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Centri sociali

Possibilità dell'autogestione o autogestione della miseria?

Edizioni SenzaPadroni c/o Spazio Libertario "Sole e Baleno"
via Sobb. Valzania 27, Cesena
www.spazio-solebaleno.noblogs.org

Il progetto dei Centri Sociali Autogestiti (CSA) si sviluppa in Italia negli anni '70, per influsso di militanti provenienti dalle fila delle organizzazioni extraparla-mentari di sinistra o anarchiche antiparlamentari.
Nascono come spazi più liberi e aperti rispetto ai circoli e alle sezioni di partito, luoghi che fino a prima avevano rappresentato i luoghi simbolo dell'aggregazione giovanile impegnata sul fronte politico.
Con la comparsa dei primi punk anarchici (frangia politicizzata del punk italiano) nei primi anni '80 e poi con l'eplosione del fenomeno Hip Hop i Centri sociali acquisteranno anche una loro dignità estetica, artistica e musicale. Saranno i luoghi per eccellenza della creatività diffusa e della controcultura militante, dove sperimentare percorsi di autogestione e autogoverno dello spazio comune. Rappresenteranno anche un tentativo per ristabilire quei legami sociali frantumati dal disimpegno tipico della fine degli anni'70 quando, dopo la fine di un ciclo di lotte durato un decennio ('68 – '78), il riflusso nel privato e il flagello dell'eroina avevano dramma-ticamente distrutto il circuito militante e quasi tutti i circoli politici pre-esistenti.
Francamente, se dobbiamo osservare con lo sguardo dell'oggi, parrebbe che di quel progetto così carico di possibilità, poco sia rimasto.

Già con la fine degli anni '90, infatti, molti CSA, fino a prima quasi tutti occupati illegalmente e insuscettibili al compromesso con le istituzio-ni, decidono di legalizzarsi accettando le lusinghe delle diverse giunte comunali. Si giunse quindi ad una spaccatura insanabile tra chi accettò di fatto il controllo istituzionale nelle sue varie forme (stipula di un contratto di comodato coi Comuni, stipula di assicurazioni priva-te, vincoli statutari, nascita di associazioni culturali o di promozione sociale con tanto di presidenti e cariche direttive, clausule di salva-guardia reciproche, etc...) – controllo che naturalmente snaturerà lo stesso progetto dell'autogestione per come era stata concepito fin qui – e tra chi, invece, deciderà di continuare nell'intransigente percorso extralegale, fuori e contro ogni vincolo autoritario imposto dall'esterno.
Nel tempo i personaggi più in vista dell'area che più si spese per la legalizzazione dei CSA, facente riferimento ad una componenete dell'autono-mia operaia che poi si auto-definì (ironia della sorte) "disobbediente", finirono col diventare portaborse di politici della sinistra istituzionale o ad ingrossare le liste elettorali dei partiti post-comunisti. Alcuni di loro riuscirono a farsi eleggere in qualche consiglio comunale e, per i più fortunati, vi fu anche qualche incarico all'europarlamento. Vedi, a titolo di esempio, il caso di Gianluca Casarini, leader dei "disobbedienti", finito a fare il consulente di Livia Turco dei DS (poi PD), l'inventrice con Giorgio Napolitano dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) per immigrati, poi divenuti CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).
Questo, per inciso, mentre i CSA legalizzati diventavano divertimentifici per far soldi, con bar e biglietti d'entrata con prezzi tutto fuorché politici. Le band musicali cresciute nelle sale prove autogestite dei CSA, dal canto loro, tutt'a un tratto, adattandosi all'andazzo, scoprivano che si potevano sfruttare i CSA non solo per divertirsi o come canali attraverso cui esprimersi, ma anche per guadagnare e fare carriera, magari con la recondida speranza di finire su Videomusic (poi MTV). Inoltre, se in principio i CSA si erano caratterizzati per la critica del sistema gestore-cliente, per cui nessuno si sentiva gestore e nessuno si sentiva cliente (logica conseguente dell'autogestio-ne), con l'abbandono di questa critica la fruizione dei CSA legalizzati diventerà man mano sempre meno partecipa-tiva. Anzi, la fruizione di questi spazi diventerà sempli-cemente massa di manovra per fare soldi e da sfruttare e strumentalizzare in periodio di elezioni, nella più spregevole abitudine clientelare.
Ovviamente la legalizza-zione di molti CSA comporterà, come detto, la divisione del movimento per gli spazi autogestiti e la conseguente repressione di quei CSA che non si legalizzeranno. La repressione statale, infatti, soffierà sempre più forte dopo l'avvicinamento alla politica "ufficiale" dell'area dei "disobbedienti" (chiamati anche "Tute Bianche"). Da quel momento sarà sempre più difficile ottenere uno spazio senza l'intermediazione e la protezione di qualche politicante della sinistra istituzionale. Sarà la svolta nelle politiche comunali, con interventi più severi e tempestivi contro chi occupa, generalmente indicato con il termine di "squatter".
Gli "Squat", perlopiù case occupate da giovani anarchici sull'esempio londinese, saran-no per breve tempo perfino lo spauracchio da dare in pasto all'opinione pubblica attraver-so le campagne allarmistiche dei massmedia. Attaccati da destra e da manca, da politici e giornalisti, costantemente pre-si di mira e minacciati di sgombero, gli squatters, come tutti coloro che devono imparare l'arte di arrangiarsi e difendersi dagli attacchi pres-socchè giornalieri, abbandone-ranno in molti casi l'attivismo sociale per coltivare la sindome dell'assediato. E pur-troppo si chiuderanno a riccio in moderne riserve indiane.

