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SUL MONDO CARCERIZZATO

UNA SOCIETA' CHE HA BISOGNO DI PRIGIONI
E' ESSA STESSA UNA PRIGIONE.
Se ciò che si origina è simile a ciò che l'ha originato, allora un carcere può
nascere solo dalla mentalità oppressiva di una società che è essa stessa
carcere. La società in cui viviamo si fonda sulle punizioni e sul controllo, su ruoli presta-
biliti; fin da bimbi a ben pensarci, l'educazione che subiamo è basata su premi
e punizioni. Le nostre vite sono scandite da orari fissati da altri (come in carcere), le nostre
strade sono sorvegliate da agenti armati e videocamere (come in carcere), i
nostri futuri hanno solo le alternative che il nostro portafoglio ci permette (come
nel carrello del carcere), le nostre possibilità derivano da permessi che chi ci
comanda ci da o ci nega (come in carcere). Certo il tutto viene edulcorato dalla
retorica democratica che ci ha convinti che siamo liberi (perchè possiamo sce-
gliere cosa comprare, ubriacarci la sera, fare una settimana di vacanza all'anno)
ma l'impianto sociale è sostanzialmente identico dentro e fuori le mura di quegli
inferni (prigioni, lager per migranti ossia i CIE, riformatori, OPG): barriere, limiti,
punizioni, frustrazioni. Lottare contro il carcere è lottare contro un'idea, l'idea che la giustizia si possa
ottenere attraverso scritte su carta (leggi) e manganelli, l'idea che un muro possa
risolvere un problema, l'idea che la libertà sia un privilegio che chi detiene il
potere concede a chi gli fa comodo, e non un fatto naturale inscindibile da ogni
individuo, come respirare. Il carcere è un baluardo della società in cui viviamo. È evidente infatti che oggigiorno non si ubbidisce alla legge per rispetto o fiducia
nel suo esercizio, ma quasi sempre solo per timore delle conseguenze della
trasgressione: denunce, multe, prigionia. Senza questo deterrente, senza la violenza cieca e assassina delle guardie e
degli eserciti, senza il potere brutale dei governanti che tutto devastano e sac-
cheggiano, non potrebbe reggersi in piedi un mondo fondato sul privilegio. Il carcere, la paura che instilla, fa sì che gli sfruttati abbiano timore di ribellarsi. Lottare contro il carcere è lottare contro la paura di prendersi e vivere la Libertà. Sicuri che quello che ci hanno abituato a chiamare “crimine” abbia sostanzial-
mente una ragione sociale (sia che si parli di spaccio di droga, di assassinii,
di stupri etc) siamo altrettanto sicure che per evitare che le nostre vite siano
costellate da così tanto marcio e sopruso si debba stravolgere radicalmente
l'idea stessa che abbiamo di vita collettiva: utopico? Idealista come la pretesa
di abbattere una prigione? Ma se non si vive per ricercare gioia e libertà, e per
lottare per esse se ci vengono negate, per cosa ha senso essere vivi?! APPOGGIAMO con le nostre iniziative la mobilitazione nazionale lanciata dal
“Coordinamento dei detenuti” in solidarietà ai/alle prigionieri/e in lotta, per le
giornate dal 10 al 30 settembre. Il coordinamento, nato dopo una rivolta nel carcere Buoncammino di Cagliari,
a seguito dell'ennesimo pestaggio da parte dei secondini, vuole porre pubbli-
camente il problema dell'inferno carcerario: i regimi di tortura dell'isolamento
del 41bis e del 14 bis, e le condizioni disumane di igiene e trattamento dei/del-
le detenuti/e.
IN PERIODI DI CRISI SOCIO-ECONOMICA COME QUESTO
IL CARCERE E' UNA PROSPETTIVA CHE CI COINVOLGE TUTTI:
sempre di più infatti sono i comportamenti fino a ieri ritenuti “normali” e ora
puniti al fine di soffocare sul nascere ogni aspirazione di libertà; sempre in
aumento le carceri (una dovrebbe sorgere anche a Forlì, nel quartiere “Quattro”),
segno che non c'è nessuna volontà di “prevenire”, ma solo di cacciare sempre
più gente in cella. CONTRO OGNI GABBIA E CONTRO LA SOCIETA' CHE LE NECESSITA! SOLIDARIETA' E COMPLICITA' Ax DETENUTx IN LOTTA!

