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Report Savignano strette ANTIFA Parade

 

Domenica 12 novembre.
Un commento a botta calda della street parade di Savignano potrebbe essere che è andata esattamente come ci aspettavamo.
Per alcuni tratti pure meglio!
L’idea era un corteo comunicativo e rumoroso, visibile, udibile, in sintonia con la gente del paese nel quale si sta portando avanti un percorso a dir poco “sociale”, e ci pare che sia stato esattamente questo.
Ci si aspettava la militarizzazione (beh, forse non così totale: gli sbirri, di tutti i tipi, in divisa o casual, hanno bloccato l’intero paese), ci si aspettava gente (eravamo più di un centinaio) e che le guardie avrebbero proibito al corteo di passare davanti alla sede dei fascisti.
Ma l’obiettivo del corteo era passare per le strade, scuoterle, dare messaggi, farsi vedere, dare l’idea che qualcosa e qualcuna/o si muove, e lo fa per degli ideali, non per fini utilitaristici o per guadagno elettorale.
Il dato più bello è sicuramente che molte persone di Savignano (nate in Italia o visibilmente di altre “nazionalità”) si sono aggiunte alla parata strada facendo: cosa non affatto scontata in questi tempi in cui, al massimo, di fronte alla realtà che ci scorre davanti si estrae un figofonino e si filma.

Il percorso è stato scandito da tanti interventi, tanta bella musica, cori (pochi) e da un fitto volantinaggio, fino al concerto finale di due amici rapper forlivesi nella piazzetta Giovanni XXIII, teatro dall’inizio di questo percorso antifascista e antirazzista, delle assemblee autorganizzate.

La prossima di queste assemblee si terrà il 20 novembre, alle 21:00, sempre in piazza Giovanni XXIII (o meglio ci si trova lì poi ci si sposta in un bar perchè l’inverno è giunto!)
per proseguire la strada intrapresa!


LE SEDI DEI FASCISTI DEVONO ESSERE CHIUSE!
IL FASCISMO CULTURALE IMPERANTE DEVE ESSERE CONTRASTATO E SCONFITTO!
LIBERE/I TUTTE/I!


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Storie di ordinario razzismo

 Secondo alcuni rapporti di agenzie internazionali e enti contro la discriminazione, sono centinaia i casi di atti di razzismo o commessi sulla base dell’orientamento sessuale compiuti negli ultimi anni.
Il movente più ri¬corrente è quello etnico o razzista (69%) che nel 17% dei casi colpisce Rom, Sinti e Caminanti. Le discriminazioni segnalate che hanno moventi diversi si riferiscono alla religione o alle convinzioni personali (9%); alla disabilità (16%), all’orientamento sessuale e all’identità di genere (6%). In dieci anni, tra l’1 gennaio 2007 e il 31 maggio 2017, sono documenta¬ti 5.853 casi di discriminazioni, discorsi, materiali di propaganda, offese, danni alle proprietà, aggressioni e omicidi di matrice razzista.  Di questi circa 1.500 solamente nel lasso di tempo tra l’1 gennaio 2015 e il 31 maggio 2017. (Fonte: Lunaria, www.cronachediordinariorazzismo.org). Ovviamente queste sono solo la punta dell’iceberg, dato che molti di questi atti rimangono sconosciuti. Forse è utile ricordare che in molti di questi casi gli autori riconosciuti appartengono a noti partiti e gruppi neofascisti. Gli appartenenti a questi gruppi, che continuano ad aprire le loro sedi sul territorio italiano come nulla fosse, a volte non si limitano alle aggressioni e alle minacce ma arrivano anche all’omicidio e al tentato omicidio.

