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RAVENNA - Riflessioni ANTIFA

Sabato 18 aprile 2015 una nuvolosa piazza del Popolo s'è prestata a una, oramai rarissima, partecipazione politica spontanea e auto-organizzata. Il pretesto l'ha mosso il presidio del partito fascista Forza Nuova per vanverare le sue grottesche opinioni, ad una settimana dalla ricorrenza della liberazione, il 25 aprile, giorno caro ad ogni amante della libertà. Ma se, a 70 anni da quella giornata, vediamo i fascisti cavalcare l'onda della disperazione causata dal periodo di instabilità, catastrofi e guerra, per tornare a galla; di conseguenza la Liberazione non sarà una festa, ma una lotta, per non lasciare spazio a questi vermi che, puntualmente sabato, se ne sono andati come son venuti: senza aver detto una parola, con ancora tutti i volantini, senza dignità.

 

All'inizio del presidio diverse persone, associazioni, riscoperti antifascisti e solidali si sono trovate spontaneamente per occupare la piazza e gridare il loro rifiuto alla presenza dei fascisti in città. In molti non possono accettare un partito che richiama a una “resistenza identitaria” per porre una diversificazione dei diritti in base alla cittadinanza nello scellerato tentativo di creare una aparthaid tra immigrati e cittadini italiani. Strani questi, richiamano il fascismo e sognano Israele. Gentaglia che invoca il Duce nella speranza d'essere mandati in guerra, magari contro gli odiati Islamisti, che loro stessi creano propagando l'odio culturale e l'intransigenza alla libertà. Forse è vero che le merde si riproducono con l'olio di ricino. Virili uomini e donne maschie richiamano al patriarcato e all'ineccepibile verità dell'amore etero. Questi discorsi sono totalmente inaccettabili poiché offendono l'intelligenza e la dignità umana, non è possibile, mansueto Sindaco, ignorarli. Il silenzio attorno a loro gli avrebbe dato voce. Noi quella voce l'abbiamo zittita, precisamente abbiamo boicottato un presidio legalmente concesso occupando abusivamente uno spazio pubblico. Ecco quello che abbiamo fatto. E ne siamo fieri. E la storia ci da ragione. Solidarietà ai compagni di Bari, arditi del popolo, arrestati per essersi scagliati sui fascisti per distruggere la loro sede, perchè la storia ci darà ragione solo se adesso noi agiamo, qui e ora. Non possiamo più delegare il nostro dissenso, non vogliamo più sottostare a queste infami leggi che ancora si avvalgono del codice Rocco per imbavagliare qualsivoglia spontaneismo d'azione. Di questo parleremo più avanti, ma constatiamo con piacere che anche diversi “amici della Costituzione” hanno infranto gli ordini della questura per prendere parte alla mobilitazione diretta in piazza.

Attraverso cori, fischi e male parole il ripugnante presidio è stato taciuto, i signori cittadini siano almeno capaci di ringraziare quel manipolo di fascisti per cui son stati spesi centinaia di soldi pubblici, onestamente concessi dalle vostre illustrissime tasche, per difenderli con l'aiuto di 4 blindati antisommossa, tutto il reparto D.I.G.O.S e R.O.S, senza contare i vari carabinieri, poliziotti e municipali attenti a sorvegliare la zona. Ovviamente tutto s'è svolto senza incidenti. (sempre che un uovo caduto dal cielo non possa venir chiamato “incidente”, al massimo “miracolo”!) Purtroppo non sono in grado di fare i conti esatti, ma questa pagliacciata v'è costata cara, per fortuna che non abbiamo ascoltato il Sindaco altrimenti sarebbero rimasti li tutti a fare da corredo.

 

Dal racconto degli eventi sorgono due domande necessarie per poter porre un freno al fascismo, ovvero il Fascismo di Stato, perchè di questo si tratta. A chi sono riconducibili quegli enti che gestiscono l'autorizzazione delle piazze? E da chi arrivano le infami condanne che colpiscono gli antifascisti? E chi permette che partiti apertamente anti-costituzionali possano essere eletti? I poteri esecutivi, giudiziari e legislativi, cioè, lo Stato.

La prima domanda che sorge spontanea allora è, perchè difendere la costituzione, ovvero lo Stato?

