il mondo. La malattia, è un insieme, e non qualcosa che possiamo scomporre. Vivo nella banlieu (periferia) Est di Parigi, riconosciuta come la valvola di scarico di tutto l’inquinamento della regione parigina. Sono nata in un periodo di sviluppo intenso delle industrie chimiche che inquinano in questa regione. Le persone parlano di ” quartiere della morte”, talmente forte era la puzza. I suoli sono contaminati. Mi piacerebbe sapere chi sono i malati di Parkinson. Tanti agricoltori, a causa de pesticidi, ma ancora? Le condizioni di lavoro sono diventate molto dure, in molti settori, sarebbe interessante lavorare su questa domanda. Bisognerebbe indagare sulle ragioni.

Propos recueillis par Pièces et main d’œuvre Grenoble, le 14 octobre 2018www.piecesetmaindoeuvre.com

versione scaricabile: pdf scaricabile versione originale: entretien_sur_parkinson

...PROSEGUENDO NELL’INFINITO DECOSTRUIRE

Contributo al dibattito iniziato col testo

“Destrŭĕre et aedificare, ab infinitum”

Innanzitutto l’invito, prima di addentrarsi in questo scritto, a leggere il testo dal quale è scaturito:
https://roundrobin.info/2018/10/destruere-et-aedificare-ab-infinitum/


Una premessa sul perché e “da dove” scrivo.
Non ho mai scritto un testo come quello che sto per iniziare, cioè non mi sono mai messo punto per punto a “rispondere” ad uno scritto (qualunque fosse la tematica trattata), criticandolo in alcune sue parti.
Credo che ci sia in questo genere di testi una parte di attitudine “da professore” tipica della socializzazione maschile: insegnare qualcosa ad altrx, far capire che “ne sai di più”, correggere chi secondo te non sa bene o abbastanza.
Con questa consapevolezza ho temporeggiato e mi sono chiesto davvero quale fosse la mia finalità, la mia spinta.
Alla fine mi sono risposto che, intendendo il tono del testo “destruere et aedificare, ab infinitum” come sinceramente propositivo e interessato a innescare dibattito sulle questioni di genere e relazionali, volevo partecipare al dibattito che questo auspicava.
Mi spiace solo che questo dibattito avvenga attraverso l’etere del web, per tutti i limiti e le contraddizioni che questo comporta, ma non mi addentrerò su questo punto.
Il fine che mi prefiggo perciò con questo mio testo è quello del confronto e non della critica  serrata per demolire tesi altrui e far prevalere le mie.
Contestualizzo la mia voglia di fomentare il dibattito: le situazioni, pubblicazioni, chiacchierate, iniziative, prospettive di un “movimento anarchico” che è alle volte apertamente ostile all’analisi/pratica femminista o altrimenti, generalmente, non troppo interessato/recettivo.
Dò a me che scrivo un posizionamento che posso tradurre a parole: scrivo da individuo, che non si sente facente parte del suddetto movimento e che non si fa espressione di nessuna “oggettività” o nessuna teoria al di fuori e sopra di sé.
Un individuo biologicamente maschio, socializzato uomo, con una profonda voglia di distruzione del proprio IO uomo e affine alla teoria-pratica anarcoqueer.
Dico questo perché le stesse parole, scritte da un individuo in condizioni di privilegio o da chi invece si trova in una condizione oppressa in questo mondo, hanno per me pesi specifici diversi (anche e soprattutto per la carica esperienziale diversa che questi esprimono).
Quando leggo un libro o un testo ammetto che dò importanza a chi è l’individuo che vi sta dietro, mi pare onesto concedere la stessa chiarezza a chi leggerà le mie parole.

Parto subito dall’inizio del testo dove si dice: “(...)ho deciso di diffondere alcune mie riflessioni raccolte negli anni, ben consapevole che esse sono solo un altro (timido) colpo di martello all’edificio del patriarcato e dell’oppressione di genere in generale (credo esistano diverse forme di questa aldilà della forma specifica patriarcale)”.
Credo la parte finale di questa frase presti il fianco a tutte quelle posizioni che teorizzano il “maschilismo è uguale al femminismo” e/o il “patriarcato è come il matriarcato”.
Dico questo perché per me il patriarcato non è “solo” una forma specifica dell’oppressione di genere, ma un pilastro del dominio della società in cui vivo: è LA forma strutturale assunta dall’oppressione di genere in questo contesto che conosco.
Le forme che l’oppressione di genere assume nel concreto poi possono essere variegate, ma tutte frutto (e arma da guerra) del patriarcato come impianto sistemico.

