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Bologna - Contributo contro lo sgombero di XM24

I NOSTRI SPAZI VANNO DIFESI
Che "Bologna non sia più la stessa di 15 anni fa" è un'ovvietà condivisa. L'operazione "Strade Sicure" e i pattugliamenti dell'esercito nei quartieri "caldi", l'intensificarsi della presenza della polizia, l'aumento dei controlli, le telecamere nelle strade, la militarizzazione della zona universitaria, la politica dura contro le occupazioni abitative e i nuovi palazzi di vetro e cemento, gli spazi sociali sotto attacco, la repressione sulle realtà più conflittuali tanto nelle strade, quanto nelle aule di tribunale.
In tutto ciò lo sgombero di XM24 è un fatto altamente simbolico, un momento con cui l'autorità cittadina vuole sancire la fase di compimento di un più ampio processo ed è proprio per questo che non possiamo farlo passare. Non sarà il successo di questa lotta a rovinare i piani dei signori della città, tuttavia il valore storico di 15 anni di autogestione e quello geografico di uno spazio nel bel mezzo di un quartiere in fase di stravolgimento, dà a questa battaglia un valore strategico. In gioco c'è ben più che una singola esperienza di autogestione, c'è un progetto politico di normalizzazione e mercificazione del tessuto urbano che a seguito dello sgombero avrebbe strada spianata.
CHI SONO I NEMICI?
I responsabili nell'immediato sono noti: il PD, con la sua amministrazione che in tema sicurezza vorrebbe superare a destra la Lega, gli interessi che protegge (Legacoop, Carisbo, Unipol progetto Fico, ecc.) e la Questura. È necessario però iscrivere costoro in un quadro più ampio, considerandoli i rappresentati e gli agenti materiali di un progetto sociale e politico finalizzato a realizzare una città scrutabile in ogni suo interstizio, che non prevede spazi e tempi dell'esistenza che non siano oggetto di consumo, una città a misura di controllo ed esclusione, in cui chi non accetterà le regole e chi non avrà sufficiente denaro in tasca sarà escluso dalla possibilità di attraversarla e viverla. Il compimento di questo abominio non va quindi ascritto alla malvagità di questa o quella amministrazione, ma inserito in un progetto più ampio di gentrificazione che interessa le città occidentali. Città come Londra, Berlino, Copenhagen, Milano hanno subito analoghi processi e alle volte conosciuto esperienze di resistenza vincenti.
DI CHI È QUESTA LOTTA?
Partiamo dall'ovvio. Spesso, come militanti, ci troviamo a lottare offrendo solidarietà a istanze e bisogni altrui: lottiamo a fianco dei lavoratori, dei migranti, degli occupanti e non lo facciamo solo per buon cuore, sappiamo infatti che la lotta a fianco degli esclusi fa parte di un cammino ben più lungo, che ci avvicina alla realizzazione dei nostri desideri. Quante volte però ci troviamo a batterci per noi stessi?
Evitare lo sgombero di XM24 è per noi stavolta un bisogno immediato. XM24 è uno spazio che viviamo: ci facciamo sport, partecipiamo ai concerti, alla presentazione di un libro, ci serigrafiamo le magliette, ci mangiamo o ci facciamo serata, conosciamo chi lo fa vivere e chi lo attraversa. XM24 in sintesi fa parte del nostro tessuto sociale e perderlo per noi sarebbe un problema immediato. Prima ancora che il quartiere Bolognina, o la città di Bologna, sarà gente come noi a rimetterci da questo sgombero ed è a gente come noi, che ci capisca nell'immediatezza della necessità, che vogliamo parlare. Pensiamo, per una volta, si debba avere il coraggio di partire da noi, dai nostri bisogni e desideri, senza la paura di non essere capiti.
Non siamo pochi, possiamo essere determinati, possiamo difenderci; non farci schiacciare sta a noi, incompatibili al loro mondo di merci.
DOVE AVVIENE QUESTA LOTTA?