-Per rimanere agli ultimi anni, Vi è innanzitutto l’omicidio di Muhammad Shahzad Khan, cittadino paki¬stano di 28 anni, ucciso a Roma nel quartiere di Tor Pignattara il 18 settem¬bre 2014, picchiato a morte per strada da Daniel Balducci, di 17 anni, su istigazione del padre, “disturbato” dalle preghiere pronunciate a voce alta.
-Nella notte tra il 21 e 22 febbraio 2015 a Calcio (BG), Roberto Pantic viene ucciso da un colpo di pistola sparato da Roberto Costelli, 39 anni, mentre sta dormendo nella sua casa mobile. Pantic e la sua famiglia sarebbero colpevoli di sporcare l’area in cui risiedono con la loro casa mobile.
-Ionel Bebereche, 48 anni, muore invece a Ponte di Nona (RM) nel cortile del palazzo dove abita il 18 maggio 2015, dopo essere stato accoltellato nel corso di una lite con un vicino di casa, Raimondo Grilletto. Il “movente” dell’omicidio sarebbero i rumori provenienti dall’appartamento della vittima ma l’aggressore ha un precedente: in passato ha aizzato un pitbull contro un venditore ambulante.
-Ancora a Roma il 2 giugno 2015 R.N., cittadino rumeno di 33 anni, viene prima offeso con insulti razzisti da tre giovani di estrema destra in un bar, poi inseguito fuori del locale, quindi ferito all’interno del panificio dove cerca di rifugiarsi. Tentando di colpirlo alla gola, uno dei tre lo colpisce alla mano: perde due dita.
-Il 26 luglio 2015 a Torre Chianca, sul litorale leccese, un venditore ambu¬lante, della Guinea Bissau, 17 anni, viene colpito con calci e pugni, trascinato in mare, afferrato per il collo e sommerso in acqua per alcuni secondi, in presenza di diversi bagnanti che ignorano le sue richieste di aiuto. Riesce per fortuna a divincolarsi ma ha un malore.
-Il 29 luglio 2015 a Messina, in pieno centro, Mustafa Mandili, 35 anni, è colpito con calci e pugni da Giovanni Raffone, 28 anni. Muore in ospedale dopo 10 giorni di agonia. Mustafa avrebbe infastidito la fidanzata dell’aggres¬sore, da qui il pestaggio.
-Il 21 settembre 2015 Sare Mamadou muore nelle campagne del Foggiano, colpito da due spari di fucile. Mentre è in giro per cercare lavoro, insieme a due amici, “osa” raccogliere alcuni meloni, dopo aver chiesto il permesso a un contadino. A sparare sono Ferdinando e Raffaele Piacente, piccoli proprietari della zona.
-Il 10 maggio 2016 a Basilicagoiano (PR) viene ucciso Mohamed Habassi, cittadino tunisino di 34 anni, dopo aver subito pestaggi, sevizie, torture e mu¬tilazioni, da parte di sei uomini, tra i quali il compagno della proprietaria della casa in cui abita. Il movente addotto dagli imputati a giustificazione dell’omi¬cidio è il mancato pagamento dell’affitto.
-Il 5 luglio 2016, a Fermo, Emmanuel Chidi Nnamdi, cittadino nigeriano di 36 anni e richiedente asilo, viene ucciso da Amedeo Mancini, 39 anni, vicino agli ambienti di CASAPOUND. Emmanuel ha reagito agli insulti razzisti rivolti alla sua compagna da parte di Mancini e di un altro uomo, ne è scaturita una lite durante la quale è stato colpito a morte.
-Il 20 luglio 2016, a San Cono (CT), quattro minori egiziani subiscono un vero e proprio raid, nei pressi del centro di accoglienza che li ospita, da parte di cinque giovani italiani. Colpi di mazza da baseball colpiscono un ragazzo alla testa, provocando un trauma cranico e mettendolo in pericolo di vita, i suoi compagni se la cavano con altre contusioni.
-Un altro raid il 22 luglio 2016 colpisce a Roma, in via di Torrenova, un cittadino senegalese di 42 anni, addetto alla sicurezza in una sala di slot-machines. In cinque lo picchiano con calci e pugni e poi con uno sgabello, lanciandogli insulti razzisti. La prognosi è di 40 giorni.
-Il 22 marzo 2017, a Rimini, a essere aggredito è Emmanuel Nnamani, richiedente asilo nigeriano di 39 anni, mentre si trova nei pressi di un super¬mercato: aiuta i clienti a svuotare i carrelli in cambio di un piccolo compen¬so. Un uomo di 39 anni lo insulta con frasi razziste, lo prende a pugni, quindi lo colpisce con un coltello all’addome poi, mentre questi tenta di fuggire, sale in auto e lo insegue e cerca più volte di investirlo. La vittima riporta ferite molto gravi, fratture multiple, la milza distrutta e alcune emorragie interne: resta in coma e in pericolo di vita per tre settimane.
-Ancora a Roma, il 4 maggio 2017, a seguito di una delle periodiche ope¬razioni anti-abusivismo che nella Capitale sono all’ordine del giorno, muore Ning Maguette, 53 anni, di cittadinanza senegalese. Ning viene ritrovato per strada in una pozza di sangue. L’autopsia conferma la morte per infarto. Sa¬rebbe ancora vivo se non fosse stato costretto a sfuggire ai vigili urbani nel tentativo di evitare il sequestro della sua mercanzia.
-L’ultima impresa razzista è di qualche settimana fa, il 28 ottobre a Roma, nell’anniversario della marcia su Roma, quando un gruppo di ragazzi immigrati è stato assalito da un gruppo di militanti di estrema destra: «Non so perché mi hanno picchiato. Volevo solo prendere il bus per tornare a casa, ci hanno preso di mira, erano in 12-13. Prima ci hanno insultato, ci hanno chiamato negri. Poi giù botte...». a parlare è Kartik Chondro, cameriere bengalese di 27 anni, col volto sfigurato, operato nel reparto maxillo-facciale del San Camillo.