Quando nel testo si parla della socializzazione dei maschi, e quindi si comincia chiaramente a comunicare l’identità nella quale si riconosce chi scrive (o che chi scrive riconosce che gli è appioppata) si fa riferimento più volte a “l’altro sesso”.
“Col tempo ho ripensato agli anni dell’adolescenza, ovvero al periodo in cui la maggior parte degli individui incomincia a vedere nell’altro sesso non più solo un/una compagnx di giochi con fattezze fisico-biologiche diverse(...)”.
È piuttosto eloquente questa espressione nel rimarcare la normalizzazione della divisione binaria dei generi (e delle sessualità) alla quale siamo educatx: due generi, con altrettanti sessi corrispondenti.
Il maschio/uomo e la femmina/donna.
Inoltre il binarismo di genere non è orizzontale o eguale tra “i due”, ma prevede un genere (maschile) come quello normale, standard, perno e un altro (femminile) definito in funzione del primo, ossia solo l’altro-dal-maschio.
Scrivo questo punto in aggiunta a ciò che già viene detto nel testo, perché mi auspico che il linguaggio, che per me è un’attività performativa e perciò contribuisce a modificare la realtà mentre la descrive, cominci a prendere in considerazione che non vi sono solo due sessi biologici (ma infiniti e infinite inclinazioni sessuali).
Vorrei, insomma, scardinare il binarismo di genere e la normalizzazione con la quale trattiamo il genere maschile come fosse il termine di paragone neutro.
Secondo me il binarismo di genere è uno dei cardini della repressione sessuale, oltre che la gabbia primaria che mutila in partenza la libertà di espressione individuale (laddove per “espressione” non intendo solo l’attività comunicativa, ma tutte le sfumature dell’essere complesso che possiamo divenire).

Nel testo si parla di “Accettare il rischio di poter sbagliare, di poter far del male a qualcunx. Ammettere i propri sbagli, cercare di non ripeterli.”
Sono d’accordo sull’assunzione di responsabilità riguardo agli errori, ma visto che chi scrive lo fa da una posizione di privilegio (come me del resto) credo che si debba considerare che ogni nostro passo avanti nel percorso di distruzione del patriarcato da noi introiettato è fatto sulla pelle altrui.
Io credo non sia realistico prevedere tutte le ricadute possibili che le nostre azioni avranno nel “al di fuori di noi”, però in questo affermazione credo che non siamo “noi” a dover accettare l’idea che possiamo far soffrire altrx, ma considerare che le conseguenze dei nostri errori interrelazionali ricadono su altre persone.
Credo perciò che sia un rischio per il quale dovrebbe avere libertà di scelta (se accollarselo o meno) chi sta in posizione non privilegiata.
Ovviamente quella di non danneggiare mai nessunx nella propria strada di liberazione da specifici privilegi è una tensione utopica, ma per raggiungere la quale ci si può dotare di strumenti e modalità pratiche esistenti.
Quando poi si scrive che “(...)ogni atteggiamento è oppressivo” se viene percepito come tale. Anche se ciò è potenzialmente vero questa consapevolezza non può sfociare in una totale autorepressione” credo che più che all’autorepressione una presa di coscienza di questo tipo ci serve per capire, una volta per tutte, che le esperienze e le emozioni anche traumatiche che ne scaturiscono, sono insindacabili.
Non esiste, (nella sfera delle esperienze individuali meno che mai) un’oggettività.
Chi la pretende nei racconti, o pretende di trovarla lxi stessx nel cercare di definire i margini di una narrazione, sta sacrificando la libertà/sensibilità/integrità della persona sopravvissuta a scapito dell’infallibilità delle sue teorie (esempio pratico: quando si innesca la “ricerca della verità” dopo che si è venutx a conoscenza di un episodio di molestia/violazione/stupro).
Se si accetta che la molestia la definisce sempre chi la subisce e che l’esperienza individuale non può giustificarsi con parametri oggettivi, allora si dovrebbe smettere di cercare la “verità dei fatti” ma andare a capire “l’origine dei fatti”.
Ancora prima di questo, credo che dovremmo ribaltare il paradigma per il quale si cerca sempre la “falla” nella narrazione della persona sopravvissuta per scagionare “l’accusatx” e iniziare a rivolgere le nostre attenzioni sulla dinamiche, individuali e collettive, che permettono che episodi di molestia o violazione si verifichino.