Affermiamo la nostra compatibilità con una realtà diversa dai piani dell'autorità, ma sopratutto rivendichiamo la nostra incompatibilità con una città e un mondo in cui la nostra presenza non è assolutamente prevista. Prima di essere un esperimento di autogestione di grande valore sociale e l'esempio di un modo diverso di vivere lo spazio urbano, XM24 è una sacca di resistenza sociale non pianificata. Negli anni questo posto è diventato un punto di riferimento per chi, a Bologna e in tutta Italia, si sentiva incompatibile: un luogo accogliente per chi non è previsto nella piatta realtà sociale che lo Stato e il Capitale ci apparecchiano quotidianamente. Posti come questi non sono esperienze lineari, parto malato della pianificazione autoritaria, sono contesti aperti alla libertà di sperimentare e come tali ricchi di contraddizioni e problemi, ma d'altronde cosa aspettarsi dal rifugio degli esuli di un mondo corrotto?
Quando l'autorità ci mette in discussione accade di sentire la necessità di giustificarsi di fronte a essa, ricorrendo alle sue stesse retoriche e, così facendo, legittimando il nemico che ci accusa e l'immagine che ha predisposto per noi. Non riconosciamo la paura che abbiamo nel dichiarare chi siamo davvero. Negli ultimi 15 anni XM24 ha detto di sé tutto quello che aveva da dire senza nulla celare: si è fatto conoscere e si è fatto amici e nemici. Possiamo ricordare a tutti cosa è stato, il valore di quello che ha offerto e offre alla Bolognina e a Bologna, ma non possiamo illuderci di creare in pochi mesi un consenso favorevole alla sua presenza tanto più allargato di quello attuale.
Cominciamo col lottare, durante la lotta spiegheremo poi perché scegliamo di metterci di traverso e così facendo troveremo dei complici sul nostro cammino. Cominciare invece dallo spiegare alla "gente" che siamo dalla parte giusta rischia di prosciugare le nostre energie con risultati assai modesti. Migliaia di persone attraversano questo spazio ogni anno, è da loro che arriverà la solidarietà, questo è un dato di fatto. Chi doveva scegliere da che parte stare l'ha già fatto.
COME PORTARE AVANTI LA LOTTA?
La chiusura di spazi come Atlantide, l'Aula C, o lo sgombero dell'ex Telecom (solo per citarne alcuni), impongono di interrogarsi sull'efficacia delle lotte a difesa degli spazi autogestiti sinora sperimentate. Non vogliamo che lo sgombero di XM24 sia l'ennesima occasione di resistenza mancata. Non possiamo permettere che la nostra opposizione allo sgombero sia testimoniale: in questi anni siamo scesi in strada in tante e tanti, non gliene è fregato molto. Impedire i progetti del dominio significa dar conseguenza alle nostre parole, dargli forza e costruire una posizione credibile: lo sgombero di XM24 dovrà essere un problema, un problema generalizzato.
I lavoratori in lotta bloccano il loro lavoro, esercitano una pressione diretta sui padroni interrompendo e sabotando il normale ciclo di produzione della merce, la loro azione forse troverà solidarietà fra la gente comune, tuttavia è principalmente rivolta contro i responsabili della loro condizione. Così la nostra prima preoccupazione sarà di trovare la modalità più diretta possibile per intervenire sul problema, per portare un attacco concreto ai nostri nemici e ai loro interessi. Gli obiettivi dell'autorità sono un quartiere ordinato, pacificato, da porre a profitto, ebbene noi produrremo l'opposto, palesando che la riqualificazione non è poi un così buon affare e che l'opposizione ad essa può diventare un problema ingestibile. Ci rivolgiamo a esperienze come le giornate seguite allo sgombero del Can Vies a Barcellona, del Rote Flora ad Amburgo, del Corvaccio a Milano.
Ci permettiamo tanta determinazione perché la lotta per XM24 ci sembra abbia tutte le premesse per diventare una vera battaglia: un contesto partecipato, orizzontale, che ammette diversità di discorsi e di pratiche; un luogo che, per la sua storia, è in grado di mobilitare forze al di sopra di ogni aspettativa, purché non disconosca la propria natura.
Opporsi a questo sgombero in maniera determinata e plurale è quanto mai necessario, la posta in gioco è certamente XM24, ma non solo. Sotto attacco è tutto ciò che rappresenta l'altro da un mondo in cui regni l'ordine del profitto. Provare ad inceppare la macchina dello sgombero significa resistere su un piano più ampio a un'idea di mondo che vorrebbe schiacciarci per creare un deserto.
Non restiamo a guardare, ne va di un pezzo significativo della libertà di tutte e tutti.