Ora, è vero che nel tempo ci sono state eccezioni ai casi riportati. Sono molti gli spazi che hanno continuato a fare attività sociale, politica e controculturale senza nè scendere a compromessi con le istuzioni, nè trincerandosi dietro logiche da fortino accerchiato. Alcuni hanno scelto la formula "Nè Centro, nè Sociale, nè Squat" per descriversi. Scelta che indica una ri-discussione non solo, ovviamente, dei termini in sè, quanto delle pratiche che tali termini designano.
Parrebbe però che molti dei CSA ancora in vita – seppur con un'esistenza sempre più difficoltosa – non abbiano sviluppato gli anticorpi per i soliti mali che questo genere di esperienze immancabil-mente genera o comunque può ingenerare.
Anzi, sembra che negli ultimi tempi si abbia avuto un mix del peggio di ambe due le forme prima indicate, e cioè CSA legalizzati e Squat. Infatti, noi oggi vediamo molti CSA legalizzati che però intraprendono la strada del ghetto tipica di certi Squat.
Per tutta una serie di ragioni, sempre meno persone frequen-tano i CSA con la volontà di partecipare ad un progetto politico. Semplicemente per-chè spesso il CSA in questione non ha proprio nessun progetto politico suo.
Ciò comporta che molte persone che frequentano il CSA lo facciano per altre ragioni. Che sia per avere un tetto sulla testa, un piatto di pasta a buon mercato o un posto dove andare quando fuori fa freddo, o semplice-mente per farsi una birra lontano dagli occhi dei genitori o una canna lontano dagli occhi degli sbirri, questi possono anche essere motivi comprensibilissimi e nobilis-simi, in un contesto sociale desocializzato (privo, cioè, di aggregati fisici in cui incontrarsi e umani con cui confrontarsi). Ciò non toglie, però, che così il CSA funge puramente da contenitore di malcontento, invece di creare istanze di cambiamento nella società. Anzi, si potrebbe ben dire che forse un tale contenitore di "sfighe" sia persino benvisto dai poteri istituzionali, perchè in tale modo la marginalità sociale (senza tetto, tossici o ex tossici, senza lavoro, precari, stranieri senza permesso di soggiorno, studenti squat-trinati...) viene nascosta all'interno dei CSA e non ha modo di provocare delle pericolose fratture all'interno della società stessa. Insomma, in qualche modo oggi il "lavoro" di molti CSA sembra quello di coadiuvanti dei servizi sociali comunali. Un compito tutt'altro che rivoluzionario.

Le persone che vanno in uno spazio come un CSA dovrebbero avere la consape-volezza di che spazio stanno frequentando. Le "sfighe" ci sono. Inutile negarlo. E sempre più persone ne sono affette, per colpa dei pubblici poteri e del turbocapitalismo globalizzato. Ma perchè ne abbiano consapevolezza, pri-ma di tutto, come detto, lo spazio dovrebbe avere una sua progettualità. Intanto sarebbe meglio non chiamarli più Centri Sociali, perchè così facendo si privilegia già nel nome la preminenza della socialità sul progetto politico. Costruire una socialità senza prendere in considerazione i motivi e le idealità di fondo del perchè farlo e le modalità pratiche nel farlo è come voler costruire una casa senza le fondamenta e senza i mattoni giusti. Ovviamente non sta in piedi.
I momenti di confronto collettivo (le assemblee) dovrebbero cessare, per questo, di essere soltanto momenti tecnici deputati all'organizzazione di eventi e iniziative, ma riprendere la loro dimensione di approfon-dimento teorico, di analisi, di discussione. Spesso non si sa nemmeno come la pensa la persona che ci siede di fianco. Questo perchè è più importante decidere chi va a comprare la birra che prendersi del tempo per ragionare se ci sono delle idee comuni che si possono sviluppare. Alcune persone, poi, potrebbero non avere nessuna voglia di affrontare il discorso e quindi il confronto, di prendere cioè consapevolez-za dell'importanza di una progettualità comune, conti-nuando ad abusare della generale benevolenza che si respira all'interno di un CSA. Queste persone vanno affrontate all'inizio senza puntare il dito contro, perchè sentendosi attaccate potreb-bero reagire con una difesa a spada tratta delle proprie posizioni. Per fare un esempio, chi va a dormire o mangiare in uno spazio autogestito, senza per questo condividerne le idealità e i percorsi pratici, sovente finisce per considerare lo spazio come casa propria e qualsiasi critica come un attacco alla sua proprietà. Una privatizzazione degli spazi che va contro ogni aspirazione di abolizione della proprietà privata. Anche a rischio di apparire brutali, se i tentativi fatti per coinvolgerle fallis-cono, e queste persone proseguono a considerare uno spazio autogestito solo come quattro mura dove fare i comodi propri, vanno fatte accomodare quanto prima possibile alla porta. Con garbo, quando possibile. Con durezza, quando necessario. Con una considerazione, però: che si è persa un'occasione per fare della marginalità sociale consapevolezza politica.

