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Prigionieri No Tav - Lettera di Francesco

Cremona, 2/8/14

Il racconto, il racconto per intero!
(un + a chi ha colto l'oscura citazione)

Mi è stato dato ad intendere che ci siano idee vaghe sul mio luogo di detenzione, ammetto che  io per primo quando mi hanno portato in matricola a S. Vittore per il trasferimento e mi hanno detto: “Cremona” ho sgranato gli occhi e ho ripetuto incredulo: “Cremona?” Non sapevo neanche che ci fosse un carcere!
Durante il tragitto mi hanno dato l'opportunità di diventare nostalgico: Piazza Napoli, Ticinese, lo svincolo per Alessandria... Dopodiché, mi sono addormentato per risvegliarmi a Caorso e di lì a poco alla nuova dimora. Dopo un'attesa che a me è sembrata infinita, in una cella microscopica con dentro niente se non scritte di tutta la gente passata di lì, mi hanno fatto la visita di rito, perquisa e mi  hanno detto che sarei andato nella sezione “C”, me l'hanno detto come se dovessi sapere cosa fosse.
A quanto pare la sezione “C” è l'unica sezione a celle chiuse di tutto il carcere, dove ci sono definitivi di lunga durata (anche 15-18 anni) e la gente che ha fatto casino nelle altre sezioni.
Dopo due settimane a S. Vittore con celle aperte 12 ore al giorno e, per quanto affollate, più ampie del 4x2 (a essere generosi) in cui sono ora, l'impatto è stato forte. Il mio compagno di cella (uno zingaro di 23 anni) mi ha ribadito, come molte scritte sui muri, che questo è un carcere di merda dove non funziona niente...
Due giorni dopo l'hanno messo in un'altra cella ed è da allora che sono da solo. Superato l'impatto iniziale, però, mi sono abituato. Il fatto che le celle siano chiuse non rappresenta in realtà un grosso problema e tutti i detenuti della sezione (o quasi) affermano che si sta più tranquilli qui. L'ala nuova con celle aperte e da 3 persone (qui son da due, anche se ci sono stati tempi dove riuscivano  a fare un tetris da 3), doccia in cella e tavolo dove mangiare, vengono descritte come più casiniste e infatti la maggioranza di quelli che hanno fatto casino durante i saluti erano proprio lì.
In molti mi hanno giurato che farebbero carte false pur di star soli in cella, e devo dire che non hanno tutti i torti. La sera tengo la tv spenta e con un sottofondo di cicale rispondo alle vostre lettere!
Ci concedono 4 ore d'aria al giorno + 2-3 di socialità. 3 volte alla settimana al posto dell'aria (che è un cubotto di cemento 15x20 con muri da 5 metri) si va in un simpatico campetto con calcetto, campo da tennis e mezza pista d'atletica: sì, è divisa in due.
Il cibo del carrello è spesso improponibile, si salva giusto l'insalata, la frutta (difficile farle male), le uova sode e poco altro. Tutti quelli che possono si cucinano per i fatti loro con il sopravvitto, anch'io mi sto organizzando in tal senso, anche se con i tempi della spesa ci vorrà un po'. Inoltre qui, per qualche assurda regola, non entrano i cibi fatti in casa, cosicché dovrò rinunciare alle leccornie che mi entravano a S. Vittore.
Se a S. Vittore si trovava qualche secondino esaltato o comunque convinto del suo ruolo (all'arrivo in matricola ne ho visto uno con una collanina d'argento con le manette... giuro!), qui tali elementi sembrano assenti. Svolgono il loro lavoro con lo stesso automatismo e la stessa naturalezza con cui lo farebbe un impiegato delle poste e, effettivamente, qui sembra che la tua vita sia in mano a degli impiegati comunali... Detta così fa rabbrividire, e un po' a ragione, ma la burocrazia è oltremodo ordinaria, così si riescono ad attuare delle strategie di  sopravvivenza e a entrare nel ritmo.
Devo dire subito che la rassegnazione qui è massima, talmente alta che sembra a volte che in molti cerchino di far finta di non essere in galera e sono disturbati da qualsiasi cosa glielo ricordi. Le grida di libertà arrivate da fuori sono state accolte da alcuni con molta indifferenza e, io credo, quasi fastidio. Libertà qui è una parola sussurrata (come “cazzo” alle elementari) che il vero detenuto, quello che sa farsi la galera (odiosa espressione del linguaggio carcerario), non pronuncia.
