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Aldrovandi, Ferrulli, Bianzino, Cucchi, Uva...

SAPpiamo chi è Stato

C'è chi applaude il segretario del SAP Tonelli, presente oggi a Imola.
Noi lo ricordiamo per le frasi disgustose sull'uccisione di Cucchi, tra cui "può essersi battuto la testa sulle sbarre da solo", e per la sua forte opposizione all'introduzione del reato di tortura.
Lo ricordiamo per essere il segretario del SAP, sindacato di polizia al cui congresso i quattro poliziotti coinvolti nell'omicidio di Federico Aldrovandi furono accolti da vergognosi applausi.
Il SAP è lo stesso sindacato che si è più volte scagliato contro l'introduzione del reato di tortura, ed in seguito a queste pressioni la legge in discussione è stata pesantemente stravolta, con il grottesco inserimento della formula delle 'reiterate violenze'.
In tal modo una singola minaccia di stupro -come accadde a Bolzaneto-, un solo atto di soffocamento, un solo tentativo di affogamento, tutto ciò sarebbe legale.
Tale legge, ormai priva di senso con queste modifiche, si è arenata, e l'Italia non ha ancora oggi una legge sulla tortura!
Per questo noi sosteniamo Ilaria Cucchi nella sua battaglia per l'introduzione del reato di tortura, attraverso la petizione "Contro ogni tortura" che potete trovare sul sito www.change.org.
Tante morti, da Aldo Bianzino a Stefano Cucchi a Giuseppe Uva a Michele Ferulli, uccisi in seguito ad evidenti episodi di violenze e torture da parte delle forze dell'ordine che li avevano in custodia, continuano ad essere "dimenticate" da una giustizia che non riesce, o non vuole, individuarne i colpevoli.
Ed arriviamo così fino a Imola, dove il vicequestore Luca Cinti continua tranquillamente il suo operato nonostante una condanna definitiva per falsa testimonianza per aver coperto quattro agenti suoi sottoposti, colpevoli di aver arrestato illegalmente due persone durante il G8 del 2001. Due innocenti rinchiusi senza motivo a Bolzaneto e lì vittime di abusi e torture.
Noi non dimentichiamo tutte le persone torturate e uccise dallo Stato, e non dimentichiamo chi giustifica e legittima queste violenze.

Se questa è l'idea di sicurezza che ha Tonelli ne facciamo volentieri a meno!
Chiediamo verità e giustizia per tutte le vittime di malapolizia!