Ci sarebbero altre questioni da dibattere, altrettanto serie, riguardo la situazione all'interno dei CSA. Dal costante pericolo che qualcuno approffitti della mancanza di progettualità politica e coesione interna per fini personali (spaccio, privatiz-zazione ad uso esclusivo degli spazi, etc...) – e in questo caso l'unica risposta possibile sono i calci in culo! – alle derive sessiste che sembrano pren-dere piede per la mancanza di una riflessione seria e ponderata sulle dinamiche di genere e sull'autoritarismo dei piccoli gesti quotidiani, ormai purtroppo considerati come normali e perciò accettati con più o meno disinvoltura.
Certo è che i CSA o quel che ne resta rischiano di diventare soltanto il ricettacolo delle "sfighe" della società, delle peggiori abitudini e vizi, della bramosia astiosa per un angolo di vita da chiamare "mia", dello scatenamento dei mostri che sono dentro di noi. Un'autogestione della miseria e dell'abbrutimento che uccide la possibilità della vera autogestione. Questo non vuol dire assolutamente che le compagne e i compagni anarchic*, libertar* o antiautoritar* ne devono dedurre che è meglio rimanerne distanti o, se presenti nelle assemblee di gestione e partecipanti alle iniziative di questi spazi, ne devono uscire perchè le cose non vanno esattamente, in tutto e per tutto, come vorrebbero. Tutt'altro!
Chiaramente, a volte, la demoralizzazione e la frustra-zione per l'inattività a cui si è forzati anche dall'inedia degli altri è un motivo sufficiente per far desistere anche i più strenui ottimisti. Però va sempre tenuto a mente che i CSA sono spazi dove non esiste – e, forse, dove non può esistere – una caratteriz-zazione politica definitiva e permanente ma sempre si verifica un misuglio di differenti afflati ideali e desideranti. Questo, siamone pur certi, rappresenta la loro forza ma è pur sempre anche la loro grande debolezza. Le compagne e i compagni devono difendere questi spazi, dunque, non perchè luoghi incontaminati ma proprio perchè luoghi dove si assiste ad una contaminazione. Le compagne e i compagni devono vedere in questi spazi luoghi gravidi di possibilità, che purtroppo a  volte riman-gono inespresse al grado di probabilità. Ma occorre difendere gli spazi esistenti anche perchè il loro numero è in drastica quanto costante diminuzione e, una volta perso uno spazio, riconquistarne un altro oggigiorno non è impresa facilissima e più che conquistarlo, ancor più diffi-cile è il tenerlo. Le compagne e i compagni dovrebbero dunque partecipare quanto più possibile, cercando di rimane-re sè stesse e sè stessi, cercando cioè di portare la propria esperienza, le proprie capacità, le proprie critiche, i propri contenuti ed insieme cercando di combattere in modo deciso quelle degenera-zioni potenziali di cui abbiamo scritto. Partecipandovi, appun-to, da anarchic*, da libertar*, da antiautoritar*.
Cioè realizzandovi quanto più è possibile del loro pensiero e delle loro pratiche. Senza scoraggiarsi troppo quand'anche dovessero ritro-varsi in minoranza ma sforzandosi, anzi, di essere minoranza agente.

