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BOLOGNA - Sede di CasaPound CHIUDE!

Con un’indubbia soddisfazione e altrettanta certezza possiamo dare oggi questa notizia: la sede di Casapound in via Malvolta 16/d, nel quartiere Murri, non c’è più: ha chiuso definitivamente. A noi, che abbiamo partecipato alle varie iniziative di protesta contro la presenza dei fascisti in quartiere, questo sembra un buon risultato, che dimostra come l’azione diretta e plurale, di massa, individuale o in piccoli gruppi, abbia avuto successo: presidi, volantinaggi, passeggiate in quartiere, giornate di socialità e dibattito al parco della Lunetta Gamberini, due cortei partecipati, azioni di contestazione, tutto ciò ha contribuito alla chiusura della sede fascista. Quando, ormai tre anni fa, Casapound aprì in via Malvolta, gli antifascisti reagirono con determinazione e creatività e i residenti del quartiere da subito espressero chiaramente il proprio rigetto nei confronti della presenza dei fascisti del terzo millennio. Da allora la campagna con la parola d’ordine “Chiudere Casapound”, che abbiamo fatto nostra e rilanciato, non si è mai fermata. Questo nonostante la palese copertura dei vertici di quartiere (presidente Ilaria Giorgetti), la protezione di prefettura e questura, il silenzio assordante della “sinistra” al governo della città, la persecuzione giudiziaria contro gli antifascisti. A questi ultimi va il nostro pensiero e la nostra solidarietà. Oggi abbiamo ottenuto un risultato concreto: via Malvolta è finalmente libera. Questo ci dà ancora maggiore consapevolezza dell’importanza della nostra lotta, che sappiamo essere lunga e impegnativa. Rivendicare una cultura di resistenza e una pratica antifascista significa oggi essere al fianco di tutta quell’ampia fetta della società che reclama libertà, uguaglianza e giustizia sociale e allo stesso tempo non lasciare nessuno spazio al fascismo, squadrista o istituzionale che sia. Ora e sempre Resistenza! Spazziamo via fascismo, razzismo e sessismo!

Nodo Sociale Antifascista

Bologna Antifascista

IMOLA - POLETTI E FARINETTI: LE DUE BRUTTE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!

Contestazione a Poletti e Farinetti: i volantini distribuiti.

La politica di smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici messa in atto dal Governo Renzi e dal suo Ministro del Lavoro Poletti è strumentale agli interessi della Confindustria, oggi ben rappresentata da Oscar Farinetti, patron di Eataly nonché assiduo frequentatore della Leopolda renziana. Non ci stupisce infatti vedere Poletti e Farinetti così affini tra loro, dal momento che sono in combutta nell’eseguire quelle “riforme strutturali” richieste dalla tecnocrazia europea e finalizzate alla distruzione di ogni residuale conquista che il movimento operaio e femminista ha ottenuto con un grande ciclo di lotte che ha dato vita, tra l’altro, allo Statuto dei diritti dei lavoratori. Le riforme strutturali di cui questi personaggi si riempiono la bocca non sono altro che una serie di misure aventi lo scopo di aumentare ancora di più la precarietà lavorativa ed esistenziale delle classi subalterne: mentre Farinetti fa ampio uso di contratti ultra-precari cercando di dividere i lavoratori tra di loro, Poletti si impegna affinché questo diventi il modello per tutto il mondo del lavoro.

