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Cronaca di una giornata di Resistenza

Cos’è successo a Rimini l’8 settembre? 

La settimana che precede l'annunciato corteo nazionale di Forza Nuova a
Rimini è frenetica di mobilitazioni: assemblee, passeggiate
antifasciste, varie attività che danno il segno di un fermento in
espansione.
Quando veniamo a sapere che i fascisti si ritroveranno in stazione, che
ci sarà l'Anpi come sempre in Piazza Tre Martiri, che il centro sarà
occupato dal "rebel network" (un convegno delle "femministe di sinistra"
per dirla con Dalla) e da una manifestazione legata all'accoglienza
cattolica, optiamo per scommettere sull'obiettivo più alto: cercare di
impedire la manifestazione dei fascisti occupandone la piazza, dal
momento che, non potendo andare verso il centro, avrebbero avuto a
disposizione un'unica piazza al mare.
Per la prima volta in città potrebbero esserci 3 piazze antifasciste
diverse, per pratiche e contenuti, e se giocato bene questo fattore può
diventare vincente.
Si arriva così a sabato 8 settembre.

Ore 16.50
Arriviamo in Piazzale Fellini, a ridosso della Fontana dei 4 cavalli.
Si tratta della piazza dove sarebbero voluti arrivare i fascisti e da
cui noi vorremmo partire in corteo in direzione del centro.
Tutt'intorno la zona è estremamente militazzata: camionette, jersey,
transenne, cani poliziotto...e un top gun con l'elicottero che ci
volteggia minaccioso sulla testa (una vera luveria per i razzi nautici).

Ore 18
In Piazzale Fellini siamo oltre 200, presente la Romagna antifascista e
non solo.
Il funzionario della Questura intima di andarcene verso il mare
altrimenti useranno la forza ("vi carichiamo"). La cosa ci fa ovviamente
capire che hanno intenzione di fare arrivare i fascisti fino al luogo
che stavamo occupando. La piazza cambia: ci si compatta e ci si prepara
a resistere e contrattaccare. I compagni e le compagne sono determinate
a raggiungere l'obiettivo di non far sfilare i fascisti. Dietro di noi
il lungomare, alberghi, negozi, famiglie, civiltà del turismo.

Ore 18.20
Polizia e Carabinieri sono da una decina di minuti in assetto
antisommossa ma non avanzano: lo stesso funzionario di prima ora cambia
versione e viene a dire: "se non avanzate potete rimanere in piazza
quanto volete".
Il rapporto di forza messo in campo dimostrando di essere combattivi e
determinati a resistere in una zona riservata al turismo ha raggiunto il
primo obiettivo della giornata: occupare proprio la piazza dove volevano
arrivare i fascisti.
Questa situazione si protrae per un'ora e mezza mentre continua ad
accorrere gente al presidio.

Ore 20
In fondo a Viale Principe Amedeo, sotto al grattacielo, è pieno di
lampeggianti blu: a circa un km di distanza i fascisti vorrebbero
manifestare fino alla piazza che stiamo presidiando.
Nonostante siano ormai 3 ore che stiamo lì, continuiamo a tenere la
piazza, la situazione si rifà tesa e ci ricompattiamo. Poi avanziamo di
alcuni metri verso le fdo che si tengono a distanza.

Ore 21
I fascisti (circa 200) si sciolgono e se ne vanno, dopo la lite in
famiglia con la Polizia.
In pratica hanno fatto 300 metri lungo i binari della stazione e ben
poco altro: per loro zero piazze e nessun vero corteo quest'oggi, un po'
poco per una manifestazione annunciata come nazionale.
Dopo oltre 4 ore di stallo nella stessa piazza, decidiamo di partire in
corteo a sorpresa verso il lungomare e il porto.

Un corteo di sabato sera tra il Grand Hotel e la Ruota ha un sapore
onirico e felliniano...fino al quartiere San Giuliano e al Ponte di
Tiberio dove un pianista suona "Bella ciao" al nostro passaggio...per
poi concludere con un concerto pirata al Parco Marecchia.
Capiamo quanto rosichino i fascisti... la nostra piccola Rimini è
riuscita addirittura a impedire che i loro camerati chiamati un mese
prima da ogni dove facessero un corteo nazionale.
Un bello sberleffo per loro e per altri invidiosi reazionari.

