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Sulla guerra in Siria

 

Siamo contro la guerra. Tutte le guerre. È nel nostro DNA di libertari.
Ci sono delle cose “sacrosante”: noi non abbiamo bisogno delle guerre. Ad avere bisogno delle guerre sono gli Stati, le grandi potenze, i gruppi di potere. Tutta la storia dell'umanità si basa su questo assunto. Il controllo dei territori, la geopolitica, rimandano ad una pianificazione puntuale del potere. Che fosse sotto Gengis Khan, Carlo Magno o la Roma Imperiale, il soldato è sempre stato l'esecutore obbligato di qualcuno più in alto di lui. La guerra è sempre stata la negazione totale della parola: se faccio la guerra non parlo. Parlo con le armi, parlo con le bombe! La coperta è corta quando si parla di Stati e questi la tirano dalla loro parte come e quando gli pare. Tanto per dire, anche se nella forma della legalità degli apparati statali di diritto vi sarebbe il ricorso al processo, per dirimere le questioni interne ed internazionali, quasi mai questo avviene. Senza voler difendere lo stato di diritto, sappiamo bene che fine hanno fatto personaggi come Gheddafi (che certo era un tiranno), ammazzati senza alcun processo, per paura di quanto avrebbe potuto dire su accordi sotto banco fatti con le potenze occidentali (tanto per fare un esempio: gli accordi con Berlusconi – e con ENI – sulle norme Italia-Libia anti-immigrazione). Quando fa comodo, anche l'omicidio di massa è legittimo e legittimato. Cose già dette, quasi scontate, ma che occorre ripetere ancora.

Ma cosa sappiamo davvero della guerra in Siria? Sicuramente sappiamo che da circa 6 anni un luogo della terra è flagellato da eventi che sovra-determinano la volontà dei suoi abitanti. Nata come opposizione al despota Assad, la rivoluzione siriana si è presto trasformata in qualcosa d'altro. Nella rivolta contro Bassar Al-Assad, che comprendeva (e, in misura minore, ancora comprende) anche gruppi libertari, curdi ed altre componenti della sinistra rivoluzionaria, hanno via via preso piede gruppi dell'islamismo politico radicale, foraggiati dai governi di molti Stati alleati degli occidentali. Da allora una guerra di tutti contro tutti, giocata per interposta persona dalle potenze regionali e globali (non ultima la rediviva potenza imperiale Russa, che piace tanto, oltre ai neofascisti europei, anche a vari gruppi della sinistra antimperialista di casa nostra) ha portato ad una situazione di totale destabilizzazione e frammentazione di quei territori. A farne le spese, ovviamente, come sempre la popolazione civile.

Cosa altro sappiamo della guerra in Siria. Di certo sappiamo che qui in occidente siamo addormentati, che non ci toccano nemmeno le bombe che scoppiano all'interno dei quartieri di Aleppo, sugli ospedali, sulle case della gente. O quelle sganciate dalla democraticissima Turchia dentro i territori amministrati in maniera autogestita dai curdi siriani del Rojava. Eppure quando arrivano le ondate migratorie di persone in fuga da queste guerre e da questi conflitti la gente qui da noi non si domanda del perché e del percome ciò accada. E come fa la gente a pensare che non ci sia correlazione con le migrazioni che vediamo qui da noi: le analisi chi le fa, quali dati ha la gente per fare certe analisi? Dici: cosa vengono a fare qua in Italia questi immigrati? Vengono a rubarci il lavoro? Vengono a sostituirci come popolazione indigena? Ma noi italiani cosa faremmo, se ci bombardassero. Se domani mattina bombardassero il tuo quartiere sceglieresti di restare o te ne andresti? Stiamo dicendo cose abbastanza semplici da comprendere, ci pare.

Quello che stiamo dicendo sembra essere una gran retorica (anche se siamo rimasti in pochi a dirla). Ma dal nostro punto di vista questa è la realtà dei fatti. Un altro linguaggio non è possibile. Chi gestisce il potere ci potrebbe dire che è giusto l'esportare democrazia dove questa è assente. Per noi, però, la democrazia attuale, o meglio il discorso sulla democrazia è solo una gran menzogna. La democrazia che dice “L'Italia ripudia la Guerra” abbiamo imparato a conoscerla a suon di caccia bombardieri partiti dalle basi di casa nostra e mandati nei vari contesti internazionali a mietere vittime. Questa democrazia, non abbiamo problemi a dirlo, non la vogliamo. La cosa che ci domandiamo è un'altra: dove sono finiti quelli che ieri sventolavano le bandiere arcobaleno nelle piazze e si dicevano contro tutte le guerre? Forse a sostenere i governi liberisti di “centro-sinistra” colpevoli della partecipazione alle guerre (Libia in primis)? Oppure a gioire del ritrovato ruolo di superpotenza mondiale del gigante russo (un ruolo che ovviamente prevede anche un lato guerrafondaio)? O ancora a ingigantire il fronte razzista contro l'immigrazione? Non è dato sapere. Nessuno sembra avere più in animo la trasformazione radicale della società. Quando viene meno questa visione radicale di una vita altra, allora sembra più semplice prendersela con la categoria presentata come più debole, più esposta, e cioè gli immigrati. É un modo per fare quadrato. La nazionalizzazione delle masse contro il nemico esterno. Vecchie questioni che ritornano d'attualità.