Il JOBS ACT è l’ennesimo strumento con cui la classe padronale porta avanti il suo modello di precarietà diffusa al fine di indebolire le lotte del mondo del lavoro e massimizzare i profitti. Esso infatti ha liberalizzato ancor di più il contratto di apprendistato, per rifornire le imprese di manodopera “usa e getta” a basso costo; ha sancito la possibilità di assumere i lavoratori a tempo determinato senza causale, ovvero senza dover giustificare la natura temporanea del rapporto di lavoro; ha camuffato, sotto il “contratto a tutele crescenti”, un meccanismo tale per cui le aziende potranno decidere se prorogare o meno il contratto a tempo determinato fino a ben 8 volte in 3 anni per instaurare un vero e proprio regime di lavoro sotto ricatto permanente, dal momento che non vi è alcun obbligo di stabilizzazione! E ancora: il Jobs Act vuole cancellare sia le norme dello Statuto dei lavoratori che proibiscono la videosorveglianza dei lavoratori (si legalizza lo spionaggio!), che quelle che impediscono il demansionamento dei lavoratori e delle lavoratrici; vuole generalizzare ancor di più il ricorso ai voucher, la forma più estrema di flessibilità; vuole sferrare un altro colpo agli ammortizzatori sociali, rivedendo i tempi della cassa integrazione e la possibilità di usufruire di quello che una volta era l’assegno di disoccupazione; infine, si vogliono ridurre ancora una volta le misure a tutela della sicurezza del lavoro, rivedendo le sanzioni amministrative per le violazioni delle norme in materia di protezione del lavoro.

Farinetti sarà inoltre grato al suo amico Poletti per i suoi sforzi nello smantellare ancora di più, dopo quanto già fatto dalla Fornero, l’Articolo 18: il Governo Renzi vuole impedire la reintegra sul posto di lavoro per quei lavoratori e quelle lavoratrici ingiustamente licenziati, i/le quali dovranno accontentarsi di una somma monetaria che non potrà che declinare col tempo. Il Partito Democratico imolese ha intitolato una rotonda proprio ai “Lavoratori ingiustamente licenziati”, eppure il PD ha già votato compattamente proprio l’abrogazione dei fatti dell’Articolo 18 che tutela(va) questi ultimi!

NESSUNA COMPLICITÀ CON CHI VUOLE AUMENTARE LA PRECARIETÀ E LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO!

LICENZIAMO POLETTI E RENZI: NOI UNA GIUSTA CAUSA L’ABBIAMO!

 

Brigata 36

Quando fa tutto così schifo da togliere le parole...sarebbe meglio parlare!

Sull'inquisizione giornalistica e la repressione statale.

Un soggetto animato da idee che qualche tempo fa, quando ancora le parole avevano un significato, avrebbero definito naziste, sta facendo 
propaganda per il suo partito. Il suo partito è un partito razzista. I suoi militanti vogliono bruciare gli zingari, pestare i negri, linciare gli arabi. Il suo partito è un partito sessista
e machista, che si vanta di “avercelo duro”. È un partito patriarcale e fondamentalista, che prevede che due individui possano coesistere solo
come marito e moglie e la donna possa essere degna solo in quanto sforna-prole. È un partito che va a braccetto coi fascisti, infatti il suo ultimo bagno di folla milanese ha visto tanti saluti romani e bandiere di Casa Pound. Questo figuro di cui si parla vuole visitare un campo nomadi. Ovviamente è una provocazione: cosa ci vai a fare da gente che dici pubblicamente di
voler bruciare?! A prenderci un the? L'auto di questo nazista viene presa a calci e i vetri si rompono. Il nazista perde un parabrezza. Dozzine di migliaia di individui ogni anno perdono la vita, affogando in mare nell'anonimato, per colpa di pezzi di carta che gente del suo partito ha
scritto. Leggi sull'immigrazione. Il nazista e la sua risma di camerati sono colpevoli di aver ammazzato un numero incalcolabile di persone, e un gruppo di ragazzi antirazzisti è
accusato di aver rotto due vetri. In tutta questa storia si inserisce anche un giornalista. Uno di quelli che sa fare il suo mestiere, sa da che parte stare, sa come aizzare l'opinione pubblica sul nemico di turno. Uno che scrive sui giornali
nomi, cognomi, indirizzi. Uno che è complice dell'incarcerazione di alcune persone, perchè infamate. Uno che per mestiere scrive quello che la
questura gli dice di scrivere, e che vine ben ricompensato. Questo infame con la penna viene preso a sputi e spintoni, una reazione piuttosto comprensibile se hai di fronte un individuo viscido e, per di più,
pericoloso perchè le sue menzogne le leggono decine di migliaia di persone credendole verità. L'idiota scribacchino dopo un po' di strizza cade incespicando su se stesso e dice di essersi rotto un gomito. Dice che gliel'hanno rotto “trenta contro uno”. Ricapitolando abbiamo un nazista coi vetri rotti, un giornalista menzognero con difficoltà deambulatorie che si spacca un gomito e dall'altra parte un po'
di gente (una trentina?! Importa poco) che credono ancora gravissimo e inaccettabile che i nazisti facciano campagna elettorale sulla pelle delle
persone e che i bugiardi non si debbano permettere di mettere nei casini la gente solo per far notizia. Cosa succede adesso?! Facile. Nel mondo in cui la verità è solo quella che i mezzi di comunicazione di massa enunciano, il nazista diventa una vittima, il giornalista diventa una
super vittima (lui non aveva neppure l'auto a fargli scudo) e la trentina di ragazzx arrabbiatx diventano “anarchici-squadristi-aggressori”. Tutto il mondo politico si infuoca; non vedevano l'ora di un bel pretesto come
questo per far passare qualche legge speciale contro “i violenti”: dalle vecchie cariatidi in pensione (vedi Prodi) a ministri che fino a qualche ora fa erano
impegnati a far spaccare la testa ax operax in sciopero (vedi Alfano), passando ovviamente per il PD, che se c'è da invocare l'italico manganello sono sempre
in prima fila. E già infatti si parla di DASPO per i manifestanti (non è la prima volta che ci provano...dopo il 15 ottobre era successa la stessa cosa) e altre norme di
“prevenzione per l'autunno caldo”.

