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L’8 Settembre a Rimini

Sabato 8 settembre, guardacaso anniversario dell’armistizio tra il governo Badoglio e gli alleati anglo-americani dopo la deposizione di Mussolini, in concomitanza tra loro venivano lanciate tre grosse iniziative fasciste: il raduno nazionale “Direzione-Rivoluzione” di CasaPound a Grosseto, l’apertura di una sede neonazista legata a Lealtà Azione in Lombardia e la manifestazione nazionale di Forza Nuova a Rimini.
Contro quest’ultimo evento, le diverse forze antifasciste riminesi decidevano di organizzare in città per lo stesso giorno diversi ritrovi simultanei, ma in punti distinti di Rimini.
Tra le persone che sono giunte dalla Romagna (e non solo) per dare manforte agli antifascisti di Rimini, anche alcuni partecipanti all’Assemblea Antifascista di Cesena che hanno ritenuto fosse giusto esserci e non mancare. Essendo l’Assemblea cesenate eterogenea, vi è stato chi ha deciso di andare in una piazza ed altri di andare in altre. Una cosa abbastanza normale.
La scelta di piazza Tre Martiri (piazza del centro storico di Rimini) è stata fatta nel timore che i fascisti volessero o potessero raggiungere il centro cittadino nonché ovviamente per dare una visibilità maggiore alla protesta. D’altra parte chi era in piazzale Fellini ha potuto rendersi conto dell’importanza di quel presidio, poiché rimanere in quella piazza ha voluto dire tagliare ai fascisti di Forza Nuova la via di accesso al Lungomare e quindi la possibilità di fare lì la loro passerella. Il corteo dei fascisti, infatti, partendo dalla Stazione ferroviaria aveva due opzioni: o il centro storico, o il lungomare. Occupare ambedue le piazze si è dimostrato quindi abbastanza logico. Quello che è mancato, semmai, è stato una più proficua comunicazione tra le diverse piazze, secondo noi impedita anche dai personalismi e/o dalle logiche della difesa del proprio “orticello” militante.
Infatti, i fascisti (e la questura) decidevano di dirigersi verso piazzale Fellini, senza che le altre piazze prendessero la decisione di convergere in quel luogo per dare man forte alle compagne e ai compagni lì impegnati, sia nella resistenza ai fascisti che al massiccio numero di forze di polizia presenti (antisommossa, blindati, elicottero, cani da attacco, grate montate in alcune strade per ostacolare la fuga in un’eventuale carica, etc…). I fascisti (circa 300 in tutto), infatti, decisi ad occupare piazza Fellini a tutti i costi, facevano pressioni ai dirigenti della questura per far allontanare dal luogo i resistenti antifascisti. Solo la ferma decisione di rimanere a presidiare quella piazza, ribadita a più riprese e costasse quel che costasse, anche dopo i ripetuti”consigli” ad abbandonarla con la minaccia di cariche, ha costretto i dirigenti della piazza a prendere atto che piazza Fellini avrebbe potuto essere regalata ai fascisti solo caricando pesantemente gli antifascisti, con il rischio di degenerare in una serie di scontri sul lungomare, tra i villeggianti e i locali alla moda. A quel punto, alla questura e ai dirigenti della piazza non rimaneva che la decisone di fare arretrare i fascisti – ormai giunti fino a ridosso della piazza – non senza qualche tafferuglio di poco conto tra di loro, utile forse più ai forzanovisti per potersi atteggiare a quanto sono “ribelli”. Certamente non una cosa di cui gioire, visto che per una volta che la polizia carica (leggermente) i fascisti, ce ne sono centinaia in cui ha caricato e caricherà ancora gli antifascisti e i compagni.
Comunque anche questo è stato il frutto della determinazione di chi è rimasto in quella piazza, dei pochi o tanti compagni e compagne – di diverse aree politiche ma con le stesse motivazioni – che hanno rischiato in proprio, esponendosi alla possibilità di cariche, botte ed arresti pur di non fare avanzare i fascisti. Una cosa che, comunque la si pensi, merita rispetto. Per questo troviamo indecenti quei tentativi, che pur ci sono stati, di deridere e minimizzare l’impegno di quelle persone che hanno messo in gioco i loro corpi quel giorno in piazzale Fellini. Ci chiediamo quando finirà questo gioco al massacro reciproco, che fa solo il gioco del nemico (se mai il nemico dovesse per caso essere lo stesso) e quando si imparerà davvero a convivere con le differenze altrui, senza doverle condannare ogni volta.
A questo punto, alcune considerazioni finali: la manifestazione “nazionale” di Forza Nuova è senz’altro stata un vero flop! 300 persone in tutto (con l’aggiunta di camerati polacchi per giunta!) per una prova di forza nazionale sono sembrate davvero un po’ pochine. Sicuramente meglio ha fatto CasaPound alla tre giorni di Grosseto dove, secondo le sue stesse stime (ovviamente sovrastimate) si sono recati 2.000 camerati. Che CasaPound sia il gruppo egemone dell’intera estrema destra neofascista italiana è cosa, del resto, ormai assodata, soprattutto in campo giovanile (a Rimini, infatti, molti dei militanti forzanovisti sono apparsi un po’ su con gli anni).
Più ardua è la considerazione dei risultati ottenuti dalle diverse forze antifasciste dispiegate per la città. Se da un lato Forza Nuova non ha potuto ottenere nessuna vera piazza “importante”, ed ha dovuto terminare il suo corteo con un comizio di Roberto Fiore in una piazzetta secondaria vicina alla stazione, è anche vero che comunque non si è riusciti ad impedire del tutto ai fascisti di sfilare per la città.
Forse, anche se consapevoli dell’esistenza di ragioni profonde di divisione, una più disposta propensione alla cooperazione tra le varie componenti dell’antifascismo cittadino – con la conseguente decisione di mettere da parte per un attimo quel fastidioso atteggiamento egemonico tra le parti – sarebbe risultata più efficace nel tentativo di impedire ai fascisti anche solo di partire dal luogo del loro concentramento.