Un problema grosso è proprio che le persone in occidente sentono e reclamano il bisogno di sicurezza. Una sicurezza che dovrebbe essere garantita dal sistema capitalista vigente. Per questo ci si aspetta che il sistema risolva le questioni che mettono a repentaglio le sicurezze della vita in occidente. Una questione centrale è quella del cosiddetto “terrorismo” islamico, che secondo i media e la vulgata minaccerebbe il nostro sistema di vita. “Stabilizzare” quei territori da cui partono gli immigrati (in toto assunti come figura retorica di “terroristi”) sembra essere il percorso ideale. Difficile, però, credere ad una stabilizzazione tramite la guerra. La guerra, anzi, crea sempre i presupposti per un ritorno di fuoco. Essa ritorna sempre al punto di partenza contro quegli stati che l'hanno promossa. In Francia la paura del “terrorismo” a seguito degli attentati e le politiche che di questa paura si sono fatto carico hanno fatto arretrare le libertà. Si è accettato il coprifuoco militare, le manifestazioni e i presidi non sono tollerati, gli assembramenti con più di tot persone sono vietati. Questa è la rinuncia totale alla libertà in nome della sicurezza. Eppure c'è chi corre ad intrupparsi nell'esercito della salvezza nazionale. Difesa della patria, difesa della nazione, difesa dei confini, difesa della civiltà...come fare a smontare la questione dei “soldati civili”, quelli che di fronte ad uno spauracchio costruito ad arte sono disposti ad appoggiare tutte le guerre? Questa è la domanda da un milioni di dollari.

É evidente come sia in atto una rimozione della concezione della disumanità del capitalismo. Quel sistema che, in ultima analisi, è il vero responsabile delle guerre in corso. Tutt'al più se ne criticano alcuni aspetti, come la sua finanziarizzazione, adducendo la solita formula dell'opposizione di questo “capitalismo cattivo (capitalismo speculativo) al “capitalismo buono” (capitalismo produttivo o industriale) che anzi sarebbe da salvaguardare. Quel che pensiamo di dire, invece, anche contro la stessa logica comune, è che sotto il sistema capitalista che gestisce le nostre vite non è possibile nessuna pace e nessuna sicurezza. Nessuna giustizia sociale e nessuna vera uguaglianza. Solo ordine armato. Gli Stati che difendono il capitalismo non possono e non vogliono attuare la pace, perché il giorno dopo che la mettessero veramente in pratica esaurirebbero il loro compito e la loro funzione. Che è sempre quella di fare la guerra a qualcuno. In una società liberista l'operaio non può essere il padrone. In una società libertaria non esistono padroni. É quest'ultimo l'esempio che più ci sta a cuore. Questa impostazione è oggi difesa dai curdi del Rojava, donne e uomini che veramente si stanno battendo per un progetto sociale alternativo a quello statal-capitalista. Accerchiati e combattuti da tutte le parti – dall'Isis come dalla Turchia, dall'Iran come dalla Russia passando per le democrazie occidentali (e vedremo con la nomina di Trump a presidente USA cambierà i rapporti con l'America) – i curdi del territorio autogestito del Rojava stanno combattendo una battaglia che ci coinvolge tutti e tutte quanti/e.

La Siria non esiste più! Va detto. Il territorio che le forze in guerra si stanno contendendo è completamente annientato, smembrato, distrutto. Le case abbattute. Il deserto ovunque. Chi vincerà non avrà nessun territorio fisico da amministrare. Ciò che è in causa è solo la conquista di assetti geopolitici inerenti a rapporti di forza sovranazionali. La Siria non esiste più. La finalità è solo il potere. Il potere sopra le macerie e sopra le donne e gli uomini. Ma c'è un però. Minacciato ed accerchiato, l'esperimento territoriale del Rojava è reale, interessante, aperto e vivo e questo ci fa ben sperare, aldilà delle ovvie critiche che si possono fare a qualsiasi esperimento che ha bisogno di crescere e trovare sé stesso. Il fattore importante è sempre la libertà.


