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BRIGATA 36 - FUCK SEXISM

FERRARA - 10 anni fa avveniva lo sgombero del Dazdramir Occupato

 Quest'estate cade il decennale dallo sgombero dello Spazio Occupato e Autogestito Dazdramir di Ferrara avvenuto il 25 luglio 2007. Un luogo che è vissuto 13 anni, tra alti e bassi come conviene ad esperienze di questo tipo, a cominciare da quel 1994, data in cui è stato aperto in via Ravenna alla ex scuola Bombonati, per approdare poi alla sua sede definitiva in via Alfonso D'este 13. Un ex deposito dei mezzi del servizio ambientale posto su un magnifico e verdissimo baluardo delle antiche mura estense, il “baluardo della Montagna”. Originariamente nata in seno ad un gruppo di persone vicine a Rifondazione Comunista o fuoriuscite da quel partito, l'idea di un centro sociale autogestito in città aveva via via sedotto nuovi adepti a Ferrara, un paesone provincialissimo che purtroppo vedrà il Dazdramir - o meglio, il Daz, come comunemente era chiamato da amici e nemici - come l'unico esperimento di questo tipo sul territorio (se non contiamo l'esperienza dell'aggregazione giovanile dei punk del sotto-stadio di via Ortigara organizzati attorno alla band Impact negli anni '80 e l'episodio dello Space lab a Lido degli Scacchi, finito bruciato e spazzato via).
Avere un luogo fisico dove incontrarsi, dove discutere, dove organizzarsi. Uno spazio dove decidere i cortei e le manifestazioni, i presidi da svolgere, le iniziative culturali da fare, i movimenti nel mondo da appoggiare. Dove poter decidere assieme come impiegare i giorni e le notti, le ore della propria vita. Senza dover sottostare al potere del denaro, al potere dello Stato, al potere della burocrazia, al potere del lavoro salariato, al potere del ticchettio del tempo che scorre: al potere dell'autorità, insomma! Era importantissimo. Necessità e bisogni sentiti e reali. Basilari. Dunque necessità e bisogni di base.
Dalle prime feste nei centri sociali anziani per racimolare qualche soldo e farsi conoscere, all'entrata e alla successiva combustione di via Bombonati, fino alla presa del Palazzo d'Inverno di via Alfonso D'Este, e alla decisione alla fine del 1998 di non rinnovare la convenzione intanto sopraggiunta e stipulata col Comune di Ferrara, entrando di fatto nel periodo dell'occupazione totale fino allo sgombero dell'estate 2007. L'avvicendarsi naturale delle gestioni del Dazdramir fece sì che la composizione dell'assemblea mutò nel tempo. Così se ne andarono alcune persone maggiormente legate ai partiti politici della sinistra riformista e ad una concezione della politica semi o para istituzionale, e contemporaneamente si avvicinarono molte altre persone.
Di conseguenza molte cose nel tempo cambiarono, senza sapere ancora oggi se il segno sia stato positivo o negativo. Del resto, è evidente che la cosa importa solo da un punto di vista personale. Un giudizio di merito non può essere che di parte. Un giudizio partigiano ma non nostalgico o conservatore. Poiché le cose cambiano e nulla è mai uguale a prima. E così fu per la dimensione sociale, prima lasciata ai margini o solo alle occasioni prestabilite, come i concerti o le iniziative culturali e politiche. Se infatti all'inizio il Daz rimaneva aperto solo durante queste occasioni, negli anni a seguire aprì i suoi pesanti portoni di ferro blu tutti i giorni e quasi a tutte le ore e molte persone, oltre ai partecipanti all'assemblea, poterono dormirci. Per molti versi una bella cosa, per altri non proprio. Così che non era infrequente che studenti scappati alla noia di una giornata da trascorrere in classe, si ritrovavano con anarchici mezzo alcolizzati, moldavi alcolizzati del tutto e marocchini che bestemmiavano in dialetto ferrarese mentre assieme giocavano al calcino rubato al mare chissadove o a giochi di carte improvvisati ed inventati al momento. “Occh al maz, l'é al zòg dàl Daz!”. Il tutto ascoltando musica che era un misto di folk alla De Andrè, dance slava, Aisha Aisha magrebina e punk-hardcore europeo tiratissimo. Questa bellissima fotografia di una babele culturale che si amalgamava spontaneamente, non senza a volte qualche screzio e qualche antipatia, è una cosa che è ben stampata nella mia mente. Una fotografia in bianco e nero, come quei vecchi ricordi sbiaditi che riaffiorano per caso da qualche album della memoria, che però si conserva con cura e con gelosa bonomia. Con un sorriso che scappa quando la si osserva, ricordando le belle cose e scordando quelle brutte. Perché anche di cose brutte, uno spazio come il Daz, che non era né credeva di essere perfetto, ne è stato strapieno, come credo sia successo a tutte le esperienze simili. Ma questi errori, che servono sempre per crescere e per maturare, valgono soprattutto per vivere il futuro, non per descrivere il passato. O peggio rimpiangerlo. Sono utili nella storia dell'individuo e nelle storie che gli individui costruiscono e mettono in piedi a cominciare dai propri percorsi. Errori utili, perché non possono essere utili che gli sbagli. Perché a far bene non si impara mai.
Quando rivedo Ferrara, io che ora abito in un'altra città, vagabondando per i vicoli rinascimentali che mi hanno dato asilo per tanti anni, anche se mi sento cittadino del mondo e patria mia è il mondo intero, non posso nascondere a me stesso un misto di piacere e tristezza. Piacere nel ritrovare angoli apparentemente banali, che ai più non diranno assolutamente nulla ma che a me ricordano tante cose, tante facce, tanti vissuti, tanti presidi, tante manifestazioni, tanti brutti incontri con gli sbirri. Ma anche tristezza, nel trovarli, questi angoli, uguali ma così diversi. A cominciare da quei muri scrostati del centro storico, prima ricoperti di scritte e manifesti, di iniziative politiche e culturali svolte al Daz o fuori dal Daz ed ora così spogli. Nudi alla vista, quasi si debbano vergognare di non avere più una loro funzione comunicativa. Ma invece non si vergognano. Non ne hanno motivo, perché oggi nessuno li guarda. E forse nessuno li guarderebbe nemmeno se fossero ricoperti dalle più sfavillanti locandine, perché il passante non ha più tempo di stare a guardare leggere osservare. Il passante passa. È già passato. Ed forse è passato anche il tempo dei manifesti, delle locandine, dei volantini, dei tazebao...oggi è certamente più comodo postare un'iniziativa su facebook. Ma a noi che