Alcun* partecipanti all’Assemblea Antifascista di Cesena che l’8 settembre erano in Piazza Fellini a Rimini

Cronaca di una giornata di Resistenza

Cos’è successo a Rimini l’8 settembre? 

La settimana che precede l'annunciato corteo nazionale di Forza Nuova a
Rimini è frenetica di mobilitazioni: assemblee, passeggiate
antifasciste, varie attività che danno il segno di un fermento in
espansione.
Quando veniamo a sapere che i fascisti si ritroveranno in stazione, che
ci sarà l'Anpi come sempre in Piazza Tre Martiri, che il centro sarà
occupato dal "rebel network" (un convegno delle "femministe di sinistra"
per dirla con Dalla) e da una manifestazione legata all'accoglienza
cattolica, optiamo per scommettere sull'obiettivo più alto: cercare di
impedire la manifestazione dei fascisti occupandone la piazza, dal
momento che, non potendo andare verso il centro, avrebbero avuto a
disposizione un'unica piazza al mare.
Per la prima volta in città potrebbero esserci 3 piazze antifasciste
diverse, per pratiche e contenuti, e se giocato bene questo fattore può
diventare vincente.
Si arriva così a sabato 8 settembre.

Ore 16.50
Arriviamo in Piazzale Fellini, a ridosso della Fontana dei 4 cavalli.
Si tratta della piazza dove sarebbero voluti arrivare i fascisti e da
cui noi vorremmo partire in corteo in direzione del centro.
Tutt'intorno la zona è estremamente militazzata: camionette, jersey,
transenne, cani poliziotto...e un top gun con l'elicottero che ci
volteggia minaccioso sulla testa (una vera luveria per i razzi nautici).

Ore 18
In Piazzale Fellini siamo oltre 200, presente la Romagna antifascista e
non solo.
Il funzionario della Questura intima di andarcene verso il mare
altrimenti useranno la forza ("vi carichiamo"). La cosa ci fa ovviamente
capire che hanno intenzione di fare arrivare i fascisti fino al luogo
che stavamo occupando. La piazza cambia: ci si compatta e ci si prepara
a resistere e contrattaccare. I compagni e le compagne sono determinate
a raggiungere l'obiettivo di non far sfilare i fascisti. Dietro di noi
il lungomare, alberghi, negozi, famiglie, civiltà del turismo.