XM24 non si tocca!

 

(A)lcuni/e vicini/e

ALLE NUOVE CROCIATE

E' senz'altro vero che le religioni, specie quelle monoteiste, cercano di imporre agli individui la loro visione della vita. E sottolineiamo imporre. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda le società confessionali, dove le questioni religiose assumono valenza politica e valore legale. Senza dimenticare le società falsamente laiche, come l’Italia supina ai voleri del Vaticano. È anche vero, però, che spesso e volentieri sono gli individui stessi ad auto-imporsi i dogmi religiosi e le limitazioni che questi immancabilmente portano al proprio vissuto quotidiano. Una vera e propria auto-repressione consapevolmente accettata e praticata. Liberi di farlo, del resto. Chi scrive è un ateo anarchico che pensa che ognuno e ognuna possa e debba credere a quello che vuole, fino anche a farsi del male se è frutto di libera scelta. Sempre, ovviamente, che non si pretenda che la metafisica e i dogmi a cui ci si sottomette debbano essere fatti propri e osservati anche dai non credenti. La questione non è in cosa si crede ma l’approcio con cui si crede. Del resto non vi sono stati nella storia anche anarchici agnostici, cristiani o ebrei, che nello stesso momento si opponevano ai dogmi delle rispettive chiese?

La questione è che, anche nelle società cosiddette laiche o aconfessionali, sono sempre più gli individui che abbracciano una fede religiosa, da quelle più rappresentative fino ad arrivare allo psudo-misticismo vagamente new age, alla ricerca di non si sa quale verità o gratificazione personale. Spesso con cieco fanatismo proprio verso i dogmi assoluti. Ciò sembra accadere sostanzialmente per due ragioni:

1) le società laiche occidentali appaiono e comunque sono considerate sempre più società in crisi di valori;

2) l'abbracciare una fede qualsiasi fa sentire l'individuo membro di un gruppo con le stesse credenze e abitudini mentre riempie il vuoto interiore creato dall’assenza valoriale, presunta o reale, della società in cui vive. In poche parole, fornisce un’identità ben precisa nella quale, appunto, l’individuo può identificarsi.

La prima di queste asserzioni è in realtà ingannevole e falsa in partenza. L'odierna società in cui viviamo non è totalmente priva di valori, semplicemente la società occidentale abbraccia i propri valori. Tra l'altro lo fa con un fanatismo che è del tutto simile a quello degli integralismi religiosi. È il caso del culto per il denaro, per la fama, per il successo, per cui molti sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa pur di raggiungere uno di questi agognati traguardi. É dunque una mera sostituzione di valori. Al posto dei dogmi religiosi abbiamo i dogmi della merce e del denaro, del successo ad ogni costo. Che poi molti li giudichino come dis-valori (e chi scrive è tra questi) è un'altro paio di maniche. É una questione di punti di vista, di interessi.

Questo ci fa pervenire alla seconda delle nostre argomentazioni: accade che un certo numero di persone abbandoni e rifiuti quelli che percepisce come dis-valori e si metta alla ricerca di "veri" valori, che riempiano il vuoto venutosi a creare dentro l'individuo con una nuova fede a cui agrapparsi.

Le religioni, vecchie e nuove, sono pronte dietro l'angolo che aspettano nuovi adepti e ci sono, e sempre ci saranno, si sa, i molti e i moltissimi che si faranno irretire. Se oggi, però, si fa un gran parlare di integralismi vari, rinfocolando i soliti discorsi su scontri di culture e di presunte civiltà, è anche perchè il desolante vuoto delle società in occidente – o almeno la percezione comune dell’esistenza di questa vacuità – si presenta di una tale vastità che la stessa ha bisogno di questo genere di argomenti per poter sopravvivere almeno come idea generale: una forma ideale completamente astratta, quella della “civiltà” occidentale, che vive espressamente nella e sulla costruzione del nemico ma che niente può creare praticamente e costruire da sè stessa, se non gli abomini a cui ci ha abituati. Per esistere l’occidente deve dunque creare i suoi nemici e dichiararvi guerra. Perchè la guerra è da sempre l’unico prodotto di quell’astrazione che chiamiamo occidente.

Quel che è certo è che non ci si ferma mai a pensare che quando si parla di religiosità (o anche culture) si sta in realtà parlando di uomini e donne, in carne ossa e sangue. Per esempio, riguardo ai convertiti ad una religione come l’Islam, non ci si domanda mai dei motivi che spingono a una tale scelta. Per quale ragione? Forse perchè così facendo saremmo costretti a fare i conti con quelli che consideriamo i nostri valori o ad ammettere che è proprio nelle nostre società che qualcosa non stà andando come dovrebbe. 