Ammetto che ci sia di sottofondo un'intenzione difensiva, se sai che devi stare chiuso come una gallina in un pollaio per degli anni, cerchi di mettere in atto degli strumenti psichici difensivi che ti permettano di resistere. C'è chi sta sulle sue e chi fa gruppo, chi fa il capo e chi il gregario, l'obiettivo non è il riscatto ma la sopravvivenza.
A questo bisogna aggiungere la questione dello sconto sulla pena. Ignoravo, prima di venire qui, che ci fosse una legge che garantisce 75 giorni di sconto per ogni semestre passato senza rapporti. Questo vuol dire 5 mesi di abbuono per ogni anno trascorso in buona condotta, non è poco per chi si deve fare le annate. Un siciliano oggi mi ha mostrato orgogliosamente i suoi 9 semestri di buona condotta. Se aggiungiamo a questo il fatto che ti possono fare rapporto per qualunque cazzata, dal litigio con un detenuto fino a rispondere male a una guardia, si capisce come con questo sistema siano riusciti a pacificare completamente la situazione nelle carceri. Sebbene un detenuto qui in sezione si vanti dei suoi 37 rapporti maturati in quasi 6 anni di detenzione.
I detenuti di lunga esperienza mi raccontano di una galera completamente diversa prima dell'introduzione di questo sistema. Pestaggi di guardie, rivolte scioperi. Tutto questo, per quel che ho potuto vedere, è del tutto sparito. Sono riusciti a scambiare la rabbia per la rassegnazione, rendendo per loro più gestibile tutto il carrozzone.
A S. Vittore avevo trovato qualche detenuto che usava la parola “compagni”, ma se già lì faticavano a mettermi a fuoco, qui non riescono proprio a capire chi io sia. Il più informato mi ha detto che una volta ha letto un articolo sulla Torino-Lione. Per farmi capire un po' devo tradurre compagni con amici e solidarietà con famiglia.
Generalmente sono tutti sorpresi dai saluti e dalla mole di posta, nonché da qualche mio racconto sulle attestazioni di solidarietà: dalle raccolte di soldi ai numeri delle manifestazioni, non so dirvi quanto tutto questo sia apprezzato, ma genera molta curiosità, vedremo se si può infilare qualcosa di più.
I motivi della contestazione per i quali sono dentro sono abbastanza oscuri, anche alle guardie, ma la cosa in sé non è vista male e viene generalmente ricondotta ad un immaginario di rivolta. C'è chi mi chiama No Tav, BR o Acab, a seconda delle giornate. Gli stranieri sono quelli più solidali, e quelli meno avvezzi ai compromessi. Molti italiani che si atteggiano a “veri detenuti” ridono e scherzano con le guardie in un rapporto semi-amicale che a me lascia molto perplesso, ma d'altro canto molti dei secondini provengono dalle stesse zone d'Italia e condividono la stessa cultura, cultura si fa per dire, in senso sociologico più che letterario.
Questo è un luogo d'attesa. Sembra una bolla temporale rimasta al diciannovesimo secolo, un tempio della burocrazia dove ciecamente vengono applicate decisioni prese altrove da qualcun'altro. Il tempo non ha lo stesso significato che ha fuori. Si potrebbe fare un parallelo con la teoria della relatività, altrimenti non saprei come spiegarvelo. Le giornate passano lente, ma il tempo sembra volare, forse perché lo si spreca. Non c'è l'ansia di fare che c'è fuori, o meglio, c'è (di ansia ce n'è moltissima), ma sai anche che, se chiedi tramite modulo un manico di scopa, potrebbero passare anche 5 giorni. Vissuta per anni, una condizione del genere fa molti danni, basta guardare in faccia i miei compagni di sventura. Al momento io cerco di vivermela al meglio, come una specie di Erasmus nell'Ancièn Regime.
Un detenuto veneto una volta mi ha detto che qui mi sarei laureato anche in pazienza, e va bene, prendiamo anche questo titolo, non posso permettermi di farmi avvelenare il sangue, ne uscirei distrutto in pochi giorni. Ma non posso neanche dissociarmi al punto di non ricordare quanto mi facciano cagare questi posti e le persone che li amministrano.
Sarà un difficile equilibrio, ancora più difficile in una guerra di nervi quale è la galera, ma vincerò, ne sono sicuro.
Ora vi saluto perché vedo che la grammatica, l'ortografia e la lucidità stanno diminuendo rispetto alle prime righe. A far niente ci si stanca moltissimo.
A sarà düra!
Un abbraccione gioioso a tutti e tutte!
Fra

