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Centri sociali

Possibilità dell'autogestione o autogestione della miseria?

Edizioni SenzaPadroni c/o Spazio Libertario "Sole e Baleno"
via Sobb. Valzania 27, Cesena
www.spazio-solebaleno.noblogs.org

Il progetto dei Centri Sociali Autogestiti (CSA) si sviluppa in Italia negli anni '70, per influsso di militanti provenienti dalle fila delle organizzazioni extraparla-mentari di sinistra o anarchiche antiparlamentari.
Nascono come spazi più liberi e aperti rispetto ai circoli e alle sezioni di partito, luoghi che fino a prima avevano rappresentato i luoghi simbolo dell'aggregazione giovanile impegnata sul fronte politico.
Con la comparsa dei primi punk anarchici (frangia politicizzata del punk italiano) nei primi anni '80 e poi con l'eplosione del fenomeno Hip Hop i Centri sociali acquisteranno anche una loro dignità estetica, artistica e musicale. Saranno i luoghi per eccellenza della creatività diffusa e della controcultura militante, dove sperimentare percorsi di autogestione e autogoverno dello spazio comune. Rappresenteranno anche un tentativo per ristabilire quei legami sociali frantumati dal disimpegno tipico della fine degli anni'70 quando, dopo la fine di un ciclo di lotte durato un decennio ('68 – '78), il riflusso nel privato e il flagello dell'eroina avevano dramma-ticamente distrutto il circuito militante e quasi tutti i circoli politici pre-esistenti.
Francamente, se dobbiamo osservare con lo sguardo dell'oggi, parrebbe che di quel progetto così carico di possibilità, poco sia rimasto.

Già con la fine degli anni '90, infatti, molti CSA, fino a prima quasi tutti occupati illegalmente e insuscettibili al compromesso con le istituzio-ni, decidono di legalizzarsi accettando le lusinghe delle diverse giunte comunali. Si giunse quindi ad una spaccatura insanabile tra chi accettò di fatto il controllo istituzionale nelle sue varie forme (stipula di un contratto di comodato coi Comuni, stipula di assicurazioni priva-te, vincoli statutari, nascita di associazioni culturali o di promozione sociale con tanto di presidenti e cariche direttive, clausule di salva-guardia reciproche, etc...) – controllo che naturalmente snaturerà lo stesso progetto dell'autogestione per come era stata concepito fin qui – e tra chi, invece, deciderà di continuare nell'intransigente percorso extralegale, fuori e contro ogni vincolo autoritario imposto dall'esterno.
Nel tempo i personaggi più in vista dell'area che più si spese per la legalizzazione dei CSA, facente riferimento ad una componenete dell'autono-mia operaia che poi si auto-definì (ironia della sorte) "disobbediente", finirono col diventare portaborse di politici della sinistra istituzionale o ad ingrossare le liste elettorali dei partiti post-comunisti. Alcuni di loro riuscirono a farsi eleggere in qualche consiglio comunale e, per i più fortunati, vi fu anche qualche incarico all'europarlamento. Vedi, a titolo di esempio, il caso di Gianluca Casarini, leader dei "disobbedienti", finito a fare il consulente di Livia Turco dei DS (poi PD), l'inventrice con Giorgio Napolitano dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) per immigrati, poi divenuti CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).
Questo, per inciso, mentre i CSA legalizzati diventavano divertimentifici per far soldi, con bar e biglietti d'entrata con prezzi tutto fuorché politici. Le band musicali cresciute nelle sale prove autogestite dei CSA, dal canto loro, tutt'a un tratto, adattandosi all'andazzo, scoprivano che si potevano sfruttare i CSA non solo per divertirsi o come canali attraverso cui esprimersi, ma anche per guadagnare e fare carriera, magari con la recondida speranza di finire su Videomusic (poi MTV). Inoltre, se in principio i CSA si erano caratterizzati per la critica del sistema gestore-cliente, per cui nessuno si sentiva gestore e nessuno si sentiva cliente (logica conseguente dell'autogestio-ne), con l'abbandono di questa critica la fruizione dei CSA legalizzati diventerà man mano sempre meno partecipa-tiva. Anzi, la fruizione di questi spazi diventerà sempli-cemente massa di manovra per fare soldi e da sfruttare e strumentalizzare in periodio di elezioni, nella più spregevole abitudine clientelare.
Ovviamente la legalizza-zione di molti CSA comporterà, come detto, la divisione del movimento per gli spazi autogestiti e la conseguente repressione di quei CSA che non si legalizzeranno. La repressione statale, infatti, soffierà sempre più forte dopo l'avvicinamento alla politica "ufficiale" dell'area dei "disobbedienti" (chiamati anche "Tute Bianche"). Da quel momento sarà sempre più difficile ottenere uno spazio senza l'intermediazione e la protezione di qualche politicante della sinistra istituzionale. Sarà la svolta nelle politiche comunali, con interventi più severi e tempestivi contro chi occupa, generalmente indicato con il termine di "squatter".
Gli "Squat", perlopiù case occupate da giovani anarchici sull'esempio londinese, saran-no per breve tempo perfino lo spauracchio da dare in pasto all'opinione pubblica attraver-so le campagne allarmistiche dei massmedia. Attaccati da destra e da manca, da politici e giornalisti, costantemente pre-si di mira e minacciati di sgombero, gli squatters, come tutti coloro che devono imparare l'arte di arrangiarsi e difendersi dagli attacchi pres-socchè giornalieri, abbandone-ranno in molti casi l'attivismo sociale per coltivare la sindome dell'assediato. E pur-troppo si chiuderanno a riccio in moderne riserve indiane.