Eppure dovremmo chiederci cosa spinge un ragazzo europeo, nato o cresciuto in uno stato europeo, ad arruolarsi nell'ISIS e a diventare un fanatico fondamentalista. O se è per questo cosa porta molti ragazzi a partecipare, quì in Italia, alle manifestazioni omofobe di gruppi cristiani integralisti (e pure un po’ fascisti) come le "Sentinelle in Piedi". Perchè questo è il problema.

Vediamo giovani cresciuti in Francia, in Belgio, in Italia, abituati alla vita occidentale, cresciuti al modo occidentale, che oggi improvvisamente scoprono le loro "radici" e diventano fondamentalisti islamici come risposta alla società che li disgusta o peggio li discrimina e li ripudia per la loro origine o per l’origine dei loro genitori. Dall'altra parte vediamo l'acuirsi di un gretto integralismo cattolico, che pensa di rispondere con una guerra di religione a questo stato di cose, peggiorandole notevolmente e concorrendo a creare un clima di tensione perenne, di perenne allarmismo.

Anzi, potremmo dire che il rinascere di un protagonismo clerico-fascista in Italia è oggi uno dei pericoli più seri portati alle libertà degli individui, almeno alle nostre latitudini. Potremmo citare gli attacchi alle coppie gay, le manifestazioni per la cosiddetta famiglia tradizionale, le proposte di modifica alle leggi sull'interruzione di gravidanza, le campagne omofobe di questi onesti e bravi cristiani nelle scuole...e così via. Il problema, l'abbiamo detto, è che il novello fondamentalismo islamico e il redivivo integralismo di marca cattolica si alimentano ambedue e vicendevolmente del vuoto percepito di valori, a cui in mancanza d’altro si contrappongono con i loro. La modernità ha polverizzato il tessuto sociale in tanti individui atomizzati senza più rapporti con gli altri. Ci si chiede però: ma perchè tutta questa gente in cerca di identità, che vuole sentirsi parte di una comunità non si avvicina ad ideali, certo vecchiotti ma non per questo screditati, come il socialismo, l'anarchismo, il comunismo libertario, che espimono valori pur sempre contrapposti a quelli della società materialista, capitalista e mercantile? É fin troppo facile capirlo, purtroppo. Oggi idee e pensieri critici – non diciamo progettualità, chè siamo già oltre – trovano pochissimo spazio e pochissime persone disposte ad approciarvisi con serietà e finanche con curiosità. Così difficilmente pervengono all'attenzione delle grandi masse. I motivi sono molteplici: il progresso tecnologico che ha modificato le modalità di comunicazione e relazione tra individui; l'inversione di tendenza che ha portato le persone a disinteressarsi completamente della politica percepita solamente come un affare inerente i partiti e i parlamenti; la distruzione di un tessuto sociale e di un substrato popolare che faceva sì che ancora fino a qualche decennio fa le città, le strade e le piazze fossero vissute dai loro abitanti; lo spostamento delle aggregazioni spaziali dalle piazze nei centri storici ai mega-outlet dei centri commerciali in periferia; la fine del protagonismo studentesco ed operaio. E potremmo portare altri esempi. In più i fondamentalismi religiosi offrono una identità sicura, stabile, perennemente immutabile e assoluta. Cioè una identità che non può essere messa in discussione. Cosa ben diversa da una concezione anarchica e libertaria di identità in movimento, mutevole, perfezionabile, che può e anzi deve essere sempre rimessa in discussione se vuole essere viva e non museificarsi.

Si diceva, tra le altre cose, dell’aspetto della tecnologia, fondamentale per capire il momento storico che stiamo vivendo. Il progresso tecnico ha permesso all’organizzazione sociale odierna di portare il suo dominio ad uno stato pervasivo e di patrocinare al massimo i suoi valori (o dis-valori che dir si voglia). Attraverso essa passano oggi le informazioni. L'uso della tecnologia è dunque imprescindibile per tutti quei gruppi che aspirano al potere o vogliono conservarlo. Non fanno eccezione i gruppi fondamentalisti ed integralisti, che a parole dicono di rifarsi alle vecchie tradizioni (spesso inventate di sana pianta o rivisitate, sempre spacciate come ritorno alle origini o alle "radici", usando un termine botanico) ma che all'occorrenza sanno fare buonissimo uso dei nuovi media. L’esempio migliore è proprio quello dei fondamentalisti dell'ISIS che diffondono i loro video virali sui social network più diffusi, visti da milioni di visitatori, poi ripresi dai telegiornali di tutte le reti televisive che li amplificano ulteriormente.