SULLA GUERRA TRA POVERI

Queste parole vogliono dare qualche spunto di riflessione sui giorni che 
stiamo vivendo, sulle trasformazioni sociali che passano affianco e dentro
la nostra esistenza, delle quali spesso non ci accorgiamo o peggio non ce
ne importa nulla, anche quando ne va della nostra libertà. Partendo da una parole o un'espressione forse è più facile chiarire i termini
di un discorso molto ampio...
GUERRA TRA POVERI Intendiamo per guerra tra poveri un fenomeno che è già realtà. Guerra tra poveri è l'autista che prende 1100euro al mese che si accanisce
con l'immigrato che non paga il biglietto, il controllore infame che multa altri
poveri per arricchire e compiacere i ricchi padroni di Ferrovie dello Stato; il
cassiere che denuncia chi ruba dallo scaffale dell'alienante super mercato;
l'onesto e bravo cittadino che fa la spiata alla Questura se vede due figure
“sospette” aggirarsi vicino a una banca... Poveri che, per lavoro o per indottrinamento, fanno la guardia al patrimonio
dei ricchi che li comandano. Patrimonio del quale non usufruiranno mai. In questa guerra, come in ogni guerra, c'è una parte più, più attaccata, più
“scoperta”. Gli ultimi, gli esclusi, i reietti, i facili capri espiatori. I migranti, sotto il ricatto costante di pezzi di carta che sanciscono se essi
possono esistere o meno in Italia (permesso di soggiorno) e sottoposti a
episodi di discriminazione quotidiana. I diseredati, che non posseggono denaro e quindi non hanno diritto a vivere
in questo mondo. I sovversivi, che non si arrendono alla tragedia di questa società che sta
distruggendo il pianeta e agiscono senza lamentarsi o delegare, cercando
di stravolgere il presente. Una guerra ha sempre anche i suoi soldati volontari. Questi sono, oggi come
novant'anni fa, i fascisti. Ai tempi del tristemente noto “ventennio” bastonavano scioperanti, distrug-
gevano Case del Popolo e assassinavano sindacalisti e rivoluzionari, oggi,
in maniere (ancora) più blande il copione si ripete. Ubbidienti servi dei partiti o organizzazione a cui sono asserviti propaganda-
no tra la gente facile odio contro “i diversi” (per colore, luogo di nascita, idea
politica, preferenze sessuale etc), attaccandoli fisicamente (agguati, accoltel-
lamenti, pestaggi, incursioni con mazze e pietre nei negozi gestiti da migranti)
e d'altro canto proclamandosi tutore dell'ordine e della morale politica, in un
paese in cui oramai corruzione e “caos” imperversano. I fascisti di oggi da un lato occupano case per famiglie (solo italiane) e orga-
nizzano cene di beneficenza, si candidano al governo e stringono alleanze
di palazzo coi soliti potenti, dall'altra stanno nelle strade armati e addestrati
in cerca di “prede”, radunano gruppi punk-rock neonazisti da tutta Europa,
vanno a combattere in trasferta coi nazisti Ucraini (il caso di Francesco
Fontana, membro di Casa Pound).

