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FERRARA - 10 anni fa avveniva lo sgombero del Dazdramir Occupato

 Quest'estate cade il decennale dallo sgombero dello Spazio Occupato e Autogestito Dazdramir di Ferrara avvenuto il 25 luglio 2007. Un luogo che è vissuto 13 anni, tra alti e bassi come conviene ad esperienze di questo tipo, a cominciare da quel 1994, data in cui è stato aperto in via Ravenna alla ex scuola Bombonati, per approdare poi alla sua sede definitiva in via Alfonso D'este 13. Un ex deposito dei mezzi del servizio ambientale posto su un magnifico e verdissimo baluardo delle antiche mura estense, il “baluardo della Montagna”. Originariamente nata in seno ad un gruppo di persone vicine a Rifondazione Comunista o fuoriuscite da quel partito, l'idea di un centro sociale autogestito in città aveva via via sedotto nuovi adepti a Ferrara, un paesone provincialissimo che purtroppo vedrà il Dazdramir - o meglio, il Daz, come comunemente era chiamato da amici e nemici - come l'unico esperimento di questo tipo sul territorio (se non contiamo l'esperienza dell'aggregazione giovanile dei punk del sotto-stadio di via Ortigara organizzati attorno alla band Impact negli anni '80 e l'episodio dello Space lab a Lido degli Scacchi, finito bruciato e spazzato via).
Avere un luogo fisico dove incontrarsi, dove discutere, dove organizzarsi. Uno spazio dove decidere i cortei e le manifestazioni, i presidi da svolgere, le iniziative culturali da fare, i movimenti nel mondo da appoggiare. Dove poter decidere assieme come impiegare i giorni e le notti, le ore della propria vita. Senza dover sottostare al potere del denaro, al potere dello Stato, al potere della burocrazia, al potere del lavoro salariato, al potere del ticchettio del tempo che scorre: al potere dell'autorità, insomma! Era importantissimo. Necessità e bisogni sentiti e reali. Basilari. Dunque necessità e bisogni di base.
Dalle prime feste nei centri sociali anziani per racimolare qualche soldo e farsi conoscere, all'entrata e alla successiva combustione di via Bombonati, fino alla presa del Palazzo d'Inverno di via Alfonso D'Este, e alla decisione alla fine del 1998 di non rinnovare la convenzione intanto sopraggiunta e stipulata col Comune di Ferrara, entrando di fatto nel periodo dell'occupazione totale fino allo sgombero dell'estate 2007. L'avvicendarsi naturale delle gestioni del Dazdramir fece sì che la composizione dell'assemblea mutò nel tempo. Così se ne andarono alcune persone maggiormente legate ai partiti politici della sinistra riformista e ad una concezione della politica semi o para istituzionale, e contemporaneamente si avvicinarono molte altre persone.