 

Lo Stato è fascista, laddove l'identità nazionale non s'è affermato attraverso l'orgoglio nazionale scaturito da un grande evento, come una rivoluzione, come s'è avverato in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, ecc..., allora è dovuta intervenire la mano ferrea e correggitrice del fascismo, gli esempi sono la Spagna, l'Italia e la Germania, paesi caratterizzati dalle divisioni interne. L'Italia era appena nata e già s'era dovuta inventare il fascismo. L'orgoglio nazionale è quello strano effetto che fa andare tanti stupidi cittadini a guardare sul Candiano la sfilata della Marina Militare in onore a una famosa portaerei. L'orgoglio nazionale fa festeggiare un arma da guerra. Ed infatti, serviva una forte scusa per spedire senza tanti complimenti migliaia di giovani a morire per la Patria.
Ma dal 1 gennaio 1946 la situazione cambiò, la Costituzione era pronta, ma s'era conservata qualche buon consiglio di addomesticamento sociale, sin dal primo articolo “la costituzione è fondata sul lavoro” ed ecco che siam stati fregati. Pensare se si fosse fondata sul benessere collettivo, sulla libertà individuale. O magari anche solo sull'arte. L'italia è una repubblica fondata sull'arte, ed invece delle morti bianche ci sarebbero stati murales ovunque. Un lavoro che qualcuno offre e qualcuno compra, che ci inquina la vita e rende unicamente ai padroni, gli stessi che lo Stato se lo sono inventato. Ma chi sono questi famigerati padroni? Chi ha il monopolio sul mercato delle armi, dell'energia, delle comunicazioni, delle farmacie e dell'industria agricola e industriale, che attraverso la loro influenza possono comprarsi il beneplacito dei politici per continuare a speculare sui territori e sulla vita delle persone. Il compito dei politici è complicare la vita delle persone in centinaia di leggi per sedarlo; poi ci penseranno Prefettura e Magistratura a punire chi sgarra.

Si dice che la Costituzione sia un contratto tra tutti i cittadini di un paese, ma per lo più sembra il contratto tra chi ha potere d'arricchirsi e chi glielo permette. Altrimenti una persona, con un minimo amor proprio, come potrebbe accettare questa servitù salariata all'interno di una società che sfoggia cosi tanta ricchezza? Non gli formicolerebbero le mani a sentire quotidianamente casi di corruzione e appropriazione indebita dei politici e dell'alta finanza, e mentre lui fa i conti a fine mese, quelli se la spassano a sue spese? come potrebbe rimanere a guardare immobile il nostro territorio essere derubato e deturpato con progetti folli come quello del Porto, dell E-55 o le piattaforme metanifere al largo. A chi va questa ricchezza per cui si accaparrano il territorio? E chi stabilisce i prezzi dei beni indivisibili, l'aria l'acqua e la terra?

Il fascismo nasce proprio a questo punto, quando l'inghippo era ormai troppo evidente agli occhi di tutti e i lavoratori si stavano incazzando e tentavano di riappriopriarsi delle fabbriche e dei terreni, e cosi che han preso piede, con assurde rivendicazioni e modi violenti, i primi fascisti. Coperti e finanziati da Stato e Padroni hanno acquisito sempre più potere finchè un'altra volta, dopo vent'anni di vessazioni, il popolo s'è alzato in armi e li ha appesi ai lampioni. Ma il novizio tra Padroni, Stato e Fascisti s'è perpetuato negli anni della guerra fredda testimoniato dalle stragi di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna. Noi non dimentichiamo. Come non dimentichiamo i Pinelli, i Lo Russo, i Giuliani., e tanti ancora morti per mano dello Stato.
Oggi la situazione cambia ma le dinamiche rimangono uguali, lo sviluppo telematico e tecnologico (che non è sviluppo umano, ovvero della capacità umane, ma bensì di quelle tecniche) ha permesso un enorme giro di merci, informazioni, capitali da ogni parte del pianeta, assoggettando il mondo a oggetti e pratiche comuni per tutti, favorendo cosi, una mai vista omologazione dei costumi su scala mondiale! A questa perdita d'identità individuale si rimpiazza il rafforzamento dell'identità nazionale, dei fondamentalismi religiosi, del sospetto reciproco tra concittadini, all'interno delle famiglie. Strada spianata, dunque, a chi vuole propagare l'odio verso le minoranze etniche, sessuali, politiche e religiose; pur di salvaguardare il sistema esistente, anzi, dargli un eccessivo giro di vite sulle libertà. Per questo lo Stato, difensore dell'ordine e della società, non permette che questa possa conoscere un'alternativa, che possa essere sovvertito,. Eppure lo sappiamo, sono proprio le istituzioni statali a proteggere questo presente merdoso e allora, perchè noi dovremmo mantenere e accettare l'ordine invece di lottare per cambiarlo? La risposta ahimè è facile, perchè lo Stato siamo noi, o meglio, voi onesti cittadini, ben educati sotto gli ordini della scuola, ammaestrati dall'occhio sempre vigile della polizia, minacciati dai tribunali, i carceri e dai manicomi, rinchiusi in orrendi quartieri dormitorio. Mica per niente sono tutte istituzioni statali e tutte hanno un solo obbiettivo: impaurire per addomesticare lo schiavo
(il cittadino) ed escludere chi non s'adegua. Che non ci venga mai in mente di difenderle il giorno in cui le privatizzeranno del tutto. Noi non le vogliamo