La ripetizione continua da parte dei media di questi video e delle immagini truculente che suscitano indignazione negli spettatori ma che fanno guadagnare in audience, e la retorica che li accompagna, sono francamente oscene. I servizi televisivi indicano in questi gruppi fondamentalisti – per buona parte finanziati dai regimi nostrani che si appellano democratici – i nemici che minacciano i "sacri" valori dell'occidente, quindi quelli che si reputa debbano essere anche i “nostri” valori. Ma oltre a ciò, oltre a mentire spudoratamente su questi benedetti valori (dov’è mai esistita, infatti, questa libertà di cui si parla tanto?) ed oltre a suscitare l'indignazione del telespettatore medio, generalmente disposto a credere a tutto quello che sente dire in tv, i massmedia alimentano anche un’attenzione morbosa verso il racconto narrato attraverso lo schermo che porta ad una identificazione assoluta con i valori che si dicono minacciati. In questo caso identificazione e spettacolo sono un tutt’uno. La visibilità data a gruppi come Isis oggi, Al Quaida ieri, e chissà quale nuova sigla domani e alle loro imprese è del tutto deliberata. Come del tutto studiate sono le modalità e i discorsi con cui la questione viene affrontata. Purchè si ottenga l’identificazione di un nemico, lo spauracchio contro cui aggregare il paese al di là delle divisioni e dei problemi interni. Un avversario che, data la sua evanescenza, necessita tra l’altro di una immagine familiare e facilmente individuabile: e così dalla figura del terrorista islamico si passa facilmente a designare quale avversario l’immigrato tout court. Un nemico cui muovere guerra inesorabile. Perchè la guerra, lo sanno bene gli statisti e gli strateghi militari, è sempre il miglior cemento per tenere assieme delle società in crisi di valori o reputate tali da sempre più persone. Società in crisi di rappresentanza.

I crociati da una parte e gli infedeli, i nuovi barbari dall’altra. E così con la scusa della religione e delle culture inconciliabili tra loro la “nazionalizzazione delle masse” avanza spedita. Le trincee sono già state scavate. Le scaviamo tutti noi ogni giorno quando ci accodiamo alla parata della retorica culturalista, identitaria, eterofoba. Indossiamo gli elmetti, spesso senza nemmeno rendercene conto. Ma chi gioca alle crociate, lo dovrebbe sapere, deve mettere necessariamente in conto morti, feriti e lutti. Dalla guerra si esce tutti sconfitti.

Quali sono le soluzioni, allora? Non ce ne sono di facili, certo. Ma ci sono sicuramente direzioni che non si devono seguire e altre che invece si possono seguire. Direzioni che non si affidano agli assolutismi, ai dogmi o alle costruzioni politico-mediatiche in voga oggigiorno, ma vanno verso la costruzione di una società aperta, dialogante, che non rifiuta a volte il conflitto come parte integrante della vita ma ripudia la guerra come mezzo per risolvere i problemi. E che cerca nuove forme organizzative per risolverli. Perchè sempre le soluzioni più semplici nell’immediato creano maggiori complicazioni per l’avvenire. Dovremmo averlo imparato da un pezzo.

T.A.Z.

Ecco un piccolo scritto sulla Taz e i Rave che si creano al suo interno.
 
La TAZ (Zona Temporaneamente Autonoma) nasce con l'intento di creare uno spazio libero e accessibile a tutti, eliminando ogni forma di intolleranza e pregiudizio dove non ci sia alcuno scopo di lucro, al fine di riacquistare noi stessi, il nostro tempo e la nostra libertà. Il rave che si crea al suo interno nasce per contestare dei disagi sociali, ed arrivare ad una consapevolezza comune dove noi siamo padroni di noi stessi senza alcun controllo.
 
 
Ci viene imposto come passare il nostro tempo libero con lo scopo di inscatolarci e controllarci facilmente facendo sì che anche lo svago diventi grande fonte di guadagno, rendendo merce idee e valori selezionati e dettati, conformando la società. Dobbiamo contrastare le dinamiche di mercato e impedire che il nostro svago venga reso fonte di guadagno per arricchire le tasche dei potenti.
 