c'importava della comodità! Allora sicuramente non ce ne importava. Colla di farina, pennello, birra e tanta allegria: è così che si propagava l'idea! Una sera si doveva andare ad attacchinare per un concerto, e visto che nessuno aveva voglia, alla faccia della comodità ho attacchinato quasi mille manifestini da solo. E lo faccio ancora, dopo tanti anni. Anche se, in onestà, mille manifesti...credo oggi non riuscirei. Anche perché, frattanto, i controlli di polizia si sono fatti più aggressivi, le leggi più restrittive, le multe più sostanziose, le telecamere più pervasive. Appena una decina di anni fa lo sbirro non ti portava in caserma per dei manifesti su un muro. Oggi che l'opposizione sociale è nulla e la lotta di classe è solo quella che i padroni esercitano sulle masse lavoratrici e su ciò che rimane dei movimenti, oggi si possono permettere quello che appena ieri l'altro non si permettevano. E lo fanno impudentemente. Questo finché una nuova brezza non li faccia tremare ancora. Ma purtroppo sembra che il vento spiri da tutt'altra direzione.
E così eccomi qui a ricordare che in quell'apparente pacifica e pacificata realtà che è Ferrara (dove nel silenzio quattro poliziotti possono uccidere indisturbati un ragazzo di vent'anni e dove oggi le campagne xenofobe della Lega Nord, di Fratelli D'Italia e di CasaPound non trovano adeguata risposta) è esistito uno spazio autogestito occupato. In quanti se ne ricordano. Molti della mia età sicuramente. In quei 13 anni sono migliaia le persone che sono passate dal Daz. Ma che dire se andassimo a chiedere ad uno studente? La stagnazione dell'ambiente studentesco è la più problematica. Gli studenti furono non troppi anni fa decisivi per il ricambio naturale e continuo dello spazio e delle attività, un ricambio fisiologico che sempre deve esserci. Ricordo benissimo i tanti studenti dell'Artistico che facevano parte dell'assemblea del Daz. Ma gli studenti contribuirono, ad esempio, anche alla nascita di un coordinamento studentesco di impronta libertaria (il “Saint-Imier”) delle varie scuole (ma soprattutto attivo al Liceo Classico) che, assieme a compagne e compagni anarchiche/anarchici già presenti nella gestione del Dazdramir (PAD - Punx Attivi Dazdramir), diede poi modo di formare quello che sarà il “Gruppo Anarchico Ferrarese”. Il GAF sarà un'esperienza altrettanto importante, perché permise di formare un collettivo che entrò al Dazdramir quando questo, nel 2003, stava per essere ceduto ad una associazione che lo voleva proditoriamente trasformare in un locale, sulla scia del divertimentificio ferrarese radical-chic. Il GAF contribuì anche a dare continuità ad una critica sociale diffusa in città dopo che lo spazio occupato fu sgomberato. Quindi l'impronta degli studenti, assieme a quella delle individualità che provenivano dall'esperienza dello spazio occupato, fu molto importante per il prosieguo delle lotte nel ferrarese. Oggi che non vi è più uno spazio autogestito in città, non vi è più un gruppo anarchico attivo, non vi è però nemmeno un ambiente studentesco critico da coinvolgere o che si coinvolga da solo. E questo, come detto, secondo me è il maggior cruccio per l'avvenire.
“Oltre le mura” il Dazdramir è stato comunque molto altro. Alterità di cui si fecero carico le persone che lo vissero, da portare come un bagaglio prezioso nelle loro successive esperienze di vita e di lotta. D'altronde era già da un anno e mezzo prima dello sgombero che quello spazio occupato aveva perso la sua anima. “Da quando, cioè, ha cessato di portare il suo attacco al cuore della società mercantil-capitalista per ripiegare su se stesso e divenire luogo senza prospettiva, dalle mura senza più vitalità vibranti”, come scrivevamo allora in un comunicato seguito allo sgombero, quando sbirri e scagnozzi del Comune nella mattinata del 25 luglio 2007 provvidero a cacciare chi era presente in quel momento all'interno del luogo e gli operai iniziarono a intavolare mattone su mattone i muri che servirono per chiudere per sempre quei varchi che intrecciarono per anni il dentro con il fuori. Sgomberato e murato senza nessun preavviso, per far posto ad una associazione “alternativa” filo-istituzionale che falliva miseramente dopo qualche mese e successivamente lasciava posto alla sala prove comunale tuttora presente (Sonika) e ad un laboratorio di teatro (Teatro Off). Ciò avveniva “dopo una serie di tentativi falliti in passato, giacché il Dazdramir è sempre stato refrattario a farsi legalizzare” dopo la scelta nel 1998 di non rinnovare la convenzione comunale. Quel comunicato lo sottoscrivo ancora oggi. E lo riporto integralmente sotto, così come fu scritto allora. In molti passaggi, infatti, appare di una lucidità sconvolgente nel vedere quanto quello sgombero rientrasse nei piani della politica istituzionale che prevedeva di fare della “riqualificazione urbana” il cavallo di troia per una pacificazione e una pulizia sociale poi effettivamente verificatesi. Era anche un vaticinio, una profezia sul futuro assetto della città che, col senno di poi, oggi si rivela esatto. Voglio riportare anche l'altro comunicato fatto girare al momento dello sgombero, scritto dalla componente marxista, fuoriuscita dallo spazio mesi prima che anche la componente anarchica facesse lo stesso, non trovando più nell'indirizzo che aveva preso negli ultimi tempi lo spazio una ragione valida per restare (e chissà che non si sia pisciato fuori dal vaso con quella decisione presa d'istinto). Nel comunicato scritto dalla componente marxista si scrivevano parole che oggi difficilmente si riuscirebbero a ritrovare all'interno dell'asfittico mondo della sinistra, ormai conquistato all'ideologia neo-liberale, post-ideologica, parlamentarista e riformista. Parole condivisibili anche da chi, come me, è anarchico da sempre e che meritano di essere sottolineate: “Non rinneghiamo nulla del nostro percorso e della nostra storia! (…) Proprio per questo continuiamo a credere che seppur terminata quest'esperienza, le pratiche di autorganizzazione e riappropriazione degli spazi siano ancor oggi un valido strumento di attacco. Restiamo consapevoli che l'autogestione dal basso rimane l'unico metodo di reale partecipazione diretta degli individui all'amministrazione della loro vita che supera i concetti della delega e della meritocrazia imposti dai partiti istituzionali”. Io la penso ancora così.


