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FORLI' - Riflessioni sulla contestazione al convegno....

Siamo dispost* a difendere la libertà altrui oltre alla nostra?
Forlì: sull'episodio che ha riguardato alcune persone a cui è stato impedito con la forza di partecipare ad un convegno pubblico nella serata di lunedì 30 gennaio.

Lunedì sera, 30 gennaio, era in programma la prima di una serie di iniziative organizzate da una manciata di associazioni di stampo cattolico-tradizionalista sul tema della sessualità e dei generi (con le solite discriminazioni contro le coppie omosessuali che minerebbero le vestigia del “sacrosanto” istituto della famiglia tradizionale).
La cosa sarebbe anche finita lì se non fosse che l'evento (come anche i prossimi) non si teneva in qualche sala parrocchiale ma si è svolto in una sala pubblica del Liceo Classico di Forlì, previa circolare fatta pervenire agli studenti e agli insegnanti.

Fuori dal Liceo, quindi, alcune persone che fanno riferimento alla composita galassia LGBT e per i diritti civili avevano organizzato un presidio per contestare l'evento, anche per ristabilire un minimo di verità e sfatare le inesattezze fuorvianti e i pregiudizi espressi al convegno da queste associazioni cattoliche e dalle persone invitate come relatori.
Alcune persone, tra cui chi scrive, hanno quindi pensato di partecipare al suddetto presidio, perché pensavano (e tuttora continuano a pensare) che la libertà sia importante: sia quella di manifestare e portare la propria presenza critica, sia anche quella di contestare fattivamente ciò che si reputa ingiusto, ingannevole, pericoloso e anche autoritario (perché dire ad altri come dovrebbero vivere la loro sfera sessuale ed emotiva, il loro corpo e la loro mente, e farlo pubblicamente, non può che essere espressione di una volontà autoritaria e come tale va contrastata).
Se non che, qui sorgono i problemi. Perché, di fronte ad uno spiegamento di forze di polizia assurdo e pure un po' ridicolo, non a tutti è stata concessa la facoltà di entrare nel Liceo a sentire con le proprie orecchie quali farneticazioni si sarebbero dette e magari dire la propria, con le proprie modalità, sul tema.
Quando già diverse persone che manifestavano erano entrate senza problemi, ad alcune di queste, forse considerate più contestatrici delle altre, è stato infatti impedito con la forza di assistere al convegno. Che, lo ripetiamo ancora una volta, si svolgeva in un luogo pubblico e aperto al pubblico, con tanto di invito fatto pervenire dalle associazioni cattoliche nei giorni precedenti perché le persone contestatarie partecipassero ad una sorta di contraddittorio.
Ora, la faccenda è anche più triste dell'imposizione stessa messa in atto dalle forze di polizia e dalla Digos, che hanno spintonato tre persone che semplicemente cercavano di entrare senza nessun ricorso alla forza, rincorrendo una quarta che era già entrata e rispedendola fuori e mettendosi di traverso per non fare entrare altra gente, dispiegando pure gli agenti in antisommossa con tanto di scudi e caschi dentro la scuola per impedire nuovi ingressi e monitorare che nessuno potesse “disturbare” la farsa omofoba e intollerante che vi si celebrava.
È tanto più triste, si diceva, perché a fronte di una discriminazione evidentemente mirata solo ad alcune persone e non ad altre, molte delle individualità presenti non hanno trovato nulla di che obiettare e sono rimaste in silenzio. Nessuna indignazione per questo avvenuto trattamento discriminatorio contro alcune persone e solo contro di loro, anzi! Ormai sono tempi, evidentemente, dove anche il solo indignarsi potrebbe apparire troppo radicale! E poi, si sa - ci ha detto qualcuna quando abbiamo cercato di ragionare con le persone presenti al presidio di quanto era appena accaduto – voi siete dei “casinisti”. Se la polizia non vi ha fatto entrare un motivo ci sarà! Una persona è giunta a sottintendere, tra le righe, che se non era riuscita ad entrare era stato solo in seguito al fatto che prima avevano impedito l'accesso a noialtri “casinisti”. Come a dire: è colpa vostra! (non della polizia). Potevate restarvene a casa! (anche se non è stato detto, la conclusione logica di siffatti discorsi non può essere che questa).
