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LO STUPRO E’ UGUALE PER TUTTI...MA PIU’ UGUALE SE SEI CARABINIERE.

“In questa faccenda di Firenze, la vera parte lesa è l’Arma”.
Così il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette ha commentato nell’edizione del mattino dei tele/radiogiornali nazionali il duplice stupro perpetrato da due schifosi carabinieri, armi alla mano, a danno di due ragazze giovanissime, sull’uscio di casa loro.
E poi ancora “è triste che per l’operato di qualche carabinieri, si infanghi il lavoro straordinario di centomila uomini”.
Nella sua arrogante e schifosa presa di posizione il comandante ci dice una preziosa verità: allo Stato, e quindi al corpo armato che lo difende (che siano polizia, carabinieri, finanzieri...) della vita violata di due ragazze di 19 e 21 anni non frega assolutamente nulla.
Gliene frega dell’immagine macchiata di sperma che i due stupratori in divisa gettano sul “beneamato corpo nei secoli fedele”.
Non è infatti “triste”, per il capo militare, che la vita di due ragazze sia probabilmente brutalmente segnata per sempre.
E questa verità resta tale anche per tutti gli altri stupri: che siano perpetrati dal “branco” di Rimini o il ragazzo bengalese a Roma, l’ex marito geloso italianissimo o l’amichetto di scuola, allo Stato della vita di una o di due o di centomila donne non importa nulla.
Lo Stato è l’affermazione contemporanea del dominio patriarcale, affinato scientificamente e militarmente.
Lo Stato è il “padre-padrone” per eccellenza, sia esso incarnato in un omino pelato e impettito o da schiere di laidi figurini in giacca e cravatta, la sostanza non muta.
La retorica della sicurezza e della protezione delle donne, la punizione severa, la castrazione chimica per gli stupratori, non ha nulla a che vedere con il rispetto della diversità della donna in un contesto sociale di uguaglianza tra gli individui, ma è parte integrante del ruolo del padre. Del padrone. Dello Stato appunto.
Il padre ti educa e ti reprime, ma ti protegge (a suo modo, insindacabile: con la violenza e con la sopraffazione) da quelli che lui reputa nemici/competitori.
Che allo Stato non importi nulla di seviziare i suoi sudditi (o i suoi transitanti turistici, visto che le ragazze stuprate a Firenze sono suddite degli Stati Uniti d’America, non dell’Italia) lo si vede ottimamente anche nel “protocollo rosa” che applica alle “vittime di abusi sessuali”.
Non una, ma tre “prelievi biologici” in tre differenti ospedali per dimostrare scientificamente lo stupro: perchè ovviamente lo stupro va dimostrato dagli esperti, la parola della ragazza non vale nulla, specie se è la sua parola contro quella di un carabiniere.
E quindi per affermare che sei stata stuprata davanti alla legge vieni violentata altre volte, dalle sale d’aspetto estenuanti, dai camici bianchi con le loro domande, dall’acciaio chirurgico che raschia dalle pareti uterine “materiale biologico”, dalle analisi del sangue per capire se eri “sotto effetto di sostanze stupefacenti” perchè, ancora secondo la legge di Stato, se sei drogata è un pò come dire che in fondo ci stavi, che te la sei andata a cercare.
Non esiste una concezione secondo la quale io posso essere anche svenut* sotto l’effetto di mille sostanze perchè mi piace sballarmi o perchè ho commesso un errore di dosaggio e ho il “diritto” a non essere violentat*.
Dopotutto siamo nel bel paese dove i parroci cattolici dicono che alle ragazze piace essere violentate, ecco perchè si vestono da Troie. Un parroco lo dice pubblicamente, tutti lo pensano privatamente.

Se qualcuna/o ha avuto lo stomaco di leggere i giornali e/o ascoltare le radio in questi giorno potrà anche aver notato quale linguaggio il potere (e quindi lo Stato e l’Arma che lo difende) abbia trattato due episodi simili (anche se con dinamiche differenti) in maniera assolutamente diseguale.