CONTRO IL FASCISMO – CONTRO IL RAZZISMO – MOBILITIAMOCI!!!

LO STUPRO E’ UGUALE PER TUTTI...MA PIU’ UGUALE SE SEI CARABINIERE.

“In questa faccenda di Firenze, la vera parte lesa è l’Arma”.
Così il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette ha commentato nell’edizione del mattino dei tele/radiogiornali nazionali il duplice stupro perpetrato da due schifosi carabinieri, armi alla mano, a danno di due ragazze giovanissime, sull’uscio di casa loro.
E poi ancora “è triste che per l’operato di qualche carabinieri, si infanghi il lavoro straordinario di centomila uomini”.
Nella sua arrogante e schifosa presa di posizione il comandante ci dice una preziosa verità: allo Stato, e quindi al corpo armato che lo difende (che siano polizia, carabinieri, finanzieri...) della vita violata di due ragazze di 19 e 21 anni non frega assolutamente nulla.
Gliene frega dell’immagine macchiata di sperma che i due stupratori in divisa gettano sul “beneamato corpo nei secoli fedele”.
Non è infatti “triste”, per il capo militare, che la vita di due ragazze sia probabilmente brutalmente segnata per sempre.
E questa verità resta tale anche per tutti gli altri stupri: che siano perpetrati dal “branco” di Rimini o il ragazzo bengalese a Roma, l’ex marito geloso italianissimo o l’amichetto di scuola, allo Stato della vita di una o di due o di centomila donne non importa nulla.
Lo Stato è l’affermazione contemporanea del dominio patriarcale, affinato scientificamente e militarmente.
Lo Stato è il “padre-padrone” per eccellenza, sia esso incarnato in un omino pelato e impettito o da schiere di laidi figurini in giacca e cravatta, la sostanza non muta.
La retorica della sicurezza e della protezione delle donne, la punizione severa, la castrazione chimica per gli stupratori, non ha nulla a che vedere con il rispetto della diversità della donna in un contesto sociale di uguaglianza tra gli individui, ma è parte integrante del ruolo del padre. Del padrone. Dello Stato appunto.
Il padre ti educa e ti reprime, ma ti protegge (a suo modo, insindacabile: con la violenza e con la sopraffazione) da quelli che lui reputa nemici/competitori.
Che allo Stato non importi nulla di seviziare i suoi sudditi (o i suoi transitanti turistici, visto che le ragazze stuprate a Firenze sono suddite degli Stati Uniti d’America, non dell’Italia) lo si vede ottimamente anche nel “protocollo rosa” che applica alle “vittime di abusi sessuali”.
Non una, ma tre “prelievi biologici” in tre differenti ospedali per dimostrare scientificamente lo stupro: perchè ovviamente lo stupro va dimostrato dagli esperti, la parola della ragazza non vale nulla, specie se è la sua parola contro quella di un carabiniere.
E quindi per affermare che sei stata stuprata davanti alla legge vieni violentata altre volte, dalle sale d’aspetto estenuanti, dai camici bianchi con le loro domande, dall’acciaio chirurgico che raschia dalle pareti uterine “materiale biologico”, dalle analisi del sangue per capire se eri “sotto effetto di sostanze stupefacenti” perchè, ancora secondo la legge di Stato, se sei drogata è un pò come dire che in fondo ci stavi, che te la sei andata a cercare.
Non esiste una concezione secondo la quale io posso essere anche svenut* sotto l’effetto di mille sostanze perchè mi piace sballarmi o perchè ho commesso un errore di dosaggio e ho il “diritto” a non essere violentat*.
Dopotutto siamo nel bel paese dove i parroci cattolici dicono che alle ragazze piace essere violentate, ecco perchè si vestono da Troie. Un parroco lo dice pubblicamente, tutti lo pensano privatamente.