Arriva poi una delle parti più spinose secondo me.
Si parla qui dei meccanismi di socializzazione di genere.
”Sabotare questo meccanismo è d’obbligo se vogliamo andare oltre una “guerra di trincea” tra i generi che mira a tracciare i confini del consentito nelle relazioni reciproche. Un genere che ci fa arroccare sui rispettivi bastioni “per sentirsi sicurx” è una concezione del genere che va distrutta.” Unisco questi passaggi a delle frasi che vengono scritte successivamente, ma che credo siano in continuità con le tesi qui sostenute, laddove viene scritto “...sabotaggio della socializzazione dei generi, e soprattutto della complicità di genere che porta ad un rafforzamento dell’identificazione di genere che ci porta a vederci come categorie distinte in lotta tra loro.”
Onestamente credo che chi ha scritto si riferisca per lo più al proprio dominante (maschile) perché poi nel testo fa esempi di situazioni di “complicità maschile” da sabotare, ma non posso non notare che quando si parla di categorie distinte in lotta fra loro io, contestualizzandole e storicizzandole, credo che, sì, queste esistano.
Anche la mia tensione anarchica ha come fine la distruzione del genere (tra le tante distruzioni), dei suoi corrispettivi ideologici-simbolici e dei suoi riscontri pratici (omologazione dei corpi, socializzazione, divisione di ruoli, stigma etc).
Non voglio però confondere il desiderio nella realizzazione della mia prospettiva, e la lotta quotidiana che ne consegue, con la realizzazione bella e fatta.
Nel senso che “vivere come se i generi non esistessero” è possibile solo (illusoriamente per me) per chi siede sullo scranno più alto della piramide del privilegio.
In questa realtà dove vivo e dalla quale scrivo, uomini e donne, maschi e femmine, sono due categorie distinte in lotta tra loro (sempre purtroppo, mantenendo qui come termine del discorso, il binarismo di genere) .
Le seconde per liberarsi dai primi.
Questo non significa che ogni donna sia in guerra contro il suo oppressore (sarebbe bello!) ma che per la mia analisi del mondo, sì, i ruoli che queste entità occupano nella società sono distinti e contrapposti.
E non è nulla di diverso dal riconoscimento dell’esistenza di “oppressi ed oppressori”.
Nulla di diverso dal riconoscere che vi sono specifici privilegi e ruoli e gradi di potere che il dominio, strutturato in società, assegna a diversi individui dopo che li ha fatti rientrare nelle categorie ad esso funzionali.
Per questo motivo anch’io sono teso verso la distruzione del concetto stesso di genere e più ampiamente di liberare l’individuo da tutte le categorie sociali, ma è una liberazione totale possibile secondo me solo con la distruzione completa dell’esistente. Mi sento ben lontano da questo momento. Perciò, nel muovere i miei passi e nel riconoscere x miex complici e x miex nemicx, nel riconoscermi in questo contesto, utilizzo le analisi e gli strumenti che mi sono affini per tradurre l’esistente.
Secondo me (e la mia malafede si dirà) portare avanti questo discorso di “basta con la lotta tra i generi contrapposti” fa il gioco di chi, nel movimento anarchico (e ovunque) vuole sopprimere ogni voce che mette in discussione il privilegio maschile.

La frase “spero che il fine sia la distruzione dell’oppressione di un genere sull’altro, qualunque esso sia”: è ancora per me una sponda per chi equipara il genere oppresso a quello oppressore.
Alla fine della frase quel “qualunque esso sia”, per me sottintende la possibilità che sia uno qualsiasi dei generi (uno dei due, seguendo la dicotomia tracciato sinora) a imporsi su l’altro.
Certo, esiste questa ipotesi, ma il contesto che viviamo è quello della già reale affermazione di UNO dei generi sull’altro (o meglio su tutti gli altri) perciò la mia lotta, qui ed ora, va in una direzione ben specifica.
Anch’io mi auspico “il superamento della dicotomia netta tra maschile e femminile e non il suo rafforzamento” ma per farlo credo che non basti una dichiarazione d’intenti, ma un attacco quotidiano a tutte le manifestazioni (macro e micro, fuori di noi e dentro di noi) che permettono, rafforzano, perpetuano il dominio del genere.
Parlo qui concretamente di individui che agiscono oppressione di genere, di ambienti che li proteggono, di silenzi che li legittimano, di scuse su scuse che ci tengono al riparo dalla decostruzione di noi stessi.
La pacificazione tra i generi (o meglio, qualsiasi tipo di pacificazione in qualsiasi tipo di conflitto) significherebbe solo ed esclusivamente la riaffermazione della legittimità del dominio della parte dominante.
Il dominio di genere, tra l’altro, non agisce unidirezionalmente secondo me: nel senso che anche i soggetti in posizione dominante sono modellati e ingabbiati dagli stereotipi, dall’assegnazione dei ruoli, dalla repressione sessuale (per citare qualche esempio) che il patriarcato agisce.
Per me liberarmi dal genere è un atto di sottrazione dall’esercitare oppressione su altrx, liberare me stesso dal giogo del patriarcato e attaccarne le manifestazioni strutturali.