Per far fronte a questo dominio sistematico di ogni cittadino, i nuovi mezzi tecnologici giocano a favore del controllo sociale: l'autoschedatura da network, i bancomat, i gps, le intercettazioni, le telecamere; tutto deve essere registrato e codificato, per questo c'è bisogno che ogni codice abbia un nome, la carta d'identità, o il passaporto, o il permesso di soggiorno, insomma quei terribili pezzi di carta che dimostrano al mondo che ci sono cittadini di Serie A, serie B fino ad arrivare a chissà quale categoria. I morti annegati nel mediterraneo non hanno nome, son stati squalificati da ogni campionato, il mondo li ha espulsi. Espulsi dalla propria terra a causa di un impoverimento coloniale, cacciati a causa di una guerra tra poveri fomentata da mercenari e integralisti; imprigionati torturati vessati dalle leggi internazionali sull'immigrazione, che permettono nel deserto, come nelle città, veri e propri lager in cui questi apolidi vengono torturati e rinchiusi per mesi e mesi. Queste maledette carte decretano se sei cittadino o clandestino, se puoi vivere nella legalità o meno, e questo non dipende da te, ma dal documento che possiedi. Le leggi sull'immigrazione sono un impedimento all'onestà dei migranti. Come può una persona senza alcun diritto poter vivere legalmente? È impossibile. La strada alternativa è l'illegalità, ma non starò dire il perchè e per come anche la Mafia sia un altro di quegli enti dello Stato (come il fascisti) non segnati in bilancio e che il lavoro e il mercato nero sono parti integranti nella società capitalista.

 

Ma l'identità nazionale non si basa solo sui rapporti di potere, ma scaturisce anche dalla vitalità culturale di un paese. Oggi la cultura di massa è caratterizzata da un forte messaggio individualista, nella sua espressione come nel significato. La tv è pervasa da telegiornali da incubo, saghe necrofile di polizieschi e reality tutti contro tutti. Le compagnie teatrali si sfaldano per un sempre più alto numero di attori che recitano accompagnati da file audio/video; rapper e dj riempiono le piste suonando da soli sul palco, la fotografia sta diventando il linguaggio artistico contemporaneo e gli esempi riguardano tutte le arti. Dunque l'utilizzo della tecnologia permette un individualizzazione della proposta artistica e perciò un impoverimento di sfaccettature, contraddizioni e capacità, che affiorano nella costruzione collettiva d'un prodotto culturale. A questa frammentazione s'aggiunge la possibilità d'accedere a quasi tutta la cultura, seppur in maniera scialba, seduti da soli al computer.

I messaggi spesso riportano inquietudine, solitudine, paura, necessità di primeggiare, a voce d'un mondo in scompiglio, vigliacco più che conflittuale.