Da parte nostra ringraziamo le generose e i generosi che hanno creduto
con fiducia e pazienza nella riuscita di questa giornata.
Tattica, strategia, abnegazione, forza, lucidità, legami e conoscenza
del territorio...vincere si può. Intanto ci godiamo questa scommessa
vinta ben sapendo che se i fascisti sono il frutto malato della crisi
capitalistica...occorre attaccare il capitalismo che li produce per
estirparli alla radice.

È soprattutto la lotta per un'altra società che deve trovarci
all'altezza della situazione.

Cronaca di una giornata di Resistenza

Cos’è successo a Rimini l’8 settembre? 

La settimana che precede l'annunciato corteo nazionale di Forza Nuova a
Rimini è frenetica di mobilitazioni: assemblee, passeggiate
antifasciste, varie attività che danno il segno di un fermento in
espansione.
Quando veniamo a sapere che i fascisti si ritroveranno in stazione, che
ci sarà l'Anpi come sempre in Piazza Tre Martiri, che il centro sarà
occupato dal "rebel network" (un convegno delle "femministe di sinistra"
per dirla con Dalla) e da una manifestazione legata all'accoglienza
cattolica, optiamo per scommettere sull'obiettivo più alto: cercare di
impedire la manifestazione dei fascisti occupandone la piazza, dal
momento che, non potendo andare verso il centro, avrebbero avuto a
disposizione un'unica piazza al mare.
Per la prima volta in città potrebbero esserci 3 piazze antifasciste
diverse, per pratiche e contenuti, e se giocato bene questo fattore può
diventare vincente.
Si arriva così a sabato 8 settembre.

Ore 16.50
Arriviamo in Piazzale Fellini, a ridosso della Fontana dei 4 cavalli.
Si tratta della piazza dove sarebbero voluti arrivare i fascisti e da
cui noi vorremmo partire in corteo in direzione del centro.
Tutt'intorno la zona è estremamente militazzata: camionette, jersey,
transenne, cani poliziotto...e un top gun con l'elicottero che ci
volteggia minaccioso sulla testa (una vera luveria per i razzi nautici).

Ore 18
In Piazzale Fellini siamo oltre 200, presente la Romagna antifascista e
non solo.
Il funzionario della Questura intima di andarcene verso il mare
altrimenti useranno la forza ("vi carichiamo"). La cosa ci fa ovviamente
capire che hanno intenzione di fare arrivare i fascisti fino al luogo
che stavamo occupando. La piazza cambia: ci si compatta e ci si prepara
a resistere e contrattaccare. I compagni e le compagne sono determinate
a raggiungere l'obiettivo di non far sfilare i fascisti. Dietro di noi
il lungomare, alberghi, negozi, famiglie, civiltà del turismo.

Ore 18.20
Polizia e Carabinieri sono da una decina di minuti in assetto
antisommossa ma non avanzano: lo stesso funzionario di prima ora cambia
versione e viene a dire: "se non avanzate potete rimanere in piazza
quanto volete".
Il rapporto di forza messo in campo dimostrando di essere combattivi e
determinati a resistere in una zona riservata al turismo ha raggiunto il
primo obiettivo della giornata: occupare proprio la piazza dove volevano
arrivare i fascisti.
Questa situazione si protrae per un'ora e mezza mentre continua ad
accorrere gente al presidio.

Ore 20
In fondo a Viale Principe Amedeo, sotto al grattacielo, è pieno di
lampeggianti blu: a circa un km di distanza i fascisti vorrebbero
manifestare fino alla piazza che stiamo presidiando.
Nonostante siano ormai 3 ore che stiamo lì, continuiamo a tenere la
piazza, la situazione si rifà tesa e ci ricompattiamo. Poi avanziamo di
alcuni metri verso le fdo che si tengono a distanza.

Ore 21
I fascisti (circa 200) si sciolgono e se ne vanno, dopo la lite in
famiglia con la Polizia.
In pratica hanno fatto 300 metri lungo i binari della stazione e ben
poco altro: per loro zero piazze e nessun vero corteo quest'oggi, un po'
poco per una manifestazione annunciata come nazionale.
Dopo oltre 4 ore di stallo nella stessa piazza, decidiamo di partire in
corteo a sorpresa verso il lungomare e il porto.

