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CONSIDERAZIONI ANTIFASCISTE

(partendo da Forlì, andando ovunque)

Il 10 maggio 2014 è stata una bella giornata a Forlì.
Nonostante 50 fascisti, asserragliati dietro scudi e manganelli della Polizia di 
Stato e Carabinieri potessero brindare impunemente l'apertura di un loro covo,
la piazza e le strade
di questa città, generalmente così sonnolenta, sembravano destate e arrabbiate. Chi conosce un po' il territorio sa perfettamente che è cosa più eccezionale che
ordinaria che circa duecento persone scendano in strada in maniera autorganiz-
zata (non chiamata cioè da partititi o sigle istituzionali di sorta) per rivendicare e
agire i propri ideali: in questo caso un ideale oggigiorno tanto dimenticato quanto
manipolato, l'antifascismo. Purtroppo soffriamo (un generico “noi” di chi critica e comunica la propria critica)
a diffondere, discutere, scrivere, collettivizzare molto più spesso gli episodi spia-
cevoli, conservando per le chiacchiere tra pochx o tra se e se le situazioni positive. Queste righe sono per condividere le considerazioni di una giornata piuttosto bella
che è raro vivere a Forlì. Piazza Saffi, luogo simbolico della resistenza partigiana romagnola (lì, ai lampioni
tutt'ora presenti, venivano appesi i cadaveri dex partigianx vigliaccamente torturatx
e uccisx dax fascistx) si è riempita di gente che non era lì per comparare un vestito
o bersi una birra, ma rivendicava la sua idea antifascista e la conseguenze avversio-
ne all'apertura del covo nero di via Donizzetti 31. In maniera comunicativa si sono susseguite canzoni, cori, interventi svariati e letture
di volantini. Dopo due ore di presidio statico la piazza, in maniera spontanea e deci-
samente condivisa, sceglie di muoversi verso l'annunciata neo sede dei fascisti del
terzo millennio. Le strade sono state vissute con energia, cantando cori, urlando alla gente che pas-
sava il perchè si stesse sfilando. La mancanza di un megafono e di una “testa” pre-
definita del corteo ha fatto del tutto un'esperienza davvero spontanea, senza “dirigenti”
ne “strilloni” che monopolizzano il cammino e la comunicazione. Un altro fatto secondo
me molto positivo. Volantini e locandine vengono lasciati lungo la passeggiata (poche ore più tardi saranno
già state strappate da solerti vigilx urbani) che arriva fino all'imboccatura della via dove
i fascisti di Casa Pound hanno annunciato (solo il giorno stesso) l'apertura del circolo. Le due entrate della via sono presidiate da blindati e (pochi per la verità) agenti del repar-
to mobile di sbirri e alcuni carabinieri. Digos in quantità coi loro capelli unti e le videocamere alla mano riprendono ogni volto.
La loro perversione non smette mai di ripugnarmi. L'atteggiamento delle guardie è decisamente tranquillo: probabilmente il clima pre-eletto-
rale gioca a favore della più sfrenata “pace sociale” e così scelgono la linea morbida:
filmare tutto e scatenarsi con mille denunce fra qualche mese. Già si sa che a Forlì si
fanno così le cose. Toni bassi pubblicamente, poi repressione capillare per far terra
bruciata attorno a gruppi e/o individux che lottano. Il corteo passa per entrambe le imboccature della via (Raffaello Sanzio e Donizzetti)
dove x fascistx, all'udire i cori che si levano alti dalle vie, si schierano fuori dalla loro
sede in pose mache, con le loro pelate lucide al sole, le braccia incrociate, tirano tutti
i muscoli che possono sfoggiare, gli sguardi da duri. Se non fossero pericolosx infamx squadristx sarebbero solo buffonx repressx con
dipendenza da steroidi e bilanciere, ma purtroppo sappiamo che queste merde girano
con le lame in tasca, aggrediscono tantx contro unx, conoscono le nostre facce per
gli schedari che gli passa la questura, insomma, non vanno visti come “ridicolx” come
alcunx hanno detto, ma come nemicx pericolosx. Il corteo prosegue fino a tornare in Piazza Saffi, e la prima giornata di mobilitazione si
conclude tranquilla, ma decisa e per chi l'ha vissuta consapevole di cosa sia Forlì di
solito, una tranquillità col sorriso sulle labbra. Il 10 maggio non è stata una data casuale. Casa Pound quel giorno ha aperto tre sedi in Emilia Romagna (Fermo, Perugia, Forlì)
e i nazisti (ambienti legati a Forza Nuova) hanno organizzato un concerto naziskin