Se qualcuna/o ha avuto lo stomaco di leggere i giornali e/o ascoltare le radio in questi giorno potrà anche aver notato quale linguaggio il potere (e quindi lo Stato e l’Arma che lo difende) abbia trattato due episodi simili (anche se con dinamiche differenti) in maniera assolutamente diseguale.
I tre ragazzi di Rimini diventano il “branco” mentre i due uomini di Firenze sono due “agenti”.
Lo stupro di Rimini è un atto “selvaggio e violento senza motivazione” (così come dice il PM) mentre quello di Firenze è “una presunta violenza sessuale”.
A Rimini gli inquirenti non hanno messo in dubbio per un solo istante i fatti denunciati dalla ragazza e dal ragazzo in spiaggia, si è parlato subito di “stupro di gruppo”.
A Firenze, tutt’ora, “i fatti devono ancora essere chiariti”.
Questo ovviamente non per dire che va sempre messa in dubbio la versione di chi denuncia uno stupro, a contrario, va sempre accetta come veritiera visto che lo stupro è un fatto quotidiano nella società attuale, ma questa differenza di trattamento è tanto evidente quanto eloquente: la verità raccontata da alcuni esseri umani vale più o meno della verità raccontata da altri, esattamente come la vita di alcuni esseri umani vale di più o di meno di quelli di altri.
In ogni caso non sono le parole della donna violentata a smuovere la celerità della legge, ma l’identikit dello stupratore: se è bianco e porta la divisa non è lo stesso paio di maniche che se è nero e porta una felpa col cappuccio.
A Firenze il carabiniere che si è costituito è “l’uomo”, a Rimini il ragazzo arrestato è “l’africano”: da una parte un essere umano, dall’altra un’etichetta, un immigrato. Il male insomma, nell’Italia del 2017.
La versione del comandante dei carabinieri è la solita riguardo alle “mele marce” che infangano l’onesto lavoro di centomila uomini.
Ai ragazzi immigrati non si concede questa specificità, non sono tre che possono gettare merda su milioni di individui della stessa nazionalità che però non stuprano, anzi: in quanto immigrati hanno fatto ciò che tutti gli immigrati fanno, delinquere e stuprare.
Le dichiarazioni di Guerlin, del ragazzo congolese che diceva di “non aver mai alzato le mani su una donna” vengono confutate seduta stante dalla voce dei giornalisti che adducono “prove inconfutabili” che però non ci dicono per dimostrare la sua colpevolezza.
Le ammissioni strappalacrime del carabiniere quarantenne che dice che “la violenza c’è stata ma il rapporto era consensuale” invece stanno a chiusura di ogni servizio giornalistico. Ossia è l’ultima parola. Ossia, suona come veritiera conclusione.
Il consenso, poi, per antonomasia è una relazione che non si può stabilire da sé stessi!
Se io dico che era consensuale, e lei dice che è stupro, come si può parlare di consenso?! Quanto meno, anche solo per correttezza linguistica, si deve parlare di “disaccordo” se proprio si vuole negare fino in fondo anche l’evidenza.