UN CAMPEGGIO DI LOTTA

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Ci siamo rimessi in marcia. Non solo nel senso che abbiamo attraversato la Valle da Avigliana a Chiomonte, ma anche nel senso che siamo tornati, valligiani e non, a incontrarci e a riattivare insieme le varie dimensioni della lotta: le cene e i momenti di convivialità, le assemblee e le iniziative. Abbiamo bloccato il TGV in solidarietà con i tre lavoratori delle ferrovie morti a Gela. Abbiamo bloccato i cancelli delle ditte collaborazioniste (nello specifico, Toro, Lazzaro e Martina),abbiamo dato la sveglia alle truppe di occupazione alloggiate all’hotel Napoleon di Susa, abbiamo bloccato l’autostrada nello stesso momento in cui si svolgeva l’udienza del riesame per Graziano, Lucio e Francesco, i tre no tav arrestati per la medesima azione contro il cantieredi Chiomonte di cui sono accusati Chiara, Mattia, Niccolò e Claudio. Abbiamo ascoltato le parole da Gaza bombardata, unendoci in un abbraccio ideale con il popolo palestinese. Abbiamo parlato, all’assemblea popolare di Bussoleno, in piazza o negli incontri al campeggio, di lotte territoriali, di appuntamenti internazionali, di trasporti nucleari, di resistenza alla guerra, di carcere e di solidarietà, di storia della repressione e del sabotaggio.
Assieme a noi hanno parlato, attraverso i loro contributi scritti, i compagni detenuti. Abbiamo percorso di nuovo, di notte e di giorno, i sentieri della Clarea, perché sono nostri e di chi li ama e li difende. Siamo riusciti a disturbare ancora una volta l’Apparato del TAV che si pretende invincibile. Ognuno con il suo contributo, senza accettare divieti e zone rosse, siamo partiti e siamo tornati tutti. Di paese in paese, ci siamo sentiti coccolati dai comitati che hanno preparato cibo e accoglienza.
Ci siamo emozionati all’inaugurazione della nuova casetta del presidio no tav di Susa, intitolata a Sole e Baleno.

Tutti e tutte sono venuti in Valsusa per lottare, pronti a svegliarsi all’alba e a camminare sotto la pioggia. Qualche aspetto andrà senz’altro affinato in futuro, sia come comunicazione (siamo ormai un movimento che parla molte lingue), sia a livello organizzativo. Vediamo questi dieci giorni come un banco di prova per migliorare le prossime iniziative di lotta. Uniti e diversi, dai ragazzi ai “diversamente giovani”, ci siamo messi ancora una volta in marcia, perché la rassegnazione qui non è di casa. Qualcuno davanti a un fuoco costringe le truppe di occupazione a presidiare un ponte per tutta la notte. Una controprova? Le dichiarazioni ridicole e allarmate dei signori del TAV, che parlano di un modo di stare insieme che non riusciranno mai a capire, lontano com’è dalle tristi stanze del potere. Qualcuno pratica sentieri più impervi, qualcun altro resta un po’ più in piano o ti sorride al ritorno dai boschi. Uniti e diversi. Questa è la nostra forza. Con Pasquale, Raul e Guccio nel cuore.


Grazie a tutte e a tutti.

campeggio itinerante, estate 2014


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Testo distribuito e discusso alla prima assemblea di campeggio, a Vaie, il 18 luglio 2014

Alle compagne e ai compagni di strada (e di sentiero)

Terra. Prudenza perdio! Guarda un po' dove vai!
Cometa. Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.

Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi

In tutti questi anni, rispetto alla lotta in valle abbiamo scritto di rado, perché spesso avevamo qualcosa di meglio da fare: vivere un’esperienza. Quando abbiamo imbrattato qualche foglio, è stato per lo più l’entusiasmo a ispirarci, anche là dove era necessario esprimersi su problemi difficili e urgenti. Abbiamo cercato di stare in questa lotta per come siamo. Vogliamo rapporti umani chiari e sinceri, non opportunismi politici. Alle componenti politiche – che di norma lisciano il pelo alla gente tacendo le critiche scomode – il nostro atteggiamento è spesso risultato ingenuo, quasi patetico. Ma “scomparire” nelle lotte a cui partecipiamo, mettendo avanti idee e pratiche invece di organizzazioni e bandiere, rifiutare il gioco mediatico a favore dell’elemento vivo di una situazione è una scelta, senz’altro in controtendenza, che porta per lo più rogne giudiziarie.
Ci piacciono i sentieri impervi e poco battuti. Meglio l'incertezza della destinazione, che la certezza di finire impantanati nella merda politica.
Eppure oggi a muoverci è l’amarezza, per la sensazione che in tutti questi anni non ci siamo davvero ri-conosciuti. Il famoso “rispetto per le differenze” esiste nella misura in cui le differenze siano riconosciute per tali. Altrimenti abbiamo solo l’appello all’unità (non a caso parola prediletta dagli stalinisti del PCI), sempre fatale per le minoranze dissidenti.
Cosa ci amareggia? Il fatto che nel programma del campeggio itinerante di quest’anno siano stati inseriti degli incontri quasi quotidiani con le amministrazioni comunali, incontri che di fatto lo caratterizzano e rendono evidente una scelta di percorso che cerca appoggio e complicità nella sponda istituzionale. Ovvio che non può essere la nostra e, chissà, neanche quella di qualcun altro.
Di sicuro non di chi riconosce nella trappola della politica qualcosa che toglie possibilità, invece di darne, all'avanzamento della lotta. Quante energie le elezioni hanno sottratto alla lotta? Tanti sono ancora convinti, come dieci anni fa, che il parere dei sindaci no tav possa influenzare le decisioni su di un'“opera di interesse strategico nazionale”? Questa illusione non è forse un modo di aggirare le difficoltà oggettive del movimento?
Se qualcuno o molti volevano coinvolgere i sindaci lo potevano fare, ma senza imporlo come impostazione generale della marcia. Abbiamo avuto difficoltà a partecipare alle assemblee preparatorie e non ne abbiamo seguìto appieno – responsabilità nostra – gli sviluppi.Nonostante questo, alcune compagne avevano fatto presente la propria contrarietà, e quindi siamo rimasti basiti nel leggere il programma, perché non rispecchia le sensibilità e le differenze di tutte le persone che hanno partecipato all'organizzazione del campeggio. Nel tempo, in tanti anni di lotta, la fiducia reciproca è cresciuta notevolmente proprio perché quando abbiamo organizzato insieme qualcosa,
ci siamo sempre rispettati.

