Contenuto principale

SUL VOTO

Abbiamo tutte/i infiniti motivi per non andare a votare. Nessuna/o che abbia un minimo di aderenza alla realtà CREDE ancora che
il voto democratico, che la rappresentanza parlamentare e le istituzioni ad
esse collegate abbiano più il seppur minimo valore. La gente che decide delle nostre esistenze (e di quelle del pianeta intero)
scrive le sue sanguinose trame seguendo poteri ben diversi e ben lontani dalla
“sovranità popolare” che ci sbandierano (vedi banche, multinazionali, eserciti,
finanza internazionale, in una parola: il capitalismo). Il voto è un mercato come un altro che serve a frammentare e distrarre le per-
sone, non a renderle attive nelle decisioni. Sedicente politici di professione e nuovi arrivati del mestiere (vedi la proliferazio-
ne delle migliaia di liste civiche) cercano di vendere la propria credibilità e le
proprie promesse: basti notare la somiglianza raggelante tra un manifesto elet-
torale e una qualsiasi reclame pubblicitaria. In opposizione ai “grandi vecchi” inamovibili dai palazzi di potere adesso si av-
vicendano i “nuovi che avanzano” caratterizzati da arroganza, populismo becero
e a tratti ridicolo che dicono di portare il nuovo (in ogni cartello elettorale o quasi
usano la parola “rivoluzione” o suoi derivati nel tentativo di espropriare il signifi-
cato che queste parole hanno) quando invece sono loro i più strenui ed efficaci
difensori del “vecchio”: proporsi come “rinnovatori dall'interno” di un sistema che
non si può e non vuole cambiare è l'ultima arma in mano al sistema stesso per
trarci in inganno ancora una volta. Questo mondo e i metodi con cui si protrae deve essere distrutto e dimenticato,
non riformato perchè non cresce nulla in un deserto.   Ma anche se il voto funzionasse, anche se i rappresentati rappresentassero
davvero il popolo, anche se la politica e la democrazia fossero possibili senza
corruzione e senza violenze (e non lo è, basta vedere ogni democrazia del mon-
do esistente) saremmo sempre contrari a delegare la nostra vita a una schedina. Il voto democratico è una singola (fasulla!) scelta che ti priva di tutte le altre. Non accettiamo che nessuno rappresenti il nostro volere. Solo mettendo in
pratica individualmente e collettivamente le nostre idee e le nostre tensioni pos-
siamo essere felici e realizzati come individui. Anche se la democrazia funzionasse come loro dicono (e non funziona) ci sca-
glieremo contro di essa perchè nessuno ha la superiorità, il potere, la legittimità
per decidere delle nostre vite e dell'ambiente in cui viviamo.   L'UNICA SOLUZIONE PER NOI PER ESSERE SERENI, VIVI,
REALIZZATI E LIBERI E' L'AUTOGESTIONE DELLE NOSTRE VITE E
L'AUTORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITA' IN CUI VIVIAMO! NESSUNA DELEGA, NESSUN POTERE...E POI SE VAI A VOTARE NUN
TE LAMENTA'!