La cultura ha lo scopo di raccontare il presente perchè è fatta nel presente, cambia col cambiare delle persone che la creano, che a loro volta sono influenzati dal loro personale circostante. Per questo la cultura, come l'identità, è in continua evoluzione. Perciò lo striscione forzanuovista “resistenza identitaria” non ha alcun senso. Le culture popolari, i dialetti, la cucina, la musica son figlie delle varie etnie e persone che hanno attraversato un determinato luogo che, a sua volta, poteva offrire determinate ricchezze. Ma oggi, in cui quasi tutta l'umanità si riversa in città strutturate e regolamentate in scala globale, che le colture e la produzione devono seguire standard internazionali, la cultura popolare è una menzogna buona solo per i turisti, i nostalgici e gli imprenditori del tempo libero. L'unica cultura che vige oggi è la cultura della merce, il segno distintivo è la spettacolarizzazione della vita quotidiana. La capacità di saper vendere un determinato prodotto culturale (film, libro, musica) influenza l'acquirente (per oggi la cultura si compra) maggiormente del prodotto stesso. La lettura di vari commenti può dare una lettura completa senza neppur esserne realmente a conoscenza.

 

Quindi, quando Forza nuova parla di “Ravenna ai ravennati” a quali ravennati si riferisce? A quelli che abitano a ravenna? O solo a quelli che ci sono nati? O forse a quelli che sono culturalmente ravennati, perchè cosi, sarebbe un altro discorso.
Se i ravennati son quelli che abitano dentro il perimetro provinciale, beh allora son compresi anche tutti gli immigrati, i turisti, i malcapitati. Se fossero solo i natii....sarebbe una tragedia!

Se la questione è riferita alla cultura, il tutto si fa molto complicato. Qual'è dunque la cultura ravennate? Si potrebbe dedurre, dai fasti e dalla partecipazione, che è quella di “ravenna capitale della cultura 2019”. Se cosi fosse, come spiegare i progetti multiculturali; o tutti gli artisti venuti da fuori. Come spiegare che i volontari ravennati, motore e anima della candidatura, non ci hanno guadagnato una lira nonostante i milioni spesi? E quale progetto o idea culturale ha impresso nella città? Nessuna. Finiti i soldi finito tutto.

Ravenna torna a fare i conti con le limitazioni burocratiche e le serate dei locali.

Ma la cultura non deve essere comprata, perchè il mercato culturale, come ogni mercato, prevede delle regole, un valore, “quante persone porti”; invece la cultura deve essere rottura dell'esistente, racconta il presente per rovesciarlo e improntargli un futuro diverso. Solo la cultura istituzionalizzata mistifica il passato per acclamarlo, lo rivendica per affermarsi nel presente. Ma il passato e cosi come il presente, sono una merda.

Dalla cultura servita in città si percepisce che i ravennati son di due categorie: la prima si ringalluzzisce per i suoi monumenti e il sua sicurezza, mentre sappiamo bene che è sempre stata una palude in mano ai preti in cui la gente moriva di malaria, praticava l'accattonaggio e fuori dalla città era in mano al brigantaggio, e che il vero grande mercato popolare, quello della canapa, è stato ridotto a un museo. L'altra è la pantomima rustica del contadino ignorante, mangiacappelletti, becero e sessista. Se Ravenna dovesse rimanere ai ravennati sarebbe una tragedia, andremmo indietro di secoli.

 

A questo punto è necessario analizzare un ultima questione. Come possono la cultura e la partecipazione essere libere e pubbliche se sono incatenate ai dettami della “convivenza civile”, che altro non è che la prerogativa delle istituzioni sui cittadini in materia di luoghi pubblici. Ciò che non è controllato non è concesso. Ditemi se non è autoritarismo questo! Va a finire che il luogo pubblico, diventa di nessuno. Uno spazio vuoto, abbandonato o ultra-controllato. E cosi, i luoghi pubblici non vivono e la città smette di scrivere il suo presente. Sia mai che si organizzi una cena di quartiere all'aperto senza avvisare l'autorità; che guaio puoi passare se suoni in strada senza permesso! Che cosa vergognosa che ci sia uno spazio pubblico in città, in cui da 10 anni si organizzano concerti, spettacoli, presentazioni di libri, corsi , dibattiti, momenti di svacco e che il Comune non ne sappia niente! Che non ci sono firme e responsabili! Che oltraggio alla pubblica convivenza! Un posto sorretto dall'autogestione e dai valori della libera convivialità, in costante trasformazione, ma che da spazio gratuitamente a chiunque voglia cercare di costruire un qualsiasi progetto senza incespicare in sponsor o concessioni.