Di conseguenza molte cose nel tempo cambiarono, senza sapere ancora oggi se il segno sia stato positivo o negativo. Del resto, è evidente che la cosa importa solo da un punto di vista personale. Un giudizio di merito non può essere che di parte. Un giudizio partigiano ma non nostalgico o conservatore. Poiché le cose cambiano e nulla è mai uguale a prima. E così fu per la dimensione sociale, prima lasciata ai margini o solo alle occasioni prestabilite, come i concerti o le iniziative culturali e politiche. Se infatti all'inizio il Daz rimaneva aperto solo durante queste occasioni, negli anni a seguire aprì i suoi pesanti portoni di ferro blu tutti i giorni e quasi a tutte le ore e molte persone, oltre ai partecipanti all'assemblea, poterono dormirci. Per molti versi una bella cosa, per altri non proprio. Così che non era infrequente che studenti scappati alla noia di una giornata da trascorrere in classe, si ritrovavano con anarchici mezzo alcolizzati, moldavi alcolizzati del tutto e marocchini che bestemmiavano in dialetto ferrarese mentre assieme giocavano al calcino rubato al mare chissadove o a giochi di carte improvvisati ed inventati al momento. “Occh al maz, l'é al zòg dàl Daz!”. Il tutto ascoltando musica che era un misto di folk alla De Andrè, dance slava, Aisha Aisha magrebina e punk-hardcore europeo tiratissimo. Questa bellissima fotografia di una babele culturale che si amalgamava spontaneamente, non senza a volte qualche screzio e qualche antipatia, è una cosa che è ben stampata nella mia mente. Una fotografia in bianco e nero, come quei vecchi ricordi sbiaditi che riaffiorano per caso da qualche album della memoria, che però si conserva con cura e con gelosa bonomia. Con un sorriso che scappa quando la si osserva, ricordando le belle cose e scordando quelle brutte. Perché anche di cose brutte, uno spazio come il Daz, che non era né credeva di essere perfetto, ne è stato strapieno, come credo sia successo a tutte le esperienze simili. Ma questi errori, che servono sempre per crescere e per maturare, valgono soprattutto per vivere il futuro, non per descrivere il passato. O peggio rimpiangerlo. Sono utili nella storia dell'individuo e nelle storie che gli individui costruiscono e mettono in piedi a cominciare dai propri percorsi. Errori utili, perché non possono essere utili che gli sbagli. Perché a far bene non si impara mai.
Quando rivedo Ferrara, io che ora abito in un'altra città, vagabondando per i vicoli rinascimentali che mi hanno dato asilo per tanti anni, anche se mi sento cittadino del mondo e patria mia è il mondo intero, non posso nascondere a me stesso un misto di piacere e tristezza. Piacere nel ritrovare angoli apparentemente banali, che ai più non diranno assolutamente nulla ma che a me ricordano tante cose, tante facce, tanti vissuti, tanti presidi, tante manifestazioni, tanti brutti incontri con gli sbirri. Ma anche tristezza, nel trovarli, questi angoli, uguali ma così diversi. A cominciare da quei muri scrostati del centro storico, prima ricoperti di scritte e manifesti, di iniziative politiche e culturali svolte al Daz o fuori dal Daz ed ora così spogli. Nudi alla vista, quasi si debbano vergognare di non avere più una loro funzione comunicativa. Ma invece non si vergognano. Non ne hanno motivo, perché oggi nessuno li guarda. E forse nessuno li guarderebbe nemmeno se fossero ricoperti dalle più sfavillanti locandine, perché il passante non ha più tempo di stare a guardare leggere osservare. Il passante passa. È già passato. Ed forse è passato anche il tempo dei manifesti, delle locandine, dei volantini, dei tazebao...oggi è certamente più comodo postare un'iniziativa su facebook. Ma a noi che c'importava della comodità! Allora sicuramente non ce ne importava. Colla di farina, pennello, birra e tanta allegria: è così che si propagava l'idea! Una sera si doveva andare ad attacchinare per un concerto, e visto che nessuno aveva voglia, alla faccia della comodità ho attacchinato quasi mille manifestini da solo. E lo faccio ancora, dopo tanti anni. Anche se, in onestà, mille manifesti...credo oggi non riuscirei. Anche perché, frattanto, i controlli di polizia si sono fatti più aggressivi, le leggi più restrittive, le multe più sostanziose, le telecamere più pervasive. Appena una decina di anni fa lo sbirro non ti portava in caserma per dei manifesti su un muro. Oggi che l'opposizione sociale è nulla e la lotta di classe è solo quella che i padroni esercitano sulle masse lavoratrici e su ciò che rimane dei movimenti, oggi si possono permettere quello che appena ieri l'altro non si permettevano. E lo fanno impudentemente. Questo finché una nuova brezza non li faccia tremare ancora. Ma purtroppo sembra che il vento spiri da tutt'altra direzione.