nei dintorni di Bologna. Il giorno dopo, una domenica, Forza Nuova (scarsa partecipazione per la cronaca),
blindata da un considerevole numero di sbirri e digos, teneva un presidio in largo
Augusto a Rimini con la presenza di Roberto Fiore, loro leader nazionale. Presidio chiaramente provocatorio visto che si rivolgeva contro la “violenza antifascista”,
quando nemmeno due mesi prima due compagni avevano rischiato grosso a causa
di un accoltellamento fascista (liquidato dai media locali, come al solito, come rissa
tra bande). La data di certo non è casuale: ogni qual volta che ci sono mobilitazioni nazionali
No Tav (il 10 infatti era chiamato da mesi un corteo a Torino per la liberazione di
Chiara, Nico, Mattia e Claudio) si sbizzarriscono per uscire dalla fogne. Se questo da un lato può voler dire che le forze di cui dispongono (alle quali non
includo direttamente quelle dello stato, ossia sbirri e carabinieri) non sono ancora
tali da permettergli un'indisturbata agibilità nelle città, dall'altro delinea una precisa
attenzione che x nostrx nemicx hanno nei confronti dei momenti in cui moltx
compagnx sono impegnatx altrove. PERCHE' SENTO L'URGENZA DI UNA RIPRESA
EFFICACE DELL'ANTIFASCISMO? La sensazione che sento a pelle che i vari gruppi nazi-fascisti stiano sentendo
che finalmente i tempi sono maturi per la loro vomitevole propaganda e, ancora
di più, pronti ad accogliere senza troppa riluttanza (o indignazione, per dirla in
maniera cittadinista) i loro metodi squadristi. Tutta l'Europa sta riscoprendo, in concomitanza con l'acuirsi della pilotata crisi
economica, il germe del fascismo: mai estinto, sempre coccolato dal potere di
ogni colore o provenienza geografica. Questo non è nuovo a nessunx. Quello che però negli ultimissimi tempi sta accadendo in Ucraina mi sta allar-
mando come mai prima d'ora. Ancora di più della situazione greca dove i nazisti
di Alba Dorata sono sorti e si sono espansi di fronte però a un movimento anti-
fascista forte, numeroso, combattivo che poteva contare su una cultura popolare
diffusa di conflittualità e, in certe zone geografiche, di solidarietà e mutuo appoggio. L'Ucraina invece pare disarmata. O per lo meno non pervengono in territorio
italiano notizie esaltanti di lotta antifascista portata avanti dax compagnx (che
non passi sui media però non significa certo che non esista). In quella terra un tempo dominata dal tallone sovietico pare che si stia afferman-
do un potere ultranazionalista con tinte nemmeno troppo mascherate di nazismo. Gli addestramenti paramilitari (filmati e propagandati su youtue a scopo
pubblicitario) di Pravy Sektor, le ronde armate al fianco degli sbirri di gruppetti di
nazi a caccia di oppositorx e migrantx, roghi di case dei sindacati (quale episodio
meglio può ricordare i tempi del terrore di Balbo e camerati nelle campagne degli
anni 20-30 in Italia?!) gente torturata, stuprata, bruciata. La situazione ucraina è certamente molto complessa su tutti i piani di riflessione:
economico, geopolitico, storico. Io non me ne intendo. Però è lampante che la presenza dei neonazisti è fortissima in quel territorio
(non fosse altro per il fatto che ci sono fascisti romani di Casa Pound in trasferta
a combattere a Kiev coi loro camerati e fascisti nostrani che stampano manifesti
dedicati agli “insorti di Maiden”). Di fronte a le immagini, agli articoli letti sul tema, alle (poche) corrispondenze
cox compagnx ucrainx pubblicate mi sono chiesto in questi giorni: se accadesse
una sommossa di tali proporzioni (come quelle di Kiev dei mesi scorsi fino ad oggi)
e le piazze si riempissero sì di gente arrabbiata, ma anche da tantx e organizzatx
nazifascistx, l'antifascismo del 2014 in Italia saprebbe efficacemente difendersi
ed eliminarli? Ho scritto che mi pare che i gruppi nazi-fascisti si sentano sempre più pronti a
un salto di qualità. Dopotutto una popolazione perchè si oppone al fascismo
(così come ad ogni dittatura, compresa quella chiamata democrazia)? La mia risposta è per difendere la libertà dell'individux, le relazioni tra gruppi,
la diversità, l'autonomia decisionale; per mantenere libera da autoritarismo, capi,
violenza, sopraffazione di ogni genere la propria esistenza. Ad oggi, nel territorio che chiamiamo Italia, non mi pare che queste appena