Veniamo meccanicamente considerati scarto della società, dove la "pulizia visiva" è più importante delle nostre stesse necessità e della nostra libera espressione, venendo successivamente isolati ed etichettati poiché considerati "devianti" secondo regole imposte dall'alto e non condivise. 
 
Il rave party resta un movimento e una controcultura necessaria per non affogare nel sistema e, dove non esistono più momenti di vera libertà e vero scambio, vogliamo creare un luogo dove si possa circolare liberamente con l'opportunita di dare libero sfogo ad opinioni, idee e creatività nel rispetto reciproco e del posto. In tutto ciò è fondamentale il ruolo e il concetto di autogestione, dove si elimina qualsiasi dinamica presente in un sistema gerarchizzato, valorizzando l'uguaglianza tra tutti noi e lasciando spazio alla condivisione.
 
E' necessario prendere consapevolezza dei rischi che corriamo portando avanti una festa illegale in segno di protesta. Per questo, è importante rispettare gli altri e noi stessi capendo che la droga è un di più e spesso l'abuso e la poca conoscenza di essa può causare problemi alla festa e a chi ne fa parte. 
Decidiamo di ridare vita per una notte a un luogo dove vogliamo sentirci sicuri e a nostro agio, ed è fondamentale avere rispetto per tutto ciò che ci circonda e ci ospita. Sporco non significa "rivoluzione" e la libertà e il rispetto sono i principi fondamentali da applicare verso tutt* e tutto.
 
Bisogna, infine, comprendere che il free party è uno strumento di lotta e non un crimine, per cui se arriva la polizia, non te ne andare: l'unione fa la forza!
 
Siamo esseri liberi e liberi vogliamo danzare.