La sinistra inesistente

 La miscela di xenofobia, paura del terrorismo, angoscia per l'avvenire, inflazione dei salari reali, precariato lavorativo e sociale, han fatto sì che le politiche esplicitamente razziste proposte dai partiti "populisti" o esplicitamente fascisti, oppure apportate praticamente dai governi e dalle istituzioni nazionali e sovranazionali come L'Europa, non stiano incontrando nel nostro quotidiano apparentemente nessuna forma di contrasto.
Mentre gli eventi cardine di questi ultimi decenni – l'11 settembre 2001 e la "crisi" economica del 2008 – hanno ingenerato paure, risentimenti ed enormi ingiustizie sociali, i governi che si sono succeduti, di destra come di sinistra, non hanno fatto altro che continuare a chiedere sacrifici a beneficio del capitale privato, delle banche e delle multinazionali. In questo scenario, le forze di sinistra, anche la sinistra cosiddetta radicale, si sono trovate a recitare la parte o di cogestori di questo marcio sistema neoliberale oppure di comprimari sostanzialmente incapaci di elaborare una critica ed una tattica efficacemente alternative. Ciò ha permesso alle destre estreme e all'insieme dei movimenti "populisti" e neofascisti, sovranisti e identitari, fino a quelli "rossobruni", di giocare la loro parte nello scacchiere e aumentare i propri consensi, per mezzo di slogan apparentemente "antisistema" di semplice presa e campagne xenofobe che vanno ad alimentare il già presente risentimento nei confronti degli immigrati e dei profughi, diventati il principale caprio espiatorio di questa situazione piuttosto che individuarne, come sarebbe opportuno, degli oppressi.
A chi fugge da miseria, dittature, saccheggio del territorio, deterioramento dell'ambiente in cui vive e guerre – conflitti ed effetti quasi sempre responsabilità di questa parte del mondo – e riesce fortunosamente a raggiungere l'Europa scampando alla morte, viene addebitato di tutto: dalla competizione sleale sul mercato lavorativo e nel walfare, al propagarsi di malattie, dall'estensione del crimine fino al terrorismo. In tutto questo il ruolo dei padroni, dei profittatori, dei politici e dei capitalisti di casa nostra non emerge mai. Non è loro la colpa. Anzi, questi sono ben lieti di unirsi al coro e di partecipare a questa nuova caccia alle streghe nei confronti degli immigrati. Padroni e politici sanno che finchè la massa esasperata si scaglia contro gli immigrati loro possono dormire sonno tranquilli, perchè la rabbia sociale non se la prenderà mai con loro, che sono i diretti responsabili delle condizioni di precarietà in cui tutti viviamo, italiani e stranieri insieme.
Ma una buona parte di responsabilità per quanto succede è, appunto, della sinistra istituzionale, parlamentare (anche quando, non per sua scelta, è costretta ad essere extra-parlamentare), legalitaria e sostanzialmente liberale, così come si è presentata in occidente almeno negli ultimi 20-30 anni (per essere buoni). Questa "sinistra" fra virgolette, una sinistra inesistente, e che ha ormai segnato il fallimento delle politiche che diceva di perseguire, cioè l'inclusione nella "società del benessere" di ampi strati popolari. Il capitalismo a cui questa sinistra aveva aderito con passione si è dimostrato impossibilitato a creare condizioni più giuste per tutti. E non poteva essere altrimenti. Solo gli idioti hanno creduto davvero alla favola del capitalismo sostenibile o dal volto umano. Il capitalismo è sempre ingiustizia sociale ed economica fatta pagare sulla pelle delle categorie e delle classi più esposte. E così con il disvelamento della sua natura intrinseca, a partire soprattutto dalla "crisi" economica del 2008, che in realtà è stata solo un riassetto di sistema da parte del capitalismo, anche le forze politiche che lo avevano sostenuto sono finite per essere giustamente colpite dal discredito delle masse popolari, che ora però si rivolgono alle forze reazionarie e xenofobe che gli offrono una presunta quanto impossibile possibilità di rivalsa attaccando chi sta peggio di loro.