BrunAle

Contro la religione delle merce e il sacrificio del lavoro

Le festività di Dicembre e Gennaio si avvicinano. C’è chi dice, dolendosene, che queste abbiano perso del tutto il loro senso originario, la dimensione religiosa con cui sono nate e si sono diffuse.
Eppure, a ben guardare, l’aspetto fondamentale – e cioè il fatto che un rito religioso continua ad essere celebrato – è ancora ben presente.
Infatti, com’altro considerare se non religioso il rito collettivo, che coinvolge milioni di persone ogni anno, a scadenze prestabilite (Natale, Capodanno, Epifania…), quando ci si reca in pellegrinaggio nei nuovi templi e chiese della religione della merce, per seguire il comandamento che dice: compra, acquista!?
Quasi nessuno può sottrarsi a questo rito comunitario, checché ne possa dire. Ormai è entrato a far parte della stessa dimensione mentale di ognuno. È accettato: si deve fare così!
Vi è da aggiungere, a questo riguardo, anche un’altra importante considerazione. Se in tempi remoti (ma remoti quanto, poi?) la credenza ultraterrena in uno o più Dei prevedeva che si ottenesse la benevolenza di questi tramite un sacrificio di uomini o animali, anche oggi occorre pagare il proprio debito per ottenere dal più terreno Dio della merce quello che si desidera. La tipologia moderna di offerta rituale è il denaro. Che, ovviamente, pretende anch’esso un sacrificio: quello del lavoro.
Qualsiasi religione ha bisogno di, e dunque pretende, sacrifici. Non ne può fare a meno, altrimenti non è più religione.
La dimensione religiosa dell’economia e della merce, dunque, è più che mai esplicita. Oggi questa religione viene seguita con non meno fanatismo e credulità di quanto accadeva con quelle del passato. Almeno è quanto succede nel mondo occidentale in cui viviamo.
Per finirla una buona volta con tutti gli Dei e con tutti gli idoli – anche con quelli materiali ma che possiedono, come abbiamo visto, una loro spiccata dimensione metafisica – occorre, forse, non solo che il singolo individuo rifiuti e rigetti da solo questi riti religiosi collettivi ma anche, e soprattutto, che prima o poi si riesca a scalzare questi stessi riti religiosi con altri riti che religiosi non siano ma che conservino comunque un loro senso collettivo. Perché forse è impossibile abolire del tutto la percezione della funzione positiva dell’esistenza di un rito da parte di una comunità umana ma è, invece, del tutto possibile introdurre un rito (o più riti) che non debbano prevedere sacrificio. Riti, dunque, che non siano religiosi, dato che, come abbiamo detto, l’aspetto religioso pretende e suggerisce sempre i suoi riti.
Distruggere la religione della merce e il sacrificio dell’umanità lavoratrice che pretende, quindi, è forse possibile solo accettando riti collettivi completamente e radicalmente diversi: il rito del dono e quello della condivisione senza attendersi nulla in cambio, la fine di ogni transazione interessata e l’inizio di un godimento diretto e senza proibizioni di tipo religioso. Quello di cui tutte le chiese hanno paura e di cui hanno avuto terrore in ogni epoca.

Contro falsi ribelli e nemici di classe

E' da qualche anno che gruppi e organizzazioni fasciste hanno intensificato l'organizzazione delle loro misere iniziative in giro per la Romagna.
La modalità è sempre la solita. Prima provano ad ottenere sale pubbliche o locali in affitto nascondendo chi sono e cioè dei fascisti della peggior specie. Cosa che una volta scoperto, spesso provoca la decisione dell'annullamento delle iniziative programmate da parte dei responsabili delle sale stesse. Ma a quanto pare anche la vergogna del ridicolo non sta di casa tra i fascisti. É quindi davvero istruttivo vedere come dei sedicenti ribelli, quali dicono di essere, ripieghino su soluzioni che dicono molto della loro vera natura di controrivoluzionari e partner politici dei possidenti (oltre, ovviamente, di amici delle guardie). Infatti i fascisti, in Romagna, trovano ospitalità ormai solo all'interno di Grand Hotel di lusso a 5 stelle, salette di banche e addirittura Golf Club per ricchi annoiati, come accaduto con il concerto nazi dei Legittima Offesa e degli Hobbit a Riolo Terme-Faenza un paio di settimane fa (novembre 2016) organizzato da Forza Nuova e Associazione Evita Peron (che poi è sempre Forza Nuova) per raccogliere soldi per fantomatiche colonie estive.
Dai camerati di Forza Nuova passando ai boy-scout di Casapound, la solfa non cambia. Anche i “fascisti del terzo millennio”, come i loro cugini forzanovisti, non disdegnano infatti punte di poderoso sputtanamento intrattenendo rapporti con banche e hotel. Le stesse banche, occorre notare, che dicono sulla carta di odiare. Ricordiamo tutti la campagna “Nemica Banca” lanciata da Casapound o gli slogan “tua amica banca ti tradirà”. Peccato per loro che questi siano solo slogan usati per convincere della loro pretesa “non-conformità” e che poi non si facciano ovviamente problemi a supplicare una sala alla Banca di Forlì per i loro convegni pubblici, come in occasione della presentazione ad aprile 2015 del partito Sovranità, partito che raggruppava i fascisti di Casapound e i leghisti di Salvini (il progetto Sovranità per ora è stato messo nel cassetto perché perfino Salvini ha reputato controproducente farsi vedere assieme a certe compagnie, preferendo puntare sull'elettorato moderato e liberal).
Davvero patetiche le marchette dei fascisti con i poteri forti. Patetiche e pericolose, comunque; perché ricordiamo che se in Italia abbiamo avuto vent'anni di regime fascista è perché qualcuno i fascisti li ha incoraggiati, appoggiati, finanziati, protetti. Qualcuno che gli ha concesso i propri spazi per potersi organizzare. A tal proposito, la storia del Novecento ci viene incontro e ricordiamo benissimo come gli spazi usati per organizzare il primo raduno di Piazza San Sepolcro a Milano nel 1919, in cui Mussolini fondò i primi Fasci di Combattimento e quindi il movimento fascista, appartenessero al ricco circolo degli industriali. Una storia che si ripete, oggi, con l'aiuto e gli spazi forniti ai fascisti da parte di banche, albergatori, agricoltori destrorsi, club di possidenti, ereditieri, militari in pensione.
Essere contro il risorgere di conati fascisti significa, quindi, necessariamente confliggere anche contro chi aiuta materialmente i fascisti ad ottenere gli spazi necessari per riorganizzarsi. Anche perché questi aiuti arrivano da chi, da sempre, rappresenta il nostro irriducibile nemico di classe: la classe dei ricchi e dei possidenti.

