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La forza di un pregiudizio e la necessità di sbarazzarcene

Solo l'abbandono totale della lotta di classe – della lotta, cioè, delle classi subalterne contro i propri sfruttatori, di chi non ha contro chi ha tutto – può aver portato la maggior parte di quelle persone che ancora credono nella militanza “a sinistra” a rifiutare, non solo ogni lotta sociale, ma anche qualsiasi atteggiamento che cozzi anche minimamente con una interpretazione puramente riformista e para-istituzionale dell'attivismo politico demotivato, fiacco e sostanzialmente retorico, quanto di mera testimonianza.

Oggi queste persone danno importanza solamente ai cosiddetti “diritti civili” cioè quelle che sono, in realtà, libertà politiche individuali, senza accompagnare questa legittima aspirazione di libertà alla necessità, di pari importanza, della giustizia sociale. Importanza della quale oggi si dimentica facilmente, in quelle che sono le rivendicazioni di persone, movimenti ed associazionismo della sinistra post-moderna, col pretesto che tanto la “classe” non esiste più (come a dire che non esistono più nemmeno gli sfruttati!).

Talmente convinti che non sia più nemmeno immaginabile una forma organizzativa della società differente da quella capitalista neoliberale, ci si accontenta di chiedere con garbo ai governanti e alle istituzioni che la rappresentano alcune modifiche nel campo del sistema esistente: un capitalismo “sostenibile”, magari “green” e che rispetti le diversità inglobandole al suo interno, mentre le differenze reali – le “alternative” –, che il sistema capitalista non riesce a recuperare o non vuole riassorbire, vengono inesorabilmente escluse, emarginate, condannate al confino ai margini del cosiddetto “diritto” dei garantiti.

Ci si chiede come si possa davvero concepire una reale libertà dell'individualità senza raggiungere parallelamente l'eguaglianza socio-economica. Eppure è la illusa direzione che si è intrapresa e che molte persone “di sinistra” difendono ostinatamente.

Se queste sono le premesse, se vale la pena cioè ottenere le libertà politiche per i singoli individui ma non lottare per la più generale eguaglianza sociale di tutti gli individui (un esempio lampante sono i paesi del nord Europa che mentre garantiscono ai garantiti tutti i diritti civili, dall'eutanasia al matrimonio omosessuale, negano allo stesso tempo questi stessi diritti e le rivendicazioni sociali delle persone immigrate), è facile allora capire come la via scelta non possa che essere unicamente la via istituzionale, riformista, parlamentare, elettoralistica, legalitaria. Questa è la via indicata dalla “sinistra” di oggi come la via più appropriata, mentre la via della lotta di classe – classe che esiste, anche se estremamente frammentata e precaria -, della lotta contro le ingiustizie sociali e le sue modalità poco educate vengono bollate come estremiste, rifiutate e condannate a priori.

Eppure da tempo si dovrebbe sapere che la libertà senza eguaglianza è una menzogna, mentre l'eguaglianza senza libertà si risolve in dittatura. Come anarchici continuiamo a sostenere questa verità storica, continuiamo a dire che l'una senza l'altra – libertà ed eguaglianza – non possono e non devono viaggiare su binari separati. L'una e l'altra sono indispensabili per tentare di creare una società dove siano ottenute sia le libertà politiche che la giustizia sociale, che è poi a sua volta la garanzia di libertà per tutte e tutti. Libertà ed eguaglianza si sorreggono a vicenda. Senza uno dei due appoggi, crolla anche l'altro e la società che vogliamo costruire non può avere basi stabili.

Solo un pregiudizio storico duro a morire, irrazionale quanto difficile da estirpare ha potuto, fino ad oggi, invalidare le premesse dell'anarchismo.

Gli anarchici sono stati infatti attaccati sia dai liberali e dai riformisti, perché considerati “casinisti” ed estremisti per la loro continua lotta per la giustizia sociale, che dai marxisti “duri e puri” e statalisti che da sempre considerano l'anarchismo come una filosofia “piccolo-borghese” per l'ostinazione degli anarchici nel cercare di coniugare l'eguaglianza con la libertà.

È così che la proposta organizzativa degli anarchici di abbinare libertà e eguaglianza è stata costantemente disconosciuta, ignorata, svalutata, denigrata ed anche ostacolata da chi aveva tutto l'interesse a privilegiare uno dei due aspetti, libertà o eguaglianza, mettendo in conflitto ciò che dovrebbe essere associato.

Ciò nonostante, per gli anarchici, l'ingiustizia sociale va combattuta come va combattuto l'autoritarismo in materia di libertà politiche; una posizione che resta valida oggi, e soprattutto oggi, nel momento in cui la pretesa “sinistra” ha abdicato ad ogni volontà di emancipazione sociale, sposando per intero il liberismo economico e schierandosi a difesa degli assetti e degli interessi delle classi capitaliste e borghesi, e nello stesso tempo sembrano risorgere i fantasmi del totalitarismo che sempre hanno risolto la “questione sociale” togliendo le libertà individuali in nome dell'ordine o della sicurezza, della nazione o dello stato.

Solo distruggendo la forza di quel pregiudizio che taccia di “utopismo” ogni programma di emancipazione sociale ed individuale congiunto, la via che gli anarchici propongono potrà ritornare ad avere una sua dimensione storica, una sua validità pratica, una sua percorribilità. Poiché questa via può essere tacciata finché si vuole ma rimane l'unica davvero percorribile se si vuole tenere insieme libertà ed eguaglianza, individuo e società. E se non si vuole rimanere per sempre ancorati ad un destino percepito come ineluttabile – quel “fine della storia”, quella “inerzia della catastrofe” che è già in moto ed è connaturata al sistema capitalista – oppure sprofondare nelle fauci di mostri già visti in passato.

 a.