Ma qual'è la colpa? Quella di essere corsi a difendere la libertà altrui, e perciò anche la nostra? Di aver cercato di esercitare quella che consideravamo una nostra libertà (ovvero partecipare ad un evento pubblico)? Di essere conosciuti come anarchici e anti-autoritari attivi nelle lotte da anni in città e perciò subito etichettati come indesiderabili dalla questura (e forse non solo dalla questura, data la presenza tra i manifestanti di alcune persone vicine al PD, lo stesso partito di maggioranza del Comune)?
Questo è il livello del discorso di alcune delle persone presenti (non tutte, che ovviamente non vogliamo generalizzare) che ricordiamo essere scese in strada col proposito di difendere delle libertà politiche e individuali. Peccato che, quando la libertà di altre persone è stata calpestata in diretta davanti ai loro occhi, in poche hanno sentito la necessità di prendere posizione in loro difesa. E non lo diciamo perché in questo caso è toccato a noi. Avrebbe potuto benissimo toccare ad altre persone, il discorso non cambia. Sarebbe bastato poco, eppure...forse è proprio vero che quando non viene toccata la propria libertà, quella degli altri può pure venire sacrificata. È purtroppo la triste constatazione del livello di individualismo negativo a cui si è giunti, per cui vale solo la “mia” libertà e non quella di tutte e tutti le/gli altre/i.
Eppure se non si è disposte né come individualità, né come comunità di persone alla solidarietà nemmeno di fronte ai soprusi e alle prepotenze che avvengono davanti ai propri occhi, difficilmente si potrà essere capaci di quella sensibilità e di quel convincimento che ci vogliono per provare a scardinare i rapporti di dominio a cui giornalmente siamo assoggettate e assoggettati.
Lottare per qualcosa, per qualsiasi cosa, significa necessariamente prendere posizione. Questa è la base. E se manca questa base manca tutto il resto. La domanda che ogni individualità dovrebbe porsi è questa: quanto sono disposta a mettere in gioco per difendere la libertà mia e quella altrui? Ci sono sicuramente diversi gradi di partecipazione emotiva e fisica, come diverse sono le metodologie d'intervento. Troppe volte però la risposta è: niente!
E se non si è disposte/disposti a fare e a dire niente di fronte all'arroganza, all'ingiustizia e all'autoritarismo (come di fronte al sessismo, al maschilismo, all'omofobia e al patriarcato) stiamo pur sicure/sicuri che ciò continuerà a perpetrarsi sempre e qualsiasi libertà non potrà che assottigliarsi sempre più, come infatti sta accadendo giorno per giorno. Non è che un domani forse potremmo avere un nuovo tipo di fascismo, ma il fascismo lo abbiamo già davanti a noi, ai giorni nostri, quando le ingiustizie si perpetuano e nessuno trova nulla da ridire.
Voglio finire, non per fare vittimismo ma per invitare alla riflessione, con uno stralcio tratto da un volantino distribuito dai presenti la sera stessa.
Recita così: “Il termine omofobia è entrato in uso (…) per definire il timore e l'odio irrazionale che alcune persone provano nei confronti delle persone omosessuali. Oggi viene utilizzato per indicare disagio, svalutazione e avversione nei confronti delle persone omosessuali e le azioni di ostilità che ne conseguono”. Ed ancora: “Le persone omosessuali e bisessuali subiscono dunque un trattamento diverso. Sono socialmente discriminate (…)”. Provate un po' a sostituire in questo caso le parole “persone omosessuali e bisessuali” con quella di “persone anarchiche” e avrete un caso di anarcofobia evidente.