I tre ragazzi di Rimini diventano il “branco” mentre i due uomini di Firenze sono due “agenti”.
Lo stupro di Rimini è un atto “selvaggio e violento senza motivazione” (così come dice il PM) mentre quello di Firenze è “una presunta violenza sessuale”.
A Rimini gli inquirenti non hanno messo in dubbio per un solo istante i fatti denunciati dalla ragazza e dal ragazzo in spiaggia, si è parlato subito di “stupro di gruppo”.
A Firenze, tutt’ora, “i fatti devono ancora essere chiariti”.
Questo ovviamente non per dire che va sempre messa in dubbio la versione di chi denuncia uno stupro, a contrario, va sempre accetta come veritiera visto che lo stupro è un fatto quotidiano nella società attuale, ma questa differenza di trattamento è tanto evidente quanto eloquente: la verità raccontata da alcuni esseri umani vale più o meno della verità raccontata da altri, esattamente come la vita di alcuni esseri umani vale di più o di meno di quelli di altri.
In ogni caso non sono le parole della donna violentata a smuovere la celerità della legge, ma l’identikit dello stupratore: se è bianco e porta la divisa non è lo stesso paio di maniche che se è nero e porta una felpa col cappuccio.
A Firenze il carabiniere che si è costituito è “l’uomo”, a Rimini il ragazzo arrestato è “l’africano”: da una parte un essere umano, dall’altra un’etichetta, un immigrato. Il male insomma, nell’Italia del 2017.
La versione del comandante dei carabinieri è la solita riguardo alle “mele marce” che infangano l’onesto lavoro di centomila uomini.
Ai ragazzi immigrati non si concede questa specificità, non sono tre che possono gettare merda su milioni di individui della stessa nazionalità che però non stuprano, anzi: in quanto immigrati hanno fatto ciò che tutti gli immigrati fanno, delinquere e stuprare.
Le dichiarazioni di Guerlin, del ragazzo congolese che diceva di “non aver mai alzato le mani su una donna” vengono confutate seduta stante dalla voce dei giornalisti che adducono “prove inconfutabili” che però non ci dicono per dimostrare la sua colpevolezza.
Le ammissioni strappalacrime del carabiniere quarantenne che dice che “la violenza c’è stata ma il rapporto era consensuale” invece stanno a chiusura di ogni servizio giornalistico. Ossia è l’ultima parola. Ossia, suona come veritiera conclusione.
Il consenso, poi, per antonomasia è una relazione che non si può stabilire da sé stessi!
Se io dico che era consensuale, e lei dice che è stupro, come si può parlare di consenso?! Quanto meno, anche solo per correttezza linguistica, si deve parlare di “disaccordo” se proprio si vuole negare fino in fondo anche l’evidenza.

Gli stupri sono differenti a seconda di chi li commette?!
No. Assolutamente. Mai.
E qui è doveroso ricordare che la maggioranza degli stupri (si parla di più dell’80% in Italia, sulla cifra totale di quelli denunciati dalle donne che hanno al forza di farlo) avviene in casa, in famiglia, tra bianchi e bianche, da uomini italiani su donne italiane. E’ differente però la visione che se ne dà, il modo in cui vengono trattati e l’effetto che fanno nell’opinione pubblica. Come ogni atto del resto, visto che viviamo in una società di massa ipertecnologica dove la realtà è sostituita dalla rappresentazione mediatica della realtà.
E anche la legge che punirà questi stupratori sarà diversa: una sarà la legge dello Stato che già dice che darà “una punizione esemplare” ai carabinieri fino a che si parla della faccenda e che in realtà si tradurrà, tra anni,  in un trasferimento, qualche mese patteggiato ai domiciliari, cose così.
Un’altra sarà la forca dello Stato razzista e patriarcale che sbatte dentro i mostri negri per poter sbandierare un risultato securitario alle prossime elezioni.