Ore 18.20
Polizia e Carabinieri sono da una decina di minuti in assetto
antisommossa ma non avanzano: lo stesso funzionario di prima ora cambia
versione e viene a dire: "se non avanzate potete rimanere in piazza
quanto volete".
Il rapporto di forza messo in campo dimostrando di essere combattivi e
determinati a resistere in una zona riservata al turismo ha raggiunto il
primo obiettivo della giornata: occupare proprio la piazza dove volevano
arrivare i fascisti.
Questa situazione si protrae per un'ora e mezza mentre continua ad
accorrere gente al presidio.

Ore 20
In fondo a Viale Principe Amedeo, sotto al grattacielo, è pieno di
lampeggianti blu: a circa un km di distanza i fascisti vorrebbero
manifestare fino alla piazza che stiamo presidiando.
Nonostante siano ormai 3 ore che stiamo lì, continuiamo a tenere la
piazza, la situazione si rifà tesa e ci ricompattiamo. Poi avanziamo di
alcuni metri verso le fdo che si tengono a distanza.

Ore 21
I fascisti (circa 200) si sciolgono e se ne vanno, dopo la lite in
famiglia con la Polizia.
In pratica hanno fatto 300 metri lungo i binari della stazione e ben
poco altro: per loro zero piazze e nessun vero corteo quest'oggi, un po'
poco per una manifestazione annunciata come nazionale.
Dopo oltre 4 ore di stallo nella stessa piazza, decidiamo di partire in
corteo a sorpresa verso il lungomare e il porto.

Un corteo di sabato sera tra il Grand Hotel e la Ruota ha un sapore
onirico e felliniano...fino al quartiere San Giuliano e al Ponte di
Tiberio dove un pianista suona "Bella ciao" al nostro passaggio...per
poi concludere con un concerto pirata al Parco Marecchia.
Capiamo quanto rosichino i fascisti... la nostra piccola Rimini è
riuscita addirittura a impedire che i loro camerati chiamati un mese
prima da ogni dove facessero un corteo nazionale.
Un bello sberleffo per loro e per altri invidiosi reazionari.

Da parte nostra ringraziamo le generose e i generosi che hanno creduto
con fiducia e pazienza nella riuscita di questa giornata.
Tattica, strategia, abnegazione, forza, lucidità, legami e conoscenza
del territorio...vincere si può. Intanto ci godiamo questa scommessa
vinta ben sapendo che se i fascisti sono il frutto malato della crisi
capitalistica...occorre attaccare il capitalismo che li produce per
estirparli alla radice.

È soprattutto la lotta per un'altra società che deve trovarci
all'altezza della situazione.

Cronaca di una giornata di Resistenza

Cos’è successo a Rimini l’8 settembre? 

La settimana che precede l'annunciato corteo nazionale di Forza Nuova a
Rimini è frenetica di mobilitazioni: assemblee, passeggiate
antifasciste, varie attività che danno il segno di un fermento in
espansione.
Quando veniamo a sapere che i fascisti si ritroveranno in stazione, che
ci sarà l'Anpi come sempre in Piazza Tre Martiri, che il centro sarà
occupato dal "rebel network" (un convegno delle "femministe di sinistra"
per dirla con Dalla) e da una manifestazione legata all'accoglienza
cattolica, optiamo per scommettere sull'obiettivo più alto: cercare di
impedire la manifestazione dei fascisti occupandone la piazza, dal
momento che, non potendo andare verso il centro, avrebbero avuto a
disposizione un'unica piazza al mare.
Per la prima volta in città potrebbero esserci 3 piazze antifasciste
diverse, per pratiche e contenuti, e se giocato bene questo fattore può
diventare vincente.
Si arriva così a sabato 8 settembre.

Ore 16.50
Arriviamo in Piazzale Fellini, a ridosso della Fontana dei 4 cavalli.
Si tratta della piazza dove sarebbero voluti arrivare i fascisti e da
cui noi vorremmo partire in corteo in direzione del centro.
Tutt'intorno la zona è estremamente militazzata: camionette, jersey,
transenne, cani poliziotto...e un top gun con l'elicottero che ci
volteggia minaccioso sulla testa (una vera luveria per i razzi nautici).

Ore 18
In Piazzale Fellini siamo oltre 200, presente la Romagna antifascista e
non solo.
Il funzionario della Questura intima di andarcene verso il mare
altrimenti useranno la forza ("vi carichiamo"). La cosa ci fa ovviamente
capire che hanno intenzione di fare arrivare i fascisti fino al luogo
che stavamo occupando. La piazza cambia: ci si compatta e ci si prepara
a resistere e contrattaccare. I compagni e le compagne sono determinate
a raggiungere l'obiettivo di non far sfilare i fascisti. Dietro di noi
il lungomare, alberghi, negozi, famiglie, civiltà del turismo.