Ora c'è chi cerca di mettere una pezza e correre ai ripari riproponendo la solita minestra riscaldata della sinistra inesistente. Così prendono vita nuovi e insieme vecchi partiti "Democratici e Progressisti", ma anche vaneggiamenti su un partito dei sindaci partorito da un Pisapia o da un De Magistris, per non dire dei tentativi risibili di togliere le ragnatele da quel che resta della dispersa sinistra radicale (ma radicale quando?), sempre più alla vana ricerca di autore (pensando di poterlo trovare in un Landini, che a capo della Fiom-Cgil ha recentemente sottoscritto un contratto dei Metalmeccanici che è stato da più parti indicato come il peggiore di sempre). Nell'ambito sindacale, poi, le cose vanno ancora peggio; la triade confederale è ormai organica al sistema di spartizione del potere e non garantisce più il sostegno ai lavoratori ma il loro sfruttamento, contrattando con i padroni la perdita costante dei lori diritti in cambio di una fetta della torta, mentre i sindacati di base sono così frastagliati e menomati nella possibilità di un loro reale intervento che spesso non contano proprio nulla.
C'è ancora chi crede alle favole di questa sinistra inesistente?
Ci chiediamo che differenza passi tra un Bersani, ex dirigente della CMC, che quando era ministro privatizzava tutto il privatizzabile e anche il non privatizzabile e un Renzi che col suo Jobs Act ha abolito l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori sui licenziamenti per giusta causa; tra un D'Alema che da presidente del consiglio bombardava la ex Jugoslavia e i governi, anche quelli di centro-sinistra, che in questi anni hanno partecipato alle svariate guerre imperialistiche in medio-oriente e in nord africa; tra il "pacchetto Treu" che legalizzava il precariato e la flessibilità voluto negli anni '90 da un governo di centro-sinistra sostenuto dalla sinistra radicale e il già ricordato "Jobs Act" del governo Renzi; tra quelli che ieri erano al governo Prodi e istituivano i CPT con la legge Turco-Napolitano e il piddino Marco Minniti che oggi da ministro degli interni vara un pacchetto che prevede la riapertura dei CIE (col nuovo nome di CPR) e una nuova serie di misure repressive contro la povertà e la dissidenza interne.
E per estendere il dato al mondo occidentale, che diffenza c'è tra tutta questa bella gente che abbiamo nominato e i Bill Clinton, i Tony Blair, i Matteo Renzi, i Francois Hollande, tutti esponenti di punta della sinistra inesistente, di nome democratici o socialisti ma in realtà tutti egualmente liberisti e guerrafondai, o tra questi ultimi e un esponente di un qualsiasi partito della destra europea? Non c'è nessuna differenza, infatti!
Trump in America, la Brexit in Inghilterra, l'ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia e quella dei movimenti sovranisti e nazionalisti in tutta Europa, è "merito" anche di questa sinistra inesistente, che ha sposato l'idea neopositivista del capitalismo, del mercato e del progresso economico-tecnologico infinito. E dall'altra parte ha puntato tutto sulla politica di palazzo e sulle discussioni istituzionali, trascurando del tutto la dimensione sociale dal basso. Ma la gente è stanca di una condizione esistenziale vissuta come precaria. Anche quando non è veramente precaria, in molti sentono di non poter garantire a loro stessi e alle persone più vicine una certezza per il futuro e inoltre hanno la sensazione di non poter decidere nulla, spodestati come sono nelle loro decisioni da istituzioni che decidono al posto loro senza consultarli mai. È la stessa idea di democrazia rappresentativa, come è chiaro, ad essere in crisi: essa non riesce a rappresentare le istanze di miglioramento insite nella società, così ingenera in malgoverno e in malcontento. Questo malcontento oggi trova sfogo nello stigma e nella criminalizzazione degli immigrati ma domani non si sa come potrebbe evolvere (o involvere). È chiaro che la forma rappresentativa, che ha servito così bene per anni l'infame sistema capitalista, oggi non è più il contenitore politico adatto del capitalismo moderno. Parte del capitalismo medesimo sta cercando un contenitore che gli vada meno stretto, per poter meglio continuare nella sua parabola accentratrice, predatoria e ormai globale. La retorica dei movimenti "poulisti" di destra si rivelerà solo essere un comodo paravento, un teatrino messo in scena per recuperare questo malcontento, in attesa di trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia autoritaria. O, meglio, ancora più autoritaria di ora. Il che avverrà e, anzi, sta già accadendo. Allora il disvelamento sarà completo e il capitalismo getterà la maschera democratica con tutte le sue pur limitate garanzie, e ricorrerà ancora una volta a quella forma statale che va sotto il nome di fascismo, che è sempre stato una forma estrema di statolatria mista ad un liberismo totalitario a difesa della propriatà privata.
Solo allora qualcuno reciterà il "mea culpa". Ma certo non servirà per diminuirne le responsabilità di fronte alla storia.