Ora, è vero che nel tempo ci sono state eccezioni ai casi riportati. Sono molti gli spazi che hanno continuato a fare attività sociale, politica e controculturale senza nè scendere a compromessi con le istuzioni, nè trincerandosi dietro logiche da fortino accerchiato. Alcuni hanno scelto la formula "Nè Centro, nè Sociale, nè Squat" per descriversi. Scelta che indica una ri-discussione non solo, ovviamente, dei termini in sè, quanto delle pratiche che tali termini designano.
Parrebbe però che molti dei CSA ancora in vita – seppur con un'esistenza sempre più difficoltosa – non abbiano sviluppato gli anticorpi per i soliti mali che questo genere di esperienze immancabil-mente genera o comunque può ingenerare.
Anzi, sembra che negli ultimi tempi si abbia avuto un mix del peggio di ambe due le forme prima indicate, e cioè CSA legalizzati e Squat. Infatti, noi oggi vediamo molti CSA legalizzati che però intraprendono la strada del ghetto tipica di certi Squat.
Per tutta una serie di ragioni, sempre meno persone frequen-tano i CSA con la volontà di partecipare ad un progetto politico. Semplicemente per-chè spesso il CSA in questione non ha proprio nessun progetto politico suo.
Ciò comporta che molte persone che frequentano il CSA lo facciano per altre ragioni. Che sia per avere un tetto sulla testa, un piatto di pasta a buon mercato o un posto dove andare quando fuori fa freddo, o semplice-mente per farsi una birra lontano dagli occhi dei genitori o una canna lontano dagli occhi degli sbirri, questi possono anche essere motivi comprensibilissimi e nobilis-simi, in un contesto sociale desocializzato (privo, cioè, di aggregati fisici in cui incontrarsi e umani con cui confrontarsi). Ciò non toglie, però, che così il CSA funge puramente da contenitore di malcontento, invece di creare istanze di cambiamento nella società. Anzi, si potrebbe ben dire che forse un tale contenitore di "sfighe" sia persino benvisto dai poteri istituzionali, perchè in tale modo la marginalità sociale (senza tetto, tossici o ex tossici, senza lavoro, precari, stranieri senza permesso di soggiorno, studenti squat-trinati...) viene nascosta all'interno dei CSA e non ha modo di provocare delle pericolose fratture all'interno della società stessa. Insomma, in qualche modo oggi il "lavoro" di molti CSA sembra quello di coadiuvanti dei servizi sociali comunali. Un compito tutt'altro che rivoluzionario.