Un corteo di sabato sera tra il Grand Hotel e la Ruota ha un sapore
onirico e felliniano...fino al quartiere San Giuliano e al Ponte di
Tiberio dove un pianista suona "Bella ciao" al nostro passaggio...per
poi concludere con un concerto pirata al Parco Marecchia.
Capiamo quanto rosichino i fascisti... la nostra piccola Rimini è
riuscita addirittura a impedire che i loro camerati chiamati un mese
prima da ogni dove facessero un corteo nazionale.
Un bello sberleffo per loro e per altri invidiosi reazionari.

Da parte nostra ringraziamo le generose e i generosi che hanno creduto
con fiducia e pazienza nella riuscita di questa giornata.
Tattica, strategia, abnegazione, forza, lucidità, legami e conoscenza
del territorio...vincere si può. Intanto ci godiamo questa scommessa
vinta ben sapendo che se i fascisti sono il frutto malato della crisi
capitalistica...occorre attaccare il capitalismo che li produce per
estirparli alla radice.

È soprattutto la lotta per un'altra società che deve trovarci
all'altezza della situazione.

CONTRO LA TRADIZIONE, CONTRO IL NUOVO CHE AVANZA, VERSO L'IGNOTO.

Riflessioni sulla socialità anarchica in vista della tre giorni

all'Hanta-Yo Autogestito.

(Premesse sul linguaggio: nel tempo ci si è interrogat spesso sul come non alimentare e perpetuare la connotazione sessista della lingua italiana, tanto per cominciare l'uso del maschile neutro e la declinazione di genere binaria, maschile e femminile, che permea tutto il parlato e scritto. Abbiamo scelto, dopo vari passaggi (chi usava l "x" chi un simbolo come l'asterisco, "*" etc) di omettere le finali onde evitare di dare una connotazione di genere ad ogni soggetto. Non è la soluzione al problema, (quella è la distruzione del patriarcato!) ma la più affine al mio/nostro modo di sentire in questo momento.
Abbiamo anche scelto di utilizzare il plurale e il singolare quando ci riferiamo a chi sta scrivendo per una ragione di onestà: magari le idee non sono sempre espressione del pensiero collettivo ma nemmeno ogni singola formulazione è sola farina del sacco di un individuo, perciò, per dare importanza a entrambe, si è scelto di fare un pò a casaccio. Io e noi. Noi e io. Individuale e collettivo.