A.

Un libro sulla morte di Pinelli e la strage di Piazza Fontana

 E' del dicembre 2016 la pubblicazione, da parte delle Edizioni Colibrì di Milano, di un bel libro sulla vicenda della strage alla Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e sulla figura del ferroviere anarchico Giuseppe “Pino” Pinelli, che troverà la morte tre giorni dopo, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, durante un fermo illegale. Un altro libro su questa vicenda? Sì, un altro, perché evidentemente, anche se sulla strage di piazza Fontana e sull'uccisione di Pinelli sono stati scritti diversi libri ed è ormai consolidata nella memoria la tesi della “strage di stato” e del ruolo della manovalanza neofascista nell'esecuzione della medesima, alcuni aspetti della stessa vicenda non sono ancora stati completamente sviscerati e quindi conosciuti dal grande pubblico. Ed infatti, il libro – “Pinelli. La finestra è ancora aperta”, 269 pagine – scritto dall'avvocato Gabriele Fuga, attivo da anni nella difesa legale dell'area libertaria, e da Enrico Maltini, organizzatore di vari comitati di difesa dei compagni arrestati nonché partecipante con Pinelli alla Crocenera Anarchica (struttura di controinformazione e assistenza dei detenuti politici) e scomparso a Milano nel marzo 2016, ha il merito di presentare al lettore nuove prove a carico dell'apparato statale emerse a partire dal 2011, quando la “Casa della Memoria” di Brescia ha iniziato a digitalizzare migliaia di documenti, deposizioni, interrogatori, atti giudiziari e fonti d'archivio che così ora sono potuti diventare accessibili ai ricercatori e agli storici. Molti di quei documenti sono quelli, desecretati o provenienti da fascicoli debitamente celati e nascosti per anni, appartenenti all'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni (UAAR) - vera e propria centrale dei servizi segreti civili e regia italiana di quella che è stata chiamata “Strategia della tensione” tra anni '60 e '70 del secolo trascorso - presieduto da Federico Umberto D'Amato, massimo referente di allora in Italia della NATO. Il libro, ben documentato con foto, carte e materiale d'archivio, tra i quali appunto alcuni documenti rivenuti casualmente in un deposito abbandonato sulla via Appia di Roma nel 1996, ci mostra fino a che punto e a che livelli era presente la volontà di incriminare gli anarchici per la strage di Piazza Fontana con l'intento di colpire tutto il movimento di contestazione del potere di allora e ridisegnare gli assetti istituzionali imprimendo una svolta autoritaria col pretesto del “pericolo comunista”. Una strategia che partiva dall'alto, come ben dimostra il lavoro dei due autori, che chiama in causa, sulla scorta di uno studio attento dei documenti e dei fascicoli ritrovati, i più alti dirigenti del UAAR di allora, alcuni dei quali rimasti fino ad oggi nell'ombra nei lavori dedicati. Questi alti dirigenti e funzionari dello stato erano presenti a Milano, nella questura, con una pletora di uomini alle loro dipendenze, immediatamente dopo la strage anche se nei lavori svolti era finora emersa la presenza del solo Elvio Catenacci, ufficialmente in veste di ispettore del Ministero degli Interni. In realtà queste figure ebbero il totale controllo dell'inchiesta sulla strage e una vasta influenza sulla sua conduzione, anche perché i dirigenti degli UAAR erano “gerarchicamente superiori” rispetto ai funzionari della questura. É quindi non a caso che gli autori del libro si chiedono quale ruolo veramente ebbero in quei giorni nella morte di Pinelli e nell'arresto dell'anarchico Pietro Valpreda. Molto peso è dato, dagli autori, alla figura di Silvano Russomanno: fascista, al suo attivo un passato nella Repubblica di Salò e in un battaglione nazista, braccio destro di D'Amato all'UAAR –  diventerà poi vicedirettore del SISDE dopo lo scioglimento nel 1974 dell'UAAR, anche se risulterà condannato per sottrazione di prove in relazione alla strage – , Russomanno verrà interrogato dagli inquirenti per la sua presenza nella questura di Milano solo nel 1997. Inutile dire che, come molti altri suoi colleghi, si dimostrerà reticente e si trincererà dietro il solito silenzio di stato, ovvero la scappatoia giuridica che garantirà negli anni ai responsabili delle trame “occulte” la pressoché totale impunità e, anzi, avanzamenti di carriera. Russomanno era anche il compilatore di un saggio sul terrorismo, inviato alle questure, che attribuiva agli anarchici – indicando fra l'altro il nome di Valpreda e altri anarchici del suo gruppo –  numerosi attentati come quelli ai treni e alla fiera di Milano dell'estate '69, precedenti alla strage del dicembre, episodi per cui venne dimostrata più tardi la mano dei fascisti padovani di Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura. Risulta evidente come Russomanno, amico personale del capo della polizia politica della questura di Milano, Antonino Allegra, sia stato uno dei registi sul campo della tesi precostituita della colpevolezza degli anarchici nelle stragi, tentate o riuscite (come quella, appunto, dell'ordigno alla banca di Piazza Fontana con 16 morti) e abbia fornito di fatto una copertura ai neofascisti di Ordine Nuovo, anche con atti determinanti per le indagini, come la fabbricazione di falsi indizi e la sottrazione di reperti che avrebbero potuto portare all'individuazione dei veri esecutori.
Spesso si è parlato a sproposito di “settori deviati” e “corpi separati” in considerazione della ricorrenza a certe pratiche da parte dei servizi segreti e degli apparati statali ma sono gli stessi autori del libro a chiarire meglio il ruolo di queste strutture dello Stato: “Dimentichiamoci che l'Ufficio Affari Riservati sia stato, allora né mai, una struttura “deviata”, concetto evidentemente privo di senso, e tantomeno fu un “corpo separato”, altro evidente non senso. Gli Affari Riservati furono una struttura istituzionale dello Stato Italiano, facente capo al Ministero dell'Interno. I servizi segreti si chiamano così perché sono segreti ai cittadini, non ai vertici e nessuno Stato al mondo consente ai suoi servizi di “deviare” dai compiti cui sono delegati. (…) Se si vuole un'attenuante per la politica criminale degli UAAR e dei suoi referenti, la sola possibile è la sovranità limitata – ma complice – dell'Italia di quegli anni nei confronti di una soverchiante politica atlantica, ancora ossessionata dal pericolo comunista”.
Nel libro si da conto che l'ex vicedirettore dell'UAAR Guglielmo Carlucci confermò, in un interrogatorio del 1997 riguardante l'istruttoria del giudice Carlo Mastelloni di Venezia su una vicenda collaterale, i rapporti strettissimi e continuati tra Federico Umberto D'Amato, capo degli UAAR e Stefano Delle Chiaie, capo della formazione neofascista Avanguardia Nazionale e giustamente indicato come stipendiato del Ministero dell'Interno. Un rapporto sempre negato in vita da D'Amato. Queste le testuali parole di Carlucci: “Ricordo di Delle Chiaie il quale veniva sempre da D'Amato sia quando questi aveva l'incarico di vice Direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell'Ufficio di D'Amato e qualche volta ho assistito anche io ai colloqui. Lo agevolavamo per i passaporti, porto d'armi e quant'altro di competenza della Questura. D'Amato nel corso dei colloqui prendeva appunti e poi li passava a chi di competenza per lo sviluppo. Nel 1966 allorché io pervenni al Viminale il rapporto tra D'Amato e Delle Chiaie era già in corso”.
Non è un segreto che gli Affari Riservati avevano ereditato il proprio modello – che prevedeva propri informatori, organizzati in squadre territoriali, dirette localmente da personale proprio dell'Ufficio, totalmente sganciato dalle questure locali – dall'OVRA fascista (Organismo Vigilanza e Repressione Antifascismo).
Nel libro sono poi affrontate altre questioni: l'impiego di spie ed infiltrati nei movimenti da parte della direzione di polizia e degli UAAR, la morte del commissario Luigi Calabresi e testimonianze che riguardano la morte del “commissario finestra”, come veniva chiamato ai tempi Calabresi, indicato dalla stampa antagonista come l'assassino di Pino Pinelli. Spunti di lettura che aprono riflessioni e studi ulteriori.
Nell'insieme un buon libro sulla storia recente italiana, che andrebbe difesa dalle troppe dimenticanze di questi ultimi anni, in cui spesso si scorda che il vero terrorismo stragista con morti e feriti in Italia è sempre stato quello di stato e che il ruolo essenziale dei fascisti è sempre e unicamente quello di utili idioti dell'ordine costituito.