Ale Punk


Comunicati sullo Sgombero del Dazdramir:

(Comunicato della componente anarchica) OLTRE LE MURA
Lo Spazio Occupato ed Autogestito DAZDRAMIR non esiste più. Da circa un anno e mezzo; da quando, cioè, ha cessato di portare il suo attacco al cuore della società mercantil-capitalista per ripiegare su se stesso e divenire luogo senza prospettiva, dalle mura senza più vitalità vibranti. Il luogo fisico che lo ha ospitato in tutti questi anni, in via Alfonso d'Este 13 a Ferrara, è invece stato sgomberato e murato nella mattina del 25 luglio 2007 dagli scagnozzi del Comune, che ne rientra in possesso dopo una serie di tentativi falliti in passato, giacché il Dazdramir è sempre stato refrattario a farsi legalizzare. Ostinato e fiero nella propria posizione autonoma da qualsivoglia associazione o partito, il Dazdramir è stato l'unico esempio a Ferrara di reale autogestione dal basso e riappropriazione senza compromessi degli spazi urbani. Il variegato mondo che lo componeva comprendeva rivoluzionari, anarchici, comunisti, dadaisti, musicanti, clandestini, emarginati, irregolari, vegetariani, muratori fai da te, antifascisti incazzati, punx, lavoratori della notte, adepti del dio Shiva, strimpellatori, urlatori, liberi pensatori, imbianchini, idraulici, senzatetto, studenti, poeti sovversivi, ribelli sociali, saltimbanchi, degustatori del buon vino, amici, amiche, compagni. Queste stesse individualità vagano e continuano nella loro opera di messa in discussione e disgregazione della società opprimente in cui vivono, in cui viviamo.
È in atto la ristrutturazione dell'intera città, cominciata con la svendita degli immobili pubblici e con gli sgomberi e le demolizioni. Ferrara cambia faccia, la costruzione di nuove Nocività industriali e la riorganizzazione degli spazi urbani in ottica mercantile vanno di pari passo con la politica della "tolleranza zero" voluta dall'autorità istituzionale nei confronti delle situazioni che potrebbero rallentare gli investimenti ed i conseguenti profitti di imprenditori e commercianti. La chiusura dello stabile occupato di via Alfonso d'Este e la consegna di metà del luogo ad un'associazione che lo gestirà ossequiosamente in nome del Comune, assecondandone la volontà di riconquista e riassetto delle zone "scoperte", è solamente un tassello della Ferrara che verrà: configurata come un grande centro commerciale dove anche il divertimento avrà il suo giusto prezzo. A chi costruisce e fa costruire muri un futuro da urbanista o da secondino assicurato, a noi, invece, un'esistenza oltre le mura, perché la nostra lotta varca e supera sia quelle materiali dietro cui i cultori della Proprietà amano trincerarsi, delimitando i loro reclusori e illudendosi che tengano all'urto delle insurrezioni future, che quelle mentali che, non meno spesse, sono le peggiori delle gabbie.
Contro la lobbie del Mattone: disseminazione! Infestazione! Rivoluzione! Non è finito un bel niente finché non si è morti e noi siamo ancora vivi, oltre le mura del Dazdramir.
… … … … … …
(Comunicato della componente marxista) APRIRE VERTENZE... NON COSTRUIRE MURI
Lo spazio dove per 13 anni è stato presente il Centro Sociale Occupato Dazdramir è ritornato nelle mani del Comune di Ferrara nella mattinata del 25 luglio 2007 ed è stato prontamente murato, senza nessun preavviso. Come compagne e compagni del Collettivo che autogestiva il Dazdramir esprimiamo un giudizio di assoluta indifferenza rispetto alla vicenda, poiché il nome Dazdramir aveva terminato la sua lotta da qualche tempo nonostante qualcuno abbia tentato di far sua un'esperienza che non gli apparteneva. Le persone che ultimamente vi dormivano (o che vi subentreranno grazie alle buone spinte istituzionali) non avevano, non hanno e mai avranno nessuna continuità politica e sociale con il nostro percorso di lotte e con il nostro collettivo