Gli stupri sono differenti a seconda di chi li commette?!
No. Assolutamente. Mai.
E qui è doveroso ricordare che la maggioranza degli stupri (si parla di più dell’80% in Italia, sulla cifra totale di quelli denunciati dalle donne che hanno al forza di farlo) avviene in casa, in famiglia, tra bianchi e bianche, da uomini italiani su donne italiane. E’ differente però la visione che se ne dà, il modo in cui vengono trattati e l’effetto che fanno nell’opinione pubblica. Come ogni atto del resto, visto che viviamo in una società di massa ipertecnologica dove la realtà è sostituita dalla rappresentazione mediatica della realtà.
E anche la legge che punirà questi stupratori sarà diversa: una sarà la legge dello Stato che già dice che darà “una punizione esemplare” ai carabinieri fino a che si parla della faccenda e che in realtà si tradurrà, tra anni,  in un trasferimento, qualche mese patteggiato ai domiciliari, cose così.
Un’altra sarà la forca dello Stato razzista e patriarcale che sbatte dentro i mostri negri per poter sbandierare un risultato securitario alle prossime elezioni.
Il tutto, come sempre e da sempre, sulla pelle e sulla psiche violata delle donne.
La cosa più schifosa che avviene oggi, come sempre anche in casi meno eclatanti, è che le donne vengono chiamate in causa solo come “vittime” da compiangere o corpi dal quale pretendere analisi biologiche, mai come individue attive, che possono e vogliono trovare un proprio modo di farsi giustizia, di riprendersi la forza strappata, la serenità compromessa forse per sempre.
Le ragazze di Firenze hanno almeno la fortuna di godere di un privilegio non da poco: sono bianche cittadine di uno degli stati più potenti al mondo, se no, fossero state le “solite immigrate” nulla di tutta questa faccenda sarebbe mai finita sui giornali probabilmente. come non si conosce quasi nessuna delle centinai, migliaia di storie di stupro nelle strada  a danno di sex workers, di detenute nei CIE, di prigionieri in galera o di donne in giro per la strada.
Il tema dello stupro è complessissimo e molto più ampio dell’evento brutale nelle pagine di cronaca, mi rendo conto che possa apparire limitante parlarne così, ma l’intento di questo articolo è evidenziare come lo stupro sia un’arma del potere due volte.
Innanzitutto come terrore applicato per sottomettere la donna e per mantenerla sotto costante minaccia: è giusto rammentare l’esempio dell’esercito italiano in Grecia nella seconda guerra mondiale e nei Balcani, come della Somalia, alla fine degli anni ‘90 nelle missioni di pace dell’Onu, dove lo stupro di massa della popolazione femminile locale era sistematicamente utilizzato.
E poi c’è la funzione propagandistica,  la funzione pedagogica, dove si insegna bene chi è il nemico e perchè (lo straniero, perchè è straniero e gli stranieri insidiano le “nostre donne”, come hanno scritto i nazisti di Forza Nuova sui loro striscioni) e cosa farne del nemico (respingimenti, arresti, affondare i barconi,  castrazione...).
E in questa seconda fase lo Stato coccola a dovere i suoi figli prediletti: gli uomini. Il padre di famiglia, il fidanzato, il fascista che dice “Spero che a queste zecche che difendono gli immigrati gli stuprino la mamma o la sorella, poi vediamo!”.
Come parlare della macchina, come augurare che gli righino la fiancata pure a lui...
E ai figli dello stato piace sentirsi accarezzati e incoraggiati a vomitare i più bassi istinti forcaioli, sempre più razzisti e violenti, sempre più fascisti, sempre più macho.
Questi difensori della patria che godono nel dispensare morte e torture nelle chiacchiere da bar ad ogni episodio che salta agli onori della cronaca, salvo poi tornare a casa e inveire contro la consorte perchè non ha preparato la cena o pestarla perchè è una puttana e l’ha tradito.
E’ nel ventre stesso dello Stato che nasce la cultura dello stupro, e non saranno certo i poliziotti o i carabinieri o chissà quale istituzione a fermarla.
Sarebbe come chiedere a un falegname di abolire il legno: e lui dopo che fa?!