E così eccomi qui a ricordare che in quell'apparente pacifica e pacificata realtà che è Ferrara (dove nel silenzio quattro poliziotti possono uccidere indisturbati un ragazzo di vent'anni e dove oggi le campagne xenofobe della Lega Nord, di Fratelli D'Italia e di CasaPound non trovano adeguata risposta) è esistito uno spazio autogestito occupato. In quanti se ne ricordano. Molti della mia età sicuramente. In quei 13 anni sono migliaia le persone che sono passate dal Daz. Ma che dire se andassimo a chiedere ad uno studente? La stagnazione dell'ambiente studentesco è la più problematica. Gli studenti furono non troppi anni fa decisivi per il ricambio naturale e continuo dello spazio e delle attività, un ricambio fisiologico che sempre deve esserci. Ricordo benissimo i tanti studenti dell'Artistico che facevano parte dell'assemblea del Daz. Ma gli studenti contribuirono, ad esempio, anche alla nascita di un coordinamento studentesco di impronta libertaria (il “Saint-Imier”) delle varie scuole (ma soprattutto attivo al Liceo Classico) che, assieme a compagne e compagni anarchiche/anarchici già presenti nella gestione del Dazdramir (PAD - Punx Attivi Dazdramir), diede poi modo di formare quello che sarà il “Gruppo Anarchico Ferrarese”. Il GAF sarà un'esperienza altrettanto importante, perché permise di formare un collettivo che entrò al Dazdramir quando questo, nel 2003, stava per essere ceduto ad una associazione che lo voleva proditoriamente trasformare in un locale, sulla scia del divertimentificio ferrarese radical-chic. Il GAF contribuì anche a dare continuità ad una critica sociale diffusa in città dopo che lo spazio occupato fu sgomberato. Quindi l'impronta degli studenti, assieme a quella delle individualità che provenivano dall'esperienza dello spazio occupato, fu molto importante per il prosieguo delle lotte nel ferrarese. Oggi che non vi è più uno spazio autogestito in città, non vi è più un gruppo anarchico attivo, non vi è però nemmeno un ambiente studentesco critico da coinvolgere o che si coinvolga da solo. E questo, come detto, secondo me è il maggior cruccio per l'avvenire.
“Oltre le mura” il Dazdramir è stato comunque molto altro. Alterità di cui si fecero carico le persone che lo vissero, da portare come un bagaglio prezioso nelle loro successive esperienze di vita e di lotta. D'altronde era già da un anno e mezzo prima dello sgombero che quello spazio occupato aveva perso la sua anima. “Da quando, cioè, ha cessato di portare il suo attacco al cuore della società mercantil-capitalista per ripiegare su se stesso e divenire luogo senza prospettiva, dalle mura senza più vitalità vibranti”, come scrivevamo allora in un comunicato seguito allo sgombero, quando sbirri e scagnozzi del Comune nella mattinata del 25 luglio 2007 provvidero a cacciare chi era presente in quel momento all'interno del luogo e gli operai iniziarono a intavolare mattone su mattone i muri che servirono per chiudere per sempre quei varchi che intrecciarono per anni il dentro con il fuori. Sgomberato e murato senza nessun preavviso, per far posto ad una associazione “alternativa” filo-istituzionale che falliva miseramente dopo qualche mese e successivamente lasciava posto alla sala prove comunale tuttora presente (Sonika) e ad un laboratorio di teatro (Teatro Off). Ciò avveniva “dopo una serie di tentativi falliti in passato, giacché il Dazdramir è sempre stato refrattario a farsi legalizzare” dopo la scelta nel 1998 di non rinnovare la convenzione comunale. Quel comunicato lo sottoscrivo ancora oggi. E lo riporto integralmente sotto, così come fu scritto allora. In molti passaggi, infatti, appare di una lucidità sconvolgente nel vedere quanto quello sgombero rientrasse nei piani della politica istituzionale che prevedeva di fare della “riqualificazione urbana” il cavallo di troia per una pacificazione e una pulizia sociale poi effettivamente verificatesi. Era anche un vaticinio, una profezia sul futuro assetto della città che, col senno di poi, oggi si rivela esatto. Voglio riportare anche l'altro comunicato fatto girare al momento