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Falsi ribelli secondo atto

Come andiamo dicendo da tempo, da qualche anno gruppi e organizzazioni fasciste hanno intensificato la loro attività nella zona romagnola.
Oltre a organizzare iniziative miserabili in Grand Hotel, sale di banche e Golf club, rendendosi oltremodo ridicoli, i fascisti tentano di muoversi anche sul territorio per mezzo di manifestazioni, presidi anti-degrado e campagne razziste travestite da aiuto ai cittadini italiani in difficoltà. Esempi sono i banchetti di raccolta cibo di fronte ai supermercati da parte di Solidarietà Nazionale-Forza Nuova, attraverso lo slogan più che mai esplicito “Prima gli Italiani”, strategia presto copiata anche da altre organizzazioni come i nazisti di Lealtà-Azione e i boy-scout di Casapound, che ripropongono lo stesso schema per esempio a Ferrara, dove da circa un anno è nato un nucleo del partito di Iannone e soci che ha organizzato alcuni banchetti fuori dai supermercati Conad.
Oltre a queste sfacciate campagne xenofobe e razziste, i fascisti sembrano amare le ronde e i presidi cosiddetti chiamati “anti-degrado”, ovvero contro i soliti immigrati che, secondo la loro becera retorica reazionaria, inquinerebbero il territorio con la sola loro presenza pubblica. Così abbiamo visto apparire nelle città striscioni con la dicitura “Difendi Forlì” o “Difendi Cesena”, senza specificare da cosa ma con l'evidente sottinteso che il nemico da cui difendersi (e all'occorrenza da attaccare) è sempre e solo l'immigrato. Una manifestazione di Forza Nuova dal nome “Difendi Cesena” si è svolta, per esempio, sabato 5 novembre alla stazione ferroviaria di Cesena, ampiamente contestata dalle antifasciste e dagli antifascisti e anche da un nutrito gruppo di giovani residenti, figli di immigrati e non solo.
Purtroppo le istituzioni democratiche rappresentative, che non sono certo quell'esempio di baluardo antifascista che vorrebbero far credere, troppe volte finiscono con il prestare ascolto alle idiozie dei fascisti e così, un paio di settimane fa, il Comune di Cesena ha fatto abbattere una ex scuola sita in via Emilia Ponente (di fianco all'ex hotel Mosaico) dopo che i camerati di Forza Nuova avevano svolto un presidio – ampiamente amplificato dai giornali locali, sempre pronti a rendere servigi a questa gentaglia – contro la presenza, al suo interno, di persone che vi avevano trovato riparo, alcune delle quali immigrati. Al suo posto, come sembra ormai sicuro, troverà posto un fiammante nuovo Mc Donalds, dove i camerati potranno, se lo vorranno, andare a mangiare i paninazzi made in USA. Tanto, dopo la vittoria di Donal Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, i fascisti nostrani ed europei sono diventati tutti filo-imperialisti e filo-americani. Nessuna contraddizione, quindi.
Quel che resta di questa vicenda è il ruolo di servi dei fascisti, per mezzo dei quali è stato possibile sgomberare un luogo abbandonato in cui delle persone senza casa dormivano, abbattere una scuola per far largo alle speculazioni della consorteria politica, a quelle delle lobby edilizie e a quelle affaristiche della multinazionale a stelle e strisce.
I poteri forti dicono grazie!
Combattere i fascisti significa combattere i servi di questo sistema!