In tutto ciò la nostra vicinanza umana e solidale va alle ragazze stuprate a Firenze e a Rimini, alla lavoratrice trans violentata quella stessa notte a Rimini, che è stata menzionata solo come tratto folkloristico dai più, visto che trans ed è poco più di un animaletto strano, una freak che fa colore sui tabloid.
Il nostro calore d’amore va a tutte le donne e a tutte le individualità che in questo incasellamento di genere non si riconoscono, violentate dal patriarcato, soprattutto a quelle invisibili o invisibilizzate dai media e dal potere e anche dalla nostra indifferenze troppo spesso. A tutte quelle che hanno reagito e che reagiranno.
Il nostro calore d’odio va agli stupratori, agli sbirri che li difendono, ai medici che li aiutano nel finire il lavoro sul corpo delle donne, alla chiesa che per sterminare le streghe ha radicato in tutt* noi l’odio e la diffidenza per l’universo femminile.

COLLA O NAZIFASCISMO, QUESTO E’ IL DILEMMA…

Un breve reportage/analisi su Savignano, Forza Nuova e la miseria del presente.

A Savignano c’è una sede di nazifascisti.
Il partito stavolta è Forza Nuova, che in Romagna sembra puntare ad affermarsi.

Alcune/i antifascisti a metà luglio attaccano dei manifesti e volantinano l’invito a un’assemblea pubblica sul tema dell’antifascismo da tenersi in un bar a Savignano.

Il bar viene fatto chiudere con minacce e bugie dai carabineri e così le/gli antifasciste/i, (comprese/i alcune/i cittadine/i di Savignano venute/i per l'assemblea) terranno l’assemblea all’aperto, nella centrale piazza Giovanni XXIII.
I forzanuovisti di Savignano, in linea col loro partito di picchiatori/servi, hanno risposto all’assemblea pubblica antifascista tenutasi in piazza Giovanni XXIII presentandosi con mazze da baseball alla loro sede provando a venirci in contro. La polizia li ha amorevolmente fermati: i tempi non sono ancora maturi.
Se un/a antifascista avesse provato a presentarsi davanti a plotoni di celere e Digos con anche solo una bandiera sarebbe stato come minimo denunciato, perquisito e portato in caserma, in aggiunta se avesse tentato una qualsivoglia resistenza, menato.
Non è vittimismo, è la constatazione della realtà storica e geografica che viviamo. dozzine, centinaia di casi in tutto il territorio chiamato Italia possono testimoniare la veridicità di queste parole.
Così come è constatare il legame politico e di affetto che intercorre tra fascisti di Savignano e i carabinieri locali: si chiamano per nome e si chiamano al telefono, così come si spalleggiano e irridono i loro avversari, com’è capitato una notte, davanti alla caserma dei locali CC dove un gruppo di ragazze/i antifasciste/i è stato trattenuto, minacciato, identificato proprio perché colpevole di essere "passato così, davanti alla loro sede…!".