E per noi anarchici, che non abbiamo alcuna fiducia nella Legge, che è imposta dall'alto, gli accordi, frutto invece di un libero confronto, valgono più di ogni altra cosa.
Ma è possibile che ci siamo ri-conosciuti così poco? Rispetto ad alcune iniziative strettamente valsusine – organizzate a moda nostra, come si dice qui – spesso non ci siamo espressi. Ma la lotta no tav ha da tempo superato i confini territoriali – pur avendo in Valle il suo cuore pulsante – e i campeggi estivi sono proprio, soprattutto a partire dal 2011, una delle occasioni costruite insieme tra valligiani e non. E infatti la proposta del campeggio itinerante è stata fatta da compagni e compagne che non vivono in valle.
Non abbiamo mai preteso che tutti fossero anarchici, ci mancherebbe, ma abbiamo sempre messol’accento su quei pochi e insieme irrinunciabili elementi che ci uniscono. Il modo di intendere il rapporto con le istituzioni locali non è fra questi. Ci battiamo, sognatori quali siamo, per una società in cui non esista più la delega, in cui i Consigli della gente sostituiscono le istituzioni locali dello Stato. E ciò che sogniamo per domani ci sforziamo di viverlo fin da oggi.
Siamo anche convinti che ciò che ha fatto innamorare tante donne e tanti uomini rispetto a questa lotta è proprio il fatto che essa è stata assunta e vissuta in prima persona. Che ha, cioè, cambiato le vite di chi vi partecipa.
Leggiamo poi che alle amministrazioni locali, oltre alla bandiera no tav, si vuole donare la bandiera con i nomi dei compagni in carcere. Che dietro l’iniziativa ci sia l’intento sincero di rafforzare la solidarietà verso i compagni lo sappiamo. Se fossimo degli opportunisti (visto che la liberazione dei compagni ci sta ovviamente molto a cuore), potremmo dire “tutto fa brodo”. Ma cambiando posizione a seconda dei contesti non si costruisce nulla di solido. Anche questa iniziativa non la condividiamo e non possiamo tacerlo. Primo perché siamo sicuri che ai compagni detenuti questo tipo di solidarietà non fa piacere, secondo perché, ufficializzata nel programma come iniziativa della marcia Avigliana-Chiomonte, ci coinvolge nostro malgrado. Dagli arresti di dicembre in poi siamo riusciti a fare in modo che ciascuno trovasse le proprie forme di solidarietà, fermi nelle intenzioni e aperti nel confronto, capendo cos’era comune e cosa non lo era.
Era così difficile immaginare che a diversi anarchici e anarchiche consegnare delle bandiere con i nomi dei compagni a sindaci e amministratori non risultava gradito? Siamo una componente di questa lotta (che, sia detto en passant, sta pagando anche un discreto prezzo repressivo). Questo non ci rende né superiori – ci fa tendenzialmente schifo chi specula sui propri compagni dentro per acquisire “peso politico” –, ma nemmeno subordinati a chicchessia.
Posizione minoritaria? Può essere, ma nulla per noi è mai stato questione di numeri. Abbiamo cominciato a partecipare a questa lotta ben prima della sua esposizione mediatica, proprio perché ne condividevamo sinceramente l’obiettivo. Ci sono mille ragioni per cui abbiamo dato il nostro modesto contri buto contro l’Alta Velocità – la promessa che abbiamo fatto dopo la morte di Sole e Baleno, ad esempio –, ma nessuno di questi era strumentale. Certo, vogliamo fare la rivoluzione, farla finita con lo Stato e con il capitalismo. Ma la lotta contro il TAV non è mai stato un mero pretesto, funzionale ad altro, bensì un obiettivo che condividevamo e condividiamo appieno anche nella sua portata circoscritta. Ci abbiamo messo e ci mettiamo testa e cuore.
Tra i tanti gesti di solidarietà possibili, non è accettabile scegliere per tutti quelli che non sono di tutti. E un programma è una cornice per tutti e tutte, che ci costringe a dire chiaro e tondo che non siamo d’accordo. Rispettiamo le differenze, ma a partire dalla nostra, di differenza, presenti nella lotta per ciò che siamo, diciamo e facciamo. I silenzi interessati non ci appartengono. Siamo venuti lo stesso al campeggio, perché un’estate di lotta in Valle è importante per tutti. Ma non sacrifichiamo per niente e nessuno – foss’anche la rivoluzione sociale – i nostri valori e i nostri metodi. Settari? No, onesti con noi stessi e con gli altri.
Questa lotta ci riserva e ci riserverà tante difficoltà. Altri tre compagni – a cui va tutta la nostra solidarietà – sono in galera. Le difficoltà ce le assumiamo con tutta la generosità di cui siamo capaci, chiari, sempre, con i compagni e le compagne di strada (e di sentiero).

13 luglio 2014

 

anarchiche e anarchici contro un mondo ad alta velocità



“…NON HO UCCISO UN UOMO, MA UN PRINCIPIO…”

“…NON HO UCCISO UN UOMO, MA UN PRINCIPIO…”

TELEGRAMMA
Roma, addì 6 giugno 1898 - ore 21,20

Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal Ministro della Guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di motu proprio la croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.
Umberto

 
Il 29 luglio del 1900 a Monza l'anarchico Gaetano Bresci, con 3 colpi di rivoltella, vendicava il sangue degli sfruttati versato nella guerra d’Africa  e quello degli insorti trucidati, uccidendo il "re mitraglia” Umberto I di Savoia, mandante del massacro durante le 4 giornate di Milano eseguito dal suo fido generale Fiorenzo Bava Beccaris con lauta distribuzione di cannonate sulla folla in rivolta per il rincaro del prezzo del pane.
 
Viva l'anarchico Gaetano Bresci 
Viva l'anarchico Giovanni Passannante 
Viva l'anarchico Pietro Acciarito

   

Barricate su corso Garibaldi   Barricate su corso Venezia       Barricate su via Volta

 

LA SCINTILLAONLINE E' RITORNATA

Dopo una pausa di manutenzione, di riadattamento e non di meno di
aggiornamento di
idee e di articoli, è tornata online la scintilla:
pagine forlivesi di alternativa libertaria!