che aveva abbandonato lo spazio da circa 2 anni. In ogni caso non rinneghiamo nulla del nostro percorso e della nostra storia. A tutt'oggi il divario tra la condizione di vita degli sfruttati e la ricchezza di pochi eletti, tra l'oppressione del controllo sociale e la qualità dei comportamenti autonomi di lotta, si è approfondito ed esteso in maniera irreversibile. Lo dimostrano semplicemente le buste paga degli operai e le pensioni da un lato ed i continui sgomberi di spazi occupati ed arresti dei militanti che si oppongono a questo Stato di cose dall'altro. Proprio per questo continuiamo a credere che seppur terminata quest'esperienza, le pratiche di autorganizzazione e riappropriazione degli spazi siano ancor oggi un valido strumento di attacco. Restiamo consapevoli che l'autogestione dal basso rimane l'unico metodo di reale partecipazione diretta degli individui all'amministrazione della loro vita che supera i concetti della delega e della meritocrazia imposti dai partiti istituzionali. Occorre che la ribellione sociale, già consolidatasi in alcuni settori, si arricchisca di strumenti organizzativi diversi, compatibilmente con le contraddizioni territoriali presenti.
A Ferrara bisogna ancora perseguire nella lotta contro la costruzione della Turbogas, il triplicamento dell'inceneritore di Cassana e Contro Ogni Nocività; mobilitarsi al fine di contrastare la precarizzazione del lavoro e della vita; sostenere chi in questi anni sta cercando di far giustizia per l'assassinio di Federico Aldrovandi; combattere con ogni mezzo i fascisti della X-Mas perché non sfilino più nella nostra provincia; opporsi alla criminalizzazione e alla repressione sempre più esasperata degli immigrati che giornalmente vengono additati come unici responsabili di un degrado sociale che è invece il prodotto dello stesso Sistema capitalista. Questa ribellione, tuttavia, non deve restare isolata dall'analisi che queste dinamiche sono sempre inserite nel contesto sociale ed economico della società in cui viviamo e controllate dal potere politico del capitalismo, sotto il cui Dominio crescono enormi disuguaglianze. Una per tutte: il fenomeno dei flussi migratori, già storicamente inarrestabili e accelerati da un complesso disegno neo-colonialista-liberista che perpetua situazioni di guerra globale e disastri ambientali.

Centri sociali

Possibilità dell'autogestione o autogestione della miseria?

Edizioni SenzaPadroni c/o Spazio Libertario "Sole e Baleno"
via Sobb. Valzania 27, Cesena
www.spazio-solebaleno.noblogs.org

Il progetto dei Centri Sociali Autogestiti (CSA) si sviluppa in Italia negli anni '70, per influsso di militanti provenienti dalle fila delle organizzazioni extraparla-mentari di sinistra o anarchiche antiparlamentari.
Nascono come spazi più liberi e aperti rispetto ai circoli e alle sezioni di partito, luoghi che fino a prima avevano rappresentato i luoghi simbolo dell'aggregazione giovanile impegnata sul fronte politico.
Con la comparsa dei primi punk anarchici (frangia politicizzata del punk italiano) nei primi anni '80 e poi con l'eplosione del fenomeno Hip Hop i Centri sociali acquisteranno anche una loro dignità estetica, artistica e musicale. Saranno i luoghi per eccellenza della creatività diffusa e della controcultura militante, dove sperimentare percorsi di autogestione e autogoverno dello spazio comune. Rappresenteranno anche un tentativo per ristabilire quei legami sociali frantumati dal disimpegno tipico della fine degli anni'70 quando, dopo la fine di un ciclo di lotte durato un decennio ('68 – '78), il riflusso nel privato e il flagello dell'eroina avevano dramma-ticamente distrutto il circuito militante e quasi tutti i circoli politici pre-esistenti.
Francamente, se dobbiamo osservare con lo sguardo dell'oggi, parrebbe che di quel progetto così carico di possibilità, poco sia rimasto.