Ho spiegato come l'autorità dello Stato si avvale del suo potere per limitare le azioni spontanee e auto-organizzate dei suoi cittadini. Spontaneità non è sinonimo di pericolosità. Non avere un responsabile vuol dire essere tutti responsabili. La rivoluzione comincerà quando ogni persona sarà padrona per/di se stessa, quando verranno criticate le istituzioni e non chi le rappresenta, quando il caos riaffiorerà da questo malcelato ordine!

Riportiamo il discorso sui binari

I fatti avvenuti il 21 dicembre a Firenze e il 23 a Bologna hanno avuto un grande risalto mediatico a livello nazionale e in tanti hanno sentito l’esigenza di prendere parola, lanciandosi in più o meno fantasiosi voli pindarici, per cercare di analizzare e spiegare gli eventi. Dal momento che da più parti -sbirri, media e non solo- siamo stati chiamati in causa (vedi perquisizioni, dichiarazioni, allusioni…) ci sentiamo di dire la nostra per provare, con un po’ di lucidità, a ri-centrare il discorso e a riportarlo sui binari.

Partiamo dai fatti: tutti abbiamo letto di cavi del sistema di gestione e controllo del traffico ferroviario incendiati nei pozzetti accanto ai binari e, nel caso di Bologna, di scritte no tav in vernice verde (diverse dalle tag “tau” ) su un muro lungo i binari.

La conseguenza: treni AV con enormi ritardi o soppressi e anche treni di altre categorie (anche perché le Ferrovie, pur di ridurre i ritardi delle frecce, posticipavano la partenza dei regionali sfruttandone le linee).

Tempistiche: qualcuno può vedere la vicinanza dei fatti con il giorno di Natale, e dispiacersene per i passeggeri che hanno subito disagi; questo, del resto, avviene anche per gli sfortunati automobilisti che incappano nei blocchi autostradali, altra pratica spesso usata in valle e a fianco della valle (ci ricordiamo quanto avvenuto in tutta Italia dopo l’indotta caduta di Luca Abbà dal traliccio da parte degli sbirri?). Qualcun altro, invece, può rintracciare la vicinanza dei fatti con la sentenza di primo grado che ha portato alla condanna di 3 anni e 6 mesi Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, seppur contestualmente alla loro assoluzione dal reato di terrorismo. Lo stesso reato, pochi giorni prima, era stato contestato anche a Francesco, Graziano e Lucio in carcere per gli stessi fatti, con conseguente inasprimento delle misure detentive.

Al di là dei commenti di politicanti vari che hanno subito soffiato sul fuoco per alimentare letture farcite di terrore, e delle tesi complottiste che si sono fatte lentamente strada anche tra i nemici del tav, ci piacerebbe riprendere quanto oggettivamente accaduto per tornare a ragionare sulla pratica del sabotaggio. Ai tempi delle prime azioni di sabotaggio in Val Susa alla fine degli anni ’90, diverse voci erano distanti dal sentire questa pratica come “compagna di lotta”. Nel tempo, forse e soprattutto in seguito all’attacco al cantiere del 13 maggio 2013 e ai conseguenti arresti, molti hanno iniziato a considerarla come tale.

Nella lotta contro il treno veloce si intrecciano pratiche diverse e in questo sta la sua grande forza. Dai picchetti davanti alle aziende ai blocchi stradali, dalle marce popolari alle passeggiate notturne, dalle assemblee popolari alle discussioni serali ai campeggi, dall’apertura dei caselli autostradali all’imbrattamento delle sedi dei partiti del tav, dalle azioni di attacco al cantiere agli attacchi incendiari e nondiffusi in tutta la penisola contro le aziende del tav, dal blocco dei treni AV nelle stazioni di mezza Italia -e non solo- al blocco delle linee ferroviarie attraverso azioni di sabotaggio di vario genere. Esatto, anche il sabotaggio fra queste pratiche, fra i metodi che un movimento coeso ma plurimo ha fatto proprie.Allora perché volersi girare dall’altra parte e chiamare le cose con un altro nome ora? Terrorismo? Servizi segreti? Vandalismo? Neofascisti? Furti di rame?