Ha vinto il NO al referendum. E chissenefrega!

Un cimitero di 32 milioni di croci.
Domandina domandona. Il referendum è un'indispensabile strumento di democrazia diretta? O è piuttosto un'infallibile arma di distrazione di massa?
Questa domanda nasce spontanea il giorno dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Scopriamo, infatti, che moltissime persone di questo paese hanno subito il perverso fascino della chiamata alle armi della politica politicante. L'affluenza alle urne è stata superiore alle stesse attese dei comitati per il NO e per il SI. Circa 32 milioni di persone hanno apposto una crocetta sulla scheda referendaria. Una temporanea inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni.
Nel vuoto dell'opposizione sociale reale, l'esaltata e magnificata partecipazione illusoria tramite il voto è stata una consolatoria bugia che ci si è raccontata: anche io conto! Anche io esisto! Ma un cimitero sociale resta pur sempre un cimitero e i morti viventi, anche se camminano e si recano alle urne per testimoniare la propria esistenza, restano sempre degli zombie.
Ha vinto il NO e poteva vincere il SI. Cosa sarebbe cambiato per i rivoluzionari? Niente! Come niente cambia per chi continua ad essere sfruttato, precario, escluso.

Tutti contro gli "irresponsabili".
Ma facciamo un passo indietro. Per questo referendum le più disparate forze politiche hanno speso le più grandi energie per dare indicazioni di voto, chi appunto per il NO e chi per il SI. Spesso pretenziosamente, argomentando su cose che con il referendum proprio non c'entravano nulla, tanto per fuorviare che si sa, meno la gente capisce meglio è. E spesso con esiti farseschi e ridicoli. Pensiamo, per esempio, ai fascisti di Casapound, di Forza Nuova e della stessa Lega Nord salviniana che sono corsi a difendere la Costituzione "antifascista" e a fare fronte per il NO con ANPI, ARCI e sinistra cosiddetta radicale.
Tutte daccordo, invece, le forze per il SI e per il NO si sono ritrovate nel biasimo della scelta astensionista. Perchè, vien detto, gli individui votino pure come vogliono purché votino! Non votare, è stato detto, significa perdere la propria capacità di incidere su aspetti che riguarderebbero tutte e tutti (ammesso e non concesso che gli assetti istituzionali che riguardano la sacra italica repubblica, in questa fattispecie, ci debbano riguardare davvero come individui rivoluzionari e come individui sfruttati). Ne andava, ci è stato detto, del nostro futuro e, quindi, il sottinteso è che chi non vota è un cretino, una demente, un irresponsabile, una sprovveduta, addirittura un criminale - da perseguire per vie legali all'occorrenza - perché, non si sa come, la sua scelta di non partecipare al giochino inciderebbe negativamente sulla scelta degli altri giocatori. Ovviamente, che siano altri che hanno fatto le regole o le hanno approvate/assecondate, senza che noi astensionisti consapevoli le si abbia seppur minimamente sottoscritte, non sembra interessare gli apologeti del referendum e della "partecipazione democratica". Per questi ultimi il voto è un dovero civico e, quindi, bisognava fare comunque giocare a forza anche chi non voleva. Un po' come quando da piccoli, a scuola, il maestro o la maestra di ginnastica ti inserivano controvoglia nella scrausa squadra di compagni-schiappe per giocare a palla. Che il gioco non ti divertisse, fatti tuoi!
Ma come sempre sono esistiti coloro che rifiutano di giocare in una squadra le cui regole non condividono, esistono ed esisteranno sempre gli irresponsabili incalliti che disertano gli schieramenti predefiniti.
Alcune e alcuni di queste/i irresponsabili impenitenti non sono poi nemmeno così sprovveduti come vengono dipinti, ed hanno pure un difetto non da poco: pensano! E pensando disturbano, certo. Perchè il pensare troppo rumorosamente offende coloro che, al contrario, non sembrano pensare molto. Li distrae dal loro non-pensare, che occupa tutto il loro tempo. A noi piace annoverarci tra questi rumorosi pensatori.