Già con la fine degli anni '90, infatti, molti CSA, fino a prima quasi tutti occupati illegalmente e insuscettibili al compromesso con le istituzio-ni, decidono di legalizzarsi accettando le lusinghe delle diverse giunte comunali. Si giunse quindi ad una spaccatura insanabile tra chi accettò di fatto il controllo istituzionale nelle sue varie forme (stipula di un contratto di comodato coi Comuni, stipula di assicurazioni priva-te, vincoli statutari, nascita di associazioni culturali o di promozione sociale con tanto di presidenti e cariche direttive, clausule di salva-guardia reciproche, etc...) – controllo che naturalmente snaturerà lo stesso progetto dell'autogestione per come era stata concepito fin qui – e tra chi, invece, deciderà di continuare nell'intransigente percorso extralegale, fuori e contro ogni vincolo autoritario imposto dall'esterno.
Nel tempo i personaggi più in vista dell'area che più si spese per la legalizzazione dei CSA, facente riferimento ad una componenete dell'autono-mia operaia che poi si auto-definì (ironia della sorte) "disobbediente", finirono col diventare portaborse di politici della sinistra istituzionale o ad ingrossare le liste elettorali dei partiti post-comunisti. Alcuni di loro riuscirono a farsi eleggere in qualche consiglio comunale e, per i più fortunati, vi fu anche qualche incarico all'europarlamento. Vedi, a titolo di esempio, il caso di Gianluca Casarini, leader dei "disobbedienti", finito a fare il consulente di Livia Turco dei DS (poi PD), l'inventrice con Giorgio Napolitano dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) per immigrati, poi divenuti CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).
Questo, per inciso, mentre i CSA legalizzati diventavano divertimentifici per far soldi, con bar e biglietti d'entrata con prezzi tutto fuorché politici. Le band musicali cresciute nelle sale prove autogestite dei CSA, dal canto loro, tutt'a un tratto, adattandosi all'andazzo, scoprivano che si potevano sfruttare i CSA non solo per divertirsi o come canali attraverso cui esprimersi, ma anche per guadagnare e fare carriera, magari con la recondida speranza di finire su Videomusic (poi MTV). Inoltre, se in principio i CSA si erano caratterizzati per la critica del sistema gestore-cliente, per cui nessuno si sentiva gestore e nessuno si sentiva cliente (logica conseguente dell'autogestio-ne), con l'abbandono di questa critica la fruizione dei CSA legalizzati diventerà man mano sempre meno partecipa-tiva. Anzi, la fruizione di questi spazi diventerà sempli-cemente massa di manovra per fare soldi e da sfruttare e strumentalizzare in periodio di elezioni, nella più spregevole abitudine clientelare.
Ovviamente la legalizza-zione di molti CSA comporterà, come detto, la divisione del movimento per gli spazi autogestiti e la conseguente repressione di quei CSA che non si legalizzeranno. La repressione statale, infatti, soffierà sempre più forte dopo l'avvicinamento alla politica "ufficiale" dell'area dei "disobbedienti" (chiamati anche "Tute Bianche"). Da quel momento sarà sempre più difficile ottenere uno spazio senza l'intermediazione e la protezione di qualche politicante della sinistra istituzionale. Sarà la svolta nelle politiche comunali, con interventi più severi e tempestivi contro chi occupa, generalmente indicato con il termine di "squatter".
Gli "Squat", perlopiù case occupate da giovani anarchici sull'esempio londinese, saran-no per breve tempo perfino lo spauracchio da dare in pasto all'opinione pubblica attraver-so le campagne allarmistiche dei massmedia. Attaccati da destra e da manca, da politici e giornalisti, costantemente pre-si di mira e minacciati di sgombero, gli squatters, come tutti coloro che devono imparare l'arte di arrangiarsi e difendersi dagli attacchi pres-socchè giornalieri, abbandone-ranno in molti casi l'attivismo sociale per coltivare la sindome dell'assediato. E pur-troppo si chiuderanno a riccio in moderne riserve indiane.

Ora, è vero che nel tempo ci sono state eccezioni ai casi riportati. Sono molti gli spazi che hanno continuato a fare attività sociale, politica e controculturale senza nè scendere a compromessi con le istuzioni, nè trincerandosi dietro logiche da fortino accerchiato. Alcuni hanno scelto la formula "Nè Centro, nè Sociale, nè Squat" per descriversi. Scelta che indica una ri-discussione non solo, ovviamente, dei termini in sè, quanto delle pratiche che tali termini designano.
Parrebbe però che molti dei CSA ancora in vita – seppur con un'esistenza sempre più difficoltosa – non abbiano sviluppato gli anticorpi per i soliti mali che questo genere di esperienze immancabil-mente genera o comunque può ingenerare.
Anzi, sembra che negli ultimi tempi si abbia avuto un mix del peggio di ambe due le forme prima indicate, e cioè CSA legalizzati e Squat. Infatti, noi oggi vediamo molti CSA legalizzati che però intraprendono la strada del ghetto tipica di certi Squat.
Per tutta una serie di ragioni, sempre meno persone frequen-tano i CSA con la volontà di partecipare ad un progetto politico. Semplicemente per-chè spesso il CSA in questione non ha proprio nessun progetto politico suo.
Ciò comporta che molte persone che frequentano il CSA lo facciano per altre ragioni. Che sia per avere un tetto sulla testa, un piatto di pasta a buon mercato o un posto dove andare quando fuori fa freddo, o semplice-mente per farsi una birra lontano dagli occhi dei genitori o una canna lontano dagli occhi degli sbirri, questi possono anche essere motivi comprensibilissimi e nobilis-simi, in un contesto sociale desocializzato (privo, cioè, di aggregati fisici in cui incontrarsi e umani con cui confrontarsi). Ciò non toglie, però, che così il CSA funge puramente da contenitore di malcontento, invece di creare istanze di cambiamento nella società. Anzi, si potrebbe ben dire che forse un tale contenitore di "sfighe" sia persino benvisto dai poteri istituzionali, perchè in tale modo la marginalità sociale (senza tetto, tossici o ex tossici, senza lavoro, precari, stranieri senza permesso di soggiorno, studenti squat-trinati...) viene nascosta all'interno dei CSA e non ha modo di provocare delle pericolose fratture all'interno della società stessa. Insomma, in qualche modo oggi il "lavoro" di molti CSA sembra quello di coadiuvanti dei servizi sociali comunali. Un compito tutt'altro che rivoluzionario.