elencate siano priorità socialmente diffuse che moltitudini di individux sarebbero
pronti a difendere lottando, magari morendo. La retorica da bar è delle più beceramente maschiliste e razziste, le rivendicazioni
politiche (per chi ne ha) vertono sempre sulla modalità di impiego/gestione del
denaro, ideali di libertà e di uguaglianza paiono suggestioni destinata ai libri
fantasy; l'idolatria tecnologica ha sostituito pezzo a pezzo le relazioni umane;
la politica istituzionale è dominata da “leader carismatici” con deliri di onnipotenza
e c'è, all'oggi, una galassia davvero numerosa di partiti e partitini di destra o super
destra che puntano principalmente “all'italianità”. Insomma, senza voler generalizzare (come al bancone del bar appunto) mi pare
che la cultura e lo stile di vita generale (dove questa parola assume un valore
puramente quantitativo) siano abbastanza “pronti per un fascismo nuovo. Del terzo
millennio appunto. Fascismo che già in realtà esiste e che, nelle parole di chi scrive, vede nella
democrazia parlamentare nient'altro che la più subdola continuazione del ventennio
mussoliniano. Il fascismo è vivo più che mai nei CIE che sono campi di concentramento, nello
strapotere dei preti, nel posto di lavoro dove ti trattanx da schiavx e devi pure elemo-
sinare le ore, ringraziare x padronx; nelle caserme delle guardie dove ti pestano per
divertirsi, nelle videocamere ovunque che spiano tuttx, nelle ordinanze comunali anti-
degrado; nella paranoia dex diversx, nel machismo e misogenia sfrenati. Una cultura che ha tratti così marcatamente “destrorsi” mantiene (sempre a livello
di “massa” sto parlando) il suo antifascismo solo nelle delirante parole di chi si
richiama alla Costituzione: ossia carta straccia. Una prova di salto di qualità c'è stata a mio avviso il 9 dicembre (e giorni a seguire)
coi Forconi. Innanzitutto c'è da considerare che moltissime delle piazze che in Italia hanno
visto “ribellx di facebook” scendere in strada per la “rivoluzione”, erano egemo-
nizzate più o meno esplicitamente da gruppi fascisti, primo tra tutti Forza Nuova.
(ci sono state a onor del vero anche città dove le persone hanno connotatao
il loro scendere in strada con idee e rivendicazioni genericamente "di sinistra"
ma credo che costituissero un'esigua minoranza) Ma il dato che a me personalmente ha disgustato e preoccupato di più sono
stati gli episodi (come a Milano, esempio più eclatante) dove x manifestantx
elogiavano le guardie e addirittura sfilavano con loro in corteo! Non so voi ma a me vennero i brividi e mi vengono ancora, se si tiene conto
per di più che tra i punti del programma distribuito dax militanti dei forconi in
quei giorni c'era l'intento di un “governo forte, di transizione, presieduto dai militari”:
ne più ne meno di un colpo di stato. Sicuramente c'è tantissimo di altro da dire (e da dire meglio, meglio documen-
tato) ma le mie sensazioni al momento sono queste: che ci sia tanta necessità
sì di diffondere idee, cultura, spunti di liberazione e di resistenza (nelle accezioni
più ampie che si possono attribuire a queste parole) ma anche organizzarsi tra
chi già vive e lotta da antifascista, in modo da non restare mai disarmati di fronte
ai violenti e repentini cambiamenti. Non possiamo credo permetterci il lusso di adagiarci sulla tranquillità: i fascisti
andranno crescendo e andrà di pari passo aumentando la loro azione di attacco
(così come la storia insegna), al contempo la repressione sbirresca non sme-
tterà mai di fiatarci sul collo e proteggere i camerati. Siamo in guerra. L'abbiamo scritto nei volantini, urlato a gran voce, dipinto a
spray sui muri: sentirlo intimamente ogni giorno è l'autodifesa più grande che
mi sento di potere esercitare. Senza mai voler vivere prigioniero della paranoia
ma nemmeno mai dare il fianco a questx assassinx al servizio dex ricchx,
oggi come ieri. Per quanto riguarda Forlì, il mio sprono è continuare determinatx, consapevolx,
decisx, organizzandoci per smascherare agli occhi della città queste carogne
ma anche per contrastarli nelle strade, senza sottovalutare ne sopravvalutare
la presenza di una sede (fino ad oggi sempre chiusa) di fascistx in città. Con il cuore ad Andrea, accoltellato il 16 maggio ad Arco (TN) dai fascisti e
con la voglia che tra compagnx ci si trovi e ci si confronti. - unx compagnx -