Senza riportare integralmente le frasi vorrei fare un appunto su tutta la parte in cui si parla delle “nostre compagne” che vengono additate da alcunx come “sabotatrici dell’unità del movimento”.
Sono d’accordo con l’analisi qui espressa, ma credo anche che siano cose che “le nostre compagne” hanno la forza e la capacità di dire da sole (in effetti sono decenni che lo dicono).
La cosa rabbiosamente interessante sarebbe se accadesse che, ora che le ha scritte un uomo, il “movimento” le ascoltasse: questo non farebbe che riconfermare una volta di più il privilegio di potere che abbiamo.
Il solo fatto che delle compagne dichiarino che esiste un’oppressione anche dentro al movimento non basta, evidentemente, perché l’analisi femminista ha meno legittimità di altre analisi radicali. Questo è per me il punto da derimere.
Se lo dico io (o qualche altro compagno) e comincia ad essere presa in considerazione questa cosa, è forse la chiara prova dell’esistenza dei meccanismi di potere e gerarchie introiettati e mai distrutti dax anarchicx.
Il discorso “pro-femminista” (come viene definito questo tipo di atteggiamento/discorso di una fetta del movimento per esempio in Francia) anche se nelle intenzioni sono certo sia mosso da buona volontà, ha questa trappolina del non fare altro che dimostrare una volta di più l’esistenza del privilegio: chi viene ascoltatx e chi no, chi esprime “tesi politiche” e chi “mette in giro voci”.
In ogni caso, poi, non voglio parlare per bocca di nessunx altrx.
Scrivendo ciò che ho scritto, sono incappato io stesso in questo tranello, ne sono consapevole, ma scelgo di districarmi in questa contraddizione perchè non trovo giusto delegare esclusivamente alle sole compagne femministe il dibattito sull’oppressione di genere.
Forse, a questo proposito, dovremmo ragionare momenti e spazi separati (al maschile) per portare avanti parallelamente le nostre analisi sulla socializzazione, sull’oppressione agita-subita, sul desiderio, sulla sessualità, sui metodi di liberazione che vogliamo darci etc

Poco dopo c’è scritto “Se un/una amicx e/o compagnx mi dice che “ho fatto una cazzata” mi aspetto che sia durx se l’ho feritx, se ho tradito la sua fiducia, se ho messo in pericolo la sua incolumità”.
Nulla da dire sulla valutazioni personali di chi scrive e sul suo non mettersi sulla difensiva (o per lo meno è così che leggo io questa parte del testo), ma vorrei ancora una volta porre l’accento sul linguaggio: fare una cazzata può voler significare una gamma così vasta di azioni (dall’azzardare una scommessa rischiosa allo stupro) che credo si utilizzi perché questa vaghezza si presta alla libera interpretazione.
Credo che dobbiamo cominciare a rivedere un po' il nostro vocabolario perché se è vero che abbiamo imparato a riconoscere lo sbirro non come un funzionario pubblico a nostro servizio, ma come sicario di stato (per esempio) non abbiamo credo imparato a riconoscere la molestia sessuale, la violazione del consenso, lo stupro, la prevaricazione etc.
O, se le riconosciamo, non le nominiamo per quello che sono perché le parole hanno un peso, e utilizzarne di specifiche presuppone il posizionarsi di fronte a un atto compiuto.
Secondo me iniziare a chiamare le cose col loro nome e nominare le azioni degli individui col loro nome, ci aiuta nell’individuare il nemico.
Intendo “il loro nome” sempre per il vocabolario al quale io faccio riferimento riguardo a queste tematiche: quello che le analisi dei vari femminismi antiautoritari hanno prodotto nel tempo.
Visto che il linguaggio è convenzione per antonomasia, e la convenzione ha senso solo se condivisa, non mi aspetterei mai che TUTTX indichiamo le stesse cose con le stesse parole, ci mancherebbe.
E quando ci raccontiamo (lo facciamo??!) i nostri rispettivi mostri e le “cazzate” che agiamo, incoraggerei me stesso e tuttx a farlo dando dei nomi specifici ai comportamenti, così da trovarvi anche origini scatenanti e soluzioni specifiche.
A colorx qualx obietteranno che esiste già un dizionario e che “stupro” vuol dire “stupro” e non altro, proverò a dire che nel dizionario esiste anche la parola “libertà” e la parola “anarchia” e la parola “nichilismo”: questo significa che dobbiamo seguire i dettami semantico-linguistici dello Zanichelli?