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LA RESISTENZA OGGI E' RESISTENZA URBANA

Se da un lato è assolutamente vero e grave che esistono tutt'oggi gruppi che 
si rifanno esplicitamente all'ideologia fascista o addirittura nazista (basti
pensare a Forza Nuova o Alba Dorata) è però altrettanto vero che la demo-
crazia ha fatto di tutto per non ostentare una “forma” fascista del suo potere
ma per mantenere invariata la ferocia con cui repirme, punisce, opprime gli
individui. Il potere, così ridisegnato e spacciato come “volontà del popolo”
(o meglio, della maggioranza votante del popolo) è spesso ancora più peri-
coloso di quello dichiaratamente fascista perchè ammantato di quelle
“garanzie democratiche”che dovrebbe assicurare pace, giustizia, equità,
libertà. Parole queste ultime che loro, chi ha fatto le regole del gioco e ne
detiene le redini, hanno ridisegnato a uso e consumo di questo mondo. Se qualcuno ancora vuole crederci non saremo noi a destarlo dal suo torpore. Il fascismo però è evidentemente vivo in democrazia, si può dire che ne sia
la logica e storica prosecuzione e che l'ipocrisia democratica (elezioni, forma-
le libertà di consumo, diritto legale) e la spudoratezza violenta fascista (carceri,
polizia, servizi segreti, eserciti, leggi del codice Rocco) coesistono e si
completano. Ben lungi dal voler difendere la democrazia (la dittatura di una maggioranza
su tutte le “minoranze” non è certo più auspicabile di una qualsiasia altra
dittatura, ideologica o militare) ma desiderosi di rendere evidente quanto le
logiche partorite dal fascismo siano state assunte in toto dal regime demo-
cratico, benchè “rivedute e corrette” per adattarsi ai tempi che mutavano. Il fascismo è vivo nelle città in cui siamo stipati. Città progettate e costantemente ricostruite per essere sempre più sicure per
chi comanda e opprimenti per chi desidererebbe del verde, del vivo, degli spazi
di autonomia e non cemento e fabbriche. Città ideate per distruggere il senso
di comunità tra le perosne e privilegiare i rapporti economici, dai trasporti merci
ai nostri stessi spostamenti dettati dagli orari di lavoro e di consumo. Il fascismo è vivo nella logica della paura, propagandata in tutti i mass media
(specie quelli ritenuti neutrali come internet), nelle camionette militari nelle piaz-
ze, nelle volanti di polizia e carabinieri per le strade, nei grappoli di videocamere
sparse ovunque si porga lo sguardo: tutta questa gente armata e le loro tecno-
logie obbediscono direttamente allo stesso Stato che ci spia, che ci affama,
che ci intristisce, ci opprime, ci ricatta con i debiti e il salario, che ci ammala,
ci emargina. Siamo ancora convinti che siano quindi là per servirci e proteggerci? Il fascismo vive nella nostra alienazione di schermi che condiziona gene-
razioni senza più contatti umani (il fascismo del ventennio aveva fatto dell'
isolamento dell'individuo dai suoi simili un'arte per far si che non si potesse
creare un'unione in grado di combatterlo). Il fascismo è tanto la pistola di Casseri (affiliato di Casapound Italia che ha
assassinato 2 anni fa a Firenze due ragazzi senegalesi) quanto l'obbedienza
quasi invidiosa all'autorità nelle varie forme sotto la quale essa si presenta
nella nostra quotidinaità: padrone di casa, professore, datore di lavoro, sbirro etc. Il fascismo è una mentalità (come tale non si può ritenersi conclusa il 25 aprile
1945) atta a indirizzare la vita collettiva in maniera opprimente e discriminante,
massificante e xenofoba, violenta e negatrice della diversità: tutto quello cioè
che succede già oggi nelle nostre vite in città. Laddove non si creano legami di solidarietà, di autogestione e resistenza all'
arroganza dello Stato ci si sente impotenti di incidere nel mondo, ben felici e
fiduciosi nel delegare al primo “uomo forte” le sorti della propria vita. Ogni qual volta una società si è trovata in crisi economica è successo che i
fascisti emergessero sfruttando il malcontento e trovassero agibilità politica.
Non permettiamo più che accada. Non permettiamo più che accada che le città
in cui volenti o meno abitiamo diventino sempre più simili a carceri a cielo aperto. La resistenza è un concetto di quotidianità in conflitto, è avversione all'odio che
ci vorrebbe invischiati in una guerra tra poveri sfruttati piuttosto che in una guerra
sociale contro chi sfrutta; la resistenza è pratica di libertà.
L'antifascismo è libertà.

CONSIDERAZIONI ANTIFASCISTE

(partendo da Forlì, andando ovunque)

Il 10 maggio 2014 è stata una bella giornata a Forlì.
