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Sulla guerra in Siria

 

Siamo contro la guerra. Tutte le guerre. È nel nostro DNA di libertari.
Ci sono delle cose “sacrosante”: noi non abbiamo bisogno delle guerre. Ad avere bisogno delle guerre sono gli Stati, le grandi potenze, i gruppi di potere. Tutta la storia dell'umanità si basa su questo assunto. Il controllo dei territori, la geopolitica, rimandano ad una pianificazione puntuale del potere. Che fosse sotto Gengis Khan, Carlo Magno o la Roma Imperiale, il soldato è sempre stato l'esecutore obbligato di qualcuno più in alto di lui. La guerra è sempre stata la negazione totale della parola: se faccio la guerra non parlo. Parlo con le armi, parlo con le bombe! La coperta è corta quando si parla di Stati e questi la tirano dalla loro parte come e quando gli pare. Tanto per dire, anche se nella forma della legalità degli apparati statali di diritto vi sarebbe il ricorso al processo, per dirimere le questioni interne ed internazionali, quasi mai questo avviene. Senza voler difendere lo stato di diritto, sappiamo bene che fine hanno fatto personaggi come Gheddafi (che certo era un tiranno), ammazzati senza alcun processo, per paura di quanto avrebbe potuto dire su accordi sotto banco fatti con le potenze occidentali (tanto per fare un esempio: gli accordi con Berlusconi – e con ENI – sulle norme Italia-Libia anti-immigrazione). Quando fa comodo, anche l'omicidio di massa è legittimo e legittimato. Cose già dette, quasi scontate, ma che occorre ripetere ancora.

Ma cosa sappiamo davvero della guerra in Siria? Sicuramente sappiamo che da circa 6 anni un luogo della terra è flagellato da eventi che sovra-determinano la volontà dei suoi abitanti. Nata come opposizione al despota Assad, la rivoluzione siriana si è presto trasformata in qualcosa d'altro. Nella rivolta contro Bassar Al-Assad, che comprendeva (e, in misura minore, ancora comprende) anche gruppi libertari, curdi ed altre componenti della sinistra rivoluzionaria, hanno via via preso piede gruppi dell'islamismo politico radicale, foraggiati dai governi di molti Stati alleati degli occidentali. Da allora una guerra di tutti contro tutti, giocata per interposta persona dalle potenze regionali e globali (non ultima la rediviva potenza imperiale Russa, che piace tanto, oltre ai neofascisti europei, anche a vari gruppi della sinistra antimperialista di casa nostra) ha portato ad una situazione di totale destabilizzazione e frammentazione di quei territori. A farne le spese, ovviamente, come sempre la popolazione civile.

Cosa altro sappiamo della guerra in Siria. Di certo sappiamo che qui in occidente siamo addormentati, che non ci toccano nemmeno le bombe che scoppiano all'interno dei quartieri di Aleppo, sugli ospedali, sulle case della gente. O quelle sganciate dalla democraticissima Turchia dentro i territori amministrati in maniera autogestita dai curdi siriani del Rojava. Eppure quando arrivano le ondate migratorie di persone in fuga da queste guerre e da questi conflitti la gente qui da noi non si domanda del perché e del percome ciò accada. E come fa la gente a pensare che non ci sia correlazione con le migrazioni che vediamo qui da noi: le analisi chi le fa, quali dati ha la gente per fare certe analisi? Dici: cosa vengono a fare qua in Italia questi immigrati? Vengono a rubarci il lavoro? Vengono a sostituirci come popolazione indigena? Ma noi italiani cosa faremmo, se ci bombardassero. Se domani mattina bombardassero il tuo quartiere sceglieresti di restare o te ne andresti? Stiamo dicendo cose abbastanza semplici da comprendere, ci pare.

Quello che stiamo dicendo sembra essere una gran retorica (anche se siamo rimasti in pochi a dirla). Ma dal nostro punto di vista questa è la realtà dei fatti. Un altro linguaggio non è possibile. Chi gestisce il potere ci potrebbe dire che è giusto l'esportare democrazia dove questa è assente. Per noi, però, la democrazia attuale, o meglio il discorso sulla democrazia è solo una gran menzogna. La democrazia che dice “L'Italia ripudia la Guerra” abbiamo imparato a conoscerla a suon di caccia bombardieri partiti dalle basi di casa nostra e mandati nei vari contesti internazionali a mietere vittime. Questa democrazia, non abbiamo problemi a dirlo, non la vogliamo. La cosa che ci domandiamo è un'altra: dove sono finiti quelli che ieri sventolavano le bandiere arcobaleno nelle piazze e si dicevano contro tutte le guerre? Forse a sostenere i governi liberisti di “centro-sinistra” colpevoli della partecipazione alle guerre (Libia in primis)? Oppure a gioire del ritrovato ruolo di superpotenza mondiale del gigante russo (un ruolo che ovviamente prevede anche un lato guerrafondaio)? O ancora a ingigantire il fronte razzista contro l'immigrazione? Non è dato sapere. Nessuno sembra avere più in animo la trasformazione radicale della società. Quando viene meno questa visione radicale di una vita altra, allora sembra più semplice prendersela con la categoria presentata come più debole, più esposta, e cioè gli immigrati. É un modo per fare quadrato. La nazionalizzazione delle masse contro il nemico esterno. Vecchie questioni che ritornano d'attualità.