A un certo punto, la parola che io ho forse inflazionato (privilegio) compare, ma in un contesto e attraverso un esempio che non è proprio quello che io avrei scelto:
“La socializzazione del maschile deve molto alla diffusione di un’idea di uomo che dev’essere forte (anche nel senso di un atteggiamento di imperscrutabilità emozionale, oltre che di determinazione e di sicurezza di sé) e sessualmente attivo (e questo mette in una posizione di difetto chi non voglia o chi abbia meno possibilità in questo campo. Questo è ciò che si chiama privilegio, sapete?)”
La frase fa riferimento ai meccanismi di competizione tra maschi che mettiamo in campo nei corteggiamenti nei confronti delle femmine che prediamo (parafrasando in maniera un po' acidella!).
Io non avrei scelto questo esempio per parlare del privilegio di genere, benché credo che sia importante sottolineare che anche all’interno della categoria privilegiata vi sono sottogruppi marginali-minoritari dileggiati e oppressi a loro volta.
Nel mondo occidentale che io conosco un maschio bianco, etero, ricco, abile e giovane è certamente più privilegiato di un maschio etero, anziano, di pelle nera, povero, ma entrambi sono privilegiati (in maniere diversamente specifiche) nei confronti di una donna.
Lo stesso varrebbe per due donne con le caratteristiche dozzinali prima delineate nei confronti di un animale non umano, e così via.
Il privilegio, per me, non è una condizione assoluta, ma rintracciabile in un determinato contesto tra  gli individui che vi si ritrovano ad agire. Lo stesso vale per l’oppressione: un individuo può essere perciò, secondo la mia analisi, sia agente di una specifica oppressione verso un altro individuo, sia a sua volta oggetto di oppressione da parte altrui nello stesso momento e nello stesso spazio.
Mi dà un po' la nausea giocare con questi appellativi e identità consapevole che hanno dei corrispettivi veri e viventi. Mi scuso se la mia necessità esemplificativa urta la sensibilità di qualcunx per eccessivo cinismo. Ammetto che sto scegliendo la chiarezza (spero) a scapito dell’emozionalità.

Verso la fine si parla di relazioni di coppia. Di gelosia e di violenza.
“L’organizzazione della relazione secondo il modello “coppia” (che costituisce una monade in cui i due individui si supportano quasi completamente e organizzano gran parte della loro vita assieme), l’attaccamento morboso all’altrx, la gelosia, la dipendenza emotiva, la violenza nelle sue molteplici forme (psicologica, emotiva, fisica) per preservare la stabilità relazionale.”
A questo vorrei aggiungere che la violenza per me non è uno strumento neutro. Non ha senso (se non strumentale) parlare perciò di una violenza giusta o sbagliata o necessaria etc, ma bisogna contestualizzarla.
La violenza nelle relazioni di coppia eteronormate (contesto) non è neutrale né eguale tra le parti, come non è uguale la violenza esercitata da unx sbirrx verso unx manifestante o dax manifestante verso lx sbirrx. Il primo è in una posizione di privilegio e di potere, come un uomo è in una posizione di potere e privilegio nei confronti di una donna (all’interno della società patriarcale, vale ripeterlo).
Non è solo una questione di generale differenza biologica (più meno muscolatura) ma (anche) di educazione di genere: l’uomo è socializzato all’utilizzo virile della forza e alla competizione, la donna, all’opposto, al ruolo di cura e di sottomissione (e tutto ciò da secoli).
Inoltre potremmo citare il terrorismo di genere (femminicidi quotidiani, cultura dello stupro) le  molestia di strada, mobbing lavorativo, stalking, dileggio, insulti (etc etc etc) come parametri che diano il senso dell’oppressione diffusa che la società patriarcale agisce sul “non-maschio-etero”.
Per me la violenza di unx oppressx che si ribella/reagisce/attacca/risponde contro il proprio oppressore non è paragonabile al suo contrario.
Chi si ostina a ripetere che “si vabbè ma anche lei mi ha dato uno schiaffo” non riconosce l’esistenza del patriarcato.
Chi si ostina ad equiparare la violenza delle due parti all’interno della coppia eteronormata (e non solo nella coppia) non riconosce l’esistenza del patriarcato.

Più avanti, quasi verso la fine del testo, si parla di sesso e sessualità attraverso una serie di domande che per me sono tutte interessanti, come è interessante la questione del “tabù” che aleggia spesso inviolato tra maschi (e nel misto) all’interno dell’ambito anarchico: non si parla di sessualità, non ci si racconta, non ci si confronta sui desideri, sui corpi, sulle proprie fantasie, sui propri errori, paure etc etc...
Un discorso che affronti la delicatissima questione della sessualità e dei rapporti sessuali non credo possa prescindere da un discorso quanto più approfondito possibile sul “consenso” e sugli esercizi per affinarlo. Il fatto che non venga nemmeno nominato un po' mi spaventa.
Se è anche per me assolutamente necessario (ri)cominciare un discorso (pubblico, a tre, a piccoli gruppi, individuale) sulla sessualità, è necessario farlo secondo me con la piena consapevolezza che si va a camminare su un prato minato.
Questo perché il patriarcato usa la sfera della sessualità come arma, come ricatto, come strumento di assoggettamento: parlarne senza riconoscere che stiamo muovendoci in un campo di battaglia dove non tuttx abbiamo gli stessi privilegi, le stesse esperienze, la stessa sensibilità, rischia di ferire molto e in profondità tante persone.
Mi preme rimarcare l’attenzione sul consenso come pratica basilare per ricominciare a parlare di “liberazione sessuale”, come ad un certo punto si fa nello scritto.
Ma non voglio fare qui (sempre che ne avessi le capacità) un discorso articolato su cosa sia per me il consenso, come si impari a rispettare quello altrui, a capire il proprio; come riconoscere le violazioni, come sviluppare ed affinare l’empatia etc...magari un prossimo testo a più mani??