dello sgombero, scritto dalla componente marxista, fuoriuscita dallo spazio mesi prima che anche la componente anarchica facesse lo stesso, non trovando più nell'indirizzo che aveva preso negli ultimi tempi lo spazio una ragione valida per restare (e chissà che non si sia pisciato fuori dal vaso con quella decisione presa d'istinto). Nel comunicato scritto dalla componente marxista si scrivevano parole che oggi difficilmente si riuscirebbero a ritrovare all'interno dell'asfittico mondo della sinistra, ormai conquistato all'ideologia neo-liberale, post-ideologica, parlamentarista e riformista. Parole condivisibili anche da chi, come me, è anarchico da sempre e che meritano di essere sottolineate: “Non rinneghiamo nulla del nostro percorso e della nostra storia! (…) Proprio per questo continuiamo a credere che seppur terminata quest'esperienza, le pratiche di autorganizzazione e riappropriazione degli spazi siano ancor oggi un valido strumento di attacco. Restiamo consapevoli che l'autogestione dal basso rimane l'unico metodo di reale partecipazione diretta degli individui all'amministrazione della loro vita che supera i concetti della delega e della meritocrazia imposti dai partiti istituzionali”. Io la penso ancora così.


Ale Punk


Comunicati sullo Sgombero del Dazdramir:

(Comunicato della componente anarchica) OLTRE LE MURA
Lo Spazio Occupato ed Autogestito DAZDRAMIR non esiste più. Da circa un anno e mezzo; da quando, cioè, ha cessato di portare il suo attacco al cuore della società mercantil-capitalista per ripiegare su se stesso e divenire luogo senza prospettiva, dalle mura senza più vitalità vibranti. Il luogo fisico che lo ha ospitato in tutti questi anni, in via Alfonso d'Este 13 a Ferrara, è invece stato sgomberato e murato nella mattina del 25 luglio 2007 dagli scagnozzi del Comune, che ne rientra in possesso dopo una serie di tentativi falliti in passato, giacché il Dazdramir è sempre stato refrattario a farsi legalizzare. Ostinato e fiero nella propria posizione autonoma da qualsivoglia associazione o partito, il Dazdramir è stato l'unico esempio a Ferrara di reale autogestione dal basso e riappropriazione senza compromessi degli spazi urbani. Il variegato mondo che lo componeva comprendeva rivoluzionari, anarchici, comunisti, dadaisti, musicanti, clandestini, emarginati, irregolari, vegetariani, muratori fai da te, antifascisti incazzati, punx, lavoratori della notte, adepti del dio Shiva, strimpellatori, urlatori, liberi pensatori, imbianchini, idraulici, senzatetto, studenti, poeti sovversivi, ribelli sociali, saltimbanchi, degustatori del buon vino, amici, amiche, compagni. Queste stesse individualità vagano e continuano nella loro opera di messa in discussione e disgregazione della società opprimente in cui vivono, in cui viviamo.
È in atto la ristrutturazione dell'intera città, cominciata con la svendita degli immobili pubblici e con gli sgomberi e le demolizioni. Ferrara cambia faccia, la costruzione di nuove Nocività industriali e la riorganizzazione degli spazi urbani in ottica mercantile vanno di pari passo con la politica della "tolleranza zero" voluta dall'autorità istituzionale nei confronti delle situazioni che potrebbero rallentare gli investimenti ed i conseguenti profitti di imprenditori e commercianti. La chiusura dello stabile occupato di via Alfonso d'Este e la consegna di metà del luogo ad un'associazione che lo gestirà ossequiosamente in nome del Comune, assecondandone la volontà di riconquista e riassetto delle zone "scoperte", è solamente un tassello della Ferrara che verrà: configurata come un grande centro commerciale dove anche il divertimento avrà il suo giusto prezzo. A chi costruisce e fa costruire muri un futuro da urbanista o da secondino assicurato, a noi, invece, un'esistenza oltre le mura, perché la nostra lotta varca e supera sia quelle materiali dietro cui i cultori della Proprietà amano trincerarsi, delimitando i loro reclusori e illudendosi che tengano all'urto delle insurrezioni future, che quelle mentali che, non meno spesse, sono le peggiori delle gabbie.