BRUTTI APPUNTI DA TENERE A MENTE...

A Forlì la notte tra il 19 e il 20 aprile 2013 ignoti (che non è poi tanto difficile
immaginare che razza di gentaglia possa essere) sfregia tracciando svasti-
che e croci celtiche con vernice e incisioni di lama la macchina della curatri-
ce della mostra...... La sera del 16 marzo a Igea Marina fuori da un locale, due ragazzi,
conosciuti nell'ambiente dell'antifascismo e delle lotte sociali riminesi,
vengono accoltellati da neofascisti (uno dei quali ex tesserato al partito
neonazista Forza Nuova). I giornali locali, Resto del Carlino primo tra tutti
gli infami, declina la cosa come la “solita rissa tra bande”. Ma la verità che
è un'aggressione politica e stava per scapparci il morto. La risposta di quella parte di città di Rimini autorganizzata, libera cioè da
ordini e giochettipolitici dei partiti, è un corteo che si conclude con l'occupa-
zione di uno stabile abbandonato da anni che vive per una notte di festa
senza logiche di profitto. Anche dopo l'occupazione i giornali sbraiteranno
di “degrado indecente” tralasciando totalmente le motivazioni politiche dietro
a quell'episodio.
Senza il minimo pudore l'11 di Maggio Forza Nuova convoca un comizio
“contro l'odio antifascista” con la presenza del suo capo nazionale, Roberto
Fiore, ex latitante per l'indagine sulla Strage di Stato della Stazione di
Bologna (2 agosto 1980): anche questa volta uno schieramento imponente
di celerini, Digos e Carabinieri protegge le teste rasate nell'agire indisturbati
in città. ...E BEI MOMENTI DA RIPETERE Il 10 Maggio inaugura a Forlì una sede del partito di “fascisti del terzo
millennio“ (così come si autodefiniscono) Casa Pound: una manifestazione
autorganizzata (ossia senza l'egemonica partecipazione di partiti, sindacati
e altre sigle affini) si è data appuntamento in Piazza Saffi in concomitanza
con l'apertura.Piazza Saffi, luogo simbolico della resistenza partigiana
romagnola (lì, ai lampioni tutt'ora presenti, venivano appesi i cadaveri dei
partigiani vigliaccamente torturati e uccisi dai fascisti) si è riempita di gente
che non era lì per comparare un vestito o bersi una birra, ma rivendicava la
sua idea antifascista e la conseguenze avversione all'apertura del covo nero. Il presidio, trasformatosi spontaneamente in corteo, ha attraversato il centro
città fino a raggiungere la via dove i fascisti (una cinquantina, la maggioranza
provenienti da fuori Forlì) festeggiavano l'apertura protetti dai soliti sgherri:
polizia, digos e carabinieri. Per quanto i fascisti abbiano potuto inaugurare la loro dannata sede, e quindi
non si possa cantar vittoria, tantomento adagiarsi sugli allori, è stato un bel
segnale, da ripetersi ogni giorno, lo spontaneismo che ha spinto circa 200
individui a muoversi in strada non per comprare qualcosa, non per ubriacarsi
in un pub, non per andare a scuola/al lavoro in auto, ma per gridare i propri
ideali, per incarnarli e dimostrarli: essere antifascisti ed essere contrari alla
presenza din questa gentaglia nella propria città.

Prigionieri No Tav - Lettera di Francesco

Cremona, 2/8/14

Il racconto, il racconto per intero!
(un + a chi ha colto l'oscura citazione)