Fatte le squadre, l'arbitro è sempre lo Stato.
Care e cari apologeti del referendum, ci avete detto che il responso referendario avrebbe addirittura cambiato le sorti della storia d'Italia. Lo avete asserito, terrorizzandoci, in un senso o nell'altro, sporgendovi dai televisori o mandando le vostre insopportabili lettere casa per casa, in cui sostenevate le vostre ragioni spesso a dispetto della logica. Vi diciamo: onestamente, ma credete davvero a ciò che dite? Forse che da una crocetta su un foglio la volontà dell'individuo in quanto tale e in quanto portatore d'interesse ne ha mai ricavato maggiore potenza? Per rispondere a questa domanda, prima rispondete a quest'altra: a cosa l'individuo, quando vota a un referendum (o ad una qualsiasi scadenza elettorale) partecipa? Secondo voi? Alla maggior gloria della Nazione? Al dibattito democratico? Al "bene comune"?  Tutti concetti tra l'altro incredibilmente astratti, soggettivi, manipolabili.
No care e cari! L'individuo che si reca alle urne partecipa ad un'unica banale e semplicissima cosa: al consolidamento del potere costituito. Ciò attraverso la legittimazione della struttura dell'organizzazione politica della società. Questa legalizzazione produce una stabilizzazione che si ricrea tutte le volte che, pensando di cambiare qualcosa, l'individuo ricorre agli strumenti forniti dallo Stato. Ricordate il vecchio adagio? Cambiare tutto per non cambiare niente! Già, proprio così! L'individuo non ha mai, realmente, la possibilità di intervento diretto nella cosa pubblica o, meglio, nelle cose che lo riguardano, quando ricorre ai mezzi suggeriti dallo Stato che, precisamente, sono fatte apposta per dargli solo l'apparenza dell'intervento, l'illusione della partecipazione. Semplicemente, se votare contasse davvero qualcosa, e spostasse davvero i rapporti di forza, sarebbe vietato per legge. É talmente scontato ciò, che basta ricordare che se esiste un Parlamento, un governo, un Consiglio dei Ministri, un Presidente della Repubblica, una Camera, un Senato (composto da chi, non fa molta differenza) allora, forse e diciamo forse sarcasticamente, vuol dire che non è l'individuo a prendere le decisioni che contano ma, appunto, questa serie di organi costruiti all'uopo. E poi ancora avanti con presidenti di Regione e di Provincia, consiglieri, sindaci, fino al più piccolo reggitore della più piccola circoscrizione di quartiere: tutte queste figure decidono su ogni più piccolo aspetto della quotidianità. É il gioco della rappresentanza. Un gioco in cui chi partecipa sa in anticipo di perdere sempre e comunque, perché tanto non fa differenza. Peggio del "gratta e vinci", insomma, dove almeno una possibilità di vincere dovrebbe essere garantita! Ecco perchè a questo gioco noi anarchici non vogliamo giocare e decidiamo, in coscienza, di non prendervi parte.
È sempre un parlamento ed il governo che decidono, quindi sempre e solo i politici, che anche nel caso dei referendum trasformano il voto popolare in voto parlamentare. Fatte le squadre, l'arbitro che decide l'andamento e le regole del gioco è sempre e solo lo Stato.