Il sabotaggio è stata una pratica di base nella storia dei movimenti di lotta e rivoluzionari. Di volta in volta è servito ad inceppare dei meccanismi, fossero essi di sfruttamento, di produzione, di reclusione, nocività ecc. Qui ed ora ne stiamo parlando nei termini di una pratica che mira a danneggiare ciò che fa parte del sistema di funzionamento di una macchina economica e politica che in questo caso è rinchiusa nelle vesti di un treno che si vuol far passare per quella montagna. Un treno che prima di arrivare in Val Susa ha attraversato mezza penisola, distrutto interi territori (pensiamo agli effetti ambientali oltreché economici che i cantieri del TAV hanno avuto -e si apprestano ad avere- al Terzo Valico, nel bresciano, in Trentino, nel Mugello, oltreché dove sono state realizzate le grandi nuove stazioni) e fruttato fior di quattrini ai soliti noti.

Tanti e tante provenienti da ogni dove in questi anni hanno partecipato a giornate di lotta contro il tav in valle(ricordiamo ad esempio il 27 giugno e il 3 luglio),così come ne hanno organizzate a casa propria in seguito ad appelli arrivati dalla Valle, ma anche per propria spontanea volontà. Tanti e diversi sono stati i contributi che, in ogni dove, si sono fatti sentire a fianco dei valsusini in lotta e di chi, per quella lotta, stava e sta pagando con la privazione della propria libertà. Dal famoso “portiamo la Valle in città”, lo slancio partito con la pratica dei blocchi ha contagiato i solidali di ogni dove che hanno dato così un senso concreto a quelle parole, uscendo dagli slogan ed entrando in autostrada. Dopo gli arresti per il sabotaggio al cantiere di Chiomonte nel maggio 2013 il ragionamento si è ampliato, e come qualcuno ricordava in un bell’opuscolo appositamente redatto, “siccome le parole, quando scaturiscono da un’esperienza reale, fatta da individui reali e non già da sembianti, hanno un senso, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno dello stesso anno ci fu una serie significativa di sabotaggi ai danni delle strutture e delle aziende collegate con l’impresa del Tav”.

Crediamo che ciò che è accaduto parli in modo chiaro e trovi una sua precisa collocazione nel tempo, nello spazio e nelle pratiche di un movimento che lotta contro il tav e che ha sostenuto per oltre un anno i compagni accusati di terrorismo per un atto di sabotaggio contro il cantiere.

A ciascuno le proprie analisi, senza ammettere delazioni e infamie.

E chiamiamo le cose con il proprio nome.

 

anarchici e anarchiche bolognesi

BOLOGNA - Sede di CasaPound CHIUDE!

Con un’indubbia soddisfazione e altrettanta certezza possiamo dare oggi questa notizia: la sede di Casapound in via Malvolta 16/d, nel quartiere Murri, non c’è più: ha chiuso definitivamente. A noi, che abbiamo partecipato alle varie iniziative di protesta contro la presenza dei fascisti in quartiere, questo sembra un buon risultato, che dimostra come l’azione diretta e plurale, di massa, individuale o in piccoli gruppi, abbia avuto successo: presidi, volantinaggi, passeggiate in quartiere, giornate di socialità e dibattito al parco della Lunetta Gamberini, due cortei partecipati, azioni di contestazione, tutto ciò ha contribuito alla chiusura della sede fascista. Quando, ormai tre anni fa, Casapound aprì in via Malvolta, gli antifascisti reagirono con determinazione e creatività e i residenti del quartiere da subito espressero chiaramente il proprio rigetto nei confronti della presenza dei fascisti del terzo millennio. Da allora la campagna con la parola d’ordine “Chiudere Casapound”, che abbiamo fatto nostra e rilanciato, non si è mai fermata. Questo nonostante la palese copertura dei vertici di quartiere (presidente Ilaria Giorgetti), la protezione di prefettura e questura, il silenzio assordante della “sinistra” al governo della città, la persecuzione giudiziaria contro gli antifascisti. A questi ultimi va il nostro pensiero e la nostra solidarietà. Oggi abbiamo ottenuto un risultato concreto: via Malvolta è finalmente libera. Questo ci dà ancora maggiore consapevolezza dell’importanza della nostra lotta, che sappiamo essere lunga e impegnativa. Rivendicare una cultura di resistenza e una pratica antifascista significa oggi essere al fianco di tutta quell’ampia fetta della società che reclama libertà, uguaglianza e giustizia sociale e allo stesso tempo non lasciare nessuno spazio al fascismo, squadrista o istituzionale che sia. Ora e sempre Resistenza! Spazziamo via fascismo, razzismo e sessismo!