Ore 18.20
Polizia e Carabinieri sono da una decina di minuti in assetto
antisommossa ma non avanzano: lo stesso funzionario di prima ora cambia
versione e viene a dire: "se non avanzate potete rimanere in piazza
quanto volete".
Il rapporto di forza messo in campo dimostrando di essere combattivi e
determinati a resistere in una zona riservata al turismo ha raggiunto il
primo obiettivo della giornata: occupare proprio la piazza dove volevano
arrivare i fascisti.
Questa situazione si protrae per un'ora e mezza mentre continua ad
accorrere gente al presidio.

Ore 20
In fondo a Viale Principe Amedeo, sotto al grattacielo, è pieno di
lampeggianti blu: a circa un km di distanza i fascisti vorrebbero
manifestare fino alla piazza che stiamo presidiando.
Nonostante siano ormai 3 ore che stiamo lì, continuiamo a tenere la
piazza, la situazione si rifà tesa e ci ricompattiamo. Poi avanziamo di
alcuni metri verso le fdo che si tengono a distanza.

Ore 21
I fascisti (circa 200) si sciolgono e se ne vanno, dopo la lite in
famiglia con la Polizia.
In pratica hanno fatto 300 metri lungo i binari della stazione e ben
poco altro: per loro zero piazze e nessun vero corteo quest'oggi, un po'
poco per una manifestazione annunciata come nazionale.
Dopo oltre 4 ore di stallo nella stessa piazza, decidiamo di partire in
corteo a sorpresa verso il lungomare e il porto.

Un corteo di sabato sera tra il Grand Hotel e la Ruota ha un sapore
onirico e felliniano...fino al quartiere San Giuliano e al Ponte di
Tiberio dove un pianista suona "Bella ciao" al nostro passaggio...per
poi concludere con un concerto pirata al Parco Marecchia.
Capiamo quanto rosichino i fascisti... la nostra piccola Rimini è
riuscita addirittura a impedire che i loro camerati chiamati un mese
prima da ogni dove facessero un corteo nazionale.
Un bello sberleffo per loro e per altri invidiosi reazionari.

Da parte nostra ringraziamo le generose e i generosi che hanno creduto
con fiducia e pazienza nella riuscita di questa giornata.
Tattica, strategia, abnegazione, forza, lucidità, legami e conoscenza
del territorio...vincere si può. Intanto ci godiamo questa scommessa
vinta ben sapendo che se i fascisti sono il frutto malato della crisi
capitalistica...occorre attaccare il capitalismo che li produce per
estirparli alla radice.

È soprattutto la lotta per un'altra società che deve trovarci
all'altezza della situazione.

CONTRO LA TRADIZIONE, CONTRO IL NUOVO CHE AVANZA, VERSO L'IGNOTO.

Riflessioni sulla socialità anarchica in vista della tre giorni

all'Hanta-Yo Autogestito.

(Premesse sul linguaggio: nel tempo ci si è interrogat spesso sul come non alimentare e perpetuare la connotazione sessista della lingua italiana, tanto per cominciare l'uso del maschile neutro e la declinazione di genere binaria, maschile e femminile, che permea tutto il parlato e scritto. Abbiamo scelto, dopo vari passaggi (chi usava l "x" chi un simbolo come l'asterisco, "*" etc) di omettere le finali onde evitare di dare una connotazione di genere ad ogni soggetto. Non è la soluzione al problema, (quella è la distruzione del patriarcato!) ma la più affine al mio/nostro modo di sentire in questo momento.
Abbiamo anche scelto di utilizzare il plurale e il singolare quando ci riferiamo a chi sta scrivendo per una ragione di onestà: magari le idee non sono sempre espressione del pensiero collettivo ma nemmeno ogni singola formulazione è sola farina del sacco di un individuo, perciò, per dare importanza a entrambe, si è scelto di fare un pò a casaccio. Io e noi. Noi e io. Individuale e collettivo.