Contro la lobbie del Mattone: disseminazione! Infestazione! Rivoluzione! Non è finito un bel niente finché non si è morti e noi siamo ancora vivi, oltre le mura del Dazdramir.
… … … … … …
(Comunicato della componente marxista) APRIRE VERTENZE... NON COSTRUIRE MURI
Lo spazio dove per 13 anni è stato presente il Centro Sociale Occupato Dazdramir è ritornato nelle mani del Comune di Ferrara nella mattinata del 25 luglio 2007 ed è stato prontamente murato, senza nessun preavviso. Come compagne e compagni del Collettivo che autogestiva il Dazdramir esprimiamo un giudizio di assoluta indifferenza rispetto alla vicenda, poiché il nome Dazdramir aveva terminato la sua lotta da qualche tempo nonostante qualcuno abbia tentato di far sua un'esperienza che non gli apparteneva. Le persone che ultimamente vi dormivano (o che vi subentreranno grazie alle buone spinte istituzionali) non avevano, non hanno e mai avranno nessuna continuità politica e sociale con il nostro percorso di lotte e con il nostro collettivo che aveva abbandonato lo spazio da circa 2 anni. In ogni caso non rinneghiamo nulla del nostro percorso e della nostra storia. A tutt'oggi il divario tra la condizione di vita degli sfruttati e la ricchezza di pochi eletti, tra l'oppressione del controllo sociale e la qualità dei comportamenti autonomi di lotta, si è approfondito ed esteso in maniera irreversibile. Lo dimostrano semplicemente le buste paga degli operai e le pensioni da un lato ed i continui sgomberi di spazi occupati ed arresti dei militanti che si oppongono a questo Stato di cose dall'altro. Proprio per questo continuiamo a credere che seppur terminata quest'esperienza, le pratiche di autorganizzazione e riappropriazione degli spazi siano ancor oggi un valido strumento di attacco. Restiamo consapevoli che l'autogestione dal basso rimane l'unico metodo di reale partecipazione diretta degli individui all'amministrazione della loro vita che supera i concetti della delega e della meritocrazia imposti dai partiti istituzionali. Occorre che la ribellione sociale, già consolidatasi in alcuni settori, si arricchisca di strumenti organizzativi diversi, compatibilmente con le contraddizioni territoriali presenti.
A Ferrara bisogna ancora perseguire nella lotta contro la costruzione della Turbogas, il triplicamento dell'inceneritore di Cassana e Contro Ogni Nocività; mobilitarsi al fine di contrastare la precarizzazione del lavoro e della vita; sostenere chi in questi anni sta cercando di far giustizia per l'assassinio di Federico Aldrovandi; combattere con ogni mezzo i fascisti della X-Mas perché non sfilino più nella nostra provincia; opporsi alla criminalizzazione e alla repressione sempre più esasperata degli immigrati che giornalmente vengono additati come unici responsabili di un degrado sociale che è invece il prodotto dello stesso Sistema capitalista. Questa ribellione, tuttavia, non deve restare isolata dall'analisi che queste dinamiche sono sempre inserite nel contesto sociale ed economico della società in cui viviamo e controllate dal potere politico del capitalismo, sotto il cui Dominio crescono enormi disuguaglianze. Una per tutte: il fenomeno dei flussi migratori, già storicamente inarrestabili e accelerati da un complesso disegno neo-colonialista-liberista che perpetua situazioni di guerra globale e disastri ambientali.