Nodo Sociale Antifascista

Bologna Antifascista

IMOLA - POLETTI E FARINETTI: LE DUE BRUTTE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!

Contestazione a Poletti e Farinetti: i volantini distribuiti.

La politica di smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici messa in atto dal Governo Renzi e dal suo Ministro del Lavoro Poletti è strumentale agli interessi della Confindustria, oggi ben rappresentata da Oscar Farinetti, patron di Eataly nonché assiduo frequentatore della Leopolda renziana. Non ci stupisce infatti vedere Poletti e Farinetti così affini tra loro, dal momento che sono in combutta nell’eseguire quelle “riforme strutturali” richieste dalla tecnocrazia europea e finalizzate alla distruzione di ogni residuale conquista che il movimento operaio e femminista ha ottenuto con un grande ciclo di lotte che ha dato vita, tra l’altro, allo Statuto dei diritti dei lavoratori. Le riforme strutturali di cui questi personaggi si riempiono la bocca non sono altro che una serie di misure aventi lo scopo di aumentare ancora di più la precarietà lavorativa ed esistenziale delle classi subalterne: mentre Farinetti fa ampio uso di contratti ultra-precari cercando di dividere i lavoratori tra di loro, Poletti si impegna affinché questo diventi il modello per tutto il mondo del lavoro.

Il JOBS ACT è l’ennesimo strumento con cui la classe padronale porta avanti il suo modello di precarietà diffusa al fine di indebolire le lotte del mondo del lavoro e massimizzare i profitti. Esso infatti ha liberalizzato ancor di più il contratto di apprendistato, per rifornire le imprese di manodopera “usa e getta” a basso costo; ha sancito la possibilità di assumere i lavoratori a tempo determinato senza causale, ovvero senza dover giustificare la natura temporanea del rapporto di lavoro; ha camuffato, sotto il “contratto a tutele crescenti”, un meccanismo tale per cui le aziende potranno decidere se prorogare o meno il contratto a tempo determinato fino a ben 8 volte in 3 anni per instaurare un vero e proprio regime di lavoro sotto ricatto permanente, dal momento che non vi è alcun obbligo di stabilizzazione! E ancora: il Jobs Act vuole cancellare sia le norme dello Statuto dei lavoratori che proibiscono la videosorveglianza dei lavoratori (si legalizza lo spionaggio!), che quelle che impediscono il demansionamento dei lavoratori e delle lavoratrici; vuole generalizzare ancor di più il ricorso ai voucher, la forma più estrema di flessibilità; vuole sferrare un altro colpo agli ammortizzatori sociali, rivedendo i tempi della cassa integrazione e la possibilità di usufruire di quello che una volta era l’assegno di disoccupazione; infine, si vogliono ridurre ancora una volta le misure a tutela della sicurezza del lavoro, rivedendo le sanzioni amministrative per le violazioni delle norme in materia di protezione del lavoro.

Farinetti sarà inoltre grato al suo amico Poletti per i suoi sforzi nello smantellare ancora di più, dopo quanto già fatto dalla Fornero, l’Articolo 18: il Governo Renzi vuole impedire la reintegra sul posto di lavoro per quei lavoratori e quelle lavoratrici ingiustamente licenziati, i/le quali dovranno accontentarsi di una somma monetaria che non potrà che declinare col tempo. Il Partito Democratico imolese ha intitolato una rotonda proprio ai “Lavoratori ingiustamente licenziati”, eppure il PD ha già votato compattamente proprio l’abrogazione dei fatti dell’Articolo 18 che tutela(va) questi ultimi!

NESSUNA COMPLICITÀ CON CHI VUOLE AUMENTARE LA PRECARIETÀ E LO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO!

LICENZIAMO POLETTI E RENZI: NOI UNA GIUSTA CAUSA L’ABBIAMO!

 

Brigata 36