Un concerto, una tatoo circus, uno o più momenti per stare insieme, fare insieme, condividere situazioni.
Parlo di situazione nei termini di uno spazio vitale, emotivo, creativo nel quale gli individui possano esprimersi. Dove nulla o quasi è preconfezionato, dove non vi siano nè usufruitor ne gestor.
Ci siamo domandat tanto il senso di fare una tre giorni, di organizzare un momento composto da più momenti, dove le persone (compagn di strada che da anni condividono percorsi, o sconosciut) si possano incontrare ed esprimere, dare il proprio contributo (o anche no, ma comunque essere se stess).
In questo senso il benefit dovrebbe essere un pretesto, o quanto meno non il fulcro del ritrovarsi, senza nulla togliere al benefit come utile strumento di mutuo appoggio, ma se fosse "solo" per racimolare soldi necessari in un dato momento si potrebbero fare delle collette tra compagn.
Insomma vorrei che il benefit fosse pur sempre l'eco di fondo di quacos'altro, di uno "stare insieme" che diventi bellezza, amore, cospirazione, conflittualità, dibattito, esperienze...ma siamo proprio sicur che sia così?
Ecco, ci domandiamo se la nostra contro-cultura, il nostro essere-voler essere altro sia poi così in discontinuità con l'egemonia del sistema.
Mi domando se la nostra socialità ci dà davvero modo (o quanto meno agevola) il nostro "libero esprimersi".
Abbiamo purtroppo risposto che, no, sempre meno le nostre situazioni assomigliano a quelle che vorremmo originare.
Le motivazioni sono certamente tantissime e non sarebbe possibile elencarle tutte, ma la crescente puzza di normalizzazione è il campanello d'allarme che ci fa puntare il dito sul "male" che contiene e alimenta tutti gli altri.
Normalizzazione è negazione della critica, è assenza di domande, è adesione alla corrente: non domandarsi più il senso del nostro stare insieme e creare e ricreare il simile per abitudine, più che per desiderio.
L'acritica coazione a ripetere del ritrovarsi ci pare che tramuti la socialità, con tutto il suo potenziale esperienziale/conflittuale/creativo/distruttivo, in intrattenimento.
Parlo qui solo dei momenti di socialità, non di spazi più militanti o politici (sempre che interessi ragionare in questi termini) come presidi, cortei, assemble etc, che meriterebbero libri e discussioni a parte.
Quello che ci spaventa è la percezione che le nostre iniziative, i nostri momenti, i nostri ritrovi (dove per nostri intendo chi si riconosce in una determinata scelta di vita: la tensione anarchica) siano sempre più di frequente delle "serate fotocopia". Mi spiego.
L'idea che il collante del nostro stare insieme non sia la voglia, il desiderio di mettersi in gioco, la tensione atta a scardinare i meccanismi sociali introiettati, ma il semplice ritrovarsi in un tempo e in un luogo, il sentirsi parte di un gruppo (ossia l'appartenenza sociale), il dare senso al proprio tempo condividendolo con i propri presunti simili.
La fotocopia è la ripetizione dell'identico nella ricerca rassicurante del familiare, la riproduzione abitudinaria di qualcosa che diamo per scontata.
A questa acriticità della condivisione si legano una moltitudine di aspetti e problematicità, che non voglio approfondire in questo momento per non liquidare una galassia di aspetti complessi con la banalità di un testo di poche righe.
Ci preme fondamentalmente questionarci però se non siamo stat in grado di risignificare questi momenti in chiave effettivamente anarchica.
Se cioè, nonostante i sinceri tentativi (o la vuota retorica!) non stiamo facendo altro che dare una tinta diversa alle stesse modalità socializzanti imposteci dal sistema di dominio.
L'idea che la socialità, per il solo fatto di essere in uno squat o in una TAZ o di essere accompagnata dalle note del punk hardcore sia liberata dagli schemi sociali è una delle normalizzazioni preoccupanti che vogliamo smontare.
lo stare insieme, il conoscersi tra persone, l'incuriosirsi, il creare o il distruggere insieme non sono attitudini-modalità-pratiche che, dal momento che ci si proclama anarchic e si frequenta "il giro" divengono antiautoritarie, antisistema, antisessiste, antisocietarie (nel senso di rottura con le regole imposte dalla società). No. Esattamente come tutto il resto.
Ed esattamente come tutto il resto, dall'imparare a difendersi dalla repressione, all'esercitare il consenso nelle relazioni al sabotare gli ingranaggi del dominio, si apprende e si sperimenta.
Questo è il cuore del nostro discorso.
Vorrei che la socializzazione "nel giro" venisse ridiscussa ricominciando a discutere e a creare, a stravolgere i tempi e i modi dello stare insieme.
I tasselli che compongono la socialità sono tantissimi (l'uso di sostanze, il cibo che mangiamo/vendiamo, la musica che suoniamo, il linguaggio che abbiamo e l'immaginario che esprimiamo, l'abbigliamento, i corpi, lo spazio...tutto!) e di pochissimi di questi si dibatte apertamente nel "giro".
Quando accade è spesso in maniera emergenziale: un esempio tra tutti, quando si consumano episodi di violazione del consenso e/o di molestia sessuale da parte di compagn in situazioni collettive.
Essere anarchic per chi scrive non è essere conseguenti con un dato pacchetto di pratiche, idee, attitudini, linguaggio che fa di me un appartenente al giro; essere anarchic è prima di tutto la distruzione di ogni imposizione, anche mascherata o borchiata da libera scelta, da senso di appartenenza, che altro non è che uno dei meccanismi di riproduzione sociale.
La normalizzazione è la più ferrea alleata della pacificazione, che è a sua volta la colonna portante del privilegio.
Non discutere/ridiscutere i termini del nostro stare insieme immobilizza le individualità in dei ruoli (ruoli che portano in sé oppressioni agite e/o subite) e fa sì, o per lo meno ha fatto sì nel tempo, che gli spazi smettano di essere belli, agevoli (non diremo sicuri perchè non cerchiamo sicurezza, ma reciproca sensibilità, cura e attenzione) per ogni individualità che li voglia attraversare.
Sentirsi a nostro agio è più importante di quanti soldi facciamo per la cassa antirepressione.
Sentire che si respira una bella aria è più importante di far venire più persone possibili così che il numero dia ragione al nostro fare.
La finalità della socialità è la finalità della mia vita: farla finita col dominio in tutte le sue forme, stare bene, far star bene.
E visto che l'impossibile non ha ricette, né priorità, né coordinate, mettiamo sullo stesso piano l'insurrezione e l'amore liberato, la gioia distruttiva e la chitarra, il massaggio e lo scassinare, la vita e la vita. Le anarchie. La libertà.