Mi è stato dato ad intendere che ci siano idee vaghe sul mio luogo di detenzione, ammetto che  io per primo quando mi hanno portato in matricola a S. Vittore per il trasferimento e mi hanno detto: “Cremona” ho sgranato gli occhi e ho ripetuto incredulo: “Cremona?” Non sapevo neanche che ci fosse un carcere!
Durante il tragitto mi hanno dato l'opportunità di diventare nostalgico: Piazza Napoli, Ticinese, lo svincolo per Alessandria... Dopodiché, mi sono addormentato per risvegliarmi a Caorso e di lì a poco alla nuova dimora. Dopo un'attesa che a me è sembrata infinita, in una cella microscopica con dentro niente se non scritte di tutta la gente passata di lì, mi hanno fatto la visita di rito, perquisa e mi  hanno detto che sarei andato nella sezione “C”, me l'hanno detto come se dovessi sapere cosa fosse.
A quanto pare la sezione “C” è l'unica sezione a celle chiuse di tutto il carcere, dove ci sono definitivi di lunga durata (anche 15-18 anni) e la gente che ha fatto casino nelle altre sezioni.
Dopo due settimane a S. Vittore con celle aperte 12 ore al giorno e, per quanto affollate, più ampie del 4x2 (a essere generosi) in cui sono ora, l'impatto è stato forte. Il mio compagno di cella (uno zingaro di 23 anni) mi ha ribadito, come molte scritte sui muri, che questo è un carcere di merda dove non funziona niente...
Due giorni dopo l'hanno messo in un'altra cella ed è da allora che sono da solo. Superato l'impatto iniziale, però, mi sono abituato. Il fatto che le celle siano chiuse non rappresenta in realtà un grosso problema e tutti i detenuti della sezione (o quasi) affermano che si sta più tranquilli qui. L'ala nuova con celle aperte e da 3 persone (qui son da due, anche se ci sono stati tempi dove riuscivano  a fare un tetris da 3), doccia in cella e tavolo dove mangiare, vengono descritte come più casiniste e infatti la maggioranza di quelli che hanno fatto casino durante i saluti erano proprio lì.
In molti mi hanno giurato che farebbero carte false pur di star soli in cella, e devo dire che non hanno tutti i torti. La sera tengo la tv spenta e con un sottofondo di cicale rispondo alle vostre lettere!
Ci concedono 4 ore d'aria al giorno + 2-3 di socialità. 3 volte alla settimana al posto dell'aria (che è un cubotto di cemento 15x20 con muri da 5 metri) si va in un simpatico campetto con calcetto, campo da tennis e mezza pista d'atletica: sì, è divisa in due.
Il cibo del carrello è spesso improponibile, si salva giusto l'insalata, la frutta (difficile farle male), le uova sode e poco altro. Tutti quelli che possono si cucinano per i fatti loro con il sopravvitto, anch'io mi sto organizzando in tal senso, anche se con i tempi della spesa ci vorrà un po'. Inoltre qui, per qualche assurda regola, non entrano i cibi fatti in casa, cosicché dovrò rinunciare alle leccornie che mi entravano a S. Vittore.
Se a S. Vittore si trovava qualche secondino esaltato o comunque convinto del suo ruolo (all'arrivo in matricola ne ho visto uno con una collanina d'argento con le manette... giuro!), qui tali elementi sembrano assenti. Svolgono il loro lavoro con lo stesso automatismo e la stessa naturalezza con cui lo farebbe un impiegato delle poste e, effettivamente, qui sembra che la tua vita sia in mano a degli impiegati comunali... Detta così fa rabbrividire, e un po' a ragione, ma la burocrazia è oltremodo ordinaria, così si riescono ad attuare delle strategie di  sopravvivenza e a entrare nel ritmo.
Devo dire subito che la rassegnazione qui è massima, talmente alta che sembra a volte che in molti cerchino di far finta di non essere in galera e sono disturbati da qualsiasi cosa glielo ricordi. Le grida di libertà arrivate da fuori sono state accolte da alcuni con molta indifferenza e, io credo, quasi fastidio. Libertà qui è una parola sussurrata (come “cazzo” alle elementari) che il vero detenuto, quello che sa farsi la galera (odiosa espressione del linguaggio carcerario), non pronuncia.
Ammetto che ci sia di sottofondo un'intenzione difensiva, se sai che devi stare chiuso come una gallina in un pollaio per degli anni, cerchi di mettere in atto degli strumenti psichici difensivi che ti permettano di resistere. C'è chi sta sulle sue e chi fa gruppo, chi fa il capo e chi il gregario, l'obiettivo non è il riscatto ma la sopravvivenza.
A questo bisogna aggiungere la questione dello sconto sulla pena. Ignoravo, prima di venire qui, che ci fosse una legge che garantisce 75 giorni di sconto per ogni semestre passato senza rapporti. Questo vuol dire 5 mesi di abbuono per ogni anno trascorso in buona condotta, non è poco per chi si deve fare le annate. Un siciliano oggi mi ha mostrato orgogliosamente i suoi 9 semestri di buona condotta. Se aggiungiamo a questo il fatto che ti possono fare rapporto per qualunque cazzata, dal litigio con un detenuto fino a rispondere male a una guardia, si capisce come con questo sistema siano riusciti a pacificare completamente la situazione nelle carceri. Sebbene un detenuto qui in sezione si vanti dei suoi 37 rapporti maturati in quasi 6 anni di detenzione.
I detenuti di lunga esperienza mi raccontano di una galera completamente diversa prima dell'introduzione di questo sistema. Pestaggi di guardie, rivolte scioperi. Tutto questo, per quel che ho potuto vedere, è del tutto sparito. Sono riusciti a scambiare la rabbia per la rassegnazione, rendendo per loro più gestibile tutto il carrozzone.
A S. Vittore avevo trovato qualche detenuto che usava la parola “compagni”, ma se già lì faticavano a mettermi a fuoco, qui non riescono proprio a capire chi io sia. Il più informato mi ha detto che una volta ha letto un articolo sulla Torino-Lione. Per farmi capire un po' devo tradurre compagni con amici e solidarietà con famiglia.
Generalmente sono tutti sorpresi dai saluti e dalla mole di posta, nonché da qualche mio racconto sulle attestazioni di solidarietà: dalle raccolte di soldi ai numeri delle manifestazioni, non so dirvi quanto tutto questo sia apprezzato, ma genera molta curiosità, vedremo se si può infilare qualcosa di più.
I motivi della contestazione per i quali sono dentro sono abbastanza oscuri, anche alle guardie, ma la cosa in sé non è vista male e viene generalmente ricondotta ad un immaginario di rivolta. C'è chi mi chiama No Tav, BR o Acab, a seconda delle giornate. Gli stranieri sono quelli più solidali, e quelli meno avvezzi ai compromessi. Molti italiani che si atteggiano a “veri detenuti” ridono e scherzano con le guardie in un rapporto semi-amicale che a me lascia molto perplesso, ma d'altro canto molti dei secondini provengono dalle stesse zone d'Italia e condividono la stessa cultura, cultura si fa per dire, in senso sociologico più che letterario.
Questo è un luogo d'attesa. Sembra una bolla temporale rimasta al diciannovesimo secolo, un tempio della burocrazia dove ciecamente vengono applicate decisioni prese altrove da qualcun'altro. Il tempo non ha lo stesso significato che ha fuori. Si potrebbe fare un parallelo con la teoria della relatività, altrimenti non saprei come spiegarvelo. Le giornate passano lente, ma il tempo sembra volare, forse perché lo si spreca. Non c'è l'ansia di fare che c'è fuori, o meglio, c'è (di ansia ce n'è moltissima), ma sai anche che, se chiedi tramite modulo un manico di scopa, potrebbero passare anche 5 giorni. Vissuta per anni, una condizione del genere fa molti danni, basta guardare in faccia i miei compagni di sventura. Al momento io cerco di vivermela al meglio, come una specie di Erasmus nell'Ancièn Regime.
Un detenuto veneto una volta mi ha detto che qui mi sarei laureato anche in pazienza, e va bene, prendiamo anche questo titolo, non posso permettermi di farmi avvelenare il sangue, ne uscirei distrutto in pochi giorni. Ma non posso neanche dissociarmi al punto di non ricordare quanto mi facciano cagare questi posti e le persone che li amministrano.
Sarà un difficile equilibrio, ancora più difficile in una guerra di nervi quale è la galera, ma vincerò, ne sono sicuro.
Ora vi saluto perché vedo che la grammatica, l'ortografia e la lucidità stanno diminuendo rispetto alle prime righe. A far niente ci si stanca moltissimo.
A sarà düra!
Un abbraccione gioioso a tutti e tutte!
Fra

