Contenuto principale

Contro la religione delle merce e il sacrificio del lavoro

Le festività di Dicembre e Gennaio si avvicinano. C’è chi dice, dolendosene, che queste abbiano perso del tutto il loro senso originario, la dimensione religiosa con cui sono nate e si sono diffuse.
Eppure, a ben guardare, l’aspetto fondamentale – e cioè il fatto che un rito religioso continua ad essere celebrato – è ancora ben presente.
Infatti, com’altro considerare se non religioso il rito collettivo, che coinvolge milioni di persone ogni anno, a scadenze prestabilite (Natale, Capodanno, Epifania…), quando ci si reca in pellegrinaggio nei nuovi templi e chiese della religione della merce, per seguire il comandamento che dice: compra, acquista!?
Quasi nessuno può sottrarsi a questo rito comunitario, checché ne possa dire. Ormai è entrato a far parte della stessa dimensione mentale di ognuno. È accettato: si deve fare così!
Vi è da aggiungere, a questo riguardo, anche un’altra importante considerazione. Se in tempi remoti (ma remoti quanto, poi?) la credenza ultraterrena in uno o più Dei prevedeva che si ottenesse la benevolenza di questi tramite un sacrificio di uomini o animali, anche oggi occorre pagare il proprio debito per ottenere dal più terreno Dio della merce quello che si desidera. La tipologia moderna di offerta rituale è il denaro. Che, ovviamente, pretende anch’esso un sacrificio: quello del lavoro.
Qualsiasi religione ha bisogno di, e dunque pretende, sacrifici. Non ne può fare a meno, altrimenti non è più religione.
La dimensione religiosa dell’economia e della merce, dunque, è più che mai esplicita. Oggi questa religione viene seguita con non meno fanatismo e credulità di quanto accadeva con quelle del passato. Almeno è quanto succede nel mondo occidentale in cui viviamo.
Per finirla una buona volta con tutti gli Dei e con tutti gli idoli – anche con quelli materiali ma che possiedono, come abbiamo visto, una loro spiccata dimensione metafisica – occorre, forse, non solo che il singolo individuo rifiuti e rigetti da solo questi riti religiosi collettivi ma anche, e soprattutto, che prima o poi si riesca a scalzare questi stessi riti religiosi con altri riti che religiosi non siano ma che conservino comunque un loro senso collettivo. Perché forse è impossibile abolire del tutto la percezione della funzione positiva dell’esistenza di un rito da parte di una comunità umana ma è, invece, del tutto possibile introdurre un rito (o più riti) che non debbano prevedere sacrificio. Riti, dunque, che non siano religiosi, dato che, come abbiamo detto, l’aspetto religioso pretende e suggerisce sempre i suoi riti.
Distruggere la religione della merce e il sacrificio dell’umanità lavoratrice che pretende, quindi, è forse possibile solo accettando riti collettivi completamente e radicalmente diversi: il rito del dono e quello della condivisione senza attendersi nulla in cambio, la fine di ogni transazione interessata e l’inizio di un godimento diretto e senza proibizioni di tipo religioso. Quello di cui tutte le chiese hanno paura e di cui hanno avuto terrore in ogni epoca.