Un concerto, una tatoo circus, uno o più momenti per stare insieme, fare insieme, condividere situazioni.
Parlo di situazione nei termini di uno spazio vitale, emotivo, creativo nel quale gli individui possano esprimersi. Dove nulla o quasi è preconfezionato, dove non vi siano nè usufruitor ne gestor.
Ci siamo domandat tanto il senso di fare una tre giorni, di organizzare un momento composto da più momenti, dove le persone (compagn di strada che da anni condividono percorsi, o sconosciut) si possano incontrare ed esprimere, dare il proprio contributo (o anche no, ma comunque essere se stess).
In questo senso il benefit dovrebbe essere un pretesto, o quanto meno non il fulcro del ritrovarsi, senza nulla togliere al benefit come utile strumento di mutuo appoggio, ma se fosse "solo" per racimolare soldi necessari in un dato momento si potrebbero fare delle collette tra compagn.
Insomma vorrei che il benefit fosse pur sempre l'eco di fondo di quacos'altro, di uno "stare insieme" che diventi bellezza, amore, cospirazione, conflittualità, dibattito, esperienze...ma siamo proprio sicur che sia così?
Ecco, ci domandiamo se la nostra contro-cultura, il nostro essere-voler essere altro sia poi così in discontinuità con l'egemonia del sistema.
Mi domando se la nostra socialità ci dà davvero modo (o quanto meno agevola) il nostro "libero esprimersi".
Abbiamo purtroppo risposto che, no, sempre meno le nostre situazioni assomigliano a quelle che vorremmo originare.
Le motivazioni sono certamente tantissime e non sarebbe possibile elencarle tutte, ma la crescente puzza di normalizzazione è il campanello d'allarme che ci fa puntare il dito sul "male" che contiene e alimenta tutti gli altri.
Normalizzazione è negazione della critica, è assenza di domande, è adesione alla corrente: non domandarsi più il senso del nostro stare insieme e creare e ricreare il simile per abitudine, più che per desiderio.
L'acritica coazione a ripetere del ritrovarsi ci pare che tramuti la socialità, con tutto il suo potenziale esperienziale/conflittuale/creativo/distruttivo, in intrattenimento.
Parlo qui solo dei momenti di socialità, non di spazi più militanti o politici (sempre che interessi ragionare in questi termini) come presidi, cortei, assemble etc, che meriterebbero libri e discussioni a parte.
Quello che ci spaventa è la percezione che le nostre iniziative, i nostri momenti, i nostri ritrovi (dove per nostri intendo chi si riconosce in una determinata scelta di vita: la tensione anarchica) siano sempre più di frequente delle "serate fotocopia". Mi spiego.
L'idea che il collante del nostro stare insieme non sia la voglia, il desiderio di mettersi in gioco, la tensione atta a scardinare i meccanismi sociali introiettati, ma il semplice ritrovarsi in un tempo e in un luogo, il sentirsi parte di un gruppo (ossia l'appartenenza sociale), il dare senso al proprio tempo condividendolo con i propri presunti simili.
La fotocopia è la ripetizione dell'identico nella ricerca rassicurante del familiare, la riproduzione abitudinaria di qualcosa che diamo per scontata.
A questa acriticità della condivisione si legano una moltitudine di aspetti e problematicità, che non voglio approfondire in questo momento per non liquidare una galassia di aspetti complessi con la banalità di un testo di poche righe.
Ci preme fondamentalmente questionarci però se non siamo stat in grado di risignificare questi momenti in chiave effettivamente anarchica.
Se cioè, nonostante i sinceri tentativi (o la vuota retorica!) non stiamo facendo altro che dare una tinta diversa alle stesse modalità socializzanti imposteci dal sistema di dominio.
L'idea che la socialità, per il solo fatto di essere in uno squat o in una TAZ o di essere accompagnata dalle note del punk hardcore sia liberata dagli schemi sociali è una delle normalizzazioni preoccupanti che vogliamo smontare.
lo stare insieme, il conoscersi tra persone, l'incuriosirsi, il creare o il distruggere insieme non sono attitudini-modalità-pratiche che, dal momento che ci si proclama anarchic e si frequenta "il giro" divengono antiautoritarie, antisistema, antisessiste, antisocietarie (nel senso di rottura con le regole imposte dalla società). No. Esattamente come tutto il resto.
Ed esattamente come tutto il resto, dall'imparare a difendersi dalla repressione, all'esercitare il consenso nelle relazioni al sabotare gli ingranaggi del dominio, si apprende e si sperimenta.
Questo è il cuore del nostro discorso.
Vorrei che la socializzazione "nel giro" venisse ridiscussa ricominciando a discutere e a creare, a stravolgere i tempi e i modi dello stare insieme.
I tasselli che compongono la socialità sono tantissimi (l'uso di sostanze, il cibo che mangiamo/vendiamo, la musica che suoniamo, il linguaggio che abbiamo e l'immaginario che esprimiamo, l'abbigliamento, i corpi, lo spazio...tutto!) e di pochissimi di questi si dibatte apertamente nel "giro".
Quando accade è spesso in maniera emergenziale: un esempio tra tutti, quando si consumano episodi di violazione del consenso e/o di molestia sessuale da parte di compagn in situazioni collettive.
Essere anarchic per chi scrive non è essere conseguenti con un dato pacchetto di pratiche, idee, attitudini, linguaggio che fa di me un appartenente al giro; essere anarchic è prima di tutto la distruzione di ogni imposizione, anche mascherata o borchiata da libera scelta, da senso di appartenenza, che altro non è che uno dei meccanismi di riproduzione sociale.
La normalizzazione è la più ferrea alleata della pacificazione, che è a sua volta la colonna portante del privilegio.
Non discutere/ridiscutere i termini del nostro stare insieme immobilizza le individualità in dei ruoli (ruoli che portano in sé oppressioni agite e/o subite) e fa sì, o per lo meno ha fatto sì nel tempo, che gli spazi smettano di essere belli, agevoli (non diremo sicuri perchè non cerchiamo sicurezza, ma reciproca sensibilità, cura e attenzione) per ogni individualità che li voglia attraversare.
Sentirsi a nostro agio è più importante di quanti soldi facciamo per la cassa antirepressione.
Sentire che si respira una bella aria è più importante di far venire più persone possibili così che il numero dia ragione al nostro fare.
La finalità della socialità è la finalità della mia vita: farla finita col dominio in tutte le sue forme, stare bene, far star bene.
E visto che l'impossibile non ha ricette, né priorità, né coordinate, mettiamo sullo stesso piano l'insurrezione e l'amore liberato, la gioia distruttiva e la chitarra, il massaggio e lo scassinare, la vita e la vita. Le anarchie. La libertà.