Imola Antifascista

UN SOLO FRONTE

Sappiamo bene, e da tempo, che la funzione della carta stampata “ufficiale” (quella che vede gli editori intrallazzare col potere politico e finanziario) è quella di creare scoop per aumentare le tirature e le vendite e accanirsi contro facili capri espiatori, di volta in volta immigrati, Rom, centri sociali, anarchici e così via. Ma la canea mediatica di questi giorni in terra di Romagna contro alcuni antifascisti riminesi, di varia provenienza politica, è davvero vomitevole.
I fatti. Ad inizio aprile alcuni noti militanti del partito di estrema destra Forza Nuova, celandosi dietro la ormai consueta sigla “Solidarietà nazionale”, organizza un banchetto davanti ad un supermercato di Rimini per la raccolta di generi alimentari da destinarsi, sempre secondo loro, a persone in difficoltà economiche. Naturalmente questi bisognosi devono dar prova di italica appartenenza, perché la fame è innanzi tutto una questione etnica per i decerebrati patologici che compongono la variegata area della destra radicale.
Neofascisti, tra l'altro, che si sono già distinti in passato per minacce ed aggressioni. Un gruppo di antifascisti decide così di fargli capire che non è aria e i forzanovisti, avendo avuto la peggio, non trovano di meglio che atteggiarsi a vittime dei centri sociali, degli antagonisti e di quei brutti “violenti della sinistra”, organizzando qualche giorno dopo un corteo nazionale che vede scendere per le strade di Rimini nientemeno che il loro capoccia, Roberto Fiore, che chiede a gran voce la chiusura di “Casa Madiba”, spazio sociale da cui, sentendo loro, sarebbe partito l' “attacco”.
Nemmeno a dirlo, le frasi di Fiore vengono fatte proprie pressoché da tutti i giornali locali, che come una cantilena ripeteranno la stessa litania: chiudere gli spazi degli antagonisti, finirla con la violenza degli antifascisti, in un coro solidale coi fasci di Forza Nuova. Nel frattempo la questura ordina diverse perquisizioni domiciliari a carico di alcuni antifascisti riminesi, e nell'occasione vengono sequestrati computer e telefoni.
Passa qualche giorno e in Romagna, sabato 9 aprile, arriva il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, a farsi bello davanti ai giornalisti con il pretesto di alcune prossime scadenze elettorali locali.
A giudicare dalle differenti risposte che ha suscitato in quasi tutte le città dov'è transitato, c'è da giurare che a queste latitudini il razzistello non sia molto amato, soprattutto dopo l'accordo e la collaborazione coi neofascisti di Casapound. Ed allora ancora una volta sono i giornalisti a metterci la proverbiale pezza, costruendo di nuovo un'ipocrita operazione scandalizzata contro gli antifascisti e gli antirazzisti, “rei” di opporsi al dilagare del clima xenofobo in questo paese, indicati di volta in volta come teppisti e delinquenti. Feccia rossa, insomma!
Ma è ancora contro alcuni antifascisti riminesi che sembrano prendersela con maggior zelo i questurini della carta stampata. Senza celare la loro rabbia, le testate locali si scagliano contro coloro che si sono macchiati, ai loro occhi, della gravissima colpa di avere organizzato un presidio in piazza Tre Martiri contemporaneo alla presenza nella stessa piazza di Salvini; presidio poi terminato con una carica della celere, due compagni picchiati e poi arrestati, di cui uno con una costola rotta, e un passaggio davanti alla Questura ad aspettare il loro rilascio (avvenuto in serata, dapprima con la misura degli arresti domiciliari e poi, a seguito dell'udienza per direttissima dell'11 aprile, con la formula delle firme tre volte la settimana).
Lo schieramento partitico istituzionale anche in questo caso, come nel caso precedente, o ha preso una posizione ipocrita ed ambigua, equidistante da fascisti e antifascisti, accomunati in uno stesso insensato calderone, o non ha avuto dubbi: i fascisti e i razzisti sono le povere vittime dell'odio e della violenza dei “compagni”. Poverini! Anzi, poveretti, protettori e protetti!
Agli antifascisti non doveva essere permesso di entrare in piazza, secondo esponenti istituzionali di partiti grandi e piccoli. E questo, per inciso, alla faccia di quel valore che chiamano democrazia, con cui si riempiono la bocca tutti i giorni questi politicanti da operetta. Perché in questa democrazia, si sappia, non è permesso dissentire, né è permesso contestare fascisti e razzisti. Anzi, fascisti e razzisti devono agire indisturbati, in ogni città e contrada, e specialmente in quei territori che mantengono ancora il filo delle loro tradizioni ribelli e sovversive come la Romagna. Perché la gente deve prendersela con gli immigrati e lasciar fare gli affari loro a padroni e politicanti leccapiedi. Ecco perché fascisti e razzisti sono coccolati da polizia, politicanti e giornalisti. Sono gli utili imbecilli di questo sistema dalle fondamenta marce, che ogni giorno dà prova di sé stesso attraverso corruttele, iniquità sociali, devastazioni ambientali e dispotismo galoppante.
L'aumento della repressione contro le lotte sociali, così come per coloro che praticano l'antirazzismo e l'antifascismo (ormai non solo quello militante ma l'antifascismo in sé) è un fatto evidente, assiomatico della realtà che viviamo, in cui l'estrema destra cresce in tutta Europa e si costruiscono muri per tenere fuori i migranti. Fortunatamente c'è chi pensa ancora che lottare paga. Che lottare contro tutte le forme di ingiustizia sociale ed economica sia giusto. Che opporsi al razzismo e ai fascismi, vecchi e nuovi, sia un dovere di chi ha a cuore la libertà degli individui, che non è solo una parola vuota ma una necessità tutta da costruire.
Al fronte della conservazione e della reazione più oscena che vediamo via via aggregarsi anche in Romagna va opposto un fronte della lotta e dell'autentico ed effettivo antifascismo (quello, per intenderci, che non guarda solo al passato ma soprattutto al presente).
Noi stiamo con chi lotta. Stiamo dalla parte dell'antifascismo. Stiamo dalla parte giusta.