UN CAMPEGGIO DI LOTTA

  http://www.notav.info/wp-content/uploads/2014/07/35x50marcianotav.jpg

Ci siamo rimessi in marcia. Non solo nel senso che abbiamo attraversato la Valle da Avigliana a Chiomonte, ma anche nel senso che siamo tornati, valligiani e non, a incontrarci e a riattivare insieme le varie dimensioni della lotta: le cene e i momenti di convivialità, le assemblee e le iniziative. Abbiamo bloccato il TGV in solidarietà con i tre lavoratori delle ferrovie morti a Gela. Abbiamo bloccato i cancelli delle ditte collaborazioniste (nello specifico, Toro, Lazzaro e Martina),abbiamo dato la sveglia alle truppe di occupazione alloggiate all’hotel Napoleon di Susa, abbiamo bloccato l’autostrada nello stesso momento in cui si svolgeva l’udienza del riesame per Graziano, Lucio e Francesco, i tre no tav arrestati per la medesima azione contro il cantieredi Chiomonte di cui sono accusati Chiara, Mattia, Niccolò e Claudio. Abbiamo ascoltato le parole da Gaza bombardata, unendoci in un abbraccio ideale con il popolo palestinese. Abbiamo parlato, all’assemblea popolare di Bussoleno, in piazza o negli incontri al campeggio, di lotte territoriali, di appuntamenti internazionali, di trasporti nucleari, di resistenza alla guerra, di carcere e di solidarietà, di storia della repressione e del sabotaggio.
Assieme a noi hanno parlato, attraverso i loro contributi scritti, i compagni detenuti. Abbiamo percorso di nuovo, di notte e di giorno, i sentieri della Clarea, perché sono nostri e di chi li ama e li difende. Siamo riusciti a disturbare ancora una volta l’Apparato del TAV che si pretende invincibile. Ognuno con il suo contributo, senza accettare divieti e zone rosse, siamo partiti e siamo tornati tutti. Di paese in paese, ci siamo sentiti coccolati dai comitati che hanno preparato cibo e accoglienza.
Ci siamo emozionati all’inaugurazione della nuova casetta del presidio no tav di Susa, intitolata a Sole e Baleno.