Le persone che vanno in uno spazio come un CSA dovrebbero avere la consape-volezza di che spazio stanno frequentando. Le "sfighe" ci sono. Inutile negarlo. E sempre più persone ne sono affette, per colpa dei pubblici poteri e del turbocapitalismo globalizzato. Ma perchè ne abbiano consapevolezza, pri-ma di tutto, come detto, lo spazio dovrebbe avere una sua progettualità. Intanto sarebbe meglio non chiamarli più Centri Sociali, perchè così facendo si privilegia già nel nome la preminenza della socialità sul progetto politico. Costruire una socialità senza prendere in considerazione i motivi e le idealità di fondo del perchè farlo e le modalità pratiche nel farlo è come voler costruire una casa senza le fondamenta e senza i mattoni giusti. Ovviamente non sta in piedi.
I momenti di confronto collettivo (le assemblee) dovrebbero cessare, per questo, di essere soltanto momenti tecnici deputati all'organizzazione di eventi e iniziative, ma riprendere la loro dimensione di approfon-dimento teorico, di analisi, di discussione. Spesso non si sa nemmeno come la pensa la persona che ci siede di fianco. Questo perchè è più importante decidere chi va a comprare la birra che prendersi del tempo per ragionare se ci sono delle idee comuni che si possono sviluppare. Alcune persone, poi, potrebbero non avere nessuna voglia di affrontare il discorso e quindi il confronto, di prendere cioè consapevolez-za dell'importanza di una progettualità comune, conti-nuando ad abusare della generale benevolenza che si respira all'interno di un CSA. Queste persone vanno affrontate all'inizio senza puntare il dito contro, perchè sentendosi attaccate potreb-bero reagire con una difesa a spada tratta delle proprie posizioni. Per fare un esempio, chi va a dormire o mangiare in uno spazio autogestito, senza per questo condividerne le idealità e i percorsi pratici, sovente finisce per considerare lo spazio come casa propria e qualsiasi critica come un attacco alla sua proprietà. Una privatizzazione degli spazi che va contro ogni aspirazione di abolizione della proprietà privata. Anche a rischio di apparire brutali, se i tentativi fatti per coinvolgerle fallis-cono, e queste persone proseguono a considerare uno spazio autogestito solo come quattro mura dove fare i comodi propri, vanno fatte accomodare quanto prima possibile alla porta. Con garbo, quando possibile. Con durezza, quando necessario. Con una considerazione, però: che si è persa un'occasione per fare della marginalità sociale consapevolezza politica.

Ci sarebbero altre questioni da dibattere, altrettanto serie, riguardo la situazione all'interno dei CSA. Dal costante pericolo che qualcuno approffitti della mancanza di progettualità politica e coesione interna per fini personali (spaccio, privatiz-zazione ad uso esclusivo degli spazi, etc...) – e in questo caso l'unica risposta possibile sono i calci in culo! – alle derive sessiste che sembrano pren-dere piede per la mancanza di una riflessione seria e ponderata sulle dinamiche di genere e sull'autoritarismo dei piccoli gesti quotidiani, ormai purtroppo considerati come normali e perciò accettati con più o meno disinvoltura.
Certo è che i CSA o quel che ne resta rischiano di diventare soltanto il ricettacolo delle "sfighe" della società, delle peggiori abitudini e vizi, della bramosia astiosa per un angolo di vita da chiamare "mia", dello scatenamento dei mostri che sono dentro di noi. Un'autogestione della miseria e dell'abbrutimento che uccide la possibilità della vera autogestione. Questo non vuol dire assolutamente che le compagne e i compagni anarchic*, libertar* o antiautoritar* ne devono dedurre che è meglio rimanerne distanti o, se presenti nelle assemblee di gestione e partecipanti alle iniziative di questi spazi, ne devono uscire perchè le cose non vanno esattamente, in tutto e per tutto, come vorrebbero. Tutt'altro!
Chiaramente, a volte, la demoralizzazione e la frustra-zione per l'inattività a cui si è forzati anche dall'inedia degli altri è un motivo sufficiente per far desistere anche i più strenui ottimisti. Però va sempre tenuto a mente che i CSA sono spazi dove non esiste – e, forse, dove non può esistere – una caratteriz-zazione politica definitiva e permanente ma sempre si verifica un misuglio di differenti afflati ideali e desideranti. Questo, siamone pur certi, rappresenta la loro forza ma è pur sempre anche la loro grande debolezza. Le compagne e i compagni devono difendere questi spazi, dunque, non perchè luoghi incontaminati ma proprio perchè luoghi dove si assiste ad una contaminazione. Le compagne e i compagni devono vedere in questi spazi luoghi gravidi di possibilità, che purtroppo a  volte riman-gono inespresse al grado di probabilità. Ma occorre difendere gli spazi esistenti anche perchè il loro numero è in drastica quanto costante diminuzione e, una volta perso uno spazio, riconquistarne un altro oggigiorno non è impresa facilissima e più che conquistarlo, ancor più diffi-cile è il tenerlo. Le compagne e i compagni dovrebbero dunque partecipare quanto più possibile, cercando di rimane-re sè stesse e sè stessi, cercando cioè di portare la propria esperienza, le proprie capacità, le proprie critiche, i propri contenuti ed insieme cercando di combattere in modo deciso quelle degenera-zioni potenziali di cui abbiamo scritto. Partecipandovi, appun-to, da anarchic*, da libertar*, da antiautoritar*.
Cioè realizzandovi quanto più è possibile del loro pensiero e delle loro pratiche. Senza scoraggiarsi troppo quand'anche dovessero ritro-varsi in minoranza ma sforzandosi, anzi, di essere minoranza agente.