Le persone che vanno in uno spazio come un CSA dovrebbero avere la consape-volezza di che spazio stanno frequentando. Le "sfighe" ci sono. Inutile negarlo. E sempre più persone ne sono affette, per colpa dei pubblici poteri e del turbocapitalismo globalizzato. Ma perchè ne abbiano consapevolezza, pri-ma di tutto, come detto, lo spazio dovrebbe avere una sua progettualità. Intanto sarebbe meglio non chiamarli più Centri Sociali, perchè così facendo si privilegia già nel nome la preminenza della socialità sul progetto politico. Costruire una socialità senza prendere in considerazione i motivi e le idealità di fondo del perchè farlo e le modalità pratiche nel farlo è come voler costruire una casa senza le fondamenta e senza i mattoni giusti. Ovviamente non sta in piedi.
I momenti di confronto collettivo (le assemblee) dovrebbero cessare, per questo, di essere soltanto momenti tecnici deputati all'organizzazione di eventi e iniziative, ma riprendere la loro dimensione di approfon-dimento teorico, di analisi, di discussione. Spesso non si sa nemmeno come la pensa la persona che ci siede di fianco. Questo perchè è più importante decidere chi va a comprare la birra che prendersi del tempo per ragionare se ci sono delle idee comuni che si possono sviluppare. Alcune persone, poi, potrebbero non avere nessuna voglia di affrontare il discorso e quindi il confronto, di prendere cioè consapevolez-za dell'importanza di una progettualità comune, conti-nuando ad abusare della generale benevolenza che si respira all'interno di un CSA. Queste persone vanno affrontate all'inizio senza puntare il dito contro, perchè sentendosi attaccate potreb-bero reagire con una difesa a spada tratta delle proprie posizioni. Per fare un esempio, chi va a dormire o mangiare in uno spazio autogestito, senza per questo condividerne le idealità e i percorsi pratici, sovente finisce per considerare lo spazio come casa propria e qualsiasi critica come un attacco alla sua proprietà. Una privatizzazione degli spazi che va contro ogni aspirazione di abolizione della proprietà privata. Anche a rischio di apparire brutali, se i tentativi fatti per coinvolgerle fallis-cono, e queste persone proseguono a considerare uno spazio autogestito solo come quattro mura dove fare i comodi propri, vanno fatte accomodare quanto prima possibile alla porta. Con garbo, quando possibile. Con durezza, quando necessario. Con una considerazione, però: che si è persa un'occasione per fare della marginalità sociale consapevolezza politica.

Ci sarebbero altre questioni da dibattere, altrettanto serie, riguardo la situazione all'interno dei CSA. Dal costante pericolo che qualcuno approffitti della mancanza di progettualità politica e coesione interna per fini personali (spaccio, privatiz-zazione ad uso esclusivo degli spazi, etc...) – e in questo caso l'unica risposta possibile sono i calci in culo! – alle derive sessiste che sembrano pren-dere piede per la mancanza di una riflessione seria e ponderata sulle dinamiche di genere e sull'autoritarismo dei piccoli gesti quotidiani, ormai purtroppo considerati come normali e perciò accettati con più o meno disinvoltura.
Certo è che i CSA o quel che ne resta rischiano di diventare soltanto il ricettacolo delle "sfighe" della società, delle peggiori abitudini e vizi, della bramosia astiosa per un angolo di vita da chiamare "mia", dello scatenamento dei mostri che sono dentro di noi. Un'autogestione della miseria e dell'abbrutimento che uccide la possibilità della vera autogestione. Questo non vuol dire assolutamente che le compagne e i compagni anarchic*, libertar* o antiautoritar* ne devono dedurre che è meglio rimanerne distanti o, se presenti nelle assemblee di gestione e partecipanti alle iniziative di questi spazi, ne devono uscire perchè le cose non vanno esattamente, in tutto e per tutto, come vorrebbero. Tutt'altro!
Chiaramente, a volte, la demoralizzazione e la frustra-zione per l'inattività a cui si è forzati anche dall'inedia degli altri è un motivo sufficiente per far desistere anche i più strenui ottimisti. Però va sempre tenuto a mente che i CSA sono spazi dove non esiste – e, forse, dove non può esistere – una caratteriz-zazione politica definitiva e permanente ma sempre si verifica un misuglio di differenti afflati ideali e desideranti. Questo, siamone pur certi, rappresenta la loro forza ma è pur sempre anche la loro grande debolezza. Le compagne e i compagni devono difendere questi spazi, dunque, non perchè luoghi incontaminati ma proprio perchè luoghi dove si assiste ad una contaminazione. Le compagne e i compagni devono vedere in questi spazi luoghi gravidi di possibilità, che purtroppo a  volte riman-gono inespresse al grado di probabilità. Ma occorre difendere gli spazi esistenti anche perchè il loro numero è in drastica quanto costante diminuzione e, una volta perso uno spazio, riconquistarne un altro oggigiorno non è impresa facilissima e più che conquistarlo, ancor più diffi-cile è il tenerlo. Le compagne e i compagni dovrebbero dunque partecipare quanto più possibile, cercando di rimane-re sè stesse e sè stessi, cercando cioè di portare la propria esperienza, le proprie capacità, le proprie critiche, i propri contenuti ed insieme cercando di combattere in modo deciso quelle degenera-zioni potenziali di cui abbiamo scritto. Partecipandovi, appun-to, da anarchic*, da libertar*, da antiautoritar*.
Cioè realizzandovi quanto più è possibile del loro pensiero e delle loro pratiche. Senza scoraggiarsi troppo quand'anche dovessero ritro-varsi in minoranza ma sforzandosi, anzi, di essere minoranza agente.