In conclusione il testo parla degli “scazzi” in seno al movimento anarchico.
Qui credo si potrebbe aprire una voragine di discussione interminabile, si potrebbero scrivere libri o più semplicemente prender su e andarsene altrove.
Io voglio solo affermare con quanta più chiarezza mi sia possibile che se io, in determinati atteggiamenti, discorsi, pratiche, scritti, immaginari vedo delle forme di oppressione e altrx invece vedono “dei caratteri personali diversi”, non parliamo di scazzi, ma di paradigmi diametralmente opposti. Opposti riguardo alla vita, alla lotta, alla liberazione, all’oppressione, all’anarchia.
Abbiamo analisi diverse (quando non diametralmente opposte) di cosa è oppressione e cosa no e priorità differenti.
Iniziando a scrivere dicevo che non faccio riferimento a nessun movimento anarchico perché non mi ci riconosco: questo non significa che però non lo conosca o non ne riconosca l’esistenza.
Significa anche che non è il contenitore all’interno del quale mi colloco e mi riconosco o per il quale parlo/scrivo, così come non parlo di “anarchia” ma della “mia anarchia”.
Questo perchè, senza sentirsi speciali, non legittimo categorie o concetti oggettivi. Assoluti.
L’anarchia di unx compagnx che vede in uno stupro una “forzatura” o una “cagata” non è la mia anarchia. Lxi non è unx mix compagnx.
Io non vedo nell’unità del movimento un valore positivo in sé (anzi!) perchè riconosco che l’omologazione e/o uniformità sono dei meccanismi di coesione sociale fondati e generatori di privilegio, potere, autorità e delega.
Dico questo perché vedo l’omologazione come un “uniforme a”, cioè una tendenza all’essere conseguenti a un modello di riferimento. Il modello di riferimento non è però un modello che viene liberamente definito dalla somma dei desideri e tensioni degli individui componenti del gruppo, ma è, per la mia esperienza, il modello dominante accettato ed elevato a volto collettivo.
Laddove anche potesse esistere un’uniformità assolutamente orizzontale non la troverei comunque interessante, perché è nella differenza e dell’unicità che trovo fonte di ricchezza ed energia.
Organizzarsi secondo affinità, per me, non significa organizzarsi e sentirsi vicinx a chi si “definisce” come me, ma a chi, attraverso l’esperienza diretta, riconosco come affine.
Coloro che temono che le critiche interne indeboliscano il movimento danno più importanza alla forza dell’unità piuttosto che alla gioia e libertà del singolo, esattamente come la famiglia sacrifica la gioia, la libertà, l’autodeterminazione dex figlx per la propria coesione (o per il proprio onore).
Per me è tutto estremamente semplice: non tuttx vogliamo la stessa cosa.
E mi pare logico perciò, benché vomitevole, che chi è dispostx a sacrificare la felicità e la libertà del singolo per la grandezza dell’ideale collettivo, veda come attacchi che “minano l’unità del movimento” le critiche femministe sul privilegio.
E, conseguenti a questa visione, si adoperano per screditare, annullare, invisibilizzare queste dissidenze.
Lo ritengo logico sì, però non lo accetto. Così come ritengo logico che il capitale distrugga una foresta per del carbone o si allevino tacchini per essere trucidatx. Ma non lo accetto. E lo combatto.
Chi vede, di contro, nell’affermazione dell’unità del movimento un attacco alla propria identità/vita/critica/desiderio/sensibilità, è ovvio che reagisca.
Ecco che qui ritornano le categorie distinte e in lotta tra loro.
Lo scazzo sottintende per me una percentuale di incomprensione.
Per me non è vero che non ci si capisce su un tema e se si arrivasse a capirsi saremmo tuttx più felicx e forti nel raggiungimento di un luminoso fine comune; è più vero che non abbiamo lo stesso fine e perciò confliggiamo.
Non chiamiamoli scazzi, ma conflitti.

Un accenno al linguaggio a questo punto del testo su un termine utilizzato, laddove si scrive “basta isterismi a difesa della normalità e del quieto vivere”.
Anche se, come credo si sarà capito, sono d’accordo con l’appello, il termine isterismi, che richiama alla patologia dell’isteria è profondamente sessista: la parola deriva infatti dal greco hysterion ossia  malattia dell’utero, perciò quanto di più chiaramente misogino si possa immaginare.
Inoltre non vorrei avallare il concetto di “malattia mentale”, sul quale si fondano molte offese ed espressione mattofobiche del nostro vocabolario.

