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Un libro sulla morte di Pinelli e la strage di Piazza Fontana

 E' del dicembre 2016 la pubblicazione, da parte delle Edizioni Colibrì di Milano, di un bel libro sulla vicenda della strage alla Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e sulla figura del ferroviere anarchico Giuseppe “Pino” Pinelli, che troverà la morte tre giorni dopo, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, durante un fermo illegale. Un altro libro su questa vicenda? Sì, un altro, perché evidentemente, anche se sulla strage di piazza Fontana e sull'uccisione di Pinelli sono stati scritti diversi libri ed è ormai consolidata nella memoria la tesi della “strage di stato” e del ruolo della manovalanza neofascista nell'esecuzione della medesima, alcuni aspetti della stessa vicenda non sono ancora stati completamente sviscerati e quindi conosciuti dal grande pubblico. Ed infatti, il libro – “Pinelli. La finestra è ancora aperta”, 269 pagine – scritto dall'avvocato Gabriele Fuga, attivo da anni nella difesa legale dell'area libertaria, e da Enrico Maltini, organizzatore di vari comitati di difesa dei compagni arrestati nonché partecipante con Pinelli alla Crocenera Anarchica (struttura di controinformazione e assistenza dei detenuti politici) e scomparso a Milano nel marzo 2016, ha il merito di presentare al lettore nuove prove a carico dell'apparato statale emerse a partire dal 2011, quando la “Casa della Memoria” di Brescia ha iniziato a digitalizzare migliaia di documenti, deposizioni, interrogatori, atti giudiziari e fonti d'archivio che così ora sono potuti diventare accessibili ai ricercatori e agli storici. Molti di quei documenti sono quelli, desecretati o provenienti da fascicoli debitamente celati e nascosti per anni, appartenenti all'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni (UAAR) - vera e propria centrale dei servizi segreti civili e regia italiana di quella che è stata chiamata “Strategia della tensione” tra anni '60 e '70 del secolo trascorso - presieduto da Federico Umberto D'Amato, massimo referente di allora in Italia della NATO. Il libro, ben documentato con foto, carte e materiale d'archivio, tra i quali appunto alcuni documenti rivenuti casualmente in un deposito abbandonato sulla via Appia di Roma nel 1996, ci mostra fino a che punto e a che livelli era presente la volontà di incriminare gli anarchici per la strage di Piazza Fontana con l'intento di colpire tutto il movimento di contestazione del potere di allora e ridisegnare gli assetti istituzionali imprimendo una svolta autoritaria col pretesto del “pericolo comunista”. Una strategia che partiva dall'alto, come ben dimostra il lavoro dei due autori, che chiama in causa, sulla scorta di uno studio attento dei documenti e dei fascicoli ritrovati, i più alti dirigenti del UAAR di allora, alcuni dei quali rimasti fino ad oggi nell'ombra nei lavori dedicati. Questi alti dirigenti e funzionari dello stato erano presenti a Milano, nella questura, con una pletora di uomini alle loro dipendenze, immediatamente dopo la strage anche se nei lavori svolti era finora emersa la presenza del solo Elvio Catenacci, ufficialmente in veste di ispettore del Ministero degli Interni. In realtà queste figure ebbero il totale controllo dell'inchiesta sulla strage e una vasta influenza sulla sua conduzione, anche perché i dirigenti degli UAAR erano “gerarchicamente superiori” rispetto ai funzionari della questura. É quindi non a caso che gli autori del libro si chiedono quale ruolo veramente ebbero in quei giorni nella morte di Pinelli e nell'arresto dell'anarchico Pietro Valpreda. Molto peso è dato, dagli autori, alla figura di Silvano Russomanno: fascista, al suo attivo un passato nella Repubblica di Salò e in un battaglione nazista, braccio destro di D'Amato all'UAAR –  diventerà poi vicedirettore del SISDE dopo lo scioglimento nel 1974 dell'UAAR, anche se risulterà condannato per sottrazione di prove in relazione alla strage – , Russomanno verrà interrogato dagli inquirenti per la sua presenza nella questura di Milano solo nel 1997. Inutile dire che, come molti altri suoi colleghi, si dimostrerà reticente e si trincererà dietro il solito silenzio di stato, ovvero la scappatoia giuridica che garantirà negli anni ai responsabili delle trame “occulte” la pressoché totale impunità e, anzi, avanzamenti di carriera. Russomanno era anche il compilatore di un saggio sul terrorismo, inviato alle questure, che attribuiva agli anarchici – indicando fra l'altro il nome di Valpreda e altri anarchici del suo gruppo –  numerosi attentati come quelli ai treni e alla fiera di Milano dell'estate '69, precedenti alla strage del dicembre, episodi per cui venne dimostrata più tardi la mano dei fascisti padovani di Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura. Risulta evidente come Russomanno, amico personale del capo della polizia politica della questura di Milano, Antonino Allegra, sia stato uno dei registi sul campo della tesi precostituita della colpevolezza degli anarchici nelle stragi, tentate o riuscite (come quella, appunto, dell'ordigno alla banca di Piazza Fontana con 16 morti) e abbia fornito di fatto una copertura ai neofascisti di Ordine Nuovo, anche con atti determinanti per le indagini, come la fabbricazione di falsi indizi e la sottrazione di reperti che avrebbero potuto portare all'individuazione dei veri esecutori.