La sinistra inesistente

 La miscela di xenofobia, paura del terrorismo, angoscia per l'avvenire, inflazione dei salari reali, precariato lavorativo e sociale, han fatto sì che le politiche esplicitamente razziste proposte dai partiti "populisti" o esplicitamente fascisti, oppure apportate praticamente dai governi e dalle istituzioni nazionali e sovranazionali come L'Europa, non stiano incontrando nel nostro quotidiano apparentemente nessuna forma di contrasto.
Mentre gli eventi cardine di questi ultimi decenni – l'11 settembre 2001 e la "crisi" economica del 2008 – hanno ingenerato paure, risentimenti ed enormi ingiustizie sociali, i governi che si sono succeduti, di destra come di sinistra, non hanno fatto altro che continuare a chiedere sacrifici a beneficio del capitale privato, delle banche e delle multinazionali. In questo scenario, le forze di sinistra, anche la sinistra cosiddetta radicale, si sono trovate a recitare la parte o di cogestori di questo marcio sistema neoliberale oppure di comprimari sostanzialmente incapaci di elaborare una critica ed una tattica efficacemente alternative. Ciò ha permesso alle destre estreme e all'insieme dei movimenti "populisti" e neofascisti, sovranisti e identitari, fino a quelli "rossobruni", di giocare la loro parte nello scacchiere e aumentare i propri consensi, per mezzo di slogan apparentemente "antisistema" di semplice presa e campagne xenofobe che vanno ad alimentare il già presente risentimento nei confronti degli immigrati e dei profughi, diventati il principale caprio espiatorio di questa situazione piuttosto che individuarne, come sarebbe opportuno, degli oppressi.
A chi fugge da miseria, dittature, saccheggio del territorio, deterioramento dell'ambiente in cui vive e guerre – conflitti ed effetti quasi sempre responsabilità di questa parte del mondo – e riesce fortunosamente a raggiungere l'Europa scampando alla morte, viene addebitato di tutto: dalla competizione sleale sul mercato lavorativo e nel walfare, al propagarsi di malattie, dall'estensione del crimine fino al terrorismo. In tutto questo il ruolo dei padroni, dei profittatori, dei politici e dei capitalisti di casa nostra non emerge mai. Non è loro la colpa. Anzi, questi sono ben lieti di unirsi al coro e di partecipare a questa nuova caccia alle streghe nei confronti degli immigrati. Padroni e politici sanno che finchè la massa esasperata si scaglia contro gli immigrati loro possono dormire sonno tranquilli, perchè la rabbia sociale non se la prenderà mai con loro, che sono i diretti responsabili delle condizioni di precarietà in cui tutti viviamo, italiani e stranieri insieme.
Ma una buona parte di responsabilità per quanto succede è, appunto, della sinistra istituzionale, parlamentare (anche quando, non per sua scelta, è costretta ad essere extra-parlamentare), legalitaria e sostanzialmente liberale, così come si è presentata in occidente almeno negli ultimi 20-30 anni (per essere buoni). Questa "sinistra" fra virgolette, una sinistra inesistente, e che ha ormai segnato il fallimento delle politiche che diceva di perseguire, cioè l'inclusione nella "società del benessere" di ampi strati popolari. Il capitalismo a cui questa sinistra aveva aderito con passione si è dimostrato impossibilitato a creare condizioni più giuste per tutti. E non poteva essere altrimenti. Solo gli idioti hanno creduto davvero alla favola del capitalismo sostenibile o dal volto umano. Il capitalismo è sempre ingiustizia sociale ed economica fatta pagare sulla pelle delle categorie e delle classi più esposte. E così con il disvelamento della sua natura intrinseca, a partire soprattutto dalla "crisi" economica del 2008, che in realtà è stata solo un riassetto di sistema da parte del capitalismo, anche le forze politiche che lo avevano sostenuto sono finite per essere giustamente colpite dal discredito delle masse popolari, che ora però si rivolgono alle forze reazionarie e xenofobe che gli offrono una presunta quanto impossibile possibilità di rivalsa attaccando chi sta peggio di loro.