Nonostante 50 fascisti, asserragliati dietro scudi e manganelli della Polizia di 
Stato e Carabinieri potessero brindare impunemente l'apertura di un loro covo,
la piazza e le strade
di questa città, generalmente così sonnolenta, sembravano destate e arrabbiate. Chi conosce un po' il territorio sa perfettamente che è cosa più eccezionale che
ordinaria che circa duecento persone scendano in strada in maniera autorganiz-
zata (non chiamata cioè da partititi o sigle istituzionali di sorta) per rivendicare e
agire i propri ideali: in questo caso un ideale oggigiorno tanto dimenticato quanto
manipolato, l'antifascismo. Purtroppo soffriamo (un generico “noi” di chi critica e comunica la propria critica)
a diffondere, discutere, scrivere, collettivizzare molto più spesso gli episodi spia-
cevoli, conservando per le chiacchiere tra pochx o tra se e se le situazioni positive. Queste righe sono per condividere le considerazioni di una giornata piuttosto bella
che è raro vivere a Forlì. Piazza Saffi, luogo simbolico della resistenza partigiana romagnola (lì, ai lampioni
tutt'ora presenti, venivano appesi i cadaveri dex partigianx vigliaccamente torturatx
e uccisx dax fascistx) si è riempita di gente che non era lì per comparare un vestito
o bersi una birra, ma rivendicava la sua idea antifascista e la conseguenze avversio-
ne all'apertura del covo nero di via Donizzetti 31. In maniera comunicativa si sono susseguite canzoni, cori, interventi svariati e letture
di volantini. Dopo due ore di presidio statico la piazza, in maniera spontanea e deci-
samente condivisa, sceglie di muoversi verso l'annunciata neo sede dei fascisti del
terzo millennio. Le strade sono state vissute con energia, cantando cori, urlando alla gente che pas-
sava il perchè si stesse sfilando. La mancanza di un megafono e di una “testa” pre-
definita del corteo ha fatto del tutto un'esperienza davvero spontanea, senza “dirigenti”
ne “strilloni” che monopolizzano il cammino e la comunicazione. Un altro fatto secondo
me molto positivo. Volantini e locandine vengono lasciati lungo la passeggiata (poche ore più tardi saranno
già state strappate da solerti vigilx urbani) che arriva fino all'imboccatura della via dove
i fascisti di Casa Pound hanno annunciato (solo il giorno stesso) l'apertura del circolo. Le due entrate della via sono presidiate da blindati e (pochi per la verità) agenti del repar-
to mobile di sbirri e alcuni carabinieri. Digos in quantità coi loro capelli unti e le videocamere alla mano riprendono ogni volto.
La loro perversione non smette mai di ripugnarmi. L'atteggiamento delle guardie è decisamente tranquillo: probabilmente il clima pre-eletto-
rale gioca a favore della più sfrenata “pace sociale” e così scelgono la linea morbida:
filmare tutto e scatenarsi con mille denunce fra qualche mese. Già si sa che a Forlì si
fanno così le cose. Toni bassi pubblicamente, poi repressione capillare per far terra
bruciata attorno a gruppi e/o individux che lottano. Il corteo passa per entrambe le imboccature della via (Raffaello Sanzio e Donizzetti)
dove x fascistx, all'udire i cori che si levano alti dalle vie, si schierano fuori dalla loro
sede in pose mache, con le loro pelate lucide al sole, le braccia incrociate, tirano tutti
i muscoli che possono sfoggiare, gli sguardi da duri. Se non fossero pericolosx infamx squadristx sarebbero solo buffonx repressx con
dipendenza da steroidi e bilanciere, ma purtroppo sappiamo che queste merde girano
con le lame in tasca, aggrediscono tantx contro unx, conoscono le nostre facce per
gli schedari che gli passa la questura, insomma, non vanno visti come “ridicolx” come
alcunx hanno detto, ma come nemicx pericolosx. Il corteo prosegue fino a tornare in Piazza Saffi, e la prima giornata di mobilitazione si
conclude tranquilla, ma decisa e per chi l'ha vissuta consapevole di cosa sia Forlì di
solito, una tranquillità col sorriso sulle labbra. Il 10 maggio non è stata una data casuale. Casa Pound quel giorno ha aperto tre sedi in Emilia Romagna (Fermo, Perugia, Forlì)
e i nazisti (ambienti legati a Forza Nuova) hanno organizzato un concerto naziskin
nei dintorni di Bologna. Il giorno dopo, una domenica, Forza Nuova (scarsa partecipazione per la cronaca),