Il tutto, come sempre e da sempre, sulla pelle e sulla psiche violata delle donne.
La cosa più schifosa che avviene oggi, come sempre anche in casi meno eclatanti, è che le donne vengono chiamate in causa solo come “vittime” da compiangere o corpi dal quale pretendere analisi biologiche, mai come individue attive, che possono e vogliono trovare un proprio modo di farsi giustizia, di riprendersi la forza strappata, la serenità compromessa forse per sempre.
Le ragazze di Firenze hanno almeno la fortuna di godere di un privilegio non da poco: sono bianche cittadine di uno degli stati più potenti al mondo, se no, fossero state le “solite immigrate” nulla di tutta questa faccenda sarebbe mai finita sui giornali probabilmente. come non si conosce quasi nessuna delle centinai, migliaia di storie di stupro nelle strada  a danno di sex workers, di detenute nei CIE, di prigionieri in galera o di donne in giro per la strada.
Il tema dello stupro è complessissimo e molto più ampio dell’evento brutale nelle pagine di cronaca, mi rendo conto che possa apparire limitante parlarne così, ma l’intento di questo articolo è evidenziare come lo stupro sia un’arma del potere due volte.
Innanzitutto come terrore applicato per sottomettere la donna e per mantenerla sotto costante minaccia: è giusto rammentare l’esempio dell’esercito italiano in Grecia nella seconda guerra mondiale e nei Balcani, come della Somalia, alla fine degli anni ‘90 nelle missioni di pace dell’Onu, dove lo stupro di massa della popolazione femminile locale era sistematicamente utilizzato.
E poi c’è la funzione propagandistica,  la funzione pedagogica, dove si insegna bene chi è il nemico e perchè (lo straniero, perchè è straniero e gli stranieri insidiano le “nostre donne”, come hanno scritto i nazisti di Forza Nuova sui loro striscioni) e cosa farne del nemico (respingimenti, arresti, affondare i barconi,  castrazione...).
E in questa seconda fase lo Stato coccola a dovere i suoi figli prediletti: gli uomini. Il padre di famiglia, il fidanzato, il fascista che dice “Spero che a queste zecche che difendono gli immigrati gli stuprino la mamma o la sorella, poi vediamo!”.
Come parlare della macchina, come augurare che gli righino la fiancata pure a lui...
E ai figli dello stato piace sentirsi accarezzati e incoraggiati a vomitare i più bassi istinti forcaioli, sempre più razzisti e violenti, sempre più fascisti, sempre più macho.
Questi difensori della patria che godono nel dispensare morte e torture nelle chiacchiere da bar ad ogni episodio che salta agli onori della cronaca, salvo poi tornare a casa e inveire contro la consorte perchè non ha preparato la cena o pestarla perchè è una puttana e l’ha tradito.
E’ nel ventre stesso dello Stato che nasce la cultura dello stupro, e non saranno certo i poliziotti o i carabinieri o chissà quale istituzione a fermarla.
Sarebbe come chiedere a un falegname di abolire il legno: e lui dopo che fa?!

In tutto ciò la nostra vicinanza umana e solidale va alle ragazze stuprate a Firenze e a Rimini, alla lavoratrice trans violentata quella stessa notte a Rimini, che è stata menzionata solo come tratto folkloristico dai più, visto che trans ed è poco più di un animaletto strano, una freak che fa colore sui tabloid.
Il nostro calore d’amore va a tutte le donne e a tutte le individualità che in questo incasellamento di genere non si riconoscono, violentate dal patriarcato, soprattutto a quelle invisibili o invisibilizzate dai media e dal potere e anche dalla nostra indifferenze troppo spesso. A tutte quelle che hanno reagito e che reagiranno.
Il nostro calore d’odio va agli stupratori, agli sbirri che li difendono, ai medici che li aiutano nel finire il lavoro sul corpo delle donne, alla chiesa che per sterminare le streghe ha radicato in tutt* noi l’odio e la diffidenza per l’universo femminile.