Ora c'è chi cerca di mettere una pezza e correre ai ripari riproponendo la solita minestra riscaldata della sinistra inesistente. Così prendono vita nuovi e insieme vecchi partiti "Democratici e Progressisti", ma anche vaneggiamenti su un partito dei sindaci partorito da un Pisapia o da un De Magistris, per non dire dei tentativi risibili di togliere le ragnatele da quel che resta della dispersa sinistra radicale (ma radicale quando?), sempre più alla vana ricerca di autore (pensando di poterlo trovare in un Landini, che a capo della Fiom-Cgil ha recentemente sottoscritto un contratto dei Metalmeccanici che è stato da più parti indicato come il peggiore di sempre). Nell'ambito sindacale, poi, le cose vanno ancora peggio; la triade confederale è ormai organica al sistema di spartizione del potere e non garantisce più il sostegno ai lavoratori ma il loro sfruttamento, contrattando con i padroni la perdita costante dei lori diritti in cambio di una fetta della torta, mentre i sindacati di base sono così frastagliati e menomati nella possibilità di un loro reale intervento che spesso non contano proprio nulla.
C'è ancora chi crede alle favole di questa sinistra inesistente?
Ci chiediamo che differenza passi tra un Bersani, ex dirigente della CMC, che quando era ministro privatizzava tutto il privatizzabile e anche il non privatizzabile e un Renzi che col suo Jobs Act ha abolito l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori sui licenziamenti per giusta causa; tra un D'Alema che da presidente del consiglio bombardava la ex Jugoslavia e i governi, anche quelli di centro-sinistra, che in questi anni hanno partecipato alle svariate guerre imperialistiche in medio-oriente e in nord africa; tra il "pacchetto Treu" che legalizzava il precariato e la flessibilità voluto negli anni '90 da un governo di centro-sinistra sostenuto dalla sinistra radicale e il già ricordato "Jobs Act" del governo Renzi; tra quelli che ieri erano al governo Prodi e istituivano i CPT con la legge Turco-Napolitano e il piddino Marco Minniti che oggi da ministro degli interni vara un pacchetto che prevede la riapertura dei CIE (col nuovo nome di CPR) e una nuova serie di misure repressive contro la povertà e la dissidenza interne.
E per estendere il dato al mondo occidentale, che diffenza c'è tra tutta questa bella gente che abbiamo nominato e i Bill Clinton, i Tony Blair, i Matteo Renzi, i Francois Hollande, tutti esponenti di punta della sinistra inesistente, di nome democratici o socialisti ma in realtà tutti egualmente liberisti e guerrafondai, o tra questi ultimi e un esponente di un qualsiasi partito della destra europea? Non c'è nessuna differenza, infatti!
Trump in America, la Brexit in Inghilterra, l'ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia e quella dei movimenti sovranisti e nazionalisti in tutta Europa, è "merito" anche di questa sinistra inesistente, che ha sposato l'idea neopositivista del capitalismo, del mercato e del progresso economico-tecnologico infinito. E dall'altra parte ha puntato tutto sulla politica di palazzo e sulle discussioni istituzionali, trascurando del tutto la dimensione sociale dal basso. Ma la gente è stanca di una condizione esistenziale vissuta come precaria. Anche quando non è veramente precaria, in molti sentono di non poter garantire a loro stessi e alle persone più vicine una certezza per il futuro e inoltre hanno la sensazione di non poter decidere nulla, spodestati come sono nelle loro decisioni da istituzioni che decidono al posto loro senza consultarli mai. È la stessa idea di democrazia rappresentativa, come è chiaro, ad essere in crisi: essa non riesce a rappresentare le istanze di miglioramento insite nella società, così ingenera in malgoverno e in malcontento. Questo malcontento oggi trova sfogo nello stigma e nella criminalizzazione degli immigrati ma domani non si sa come potrebbe evolvere (o involvere). È chiaro che la forma rappresentativa, che ha servito così bene per anni l'infame sistema capitalista, oggi non è più il contenitore politico adatto del capitalismo moderno. Parte del capitalismo medesimo sta cercando un contenitore che gli vada meno stretto, per poter meglio continuare nella sua parabola accentratrice, predatoria e ormai globale. La retorica dei movimenti "poulisti" di destra si rivelerà solo essere un comodo paravento, un teatrino messo in scena per recuperare questo malcontento, in attesa di trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia autoritaria. O, meglio, ancora più autoritaria di ora. Il che avverrà e, anzi, sta già accadendo. Allora il disvelamento sarà completo e il capitalismo getterà la maschera democratica con tutte le sue pur limitate garanzie, e ricorrerà ancora una volta a quella forma statale che va sotto il nome di fascismo, che è sempre stato una forma estrema di statolatria mista ad un liberismo totalitario a difesa della propriatà privata.
Solo allora qualcuno reciterà il "mea culpa". Ma certo non servirà per diminuirne le responsabilità di fronte alla storia.


A.