A.

La “sicurezza partecipata” e il ruolo infame delle associazioni di volontariato sul territorio ferrarese.

 In mezzo al clamore mediatico e al delirio di massa attorno al caso dell'ormai famoso “Igor il Russo” (che è poi di nazionalità serba, ma tant'è!), leggiamo sui giornali e siti locali ferraresi della stipula della Convenzione per la “Sicurezza partecipata” tra Comune di Ferrara, questura e alcune associazioni di “guardie volontarie” del territorio ferrarese, che ha preso formalmente l'avvio dal 26 marzo 2017. La convenzione è stata finanziata con 10mila euro da parte dell’amministrazione comunale. Polizia Municipale, Polizia Provinciale e Polizia di Stato hanno svolto invece il compito di provvedere alla formazione delle Guardie Giurate Volontarie che “potranno vigilare e presidiare sulle aree cittadine oggetto dei segnalati fenomeni di degrado”, col supporto delle Forza di Polizia tradizionali. Sabato 25 Febbraio, infatti, sono terminati gli incontri di formazione e aggiornamento, organizzati nel Comando della Polizia Municipale Terre Estensi, che hanno visto la partecipazione “convinta ed attiva” di 100 Guardie Volontarie delle tre Associazioni convenzionate: Guardie particolari giurate volontarie g.e.v. , Nucleo Agriambiente Ferrara e sva Legambiente (rispettivamente con 50 dal Gev, 20 da Agriambiente e 30 da Legambiente).

Obiettivo ufficiale del progetto: l’educazione e il rispetto della legalità per la salvaguardia dell’ambiente, il contrasto al degrado e l’osservanza delle norme sulla tutela degli animali. “Il progetto – si legge infatti sul sito del Comune di Ferrara in una nota congiunta con la questura - è finalizzato al coordinamento comunale in materia di Vigilanza Ambientale esercitata dalle Guardie Particolari Giurate Volontarie presso i siti individuati nel territorio comunale”(http://www.cronacacomune.it/notizie/30118/presentazione-e-firma-della-convenzione-per-la-sicurezza-partecipata.html) . Ma il vero obiettivo, aldilà dell'ufficialità, è un altro e lo troviamo scritto nero su bianco nel passaggio successivo, quando si afferma che “concretamente, si tratta della realizzazione di un progetto fortemente voluto dal Questore della Provincia di Ferrara nell'ambito di quell'alleanza, possibile e necessaria, tra pubblico e privato, tra Forze dell'Ordine e Guardie Giurate volontarie in questo caso, che, pur rimanendo nell'ambito dei loro poteri e senza esposizione a profili di rischio, possono contribuire alla necessaria rivalutazione di alcuni quartieri della città, nell'ottica che vede la riqualificazione come una delle ricette per combattere la micro-criminalità”. Ma si va anche ben oltre e infatti nel sito della Polizia di Stato  si dice chiaramente che i volontari verranno impiegati anche per “porre particolare attenzione a comportamenti che generino situazioni critiche che potrebbero manifestarsi in alcuni quartieri della città dove la microcriminalità è più densa”(http://questure.poliziadistato.it/it/Ferrara/articolo/135258b6e8ab5b0ee779198961).

Insomma, se le parole hanno ancora un senso, le guardie ecologiche volontarie serviranno ad implementare l'organico delle forze di polizia in materia di sicurezza e ordine pubblico in quei quartieri indicati come “critici” o “degradati” e perciò “da riqualificare” (magari bonificandoli dai soggetti indesiderati come senza tetto, nuovi poveri e immigrati). Quartieri che si dice essere “interessati negli ultimi periodi da fenomeni di degrado ambientale e urbanistico, causati anche dalla presenza di gruppi di soggetti che, ponendo in essere ripetute condotte illecite, non consentono la libera fruizione degli spazi pubblici destinati ai cittadini ferraresi” (sempre su http://www.cronacacomune.it/notizie/30118/presentazione-e-firma-della-convenzione-per-la-sicurezza-partecipata.html). E quali saranno mai questi “gruppi di soggetti” è facile immaginarlo, dato che i quartieri in questione (innanzi tutto zona Gad e zona Stazione) sono quelli da qualche tempo presi di mira dalle campagne xenofobe e securitarie di sedicenti comitati di cittadini; comitati in realtà egemonizzati da politicanti destrorsi e leghisti che possono così dar libero sfogo al loro malcelato razzismo nei confronti delle persone immigrate residenti o frequentatori di quei quartieri e dei loro parchi. Nuovi sbirri, dunque, che si vanno ad affiancare a quelli in divisa per “fornire un valido supporto all'operato delle Forze dell'Ordine nell'attività di controllo e vigilanza del territorio, sebbene limitato alla sola osservazione e/o all'allertamento per ciò che attiene la possibile consumazione di reati o per fornire spunti alle attività investigative”