SI FACCIA BENEDIRE

 Qualche giorno fa, nella buca delle lettere, trovo il consueto (di questi tempi, vicini alla pasqua) quanto sgradito manifestino della parrocchia del quartiere in cui risiedo. Questo informa, come ogni anno, sugli orari e sulle giornate di visita domiciliare del pretaccio di turno per benedire la casa in cui abito in previsione, appunto, della pasqua.
In allegato al manifestino, quest'anno – sorpresona! – anche un opuscolo di propaganda cattolica: “Preghiera e vita, sentieri per la preghiera” con copertina patinata e l'immagine di papa Francesco che fa capolino in ginocchio, tutto intento a pregare il suo Dio (padre e quindi maschio) e ad emendarsi dai suoi peccati (che sono tanti) ma che dalla foto sembra proprio che stia in realtà dormendo con la scusa di pregare.
Resistendo al primario istinto di buttare manifestino ed opuscolo nell'immondezzaio (ovviamente riciclando nel contenitore della carta) oppure ovviando alla mancanza cronica di carta igienica (ma la patinatura lo sconsiglia, a meno di non voler spalmare le deiezioni su tutta la superficie del sedere), mi decido ad aprire a caso l'opuscoletto sopracitato e a pagina 3 leggo subito quelle che vogliono essere “Le indicazioni sulla preghiera” ovvero le disposizioni per una preghiera davvero di pregio: “Ringraziare – Implorare – Chiedere perdono – Offrirsi”. Un plateale invito alla sottomissione e al sacrificio di sé stessi/sé stesse, per il bene di Dio in astratto, e ovviamente per il bene del potere della chiesa (e di ogni potere, incluso quello dello Stato, alleato storico della Chiesa) nella pratica.
Lo stesso discorso per rendere “sacra” la nostra vita, ovvero sacrificabile (dal latino sacer, sacro, appunto sacrificabile) viene ulteriormente chiarificato nelle pagine seguenti, attraverso uno sequela di imposizioni di cui riporto alcune perle, che meglio di altre danno il senso dell'ideologia clericale.
Ecco le perle in questione, in rapida successione (armatevi di pazienza e di qualche pasticca di antiemetico prima di addentrarvi nella lettura): “Fa silenzio, rifletti, ringrazia ed implora”; “Signore aiutami perché il mio lavoro e i miei doveri diventino gioia”; “Chiedi luce per chi ha responsabilità del governo dei popoli” (sarebbe meglio dire: sui popoli); “L'esperienza del peccato è quotidiana, per cui ogni giorno dobbiamo chiedere perdono”; “Il problema più grave del nostro secolo è la perdita del senso del peccato”; “Chiediamo perdono di ogni pigrizia per quanto mal sopportiamo nel lavoro”; “Gesù ci chiede il perdono e l'amore dei nemici”; “Tutti sono miei amici, anche i miei nemici”; fate “Un bell'atto di abbandono, non la mia ma la TUA volontà”; “Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la TUA volontà si compia in me”; “Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente”; “Egli faccia di noi un sacrificio perenne”; “La Chiesa ci chiede di farci offerta viva”; “Offri a Dio le varie attività della giornata”; “Se l'uomo (e la donna? E gli intersessuali, le transgender?) vuol diventare capace di amare deve entrare in sintonia con Dio”; poiché, ovviamente, e come potrebbe essere altrimenti, “Solo in Dio tutto ha un senso, fuori di lui tutto è autentica follia”.
Come non provare un senso di repulsione e di autentico schifo nei confronti di questi esercizi di autorità morale, per questi discorsi che non a caso sono declinati e coniugati tutti nel verbo imperativo? Quello che non solo ci consiglia la Chiesa cattolica (ma in verità, ogni chiesa), ma addirittura ci ordina con cipiglio arrogante e superbia di superiorità morale, è di sottometterci, di sacrificare i nostri corpi e il nostro piacere al dogma del lavoro e della tradizione, di gioire per tutte le pene, di amare le catene e le fatiche senza lamentarci, fino ad amare e rispettare i nostri nemici, i nostri sfruttatori, i nostri carcerieri, i nostri governanti illuminati dalla scoperta di Dio. E tutto perché saremmo solo peccatori ignoranti, immeritevoli per questo di ogni stima di noi stessi, immeritevoli di amare e di essere amati, di decidere di noi stessi e da noi stesse, di esercitare le nostre volontà di individualità coscienti e mature. Non persone, ma pecorelle smarrite da ammansire e governare con l'uso sapiente del bastone da parte di un pastore.
Che sia l'intelligenza critica delle persone lo spauracchio di ogni potere, anche quello della Chiesa, è dimostrato da questi inequivocabili passaggi, tratti sempre dall'opuscolo parrocchiale: “La cosa più bella e nello stesso tempo più pericolosa è l'intelligenza”, poiché “se vi accorgete che la vostra testa e la vostra vita sono troppo interessate alle cose del mondo è ora di operare una radicale conversione”. È chiaro quello che si vuole ottenere dal “buon cristiano”: non dobbiamo prendere visione di ciò che ci accade attorno, esprimere come la pensiamo o cercare di modificare la realtà circostante, poiché non siamo degni, siamo tutti peccatori e peccatrici. Qualcun altro se ne occuperà ma non noi, che siamo ignoranti e lo dobbiamo restare.
Se le cose fanno schifo attorno a noi, non dobbiamo lamentarci, men che meno fare qualcosa. Dobbiamo solo limitarci a pregare e intanto lasciare le cose come stanno, poiché i veri cristiani, quelli che godono dell'apprezzamento della Chiesa, non si lamentano mai, nemmeno davanti all'ingiustizia più palese. Infatti “la nostra ignoranza dell'amore di Dio” è data dal fatto che “viviamo da cristiani come gli operai nella fabbrica: pieni di lamentele e di rivendicazioni”. È emblematico il fatto che l'operaio che lotta per cercare di ottenere i propri diritti sia qui indicato come un esempio negativo!
Ovviamente all'ignoranza la Chiesa ovvia a modo suo, portando il suo insegnamento, che sarebbe meglio chiamare indottrinamento: “insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori”, così recita la formula magica della metafisica cattolica. Ed io peccatore ringrazio di tanta attenzione meritata.
Perché, lo confesso, peccatore lo sono e anche grande. E me ne vanto parecchio.
Quando, quindi, nello stesso opuscolo di afferma che “Non si può andare all'appuntamento con Gesù a mani vuote ma occorre preparare qualcosa da offrirgli”, seriamente mi sovviene qualcosa da offrire alla Chiesa, ma non è proprio quello che la Chiesa intende.
Il peccataccio si insinua nella mia mente non perché sono ignorante ma perché ci vedo troppo bene.
E allora quando il prete verrà a farmi visita con incenso e sermoni, gli aprirò la porta con queste parole: ma si faccia benedire lei! (e chi non glielo dice)...

...ed ora, libero come ci si sente dopo una bella cacata, posso finalmente buttare nella pattumiera questa carta sprecata, le sciocchezze che vi sono scritte sopra e papa Francesco che dorme fingendo di pregare!


A.