Una persona anarchica che lotta anche per la libertà delle persone non-anarchiche

FORLI' - sull'inizio del processo x il MACERIA OCCUPATO

FORLI' / CESENA = L'urlo della Terra

l'urlo della terra_WEB-2

FORLI' - "...compagni, cosa è cambiato? Il senso di una lotta non sta nel risultato"

Quando ci si ritrova a distanza di tempo a riflettere su esperienze passate si è difficilmente oggettivi.

Ogni considerazione soffre della nostalgia per qualcosa di bello che non è più o della rabbia per qualcosa che sarebbe potuto essere, e non è stato.

Le occupazioni a Forlì, nate col Borghetto, proseguite con l'esperienza del Maceria e poi con la TAZ del Giardino e con l'ultimo capitolo dell'Hotel di via Missirini hanno cambiato i volti e le vite di chi si è messo in gioco in questi progetti.

La città ne è stata scossa, le persone che hanno attraversato quegli spazi in quei momenti hanno scoperto (o affinato) affetti e alternative, pratiche e sogni, i compagni e le compagne hanno contaminato la socialità con la lotta, il desiderio con la pratica quotidiana e si sono avvicinati un passo in più tra loro.

Le occupazioni a Forlì, benchè etichettate con la solita strumentale banalità dai giornali o dalle questure, non sono state occupazioni omogenee, schierate e impermeabili al confronto e alla condivisione, tutt'altro, sono state un incontro tra individui politicamente chiaramente schierati (libertari, anarchici) e tanti altri individui diversissimi, uniti dal desiderio di un nuovo da costruire insieme, non preconfezionato dal mercato o dalle istituzioni.

Dopo diversi anni quei percorsi sembrano interrotti e smarriti, e qui subentra la perfida nostalgia…

Chi scrive è profondamente convinto che ciò che hai vissuto sedimenta nelle idee e nelle sensazioni come un libro che ti ha spalancato gli occhi, come una bella storia d'amore dai connotati turbolenti: nonostante le divergenze e i cambiamenti, le strade che inevitabilmente (e per fortuna!) si dividono e si moltiplicano, gli attriti irrisolti per questa o quella ragione, il lascito di quei giorni prosegue e resta vivo nella città e in tutti noi, nei gesti e nelle scelte quotidiane.

In mancanza di percorsi di lotta condivisi, che Forlì non sembra partorire così posata com'è nel suo mediocre torpore, le relazioni in via di liberazione dalle gabbie della formalità, dell'ipocrisia, della discriminazione, dei ruoli e della sopraffazione sono di per se un intreccio di pratiche e idee rivoluzionarie.

All'interno degli spazi autogestiti che abbiamo attraversato abbiamo gettato semi importanti per far germogliare consapevolezze, ma soprattutto tanti dubbi: sui nostri ruoli e nostri comportamenti, sul peso delle nostre scelte, sulla potenzialità dei nostri rifiuti attivi a un mondo avvilente, tetro, triste, atroce.

Certo è che poi i dubbi non sempre si affrontano collettivamente o riescono a raffrontarsi sempre con l'autocritica. Come per ogni percorso di autocoscienza credo ci voglia costanza e tempo, riscontri costanti e stimoli.

All'interno di questi nostri percorsi, poi, quando si riceve una battuta d'arresto traumatica come uno sgombero o i pacchi di denunce è difficile "restare sul pezzo" e non farsi avvelenare dalle contingenze.

Le relazioni si affilano, i rapporti sono più difficili da coltivare serenamente, ma il fatto di non avere più oggi uno spazio fisico in città che faccia da collettore di energie non voglio che mi impedisca (e negli anni, tra alti e bassi, non è successo) di portare avanti le mie pratiche (per lo meno la comunicazione e la controinformazione) e intrecciare nuovi rapporti con nuovi compagni di strada

Diffondere il germe della rivolta contro l'indifferenza; l'autodeterminazione e l'agire in prima persona contro un mondo, riflesso anche nella nostra piccola città, che ha innalzato a vessillo dominante il razzismo e la paura, il militarismo e l'adulazione per l'autorità e da delega, che ha sempre avuto nel patriarcato e nello specismo i suoi fondamenti indiscussi.

I tempi sembrano sempre più bui per chi ama la libertà, per chi sogna e lotta per un esistente senza autorità e senza dominio, ma il tentativo di forzare il presente in senso liberatorio e rivoluzionario è già di per se un obiettivo raggiunto: affrontare il nemico invece di sottomettervisi.

La lotta può essere declinata con infinite formule, tempi e modalità, ciò che più conta per chi scrive è che ogni passo sia coscientemente orientato seguendo il proprio desiderio.

E ancora desidero che la città in cui abitualmente mi muovo e incontro i miei simili sia un luogo un po' meno abbrutito dalla merce, dall'autorità, dall'indifferenza, dalla repressione sbirresca e dalla morale pretaiola e borghese.

Questo breve scritto nasce con l'idea di rifocalizzare l'attenzione sui percorsi che hanno unito tante persone in momenti diversi, prendendo anche come pretesto l'inizio formale del processo per l'occupazione del Maceria del 23 marzo prossimo.

La repressione in questo caso non ha fatto altro che stimolare in me bei ricordi e voglia di riprendere il filo di quei giorni.

La solidarietà è (anche) continuare le lotte che il potere con i suoi sbirri e suoi giudici attacca, beh, quale occasione migliore per un nuovo inizio, visto che arriva la primavera…