blindata da un considerevole numero di sbirri e digos, teneva un presidio in largo
Augusto a Rimini con la presenza di Roberto Fiore, loro leader nazionale. Presidio chiaramente provocatorio visto che si rivolgeva contro la “violenza antifascista”,
quando nemmeno due mesi prima due compagni avevano rischiato grosso a causa
di un accoltellamento fascista (liquidato dai media locali, come al solito, come rissa
tra bande). La data di certo non è casuale: ogni qual volta che ci sono mobilitazioni nazionali
No Tav (il 10 infatti era chiamato da mesi un corteo a Torino per la liberazione di
Chiara, Nico, Mattia e Claudio) si sbizzarriscono per uscire dalla fogne. Se questo da un lato può voler dire che le forze di cui dispongono (alle quali non
includo direttamente quelle dello stato, ossia sbirri e carabinieri) non sono ancora
tali da permettergli un'indisturbata agibilità nelle città, dall'altro delinea una precisa
attenzione che x nostrx nemicx hanno nei confronti dei momenti in cui moltx
compagnx sono impegnatx altrove. PERCHE' SENTO L'URGENZA DI UNA RIPRESA
EFFICACE DELL'ANTIFASCISMO? La sensazione che sento a pelle che i vari gruppi nazi-fascisti stiano sentendo
che finalmente i tempi sono maturi per la loro vomitevole propaganda e, ancora
di più, pronti ad accogliere senza troppa riluttanza (o indignazione, per dirla in
maniera cittadinista) i loro metodi squadristi. Tutta l'Europa sta riscoprendo, in concomitanza con l'acuirsi della pilotata crisi
economica, il germe del fascismo: mai estinto, sempre coccolato dal potere di
ogni colore o provenienza geografica. Questo non è nuovo a nessunx. Quello che però negli ultimissimi tempi sta accadendo in Ucraina mi sta allar-
mando come mai prima d'ora. Ancora di più della situazione greca dove i nazisti
di Alba Dorata sono sorti e si sono espansi di fronte però a un movimento anti-
fascista forte, numeroso, combattivo che poteva contare su una cultura popolare
diffusa di conflittualità e, in certe zone geografiche, di solidarietà e mutuo appoggio. L'Ucraina invece pare disarmata. O per lo meno non pervengono in territorio
italiano notizie esaltanti di lotta antifascista portata avanti dax compagnx (che
non passi sui media però non significa certo che non esista). In quella terra un tempo dominata dal tallone sovietico pare che si stia afferman-
do un potere ultranazionalista con tinte nemmeno troppo mascherate di nazismo. Gli addestramenti paramilitari (filmati e propagandati su youtue a scopo
pubblicitario) di Pravy Sektor, le ronde armate al fianco degli sbirri di gruppetti di
nazi a caccia di oppositorx e migrantx, roghi di case dei sindacati (quale episodio
meglio può ricordare i tempi del terrore di Balbo e camerati nelle campagne degli
anni 20-30 in Italia?!) gente torturata, stuprata, bruciata. La situazione ucraina è certamente molto complessa su tutti i piani di riflessione:
economico, geopolitico, storico. Io non me ne intendo. Però è lampante che la presenza dei neonazisti è fortissima in quel territorio
(non fosse altro per il fatto che ci sono fascisti romani di Casa Pound in trasferta
a combattere a Kiev coi loro camerati e fascisti nostrani che stampano manifesti
dedicati agli “insorti di Maiden”). Di fronte a le immagini, agli articoli letti sul tema, alle (poche) corrispondenze
cox compagnx ucrainx pubblicate mi sono chiesto in questi giorni: se accadesse
una sommossa di tali proporzioni (come quelle di Kiev dei mesi scorsi fino ad oggi)
e le piazze si riempissero sì di gente arrabbiata, ma anche da tantx e organizzatx
nazifascistx, l'antifascismo del 2014 in Italia saprebbe efficacemente difendersi
ed eliminarli? Ho scritto che mi pare che i gruppi nazi-fascisti si sentano sempre più pronti a
un salto di qualità. Dopotutto una popolazione perchè si oppone al fascismo
(così come ad ogni dittatura, compresa quella chiamata democrazia)? La mia risposta è per difendere la libertà dell'individux, le relazioni tra gruppi,
la diversità, l'autonomia decisionale; per mantenere libera da autoritarismo, capi,
violenza, sopraffazione di ogni genere la propria esistenza. Ad oggi, nel territorio che chiamiamo Italia, non mi pare che queste appena
elencate siano priorità socialmente diffuse che moltitudini di individux sarebbero