Tutti e tutte sono venuti in Valsusa per lottare, pronti a svegliarsi all’alba e a camminare sotto la pioggia. Qualche aspetto andrà senz’altro affinato in futuro, sia come comunicazione (siamo ormai un movimento che parla molte lingue), sia a livello organizzativo. Vediamo questi dieci giorni come un banco di prova per migliorare le prossime iniziative di lotta. Uniti e diversi, dai ragazzi ai “diversamente giovani”, ci siamo messi ancora una volta in marcia, perché la rassegnazione qui non è di casa. Qualcuno davanti a un fuoco costringe le truppe di occupazione a presidiare un ponte per tutta la notte. Una controprova? Le dichiarazioni ridicole e allarmate dei signori del TAV, che parlano di un modo di stare insieme che non riusciranno mai a capire, lontano com’è dalle tristi stanze del potere. Qualcuno pratica sentieri più impervi, qualcun altro resta un po’ più in piano o ti sorride al ritorno dai boschi. Uniti e diversi. Questa è la nostra forza. Con Pasquale, Raul e Guccio nel cuore.


Grazie a tutte e a tutti.

campeggio itinerante, estate 2014


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Testo distribuito e discusso alla prima assemblea di campeggio, a Vaie, il 18 luglio 2014

Alle compagne e ai compagni di strada (e di sentiero)

Terra. Prudenza perdio! Guarda un po' dove vai!
Cometa. Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.

Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi

In tutti questi anni, rispetto alla lotta in valle abbiamo scritto di rado, perché spesso avevamo qualcosa di meglio da fare: vivere un’esperienza. Quando abbiamo imbrattato qualche foglio, è stato per lo più l’entusiasmo a ispirarci, anche là dove era necessario esprimersi su problemi difficili e urgenti. Abbiamo cercato di stare in questa lotta per come siamo. Vogliamo rapporti umani chiari e sinceri, non opportunismi politici. Alle componenti politiche – che di norma lisciano il pelo alla gente tacendo le critiche scomode – il nostro atteggiamento è spesso risultato ingenuo, quasi patetico. Ma “scomparire” nelle lotte a cui partecipiamo, mettendo avanti idee e pratiche invece di organizzazioni e bandiere, rifiutare il gioco mediatico a favore dell’elemento vivo di una situazione è una scelta, senz’altro in controtendenza, che porta per lo più rogne giudiziarie.
Ci piacciono i sentieri impervi e poco battuti. Meglio l'incertezza della destinazione, che la certezza di finire impantanati nella merda politica.
Eppure oggi a muoverci è l’amarezza, per la sensazione che in tutti questi anni non ci siamo davvero ri-conosciuti. Il famoso “rispetto per le differenze” esiste nella misura in cui le differenze siano riconosciute per tali. Altrimenti abbiamo solo l’appello all’unità (non a caso parola prediletta dagli stalinisti del PCI), sempre fatale per le minoranze dissidenti.
Cosa ci amareggia? Il fatto che nel programma del campeggio itinerante di quest’anno siano stati inseriti degli incontri quasi quotidiani con le amministrazioni comunali, incontri che di fatto lo caratterizzano e rendono evidente una scelta di percorso che cerca appoggio e complicità nella sponda istituzionale. Ovvio che non può essere la nostra e, chissà, neanche quella di qualcun altro.
Di sicuro non di chi riconosce nella trappola della politica qualcosa che toglie possibilità, invece di darne, all'avanzamento della lotta. Quante energie le elezioni hanno sottratto alla lotta? Tanti sono ancora convinti, come dieci anni fa, che il parere dei sindaci no tav possa influenzare le decisioni su di un'“opera di interesse strategico nazionale”? Questa illusione non è forse un modo di aggirare le difficoltà oggettive del movimento?
Se qualcuno o molti volevano coinvolgere i sindaci lo potevano fare, ma senza imporlo come impostazione generale della marcia. Abbiamo avuto difficoltà a partecipare alle assemblee preparatorie e non ne abbiamo seguìto appieno – responsabilità nostra – gli sviluppi.Nonostante questo, alcune compagne avevano fatto presente la propria contrarietà, e quindi siamo rimasti basiti nel leggere il programma, perché non rispecchia le sensibilità e le differenze di tutte le persone che hanno partecipato all'organizzazione del campeggio. Nel tempo, in tanti anni di lotta, la fiducia reciproca è cresciuta notevolmente proprio perché quando abbiamo organizzato insieme qualcosa,
ci siamo sempre rispettati.