SUL MONDO CARCERIZZATO

UNA SOCIETA' CHE HA BISOGNO DI PRIGIONI
E' ESSA STESSA UNA PRIGIONE.
Se ciò che si origina è simile a ciò che l'ha originato, allora un carcere può
nascere solo dalla mentalità oppressiva di una società che è essa stessa
carcere. La società in cui viviamo si fonda sulle punizioni e sul controllo, su ruoli presta-
biliti; fin da bimbi a ben pensarci, l'educazione che subiamo è basata su premi
e punizioni. Le nostre vite sono scandite da orari fissati da altri (come in carcere), le nostre
strade sono sorvegliate da agenti armati e videocamere (come in carcere), i
nostri futuri hanno solo le alternative che il nostro portafoglio ci permette (come
nel carrello del carcere), le nostre possibilità derivano da permessi che chi ci
comanda ci da o ci nega (come in carcere). Certo il tutto viene edulcorato dalla
retorica democratica che ci ha convinti che siamo liberi (perchè possiamo sce-
gliere cosa comprare, ubriacarci la sera, fare una settimana di vacanza all'anno)
ma l'impianto sociale è sostanzialmente identico dentro e fuori le mura di quegli
inferni (prigioni, lager per migranti ossia i CIE, riformatori, OPG): barriere, limiti,
punizioni, frustrazioni. Lottare contro il carcere è lottare contro un'idea, l'idea che la giustizia si possa
ottenere attraverso scritte su carta (leggi) e manganelli, l'idea che un muro possa
risolvere un problema, l'idea che la libertà sia un privilegio che chi detiene il
potere concede a chi gli fa comodo, e non un fatto naturale inscindibile da ogni
individuo, come respirare. Il carcere è un baluardo della società in cui viviamo. È evidente infatti che oggigiorno non si ubbidisce alla legge per rispetto o fiducia
nel suo esercizio, ma quasi sempre solo per timore delle conseguenze della
trasgressione: denunce, multe, prigionia. Senza questo deterrente, senza la violenza cieca e assassina delle guardie e
degli eserciti, senza il potere brutale dei governanti che tutto devastano e sac-
cheggiano, non potrebbe reggersi in piedi un mondo fondato sul privilegio. Il carcere, la paura che instilla, fa sì che gli sfruttati abbiano timore di ribellarsi. Lottare contro il carcere è lottare contro la paura di prendersi e vivere la Libertà. Sicuri che quello che ci hanno abituato a chiamare “crimine” abbia sostanzial-
mente una ragione sociale (sia che si parli di spaccio di droga, di assassinii,
di stupri etc) siamo altrettanto sicure che per evitare che le nostre vite siano
costellate da così tanto marcio e sopruso si debba stravolgere radicalmente
l'idea stessa che abbiamo di vita collettiva: utopico? Idealista come la pretesa
di abbattere una prigione? Ma se non si vive per ricercare gioia e libertà, e per
lottare per esse se ci vengono negate, per cosa ha senso essere vivi?! APPOGGIAMO con le nostre iniziative la mobilitazione nazionale lanciata dal
“Coordinamento dei detenuti” in solidarietà ai/alle prigionieri/e in lotta, per le
giornate dal 10 al 30 settembre. Il coordinamento, nato dopo una rivolta nel carcere Buoncammino di Cagliari,
a seguito dell'ennesimo pestaggio da parte dei secondini, vuole porre pubbli-
camente il problema dell'inferno carcerario: i regimi di tortura dell'isolamento
del 41bis e del 14 bis, e le condizioni disumane di igiene e trattamento dei/del-
le detenuti/e.
IN PERIODI DI CRISI SOCIO-ECONOMICA COME QUESTO
IL CARCERE E' UNA PROSPETTIVA CHE CI COINVOLGE TUTTI:
sempre di più infatti sono i comportamenti fino a ieri ritenuti “normali” e ora
puniti al fine di soffocare sul nascere ogni aspirazione di libertà; sempre in
aumento le carceri (una dovrebbe sorgere anche a Forlì, nel quartiere “Quattro”),
segno che non c'è nessuna volontà di “prevenire”, ma solo di cacciare sempre
più gente in cella. CONTRO OGNI GABBIA E CONTRO LA SOCIETA' CHE LE NECESSITA! SOLIDARIETA' E COMPLICITA' Ax DETENUTx IN LOTTA!

SULLA GUERRA TRA POVERI

Queste parole vogliono dare qualche spunto di riflessione sui giorni che 
stiamo vivendo, sulle trasformazioni sociali che passano affianco e dentro
la nostra esistenza, delle quali spesso non ci accorgiamo o peggio non ce
ne importa nulla, anche quando ne va della nostra libertà. Partendo da una parole o un'espressione forse è più facile chiarire i termini
di un discorso molto ampio...
GUERRA TRA POVERI Intendiamo per guerra tra poveri un fenomeno che è già realtà. Guerra tra poveri è l'autista che prende 1100euro al mese che si accanisce
con l'immigrato che non paga il biglietto, il controllore infame che multa altri
poveri per arricchire e compiacere i ricchi padroni di Ferrovie dello Stato; il
cassiere che denuncia chi ruba dallo scaffale dell'alienante super mercato;
l'onesto e bravo cittadino che fa la spiata alla Questura se vede due figure
“sospette” aggirarsi vicino a una banca... Poveri che, per lavoro o per indottrinamento, fanno la guardia al patrimonio
dei ricchi che li comandano. Patrimonio del quale non usufruiranno mai. In questa guerra, come in ogni guerra, c'è una parte più, più attaccata, più
“scoperta”. Gli ultimi, gli esclusi, i reietti, i facili capri espiatori. I migranti, sotto il ricatto costante di pezzi di carta che sanciscono se essi
possono esistere o meno in Italia (permesso di soggiorno) e sottoposti a
episodi di discriminazione quotidiana. I diseredati, che non posseggono denaro e quindi non hanno diritto a vivere
in questo mondo. I sovversivi, che non si arrendono alla tragedia di questa società che sta
distruggendo il pianeta e agiscono senza lamentarsi o delegare, cercando
di stravolgere il presente. Una guerra ha sempre anche i suoi soldati volontari. Questi sono, oggi come
novant'anni fa, i fascisti. Ai tempi del tristemente noto “ventennio” bastonavano scioperanti, distrug-
gevano Case del Popolo e assassinavano sindacalisti e rivoluzionari, oggi,
in maniere (ancora) più blande il copione si ripete. Ubbidienti servi dei partiti o organizzazione a cui sono asserviti propaganda-
no tra la gente facile odio contro “i diversi” (per colore, luogo di nascita, idea
politica, preferenze sessuale etc), attaccandoli fisicamente (agguati, accoltel-
lamenti, pestaggi, incursioni con mazze e pietre nei negozi gestiti da migranti)
e d'altro canto proclamandosi tutore dell'ordine e della morale politica, in un
paese in cui oramai corruzione e “caos” imperversano. I fascisti di oggi da un lato occupano case per famiglie (solo italiane) e orga-
nizzano cene di beneficenza, si candidano al governo e stringono alleanze
di palazzo coi soliti potenti, dall'altra stanno nelle strade armati e addestrati
in cerca di “prede”, radunano gruppi punk-rock neonazisti da tutta Europa,
vanno a combattere in trasferta coi nazisti Ucraini (il caso di Francesco
Fontana, membro di Casa Pound).