E qui concludo con l’ultima critica alla frase “Ogni contributo è utile in questo momento, su qualsiasi piano esso intervenga. Ma non dobbiamo dimenticare che tutti questi piani esistono insieme e che sono collegati, e che prima o poi bisognerà interessarcene o la questione ci investirà improvvisamente, magari con violenza”.
La questione ci ha già investito, da un pezzo!
L’impreparazione con la quale si stanno affrontando le dinamiche di oppressione di genere interna al movimento o agli spazi antiautoritari che attraversiamo, credo sia responsabilità di tuttx.
In generale tuttx noi che subordiniamo (o abbiamo subordinato per lungo tempo) il discorso di genere a tutte le altre lotte “più importanti”.
In generale tutti noi che non ammettiamo e non indaghiamo i nostri privilegi garantiti dal patriarcato.
Ed ecco il senso ultimo di questo scritto, dire chiaro e tondo che no, non stiamo tuttx dalla stessa parte: c’è chi, come coloro ax qualx il compagno che ha scritto il testo che ho sezionato dedica lo scritto, che si interrogano e agiscono e vogliono cambiare radicalmente se stessx e c’è chi non gliene frega proprio nulla (anche questa dicotomia è sommaria e grossolana, me ne rendo conto, ma è volutamente provocatoria).
Non mi sembra assurdo constatarlo. Benché mi avvilisca un pò, non distrugge (non più) nessuna aspettativa.
Il problema che il rifiuto da parte di queste persone di affrontare o addirittura di negare l’esistenza stessa di meccanismi di oppressione di genere, fa sì che chi non gode dei suoi stessi privilegi soffra e sia ostacolatx nella strada della liberazione.
Non sono scazzi, ma conflitti aperti.
Forse non ho mai scritto di getto così tante parole, di certo mai in questo modo. Mi auguro che la finalità dei miei discorsi sia chiara e che il compagno che ha scritto il testo apprezzi questo contributo: io ho apprezzato molto il suo.
Sarebbe ingiusto tra l’altro restituire un’idea di un testo molto lungo con quelle poche frasi taglia-e-cuci che ho riportato: ci sono tante parti del testo che ho condiviso e che mi ha fatto piacere leggere.
Come al solito ci si concentra sui punti di contrarietà, piuttosto che di affinità!
Spero di non aver trasmesso al compagno alcun senso di competizione, che, davvero, non sento mentre scrivo.
In generale sono contento di vedere che qualcosa, nelle nostre teste, dalle nostre lingue (parlo qui di compagni socializzati uomini) si sta muovendo.
Consapevole che sul piano della retorica potrà essere demolita ogni singola virgola di quanto ho scritto, spero che questo testo colpisca là dove desidero: nella pelle e nel cuore di chi si mette in discussione e contro il piedistallo di granito di chi dorme sempre tranquillo.

Milano - VILLA VEGAN SOTTO SGOMBERO

Nei giorni scorsi è giunta voce che vogliono sgomberare Villa Vegan

martedì 30 ottobre.
Riteniamo  sia un’informazione di fiducia e siamo determinat* a
resistere, quindi facciamo una chiamata a tutte le persone solidali a
raggiungerci per preparare insieme la resistenza e la mobilitazione
contro lo sgombero. È benvenut* chiunque abbia voglia di supportare il
posto, chi lo ha attraversato negli anni, chi ha portato avanti le lotte
che qui hanno trovato complicità, tutte le compagne e i compagni che
pensano che se vogliono sgomberare uno spazio anarchico occupato da 20
anni gli deve costare caro.

In tutti questi anni di occupazione Villa Vegan ha ospitato compagni e
compagne da tutto il mondo, ha dato supporto logistico a tanti progetti
autogestiti, in particolare quelli della scena punk hardcore, e a
tantissime lotte, tra le quali quelle anticarcerarie e la solidarietà
alle prigioniere e ai prigionieri, ecologiste e per la liberazione
animale, contro il razzismo ed i CIE (rinominati poi CPR),
transfemministe queer e contro la violenza di genere, antifasciste;
lotte che rifiutano i rapporti con le istituzioni e sempre in
opposizione al sistema capitalistico e allo Stato.

Con gli sgomberi degli spazi occupati, l’interminabile cementificazione,
le retate contro le persone migranti, irregolari e indesiderate di ogni
tipo, la “riqualificazione” dei quartieri, la crescente militarizzazione
e sorveglianza delle strade, vogliono trasformare i luoghi in cui
abitiamo in città-vetrine utili solo per fare girare l’economia e in
dormitori per chi è inserit* nel ritmo di produzione e consumo,
chiudendo sempre più ogni spazio possibile di resistenza. Per questo
motivo ogni sgombero non riguarda soltanto il posto specifico che viene
attaccato ma il piano più generale di controllo sociale da parte del
potere politico ed economico, e va contrastato.