Come fare a scardinare la norma? Come gettarsi nell'ignoto?
Sfortunatamente o fortunatamente di risposte non ve ne sono. Ma crediamo che prima di tutto vi sia un'altra domanda (il dubbio prima di tutto) da porsi: ho voglia di farlo?!
Nel dibattito tra anarchic sentiamo spesso la mancanza di un grande assente, il desiderio.
Se scelgo la vita che scegliamo, se creiamo situazioni in cui trovarci, se voglio accollarmi anche le sbatte e i rischi e prenderci impegni nell'organizzare momenti di socialità è per la voglia di farlo.
Per la voglia di sperimentare e per il desiderio di avere affianco persone amiche, per la curiosità di conoscere nuov complic.
Ma anche, e soprattutto, per il desiderio di praticare, quanto più possibile, quell'ignoto che ci affascina, che ci spinge a sfidare il mondo del dominio, che ci fa vivere, nonostante tutto.
Non è detto che chiunque partecipi a un concerto punk o a una festa abbia voglia di ridiscutere i termini del suo stare insieme, non diamo affatto per scontato che in ciascun di noi vi siano le stess tensione di conflittualità contro il sistema e le sue logiche introiettate.
Nessuna gerarchia di valori o di priorità, solo la chiarezza onesta del dirsi verso quale direzione tendiamo per valutare insieme quale e quanta strada vorremo fare fianco a fianco.
Vivere le situazioni collettive serve (anche) a questo, conoscersi, darsi il tempo, accorciare le distanze che nella quotidianità ci separano.


E visto che credo nella parola, nell'immaginario, nel dibattito, il primo passo che muoverò sarà di far circolare queste proposte, queste idee; di smetterla di pormi dei divieti di spessore precludendomi delle possibilità etichettando come "fricchettonate" o "non in linea" dei sentieri.
Non c'è nessuna linea, ma un'infinità vagante e vorticosa e inquieta di punti e spirali ed esplosioni e saette che tracciano la costellazione nera del mio desiderio.

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NAZISTI. PUNTO.