SOLIDARIETÀ A TUTTI GLI ANTIFASCISTI E A TUTTE LE ANTIFASCISTE RIMINESI, SOTTO ATTACCO CONGIUNTO DEL FRONTE REAZIONARIO.


Antifasciste e antifascisti forlivesi

“dalla parte di chi ruba nei supermercati”

Brevi considerazioni su esproprio, etica del farlo e terrorismo mediatico.

Questo nostro bieco mondo occidentale ha certamente un dogma imperante su tutti gli altri: se non hai denaro sei escluso.
Escluso dagli agi e dai confort consumistici (che nulla hanno a che vedere con la gioia) ma anche dai servizi essenziali per la sopravvivenza nel mondo urbano (ospedale, mobilità, luce-acqua-gas in casa etc).
Senza denaro sei inutile, sei dannoso e sei eliminabile, anzi, è auspicabile che tu venga eliminato il prima possibile.
Senza denaro non mangi. In un mondo in cui la filiera produttiva e distributiva degli alimenti passa  (quasi) esclusivamente dalle catene di grande produzione-distribuzione, se non puoi pagare il “prodotto” non avrai di che riempirti lo stomaco.
Il nostro mondo occidentale è un corollario di vetrine, negozi, magazzini straripanti di merce, tra cui il cibo.
I supermercati, gli ipermercati, i grandi magazzini, i “mall” alla yankee sono le grandi cattedrali del consumo: lì trovi di tutto, dai vestiti alla pizza surgelata, passando per i prodotti di cosmesi per animali domestici. Va da se che anche in queste cattedrali del consumismo senza denaro sei un ospite indesiderato.
Sono numerosi oramai (molti più di quanti non passino nei giornali) gli esempi in cui alcuni avventori entrano in un supermercato, prendono ciò che vogliono ed escono senza pagarlo.
Furto. Esproprio. Taccheggio.
Il concetto è tanto elementare quanto criminoso cercano di farlo apparire i tutori della legge: ho voglia/bisogno di qualcosa, non ho il denaro che mi dite che mi necessita per averlo, lo prendo lo stesso. Lineare come un filo a piombo.
C'è stato un tempo in Italia in cui gli espropri dei supermercati e dei negozi di lusso era una pratica collettiva rivendicata: quei benedetti anni '70 in cui l'orda d'oro dava il suo assalto al cielo. Ma senza scomodare i nonni, basta andare nella grecia del 2010 (e anche di oggi a dire il vero) e queste azioni, rivendicate come atti politici contro il denaro, sono cosa comune.
Prendere la merce, in tanti, non pagarla, distribuirla fuori nelle strade, goderne in collettività.
Oggi i fatti di cui parlano i giornali (“beccata mentre rubava la bistecca alla Conad”) sono essenzialmente espressione individuale di un bisogno: cibo o vestiti che il singolo o al massimo una coppia attuano di nascosto.
Di nascosto, sempre, per non finire al gabbio per aver fregato una bottiglia di vino da un maledetto scaffale che ne vomita centinaia ogni mese; di nascosto dalle videocamere di sorveglianza, dai guardioni, dagli infami “finti clienti” pronti a fare la spia e di nascosto dai clienti veri, più sbirri degli sbirri, che ti denunciano alle cassiere in nome del rispetto della legalità. I servi più odiosi sono quelli che si sostituiscono al padrone nell'imporre il suo ordine.
Quando poi succede che becchino qualcuno c'è sempre l'attenuante o l'aggravante riguardo al tipo di bene che è stato rubato e all'identità del reo : se di prima necessità, ovvero cibo, allora la legge è più incline alla magnanimità, come a sottolineare il fatto che se sei un morto di fame un po' di compassione la posso avere.
Se sei la vecchietta italiana con la pensione minima c'è che è perfino disposto a pagarti la spesa ma se sei la rumena clandestina sei fortunata se non ti linciano sul posto.
La legge prende in considerazioni che ci sono sempre più “morti di fame” e quindi la soglia di tolleranza per non esacerbare le condizioni di crisi socio-economica può tendere al rialzo.
Ma i casi in cui vengono sorpresi ladri “di lusso”, che magari taccheggiano una bottiglia di spumante o un profumo costoso allora apriti cielo. Il furto questa volta è inaccettabile perchè non più espressione di una necessità impellente, ma di un piacere e soprattutto non è recuperabile. Chi ruba la bistecca per disperazione, nel momento in cui la caritas o un ennesimo servizio assistenziale para-statale si proporrà di aiutarlo, molto probabilmente accetterà, ma chi ruba col gusto di farlo, per il piacere di sottrarre al proprio censore un bene di cui godere, difficilmente si farà convincere a smettere con la promessa del minimo garantito.
Sì ho rubato per il gusto di un prodotto non necessario alla mia sopravvivenza, ma per godere di qualcosa di piacevole che la società fondata sulla ricchezza mi proibisce di avere!
Il furto con gioia è un attentato troppo potente alla civiltà della merce, alla santità della proprietà privata, all'idolatria del denaro: questo tipo di furto non deve passare liscio mai.
Non crediamo sia un caso che abbiano da poco cambiato le leggi su furto e rapina, aumentando le pene per entrambi i reati.
Da anarchici ci sembra fondamentale ribadire che l'esproprio è sempre giustificato, giustificabile (e soprattutto godereccio!) quando mosso da un principio di classe: rubare ai ricchi.
La catena di “furti in appartamento” o “truffe agli anziani” di cui si legge sui giornali locali da anni a questa parte è l'ennesimo tassello di quella guerra tra poveri che distrugge il senso di solidarietà tra sfruttati.
L'esproprio ai danni di un nemico, se mosso da consapevolezza, è qualcosa di più del riprendersi ciò che la società di classe mi toglie per semplice condizione di povertà, è un gesto di insubordinazione contro la logica del privilegio.
Io povero, io sfruttato, io escluso (o io che per scelta decido di non farne parte) dal ciclo di benessere del capitalismo mi riprendo da te che sei parte attiva della mia sottomissione, un po' di quello che desidero.
Ma il furto acritico, mosso dai poveri contro altri poveri (vedi i furti d'oro o della pensione sotto il materasso al vecchietto di turno) non ha nulla di tutto questo.
La necessità porta a non farsi troppi scrupoli, questa è una realtà vecchia come il mondo, ma è proprio l'assenza di questa sensibilità che concorre al mantenimento di questo mondo sempre più razzista, sempre più insensibile, sempre meno solidale in cui gli sfruttati si scannano tra loro lasciando tranquilli gli sfruttatori.