Sabato 27 ottobre dalle 21,30: assemblea antisgombero in Villa Vegan,
via litta modignani 66, milano.
Domenica 28 ottobre dalle 12: pranzo e giornata di lavori.

Invitiamo chi può a passare e fermarsi -anche a dormire- in Villa Vegan
in questi giorni.

Seguiranno aggiornamenti.

Milano - VILLA VEGAN SOTTO SGOMBERO

Nei giorni scorsi è giunta voce che vogliono sgomberare Villa Vegan

martedì 30 ottobre.
Riteniamo  sia un’informazione di fiducia e siamo determinat* a
resistere, quindi facciamo una chiamata a tutte le persone solidali a
raggiungerci per preparare insieme la resistenza e la mobilitazione
contro lo sgombero. È benvenut* chiunque abbia voglia di supportare il
posto, chi lo ha attraversato negli anni, chi ha portato avanti le lotte
che qui hanno trovato complicità, tutte le compagne e i compagni che
pensano che se vogliono sgomberare uno spazio anarchico occupato da 20
anni gli deve costare caro.

In tutti questi anni di occupazione Villa Vegan ha ospitato compagni e
compagne da tutto il mondo, ha dato supporto logistico a tanti progetti
autogestiti, in particolare quelli della scena punk hardcore, e a
tantissime lotte, tra le quali quelle anticarcerarie e la solidarietà
alle prigioniere e ai prigionieri, ecologiste e per la liberazione
animale, contro il razzismo ed i CIE (rinominati poi CPR),
transfemministe queer e contro la violenza di genere, antifasciste;
lotte che rifiutano i rapporti con le istituzioni e sempre in
opposizione al sistema capitalistico e allo Stato.

Con gli sgomberi degli spazi occupati, l’interminabile cementificazione,
le retate contro le persone migranti, irregolari e indesiderate di ogni
tipo, la “riqualificazione” dei quartieri, la crescente militarizzazione
e sorveglianza delle strade, vogliono trasformare i luoghi in cui
abitiamo in città-vetrine utili solo per fare girare l’economia e in
dormitori per chi è inserit* nel ritmo di produzione e consumo,
chiudendo sempre più ogni spazio possibile di resistenza. Per questo
motivo ogni sgombero non riguarda soltanto il posto specifico che viene
attaccato ma il piano più generale di controllo sociale da parte del
potere politico ed economico, e va contrastato.

Sabato 27 ottobre dalle 21,30: assemblea antisgombero in Villa Vegan,
via litta modignani 66, milano.
Domenica 28 ottobre dalle 12: pranzo e giornata di lavori.

Invitiamo chi può a passare e fermarsi -anche a dormire- in Villa Vegan
in questi giorni.

Seguiranno aggiornamenti.

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Nei giorni scorsi è giunta voce che vogliono sgomberare Villa Vegan

martedì 30 ottobre.
Riteniamo  sia un’informazione di fiducia e siamo determinat* a
resistere, quindi facciamo una chiamata a tutte le persone solidali a
raggiungerci per preparare insieme la resistenza e la mobilitazione
contro lo sgombero. È benvenut* chiunque abbia voglia di supportare il
posto, chi lo ha attraversato negli anni, chi ha portato avanti le lotte
che qui hanno trovato complicità, tutte le compagne e i compagni che
pensano che se vogliono sgomberare uno spazio anarchico occupato da 20
anni gli deve costare caro.

In tutti questi anni di occupazione Villa Vegan ha ospitato compagni e
compagne da tutto il mondo, ha dato supporto logistico a tanti progetti
autogestiti, in particolare quelli della scena punk hardcore, e a
tantissime lotte, tra le quali quelle anticarcerarie e la solidarietà
alle prigioniere e ai prigionieri, ecologiste e per la liberazione
animale, contro il razzismo ed i CIE (rinominati poi CPR),
transfemministe queer e contro la violenza di genere, antifasciste;
lotte che rifiutano i rapporti con le istituzioni e sempre in
opposizione al sistema capitalistico e allo Stato.

Con gli sgomberi degli spazi occupati, l’interminabile cementificazione,
le retate contro le persone migranti, irregolari e indesiderate di ogni
tipo, la “riqualificazione” dei quartieri, la crescente militarizzazione
e sorveglianza delle strade, vogliono trasformare i luoghi in cui
abitiamo in città-vetrine utili solo per fare girare l’economia e in
dormitori per chi è inserit* nel ritmo di produzione e consumo,
chiudendo sempre più ogni spazio possibile di resistenza. Per questo
motivo ogni sgombero non riguarda soltanto il posto specifico che viene
attaccato ma il piano più generale di controllo sociale da parte del
potere politico ed economico, e va contrastato.

Sabato 27 ottobre dalle 21,30: assemblea antisgombero in Villa Vegan,
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Domenica 28 ottobre dalle 12: pranzo e giornata di lavori.

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