Problemi di quorum.
Detto che non riteniamo, nel modo più assoluto, il referendum uno strumento in grado di dare l'opportunità al singolo di incidere nei diversi problemi che lo riguardano da vicino e da lontano, perché inserito in quel grande inganno che è la democrazia rappresentativa, occorre spendere una parola in più su una determinata tipologia di referendum, quella che non prevede quorum, cioè soglie da raggiungere sotto le quali le votazioni sono dichiarate nulle. Appunto, quello del 4 dicembre è stato un referendum confermativo (cioè la legge era stata già scritta e votata da Camera e Senato e aspettava solo il via libera del Referendum) che non prevedeva quorum. Questo strumento, insomma, permette che anche una sola persona andata a votare - mettiamo per ipotesi e per assurdo - possa decidere da sola su aspetti determinanti per molte altre (in questo caso addirittura su aspetti riguardanti l'intoccabile Costituzione, l' "asse portante", dicono alcuni, dell'organizzazione sociale democratica). Questo sarebbe perfettamente legale.
Ecco, questa della mancanza del quorum è stata segnalata spesso come un punto per convincere le persone ad andare a votare, per gli aspetti che abbiamo detto. Ma invece, per chi scrive, è stato un motivo in più per non andare. Se non è possibile, per chi ama la libertà e la vera partecipazione orizzontale, accettare la regola che molte persone decidano anche per le restanti poche che non hanno dato il proprio consenso, ancora più intollerabile è che poche persone decidano per le tante altre. Se non vogliamo maggioranze che si impongono sulle minoranze, ancora più abberrante è l'esistenza di uno strumento che permette ad alcune minoranze (e potenzialmente anche ad una sola persona) di imporsi sulla maggioranza della società. Questo è plebiscitarismo, è fascismo e va detto nel modo più chiaro possibile!
Il referendum senza quorum andrebbe abolito subito, poiché questo strumento si avvicina in modo pericoloso agli strumenti ipotizzati da molti gruppi neofascisti per governare la società futura, dove l'organizzazione politica è priva di intermediari politici quali i partiti, certamente una cosa positiva, ma dove questi sono però soppiantati da un rapporto di tipo plebiscitario dell'indistinto corpo sociale con il potere, solitamente incarnato da un capo, da un leader maximo, da un decisore-esecutore o da un piccolo gruppo di decisori-esecutori. E questo plebiscito, ovviamente, dovrebbe passare proprio attraverso una specie di referendum senza quorum, dove i pochi entusiasti di un regime decidono per tutti. L'esempio fatto a proposito è sempre la Grecia antica, in cui una larvata forma di democrazia oligarchica permetteva ai pochi che potevano votare (escluse naturalmente le donne, gli schiavi e i poveri) di decidere l'andamento dell'amministrazione pubblica.
Ed infatti, sebbene l'ipocrisia e la retorica politica non lo permetta, sarebbe bene chiamare una buona volta questo sistema che ci governa col nome apposito: non democratico ma oligarchico! Sarà un caso ma fautori di un simile tranello referendario e plebiscitario sono oggi, assieme a molti gruppi neofascisti, i grillini del Movimento 5 Stelle, che lo vorrebbero estendere a tutte le tipologie di referendum, tendendo a presentare il modello senza quorum come esempio di "democrazia diretta". Ma cari i nostri grillini (si fa per dire) la democrazia diretta a cui fate riferimento e vi richiamate ad ogni piè sospinto è tutta un'altra cosa, ed è cioè un metodo che dovrebbe consentire a tutte e tutti, in modo individuale, di dire la propria ma anche naturalmente di sottrarsi, sempre individualmente, alle decisioni prese senza il proprio consenso. È un modo di organizzarsi dal basso, dunque. Mentre la vostra è solo un esempio velleitario di dittatura dall'alto mascherata neanche troppo bene, che non permette la reale partecipazione delle persone ma dà solo l'illusione di farlo – indotti in ciò dalle martellanti campagne propagandistiche  –  a beneficio, come sempre, di qualche assetto di potere (o di chi ambisce a conquistarlo)!
In un'epoca come quella odierna, dove sempre più persone si sentono insicure e vogliono vivere senza più preoccupazioni, in cui il grosso del corpo sociale non ha più nessuna aspettativa se non quella del salvatore che si faccia carico e risolva per loro ogni problema così da non dover pensare più a niente, bisogna stare attenti a fornire di mezzi come questi persone con una smodata bramosia di comandare.
Il potere, si sa, corrompe anche i più onesti, figuriamoci i più propensi al dominio.
Tra l'altro, va detto che lo schierarsi dei grillini per il NO nasconde anche una buona dose di ipocrisia e facciadaculaggine. La riforma costituzionale aborrita e combattuta dai grillini, difatti, oltre alle modifiche al Senato e altre quisquillie, prevedeva anche alcune modifiche allo strumento referendario di tipo abrogativo che, se passata, avrebbe permesso un abbassamento sostanziale del quorum necessario per renderlo valido rispetto a quanto avviene oggi: laddove adesso è indispensabile che si rechino alle urne almeno il 50%+1 degli aventi diritto al voto, la riforma prevedeva che si potesse arrivare al 50%+1 non degli aventi diritto ma solo del numero di partecipanti alle ultime elezioni politiche (un numero sempre in calo, come sappiamo).
Quindi proprio un punto che andava nella medesima direzione richiesta dal Movimento 5 Stelle, invece critico della riforma per opportunismo politico ed elettorale.
Da quanto detto ci sembra evidente che il vero pericolo per la libertà in questo paese non derivasse tanto dal ventilato "attacco alla Costituzione" (che tra l'altro non ha mai minimamente realizzato nessuna delle sue ispirazioni ideali ed ugualitarie...e lo sappiamo bene!) ma piuttosto, semmai, dal possibile estendersi dell'uso e dell'abuso del metodo referendario senza quorum o con quorum abbassato, che legittimerebbe leggi approvate e sottoscritte da una minoranza esigua di elettori, potenziale preambolo per una involuzione plebiscitaria del paese come chiedono da tempo tutti i fascisti. Eppure, stranamente, nessuno dei contendenti in campo lo ha messo o lo ha voluto mettere in evidenza.