 Ci sono fatti così eloquenti che ogni commento su di essi mi pare superfluo nel voler tracciare uno spartiacque tra coloro che, assistendovi, ne danno un giudizio.
L'esempio di alcuni suprematisti bianchi (che vi si autodefiniscano o meno poco importa) che sparano, a volte con armi vere che possono uccidere altre volte con armi da sof-tair che possono ferire e sicuramente spaventare, a degli individui neri in quanto neri, è un esempio di questa eloquenza.
Gli aggressori, bianchi, spesso sono oltretutto dichiaratamente nazifascisti (come nel caso di Macerata quest'anno e di Firenze anni fa), ossia appartenenti a gruppi o partiti che in Italia, oggi, sono in rapida affermazione politico-culturle.
Di fronte a questo, che è il nazismo (qualcuno in tempi non sospetti definì il nazismo "la frase fatta, fatta azione"; ossia tutti quei beceri discorsi da bar che si concretizzano) tutte/i coloro che sostengono o giustificano atti del genere per quanto mi riguarda sono semplicemente dei nazisti.
Punto.
Coloro che "postano" su dei social network immagini di militari coi lanciafiamme che inceneriscono i nemici per dare una propria opinione su una fiaccolata contro il razzismo come li/e si può definire?!
Non c'è tanta retorica da sprecare sulla manipolazione massmediatica delle coscienze (che certo ha un suo peso visto che dopo un articolo di venti righe sugli agguati seguono pagine e pagine di tabaccai aggrediti "dall'odio immigrato") se un individuo, lucidamente, giustifica delle aggressioni, a volte mortali (come Firenze) o potenzialmente tali (come Macerata) perchè "non se ne può più".
Se si è così meschine/i e stupide/i e cattive/i (sì, utilizzerò proprio questa parola, perchè la cattiveria ha un suo precipitato laico nella realtà, che è il mondo oppressivo che viviamo ogni giorno) da incolpare della propria condizione di miseria i/le più miserabili ed emarginati/e del pianeta invece che i/le potente/i, le/ii ricchi/e, i/le guerrafondai/e, allora non c'è nulla che io possa dire, scrivere o dipingere che farà loro cambiare idea.
Questa stupida perfidia endemica, che ha nomi e cognomi e sedi fisiche nella sue manifestazioni più alte e pericolose (Forza Nuova, Salvini, PD, Casa Pound, Comitati antidegrado di ogni città etc etc etc) c'è chi la vorrebbe arginare con tanta pazienza e controinformazione.
Io credo più nell'unione di quei pochi individui non ancora sottomessi al dominio delle coscienze che sa identificare i responsabili reali del proprio malessere in questa società ed attaccarli.
Credo nell'intercettare complicità e sì, credo nel dialogo, ma solo con coloro che non porranno come conditio sine qua non per entrare in contatto l'adesione alla narrazione generale del "sì, va beh, chi lavora ok, ma sono troppi!".
Se non si ridiscute il fulcro del pensiero occidentale odierno, che è essenzialmente colonialista, patriarcale ("giù le mani dalle nostre donne!") e razzista, non ci possono essere punti di contatto.
Come credo non ci possano essere punti di contatto tra chi vuole solo una tranquillità meglio governata (il governo giusto, la legge giusta, la società giusta) e chi anela alla libertà e perciò nulla ha a che spartire con i riformatori di questo esistente, ma solo con chi lo diserta o lo attacca.
E non parlo qui di dissertazioni su testi accademici sulla banalità del male, parlo di emozioni, di pelle, di sangue che freme di fronte all'ingiustizia, di rabbia per la frustrazione e la repressine quotidiana che in qualche modo si deve esprimere per non essere deleteria per noi stesse/i, ma che si esprima contro dei nemici, non contro dei capri espiatori o contro le/i nostre/i stesse compagne/i di viaggio.
A Forlì la notizia del tabaccaio picchiato da un rapinatore ha presto fatto da giustificazione in toto delle aggressioni razziste avvenute ai danni di una ragazza e un ragazzo di pelle nera pochi giorni prima.
La fiaccolata di cui sopra, promossa da tutta la classe dirigente e leccapiedi annessi che deve strizzare un sinistro occhio a quell'elettorato ancora di buon cuore che garantisce loro poltrone in Romagna dal 1947 ad oggi, è semplicemente vomitevole e fa parte del problema razzismo, non della soluzione antirazzista.
Il razzismo di sinistra che parla di integrazione con le galere (loro hanno fondato i CPT mentre bombardavano la Jugoslavia, non dimentichiamolo mai) e di cultura con il lavoro volontario obbligatorio (Orwell ringrazia delle continue citazioni).
Il razzismo che fa da contro-altare democratico a quello col cazzo duro e col coltello, che adesso sta al governo.
A Forlì la situazione di razzisti che si organizzano e di notte e vanno a gambizzare (per ora simbolicamente, ma fino a quanto?) fa più scalpore che a Latina dove è accaduta la stessa cosa poco dopo o del ragazzo ammazzato a Rosarno il 2 giugno scorso, perchè là, in quelle realtà lontane dalla grassa e rossa Emilia-Romagna la democrazia non è così forte e indiscussa.