Come fare a scardinare la norma? Come gettarsi nell'ignoto?
Sfortunatamente o fortunatamente di risposte non ve ne sono. Ma crediamo che prima di tutto vi sia un'altra domanda (il dubbio prima di tutto) da porsi: ho voglia di farlo?!
Nel dibattito tra anarchic sentiamo spesso la mancanza di un grande assente, il desiderio.
Se scelgo la vita che scegliamo, se creiamo situazioni in cui trovarci, se voglio accollarmi anche le sbatte e i rischi e prenderci impegni nell'organizzare momenti di socialità è per la voglia di farlo.
Per la voglia di sperimentare e per il desiderio di avere affianco persone amiche, per la curiosità di conoscere nuov complic.
Ma anche, e soprattutto, per il desiderio di praticare, quanto più possibile, quell'ignoto che ci affascina, che ci spinge a sfidare il mondo del dominio, che ci fa vivere, nonostante tutto.
Non è detto che chiunque partecipi a un concerto punk o a una festa abbia voglia di ridiscutere i termini del suo stare insieme, non diamo affatto per scontato che in ciascun di noi vi siano le stess tensione di conflittualità contro il sistema e le sue logiche introiettate.
Nessuna gerarchia di valori o di priorità, solo la chiarezza onesta del dirsi verso quale direzione tendiamo per valutare insieme quale e quanta strada vorremo fare fianco a fianco.
Vivere le situazioni collettive serve (anche) a questo, conoscersi, darsi il tempo, accorciare le distanze che nella quotidianità ci separano.


E visto che credo nella parola, nell'immaginario, nel dibattito, il primo passo che muoverò sarà di far circolare queste proposte, queste idee; di smetterla di pormi dei divieti di spessore precludendomi delle possibilità etichettando come "fricchettonate" o "non in linea" dei sentieri.
Non c'è nessuna linea, ma un'infinità vagante e vorticosa e inquieta di punti e spirali ed esplosioni e saette che tracciano la costellazione nera del mio desiderio.

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