Anche sul giornale on-line estense.com leggiamo che le “Guardie giurate volontarie entreranno in servizio nel quartiere più critico della città per garantire decoro, pulizia e sicurezza urbana (…) Gli operatori, infatti, non si occuperanno solo del verde pubblico ma il loro impiego “sarà fruttuoso anche sotto il profilo della sicurezza” sottolinea il questore Antonio Sbordone che ha fortemente voluto questi ‘alleati’ perché rappresentano una “presenza qualificata in più sul territorio”. L’uniforme si affianca quindi alla divisa” (così è scritto, parola per parola su http://www.estense.com/?p=593865).

E puntualmente, con una Comunicazione a cura della Polizia Municipale “Terre Estensi”, dal Comune di Ferrara ci fanno sapere che ad un mese dalla firma della convenzione, si hanno avuti “32 servizi con l'impiego di 76 Guardie Particolari Giurate Volontarie appartenenti alle tre diverse associazioni” e che “sono state contestate dai vari gruppi di volontariato anche 5 violazioni di cui una per l'abbandono sul suolo pubblico di deiezioni animali, una per non avere iscritto il proprio animale all'anagrafe canina e tre per inottemperanza al divieto di accesso con i cani nelle aree verdi pubbliche (…) Inoltre, nell'espletamento di questi servizi, le Guardie Particolari Giurate Volontarie hanno proceduto anche ad alcune decine di verifiche sulla presenza di microchip nei cani”. Ma che bravi! Ma veniamo anche a sapere che “è stata inoltre sorpresa una persona di anni 49 di nazionalità marocchina, che espletava le proprie esigenze fisiologiche fuori dai luoghi a ciò destinati. I volontari, non avendo la qualifica per sanzionare queste violazioni, hanno bloccato l'uomo fino all'arrivo della Municipale, chiamata sul posto come prevede la convenzione, che ha infine verbalizzato l'accaduto”. (http://www.cronacacomune.it/notizie/30964/primo-bilancio-della-convenzione-sulla-sicurezza-partecipata.html).
E qui invitiamo a rileggere la frase e a riflettere sul significato profondo di quel rimarcare la nazionalità “marocchina” della persona “bloccata”. In quel significato, infatti, sta la natura stessa del progetto di “sicurezza partecipata”.

E per finire in bellezza, apprendiamo che le Guardie volontarie che “hanno pure il compito di osservare e segnalare alle forze dell'ordine eventuali attività delittuose (...) hanno inviato numerose segnalazioni alla Questura di Ferrara con l'indicazione di situazioni e veicoli sospetti, successivamente gestite per le opportune indagini”.

Il progetto, che assicura “una pattuglia quasi quotidiana per 3-4 ore” avrà un periodo sperimentale di sei mesi, al termine del quale il questore spera di poter “allargare il progetto ad altre associazioni” per permettere di perseguire gravi delitti come le pisciate dietro i cespugli o l’abbandono di lattine di birra, che sembra il maggiore cruccio del sindaco PD, Tiziano Tagliani, ormai nel ruolo di competitor del leghista Nicola Lodi. E soprattutto per dare il senso di una città costantemente vigilata, che mette al bando ogni comportamento giudicato scorretto anche quando non espressamente considerato come reato ed in cui anche il semplice cittadino recita il ruolo del poliziotto. Una città in cui, mentre sempre più gente rimane senza una casa e si muore di tumore grazie alla triplicazione dell'inceneritore voluta dal PD, magicamente cura del verde e repressione sociale diventano una cosa sola, all'insegna della formula magica della lotta al degrado! Formula buona per tutti gli usi, da parte della destra più estrema come dell'area piddina in cerca di consenso fra un'opinione pubblica sempre più preoccupantemente destrorsa e razzista.

Ma bisogna stare attenti, perché a volte a giocare a fare le guardie ci si può anche rimettere e l'incidente sul “lavoro” o i “profili di rischio” sono dietro l'angolo. Infatti sappiamo che una delle vittime uccise a colpi di pistola, a quanto si dice, da “Igor il Russo” è proprio una guardia ecologica volontaria di Legambiente, che stava svolgendo un pattugliamento con un agente della polizia provinciale nell'area ferrarese della campagne del Mezzano, nel comprensorio del comune di Portomaggiore. Il mese scorso avrebbe dovuto ricevere la premiazione dal questore di Ferrara ad una cerimonia proprio nell'ambito dell'apporto dei volontari al progetto di sicurezza partecipata.  (http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2017/04/09/valerio-verri-guardia-ecologica-legambiente-ucciso-da-igor-il-russo_49daa807-1f3a-4dad-93b6-4896fcbf21a4.html).


Maggio 2017