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REPRESSIONE DI STATO: AUTOREPRESSIONE

Traduzione di uno scritto di Nicole Vosper, ex prigioniera SHAC.

Riflessioni sull'inatteso impatto emotivo del carcere e della repressione dopo una condanna di 3 anni e mezzo

E' stato solo 5 mesi dopo essere stata libera da tutte le restrizioni che mi sono concessa di sentire il danno che il sistema carcerario mi aveva fatto. La mia empatia era sempre presente per i/le mie/i amici/he e complici con cui avevo condiviso celle e sezioni. La mia solidarietà con tutti gli individui imprigionati, umani e non-umani, era chiarissima e la portavo in ogni cellula del mio corpo.
Ma cosa dire di me stessa? Non pensavo che la repressione avesse avuto un grande effetto, almeno per quanto riguarda ciò che lo Stato desiderava. Le mie idee politiche ne erano uscite rafforzate, mi sentivo ancora più risoluta e non avevo alcuna paura nell'organizzare azioni, incontri e discussioni radicali senza timore delle conseguenze o di finire dentro di nuovo.
Mi sono rapportata con distacco agli ultimi 5 anni e 5 mesi di libertà condizionale, prigione e restrizioni. La sua logica razionale aveva perfettamente senso – lo Stato voleva mantenere me, i/le mie/i coimputati/e impossibilitati/e ad agire il più a lungo possibile, e utilizzava una miscela sapiente di restrizioni repressive (il divieto di partecipare a campagne animaliste o di avere a che fare con attivistx), ritardi intenzionali nel fissare le udienze, controllo all'interno del sistema carcerario sui miei rapporti con i/le mie/i coimputati/e, e il regime repressivo generale, seguito da 21 mesi di misure restrittive che mi hanno mantenuto davvero isolata dal movimento in cui ero cresciuta, e in pratica controllata attraverso la paura di essere rimessa in carcere. I cinque anni di ASBO [1] sono stati la ciliegina sulla torta per assicurarsi che non potessi tornare a prendere parte a SHAC o ad altre campagne antivivisezioniste in tempi brevi.
In questo articolo però non voglio focalizzarmi su queste connotazioni politiche, voglio parlare degli effetti emotivi di tutto questo, qualcosa di cui raramente si parla nei contesti pieni di machismo e baldanza delle lotte sociali.

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