E per noi anarchici, che non abbiamo alcuna fiducia nella Legge, che è imposta dall'alto, gli accordi, frutto invece di un libero confronto, valgono più di ogni altra cosa.
Ma è possibile che ci siamo ri-conosciuti così poco? Rispetto ad alcune iniziative strettamente valsusine – organizzate a moda nostra, come si dice qui – spesso non ci siamo espressi. Ma la lotta no tav ha da tempo superato i confini territoriali – pur avendo in Valle il suo cuore pulsante – e i campeggi estivi sono proprio, soprattutto a partire dal 2011, una delle occasioni costruite insieme tra valligiani e non. E infatti la proposta del campeggio itinerante è stata fatta da compagni e compagne che non vivono in valle.
Non abbiamo mai preteso che tutti fossero anarchici, ci mancherebbe, ma abbiamo sempre messol’accento su quei pochi e insieme irrinunciabili elementi che ci uniscono. Il modo di intendere il rapporto con le istituzioni locali non è fra questi. Ci battiamo, sognatori quali siamo, per una società in cui non esista più la delega, in cui i Consigli della gente sostituiscono le istituzioni locali dello Stato. E ciò che sogniamo per domani ci sforziamo di viverlo fin da oggi.
Siamo anche convinti che ciò che ha fatto innamorare tante donne e tanti uomini rispetto a questa lotta è proprio il fatto che essa è stata assunta e vissuta in prima persona. Che ha, cioè, cambiato le vite di chi vi partecipa.
Leggiamo poi che alle amministrazioni locali, oltre alla bandiera no tav, si vuole donare la bandiera con i nomi dei compagni in carcere. Che dietro l’iniziativa ci sia l’intento sincero di rafforzare la solidarietà verso i compagni lo sappiamo. Se fossimo degli opportunisti (visto che la liberazione dei compagni ci sta ovviamente molto a cuore), potremmo dire “tutto fa brodo”. Ma cambiando posizione a seconda dei contesti non si costruisce nulla di solido. Anche questa iniziativa non la condividiamo e non possiamo tacerlo. Primo perché siamo sicuri che ai compagni detenuti questo tipo di solidarietà non fa piacere, secondo perché, ufficializzata nel programma come iniziativa della marcia Avigliana-Chiomonte, ci coinvolge nostro malgrado. Dagli arresti di dicembre in poi siamo riusciti a fare in modo che ciascuno trovasse le proprie forme di solidarietà, fermi nelle intenzioni e aperti nel confronto, capendo cos’era comune e cosa non lo era.
Era così difficile immaginare che a diversi anarchici e anarchiche consegnare delle bandiere con i nomi dei compagni a sindaci e amministratori non risultava gradito? Siamo una componente di questa lotta (che, sia detto en passant, sta pagando anche un discreto prezzo repressivo). Questo non ci rende né superiori – ci fa tendenzialmente schifo chi specula sui propri compagni dentro per acquisire “peso politico” –, ma nemmeno subordinati a chicchessia.
Posizione minoritaria? Può essere, ma nulla per noi è mai stato questione di numeri. Abbiamo cominciato a partecipare a questa lotta ben prima della sua esposizione mediatica, proprio perché ne condividevamo sinceramente l’obiettivo. Ci sono mille ragioni per cui abbiamo dato il nostro modesto contri buto contro l’Alta Velocità – la promessa che abbiamo fatto dopo la morte di Sole e Baleno, ad esempio –, ma nessuno di questi era strumentale. Certo, vogliamo fare la rivoluzione, farla finita con lo Stato e con il capitalismo. Ma la lotta contro il TAV non è mai stato un mero pretesto, funzionale ad altro, bensì un obiettivo che condividevamo e condividiamo appieno anche nella sua portata circoscritta. Ci abbiamo messo e ci mettiamo testa e cuore.
Tra i tanti gesti di solidarietà possibili, non è accettabile scegliere per tutti quelli che non sono di tutti. E un programma è una cornice per tutti e tutte, che ci costringe a dire chiaro e tondo che non siamo d’accordo. Rispettiamo le differenze, ma a partire dalla nostra, di differenza, presenti nella lotta per ciò che siamo, diciamo e facciamo. I silenzi interessati non ci appartengono. Siamo venuti lo stesso al campeggio, perché un’estate di lotta in Valle è importante per tutti. Ma non sacrifichiamo per niente e nessuno – foss’anche la rivoluzione sociale – i nostri valori e i nostri metodi. Settari? No, onesti con noi stessi e con gli altri.
Questa lotta ci riserva e ci riserverà tante difficoltà. Altri tre compagni – a cui va tutta la nostra solidarietà – sono in galera. Le difficoltà ce le assumiamo con tutta la generosità di cui siamo capaci, chiari, sempre, con i compagni e le compagne di strada (e di sentiero).

13 luglio 2014

 

anarchiche e anarchici contro un mondo ad alta velocità