pronti a difendere lottando, magari morendo. La retorica da bar è delle più beceramente maschiliste e razziste, le rivendicazioni
politiche (per chi ne ha) vertono sempre sulla modalità di impiego/gestione del
denaro, ideali di libertà e di uguaglianza paiono suggestioni destinata ai libri
fantasy; l'idolatria tecnologica ha sostituito pezzo a pezzo le relazioni umane;
la politica istituzionale è dominata da “leader carismatici” con deliri di onnipotenza
e c'è, all'oggi, una galassia davvero numerosa di partiti e partitini di destra o super
destra che puntano principalmente “all'italianità”. Insomma, senza voler generalizzare (come al bancone del bar appunto) mi pare
che la cultura e lo stile di vita generale (dove questa parola assume un valore
puramente quantitativo) siano abbastanza “pronti per un fascismo nuovo. Del terzo
millennio appunto. Fascismo che già in realtà esiste e che, nelle parole di chi scrive, vede nella
democrazia parlamentare nient'altro che la più subdola continuazione del ventennio
mussoliniano. Il fascismo è vivo più che mai nei CIE che sono campi di concentramento, nello
strapotere dei preti, nel posto di lavoro dove ti trattanx da schiavx e devi pure elemo-
sinare le ore, ringraziare x padronx; nelle caserme delle guardie dove ti pestano per
divertirsi, nelle videocamere ovunque che spiano tuttx, nelle ordinanze comunali anti-
degrado; nella paranoia dex diversx, nel machismo e misogenia sfrenati. Una cultura che ha tratti così marcatamente “destrorsi” mantiene (sempre a livello
di “massa” sto parlando) il suo antifascismo solo nelle delirante parole di chi si
richiama alla Costituzione: ossia carta straccia. Una prova di salto di qualità c'è stata a mio avviso il 9 dicembre (e giorni a seguire)
coi Forconi. Innanzitutto c'è da considerare che moltissime delle piazze che in Italia hanno
visto “ribellx di facebook” scendere in strada per la “rivoluzione”, erano egemo-
nizzate più o meno esplicitamente da gruppi fascisti, primo tra tutti Forza Nuova.
(ci sono state a onor del vero anche città dove le persone hanno connotatao
il loro scendere in strada con idee e rivendicazioni genericamente "di sinistra"
ma credo che costituissero un'esigua minoranza) Ma il dato che a me personalmente ha disgustato e preoccupato di più sono
stati gli episodi (come a Milano, esempio più eclatante) dove x manifestantx
elogiavano le guardie e addirittura sfilavano con loro in corteo! Non so voi ma a me vennero i brividi e mi vengono ancora, se si tiene conto
per di più che tra i punti del programma distribuito dax militanti dei forconi in
quei giorni c'era l'intento di un “governo forte, di transizione, presieduto dai militari”:
ne più ne meno di un colpo di stato. Sicuramente c'è tantissimo di altro da dire (e da dire meglio, meglio documen-
tato) ma le mie sensazioni al momento sono queste: che ci sia tanta necessità
sì di diffondere idee, cultura, spunti di liberazione e di resistenza (nelle accezioni
più ampie che si possono attribuire a queste parole) ma anche organizzarsi tra
chi già vive e lotta da antifascista, in modo da non restare mai disarmati di fronte
ai violenti e repentini cambiamenti. Non possiamo credo permetterci il lusso di adagiarci sulla tranquillità: i fascisti
andranno crescendo e andrà di pari passo aumentando la loro azione di attacco
(così come la storia insegna), al contempo la repressione sbirresca non sme-
tterà mai di fiatarci sul collo e proteggere i camerati. Siamo in guerra. L'abbiamo scritto nei volantini, urlato a gran voce, dipinto a
spray sui muri: sentirlo intimamente ogni giorno è l'autodifesa più grande che
mi sento di potere esercitare. Senza mai voler vivere prigioniero della paranoia
ma nemmeno mai dare il fianco a questx assassinx al servizio dex ricchx,
oggi come ieri. Per quanto riguarda Forlì, il mio sprono è continuare determinatx, consapevolx,
decisx, organizzandoci per smascherare agli occhi della città queste carogne
ma anche per contrastarli nelle strade, senza sottovalutare ne sopravvalutare
la presenza di una sede (fino ad oggi sempre chiusa) di fascistx in città. Con il cuore ad Andrea, accoltellato il 16 maggio ad Arco (TN) dai fascisti e
con la voglia che tra compagnx ci si trovi e ci si confronti. - unx compagnx -