Senza nessun generico richiamo a una mitica appartenenza dei “poveri” tutti in una grande famiglia, basterebbe la semplice consapevolezza che ci sono dei responsabili della nostra condizione di disagio, di oppressione, di repressione tanto economica quanto sociale: questi responsabili sono coloro che mantengono le redini del dominio e della proprietà.
Attaccare la loro proprietà, invece che rifarsi più facilmente delle briciole di un altro dominato, ci pare un minimo gesto di consapevolezza e il potenziale inizio di una critica più profonda alla proprietà privata nel suo insieme.

Foibe - Giorno del ricordo? Una breve riflessione e ricostruzione storica

Segue uno scritto sulle foibe realizzato da anarchicx antifascistx modenesi:

Il 20 settembre 1920, in visita a Pola, Mussolini così si proferiva:


« […] io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.»

Questa dichiarazione d’intenti diede il via a una politica di italianizzazione forzata, esplicitamente indirizzata alla pulizia etnica della Venezia Giulia, annessa al Regno d’Italia nel 1918 alla fine della Prima Guerra Mondiale. Il piano coloniale del neonato regime comportò tra le altre cose: l’obbligatorietà dell’insegnamento scolastico esclusivamente in italiano; la cessata pubblicazione di libri e giornali, nonché la chiusura delle scuole, così come degli istituti culturali di lingua slovena, croata ed istrorumena; il cambio imposto ai nomi delle persone e alla toponomastica pubblica, e finanche la “revisione” delle epigrafi giudicate non “sufficientemente italiane” sulle lapidi dei cimiteri.

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