Spesso si è parlato a sproposito di “settori deviati” e “corpi separati” in considerazione della ricorrenza a certe pratiche da parte dei servizi segreti e degli apparati statali ma sono gli stessi autori del libro a chiarire meglio il ruolo di queste strutture dello Stato: “Dimentichiamoci che l'Ufficio Affari Riservati sia stato, allora né mai, una struttura “deviata”, concetto evidentemente privo di senso, e tantomeno fu un “corpo separato”, altro evidente non senso. Gli Affari Riservati furono una struttura istituzionale dello Stato Italiano, facente capo al Ministero dell'Interno. I servizi segreti si chiamano così perché sono segreti ai cittadini, non ai vertici e nessuno Stato al mondo consente ai suoi servizi di “deviare” dai compiti cui sono delegati. (…) Se si vuole un'attenuante per la politica criminale degli UAAR e dei suoi referenti, la sola possibile è la sovranità limitata – ma complice – dell'Italia di quegli anni nei confronti di una soverchiante politica atlantica, ancora ossessionata dal pericolo comunista”.
Nel libro si da conto che l'ex vicedirettore dell'UAAR Guglielmo Carlucci confermò, in un interrogatorio del 1997 riguardante l'istruttoria del giudice Carlo Mastelloni di Venezia su una vicenda collaterale, i rapporti strettissimi e continuati tra Federico Umberto D'Amato, capo degli UAAR e Stefano Delle Chiaie, capo della formazione neofascista Avanguardia Nazionale e giustamente indicato come stipendiato del Ministero dell'Interno. Un rapporto sempre negato in vita da D'Amato. Queste le testuali parole di Carlucci: “Ricordo di Delle Chiaie il quale veniva sempre da D'Amato sia quando questi aveva l'incarico di vice Direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell'Ufficio di D'Amato e qualche volta ho assistito anche io ai colloqui. Lo agevolavamo per i passaporti, porto d'armi e quant'altro di competenza della Questura. D'Amato nel corso dei colloqui prendeva appunti e poi li passava a chi di competenza per lo sviluppo. Nel 1966 allorché io pervenni al Viminale il rapporto tra D'Amato e Delle Chiaie era già in corso”.
Non è un segreto che gli Affari Riservati avevano ereditato il proprio modello – che prevedeva propri informatori, organizzati in squadre territoriali, dirette localmente da personale proprio dell'Ufficio, totalmente sganciato dalle questure locali – dall'OVRA fascista (Organismo Vigilanza e Repressione Antifascismo).
Nel libro sono poi affrontate altre questioni: l'impiego di spie ed infiltrati nei movimenti da parte della direzione di polizia e degli UAAR, la morte del commissario Luigi Calabresi e testimonianze che riguardano la morte del “commissario finestra”, come veniva chiamato ai tempi Calabresi, indicato dalla stampa antagonista come l'assassino di Pino Pinelli. Spunti di lettura che aprono riflessioni e studi ulteriori.
Nell'insieme un buon libro sulla storia recente italiana, che andrebbe difesa dalle troppe dimenticanze di questi ultimi anni, in cui spesso si scorda che il vero terrorismo stragista con morti e feriti in Italia è sempre stato quello di stato e che il ruolo essenziale dei fascisti è sempre e unicamente quello di utili idioti dell'ordine costituito.


A.