Leggi tutto: SULLA GUERRA TRA POVERI

LA RESISTENZA OGGI E' RESISTENZA URBANA

Se da un lato è assolutamente vero e grave che esistono tutt'oggi gruppi che 
si rifanno esplicitamente all'ideologia fascista o addirittura nazista (basti
pensare a Forza Nuova o Alba Dorata) è però altrettanto vero che la demo-
crazia ha fatto di tutto per non ostentare una “forma” fascista del suo potere
ma per mantenere invariata la ferocia con cui repirme, punisce, opprime gli
individui. Il potere, così ridisegnato e spacciato come “volontà del popolo”
(o meglio, della maggioranza votante del popolo) è spesso ancora più peri-
coloso di quello dichiaratamente fascista perchè ammantato di quelle
“garanzie democratiche”che dovrebbe assicurare pace, giustizia, equità,
libertà. Parole queste ultime che loro, chi ha fatto le regole del gioco e ne
detiene le redini, hanno ridisegnato a uso e consumo di questo mondo. Se qualcuno ancora vuole crederci non saremo noi a destarlo dal suo torpore. Il fascismo però è evidentemente vivo in democrazia, si può dire che ne sia
la logica e storica prosecuzione e che l'ipocrisia democratica (elezioni, forma-
le libertà di consumo, diritto legale) e la spudoratezza violenta fascista (carceri,
polizia, servizi segreti, eserciti, leggi del codice Rocco) coesistono e si
completano. Ben lungi dal voler difendere la democrazia (la dittatura di una maggioranza
su tutte le “minoranze” non è certo più auspicabile di una qualsiasia altra
dittatura, ideologica o militare) ma desiderosi di rendere evidente quanto le
logiche partorite dal fascismo siano state assunte in toto dal regime demo-
cratico, benchè “rivedute e corrette” per adattarsi ai tempi che mutavano. Il fascismo è vivo nelle città in cui siamo stipati. Città progettate e costantemente ricostruite per essere sempre più sicure per
chi comanda e opprimenti per chi desidererebbe del verde, del vivo, degli spazi
di autonomia e non cemento e fabbriche. Città ideate per distruggere il senso
di comunità tra le perosne e privilegiare i rapporti economici, dai trasporti merci
ai nostri stessi spostamenti dettati dagli orari di lavoro e di consumo. Il fascismo è vivo nella logica della paura, propagandata in tutti i mass media
(specie quelli ritenuti neutrali come internet), nelle camionette militari nelle piaz-
ze, nelle volanti di polizia e carabinieri per le strade, nei grappoli di videocamere
sparse ovunque si porga lo sguardo: tutta questa gente armata e le loro tecno-
logie obbediscono direttamente allo stesso Stato che ci spia, che ci affama,
che ci intristisce, ci opprime, ci ricatta con i debiti e il salario, che ci ammala,
ci emargina. Siamo ancora convinti che siano quindi là per servirci e proteggerci? Il fascismo vive nella nostra alienazione di schermi che condiziona gene-
razioni senza più contatti umani (il fascismo del ventennio aveva fatto dell'
isolamento dell'individuo dai suoi simili un'arte per far si che non si potesse
creare un'unione in grado di combatterlo). Il fascismo è tanto la pistola di Casseri (affiliato di Casapound Italia che ha
assassinato 2 anni fa a Firenze due ragazzi senegalesi) quanto l'obbedienza
quasi invidiosa all'autorità nelle varie forme sotto la quale essa si presenta
nella nostra quotidinaità: padrone di casa, professore, datore di lavoro, sbirro etc. Il fascismo è una mentalità (come tale non si può ritenersi conclusa il 25 aprile
1945) atta a indirizzare la vita collettiva in maniera opprimente e discriminante,
massificante e xenofoba, violenta e negatrice della diversità: tutto quello cioè
che succede già oggi nelle nostre vite in città. Laddove non si creano legami di solidarietà, di autogestione e resistenza all'
arroganza dello Stato ci si sente impotenti di incidere nel mondo, ben felici e
fiduciosi nel delegare al primo “uomo forte” le sorti della propria vita. Ogni qual volta una società si è trovata in crisi economica è successo che i
fascisti emergessero sfruttando il malcontento e trovassero agibilità politica.
Non permettiamo più che accada. Non permettiamo più che accada che le città
in cui volenti o meno abitiamo diventino sempre più simili a carceri a cielo aperto. La resistenza è un concetto di quotidianità in conflitto, è avversione all'odio che
ci vorrebbe invischiati in una guerra tra poveri sfruttati piuttosto che in una guerra
sociale contro chi sfrutta; la resistenza è pratica di libertà.
L'antifascismo è libertà.