E dico questo consapevole che la democrazia è sinonimo prima di tutto di monopolio legittimato della violenza (polizia, carabinieri, esercito).
Ma lo Stato può dormire sogni tranquillissimi fino a che la violenza si rivolge agli sfruttati, alle/i sacrificabili, alle ribelli, come sempre d'altronde accade quando si parla di violenza fascista.
L'altra faccia della medaglia è che gli sfruttati, le sopravvissute, gli/le attaccate/i per essere più democratiche/i, più civili, più benvolute/i dalla società civile che le/i accoglie, si sforza fino al midollo di essere (o apparire) più innocue/i possibile, più non-violente/i possibile, più sottomesse/i possibile: più legali e democratiche/i possibile insomma.
Credo che a questo proposito non possa non tornare alla mente l'episodico delle famigerate fioriere di Firenze, rotte da qualche arrabbiato dopo che gli era stato assassinato un fratello e divenute la vera prima notizia del giorno, invisibilizzando completamente l'ennesimo omicidio razzista.
Ai/lle  bianchi/e che "non se ne può più!" è legittimato (implicitamente o spesso esplicitamente) sparare, accoltellare, investire, pestare sul bus un/a nera/o, ai/lle neri/e che "non se ne può più!" l/ei si mette in croce se spaccano un vaso.
La violenza non è neutrale, mai, per questo parlare della sua correttezza o scorrettezza in termini assoluti è fuorviante oltre che inutile.
E rinunciando alla violenza, ossia all'autodifesa in questo caso, i/le sopravvissute/i si feriscono tre volte: col proiettile del nazista, con la legge dello Stato che facendoli/e imputate/i si inserisce ancora più prepotentemente nella loro intimità, e dalla dignità tradita che dentro noi stesse/i muore quando rinunciamo a decidere ed agire per conto nostro e riappropriarci della forza sottratta dalla violenza subita.
E questo rifiuto in toto della violenza, come se fosse quel vortice che i preti e il mondo new age ci hanno insegnato a ripetere come un mantra "genera solo altra violenza" investe anche i/le solidali/e antirazziste,
Cortei silenziosi, fiaccolate, flash mob, mani alzate contro bastoni spianati dei nazi in strada.
Sicuramente anche le partigiane i partigiani non erano degli/lle adulatori/trici della violenza, ma hanno dovuto sparare a tirar bombe; certamente le guerrigliere Kurde avrebbero tanto di meglio da fare che allenarsi a sparare con un AK-47, certamente tante donne farebbero a meno dei corsi di autodifesa ma gli uomini stuprano.
La realtà di questo mondo è violenta. Le oppressioni che tutte/i agiamo e subiamo si concretizzano con violenza: emotiva, psicologica, fisica.
Se i nostri privilegi di bianchi/e, occidentali ci tiene (ancora) al sicuro da bombe che piovono dal cielo e nazisti che ti accoltellano su treni, non è detto che le cose non debbano tracimare in una caccia alla lesbica, all'anarchico, a* divers* da tutto ciò che è "norma" per la cultura di massa italica  reazionaria che, guarda caso, oggi si impersonifica nel ministro dell'interno.
A Forlì il carrozzone della non violenza è già bello che avviato e farà il suo sudicio lavoro di contenzione della rabbia a riassorbimento del conflitto che sa ben fare.
E in tutto questo a nessuna/o sembra venir in mente di andare a puntare il dito contro i Leghisti che quotidianamente incitano all'odio razziale, alle ruspe, al fuoco o al negozio di soft-air a Forlì che ha in vetrina le magliette della X-MAS e la bandiera con "Memento Audere Semper" attaccata dietro al bancone.
O ai negozi di San Marino, che è qui, a mezz'ora di macchina da Forlì, che per la stragrande maggioranza vendono armi (vere o riprodotte) e straboccano di accendini del duce e pugnali con nell'elsa scolpita la svastica della gioventù hitleriana.
E non sia mai che torni in mente che  a Predappio ci sono negozi che da trent'anni seminano l'odio razziale e l'ideologia fascista in tutta Italia col plauso della sinistra e le strette di mano dei/lle commercianti predappiesi che reputano le orde di nazi che si riversano nel paese "solo turisti".
Non bisogna aver vinto un Pulitzer per sapere queste cose; non bisogna avere chissà che coscienza rivoluzionaria per rendersi conto dell'assurdità faziosa dei mass media, non ci vogliono delle lauree in scienze umane per accorgersi che l'abisso che ci sta inghiottendo in una strepitosa apatia si nutre della nostra libertà, della nostra critica, dei nostri desideri, delle nostre azioni espropriate di senso e incanalate nella coazione a ripetere della società che produce solo negazione della vita.
E quello che resta sono dei post sui social, l'aperitivo hypster, i morti sotto al tappeto e tanta tanta noia.