L'atirenzismo: fallimento dell'opposizione sociale reale.
L'antirenzismo è stato il collante del fronte del NO che ha vinto con quasi 6 milioni di voti di scarto su quello del SI al referendum. L'unico collante: perché su tutto il resto le forze politiche, le associazioni, i movimenti, i gruppi di pressione che ne facevano parte la pensano in maniera completamente diversa o contraria.
Fascisti, leghisti, "sinistra" PD e sinistra extraparlamentare, grillini, costituzionalisti, ex partigiani, molti No-Tav, associazionismo, berlusconiani...dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per Berlusconi e quel che resta del suo partito che precedentemente aveva approvato la riforma in parlamento, tutti dalla stessa parte contro il premier Mattero Renzi, recente incarnazione del male!
Ora tutti questi attori cercano di accreditarsi come i veri vincitori, di guadagnare a sé la vittoria del NO alla riforma di Renzi e le sue dimissioni conseguenti alla disfatta del fronte del SI. In prima fila, era facile immaginarselo, troviamo i partiti più forti elettoralmente, come i 5 Stelle e la Lega Nord, che non proprio modestamente hanno subito parlato di una loro vittoria esclusiva ed ipotecato, attraverso essa, una loro vittoria alle prossime elezioni politiche che chiedono a gran voce.
È chiaro che l'antirenzismo avvantaggi quelle forze che di argomenti solidi da mettere sul banco altrimenti ne avrebbero pochi. Il populismo funziona molto bene solo quando ha un nemico stabile contro il quale scagliarsi. Fino a ieri era Renzi, dipinto come un burattino delle banche e dei poteri forti che governano l'Europa. Ora un nemico forte come Renzi non c'è più ed è facile immaginare, ad esempio, che i 5 Stelle dovranno ricorrere ai ripari inventandosene un altro – magari il successore di Renzi, dato che la maggioranza parlamentare rimane comunque inalterata a guida PD – o prendendo ciò che c'è di disponibile sul mercato dell'odio irrazionale: gli immigrati. É possibile, dunque, da qui in futuro, una caratterizzazione ancora più marcatamente destrorsa, euroscettica ed anti-immigrazione del M5S, per competere sullo stesso terreno securitario e xenofobo con Salvini e i suoi amici fascisti.
Guardando a sinistra invece, se la scelta del NO della "sinistra" interna al PD (dalemiani, bersaniani, ANPI) e di quella filo-parlamentare (Sel, Sinistra Italiana, Possibile) era scontata per far fuori Renzi e rispondeva a rapporti di forza tutti interni al PD e alla sinistra parlamentare stessa, ciò che invece francamente si fa fatica a comprendere è perchè una grossa parte dell'estrema sinistra extra-parlamentare abbia pensato bene di accodarsi a questa strategia, fallimentare da un punto di vista di costruzione di un'opposizione sociale che vuol essere reale e non immaginata. Eppure stiamo parlando anche di gruppi che sulla carta si dicono rivoluzionari.
A che pro fare dell'antirenzismo la propria politica attiva ed inseguire i partiti istituzionali sul loro terreno, quando si sapeva benissimo che di questa carta strategica avrebbero tratto maggior guadagno quelle forze populiste come Lega Nord e 5 Stelle che dell'antirenzismo hanno fatto un loro cavallo di battaglia da tempi non sospetti? Anche qui, la principale motivazione di questi gruppi della sinistra extraparlamentare sembra essere stata: anche noi contiamo, anche noi esistiamo! Ma manie di protagonismo a parte, a cosa è servito? Forse davvero queste forze hanno voluto salvaguardare lo Stato democratico dalla pretesa involuzione autoritaria che si sarebbe verificata se avesse vinto il SI alla riforma? Fosse vero, non si saprebbe se ridere o piangere. Rivoluzionari a parole che difendono il Senato della Repubblica: non si è mai sentito!
Eppure i giornali e i blog dei più vari gruppi "comunisti" hanno provato a convincere, nel loro piccolo, le persone ad andare a votare per il NO. A recarsi alle urne e consolidare così le istituzioni rappresentative che si vorrebbero combattere.
Ci domandiamo cosa sarebbe successo, invece, se tutte queste forze "rivoluzionarie" avessero optato con forza per l'astensione consapevole e avessero consigliato altrettanto alle persone, come atto di completa differenziazione dalla politica istituzionale. E non solo nel caso dell'ultimo referendum ma tutte le volte che si tratta di votare. Non sarebbe stato meglio se invece che spendere energie grandiose in campagne contro Renzi avessero deciso di costruire un'opposizione reale non a Renzi ma allo Stato borghese? Perchè le stesse cose che sono state addebitate a Matteo Renzi – e cioè l'essere a servizio della grande finanza, del capitalismo internazionale, delle banche – può essere sottoscritto anche riguardo lo Stato. Meglio: riguardo tutti gli stati. Perchè tutti gli stati, più o meno democratici che siano, difendono sempre gli interessi di una minoranza di privilegiati.
Ed allora chiudiamo con una domanda la cui risposta, per noi, è abbastanza chiara: non è incoerente proclamarsi rivoluzionari e partecipare alle elezioni e ai referendum, che in ultima analisi rispondono sempre a logiche istituzionali e servono a queste stesse istituzioni per continuare a legittimarsi?
Ha vinto il NO al referendum? Tra quelli che si disperano e quelli che brindano e fanno festa, sempre fuori dal coro vi diciamo: e chissenefrega!