Un problema grosso è proprio che le persone in occidente sentono e reclamano il bisogno di sicurezza. Una sicurezza che dovrebbe essere garantita dal sistema capitalista vigente. Per questo ci si aspetta che il sistema risolva le questioni che mettono a repentaglio le sicurezze della vita in occidente. Una questione centrale è quella del cosiddetto “terrorismo” islamico, che secondo i media e la vulgata minaccerebbe il nostro sistema di vita. “Stabilizzare” quei territori da cui partono gli immigrati (in toto assunti come figura retorica di “terroristi”) sembra essere il percorso ideale. Difficile, però, credere ad una stabilizzazione tramite la guerra. La guerra, anzi, crea sempre i presupposti per un ritorno di fuoco. Essa ritorna sempre al punto di partenza contro quegli stati che l'hanno promossa. In Francia la paura del “terrorismo” a seguito degli attentati e le politiche che di questa paura si sono fatto carico hanno fatto arretrare le libertà. Si è accettato il coprifuoco militare, le manifestazioni e i presidi non sono tollerati, gli assembramenti con più di tot persone sono vietati. Questa è la rinuncia totale alla libertà in nome della sicurezza. Eppure c'è chi corre ad intrupparsi nell'esercito della salvezza nazionale. Difesa della patria, difesa della nazione, difesa dei confini, difesa della civiltà...come fare a smontare la questione dei “soldati civili”, quelli che di fronte ad uno spauracchio costruito ad arte sono disposti ad appoggiare tutte le guerre? Questa è la domanda da un milioni di dollari.

É evidente come sia in atto una rimozione della concezione della disumanità del capitalismo. Quel sistema che, in ultima analisi, è il vero responsabile delle guerre in corso. Tutt'al più se ne criticano alcuni aspetti, come la sua finanziarizzazione, adducendo la solita formula dell'opposizione di questo “capitalismo cattivo (capitalismo speculativo) al “capitalismo buono” (capitalismo produttivo o industriale) che anzi sarebbe da salvaguardare. Quel che pensiamo di dire, invece, anche contro la stessa logica comune, è che sotto il sistema capitalista che gestisce le nostre vite non è possibile nessuna pace e nessuna sicurezza. Nessuna giustizia sociale e nessuna vera uguaglianza. Solo ordine armato. Gli Stati che difendono il capitalismo non possono e non vogliono attuare la pace, perché il giorno dopo che la mettessero veramente in pratica esaurirebbero il loro compito e la loro funzione. Che è sempre quella di fare la guerra a qualcuno. In una società liberista l'operaio non può essere il padrone. In una società libertaria non esistono padroni. É quest'ultimo l'esempio che più ci sta a cuore. Questa impostazione è oggi difesa dai curdi del Rojava, donne e uomini che veramente si stanno battendo per un progetto sociale alternativo a quello statal-capitalista. Accerchiati e combattuti da tutte le parti – dall'Isis come dalla Turchia, dall'Iran come dalla Russia passando per le democrazie occidentali (e vedremo con la nomina di Trump a presidente USA cambierà i rapporti con l'America) – i curdi del territorio autogestito del Rojava stanno combattendo una battaglia che ci coinvolge tutti e tutte quanti/e.

La Siria non esiste più! Va detto. Il territorio che le forze in guerra si stanno contendendo è completamente annientato, smembrato, distrutto. Le case abbattute. Il deserto ovunque. Chi vincerà non avrà nessun territorio fisico da amministrare. Ciò che è in causa è solo la conquista di assetti geopolitici inerenti a rapporti di forza sovranazionali. La Siria non esiste più. La finalità è solo il potere. Il potere sopra le macerie e sopra le donne e gli uomini. Ma c'è un però. Minacciato ed accerchiato, l'esperimento territoriale del Rojava è reale, interessante, aperto e vivo e questo ci fa ben sperare, aldilà delle ovvie critiche che si possono fare a qualsiasi esperimento che ha bisogno di crescere e trovare sé stesso. Il fattore importante è sempre la libertà.


BrunAle