Di fronte a questi episodi che delineano quanto forze di polizia e fascisti siano uniti tra loro nel voler imporre un modello di vita oppressivo e liberticida, il dibattito cittadino sembra essersi incentrato non però sull’emergenza che rappresenta il nazifascismo oggi, nella terra che viviamo, ma, ancora une volta, sul degrado.
L’onnipresente, terrificante, tentacolare, risucchiacervello degrado.
Perché è accaduto?
Perché i muri del paese sarebbe stati “imbrattati” da alcuni manifesti che invitavano all’assemblea antifascista.

Trascurando per un momento il fatto (anche se sarebbe opportuno ragionarvi e ripristinare la realtà oggettiva invece della sua rappresentazione mediatica) che un foglio di carta su un pezzo di cemento resta un foglio di carta su un pezzo di cemento, ma vogliamo davvero arrivare a barattare l’indignazione per una locandina (!!) attacchinata su un muro, per la rimozione di queste da parte di individui che si dichiarano esplicitamente nazifascisti, che incitano al linciaggio e alle camere a gas, che vogliono un mondo da quarto Reich?!

Degrado e emergenza immigrazione sono le due formulette magiche che chiunque voglia far politica oggi può gridare o "postare", per avere consenso popolare e racimolare voti, potere, denaro…e il circolo ricomincia daccapo.
Oggi la politica è più che mai gestione poliziesca di ogni “questione sociale” (dal manganellare le/i lavoratrici/i in sciopero a internare povere/i e senza documenti) e perciò non c’è da stupirsi che i fascisti si propongano come braccio armato del cittadino.
Considerando prioritario l'avere "strade pulite" e vederle percorse (non vissute: da casa a lavoro, da lavoro al negozio) da gente italiana, produttiva, educata, vaccinata, deleghiamo la gestione delle città e delle collettività a questi rifiuti umani, abitati solo dall’odio verso il diverso, dalla frustrazione sfogata col coltello e con le grida, e dalla voglia di obbedire al capo.
Che si dicano fascisti o "tradizionalisti", che siano inquadrati in un partito o gente "del bar", il fascismo è prima di ogni altra cosa un'attitudine, un modo di vedere e volere il mondo.

La situazione è drammatica, visto che si riesce a produrre un discorso collettivo (o meglio, si blatera ripetendo quello che i produttori di opinioni dicono/scrivono) sul degrado e non si dibatte dei morti ammazzati dalle frontiere, della miseria esistenziale delle nostre vite, del razzismo assolutamente accettato quando non richiesto e incoraggiato, che ci fa trattare il nostro simile come un dato, una foto di uno straccione; se siamo diventate/i così avvelenate/i e meschine/i da esercitare solo diffidenza e cattiveria verso chiunque non corrisponda ai canoni che il potere ci ha imposto (bianco, etero, lavoratore, patriota, cattolico etc etc) il mondo che ci apprestiamo a vivere è davvero un inferno.

NOI NON VOGLIAMO ARRENDERCI ALLA CATASTROFE!
VOGLIAMO TENTARE E LOTTARE PER UN MONDO ALTRO.
PER NON ACCETTARE MAI LA PRESENZA DEI FASCISTI, DEI LORO COVI, DELLA LORO VISCIDA E TOSSICA PROPAGANDA CITTADINISTA E POPULISTA.

INVITIAMO TUTTE/I ALLA SECONDA ASSEMBLEA PUBBLICA SUL TEMA DEL NEOFASCISMO IN ROMAGNA E SULL'URGENZA DI CHIUDERE LA SEDE DI FORZA NUOVA A SAVIGNANO LUNEDì 21 AGOSTO, ORE 21:00, IN PIAZZA GIOVANNI XXIII!


-un antifascista-

(p.s. il testo è da intendersi a titolo personale perché non è frutto di un confronto assembleare, ma la necessità individuale di raccontare. Chiunque voglia utilizzare/riprodurre/divulgare questo testo è libera/o di farlo!)