Il passato fascista che ritorna e il ruolo di retroguardia dell'ANPI di Forlì
Sul consenso dei dirigenti locali dell'ANPI alla riaccensione del faro di Rocca delle Caminate voluto da Mussolini e al museo nazionale del fascismo di Predappio

Il castello di Rocca delle Caminate, nel Comune di Meldola (FC), a pochi chilometri dal capoluogo Forlì, fu una delle residenze estive di Benito Mussolini, il dittatore italiano a capo del fascismo. Su quel castello lo stesso Mussolini fece installare nel 1927 un faro in cima alla torre, che emetteva un fascio tricolore visibile a oltre 60 chilometri di distanza, per comunicare a tutta la vallata romagnola sottostante, da Rimini a Imola, la sua presenza nella casa e in Romagna. Era un modo per il dittatore di sentirsi importante. Un ulteriore esempio di un ego smisurato, di una superbia e di un'arroganza che, anche con questa trovata, cercava di esaltare quel culto della personalità di cui era intriso il regime sanguinario che Mussolini guidava e incarnava. È chiaro, quindi, che il faro rievoca la sua persona e non può che essere così. L’accensione del faro di Rocca delle Caminate era legata indissolubilmente alla presenza di Mussolini, un dittatore che non merita certo di essere ricordato.
Eppure c'è chi sembra pensarla diversamente.
Oggi il castello medievale,

recentemente restaurato (è costato 4,4 milioni di euro, di cui oltre 3 erogati dalla Regione) e che vede una parte dello stesso destinato a sede del Tecnopolo universitario per la ricerca industriale e il trasferimento tecnologico (Università di Bologna e start up in campo ingegneristico-aerospaziale) e la restante in attesa di essere affidata alla gestione di un privato per farne una foresteria-museo, è proprietà della Provincia di Forlì.
Da qualche tempo non si fa che parlare della proposta di riaccendere il faro del castello. La proposta è stata approvata dalla Provincia di Forlì-Cesena, con un voto bipartisan del Consiglio provinciale, cioè con uno schieramento trasversale del centro-sinistra e del centro-destra. La vicenda ha anche assunto rilievo nazionale, al punto da essere citata in alcune interrogazioni parlamentari al ministro dell'Interno, il piddino Marco Minniti, adombrando l'ipotesi di reato di apologia del fascismo. I deputati del Partito Democratico sono diventati isterici su questo punto. Il parlamentare romagnolo del PD, Marco Di Maio, ha sbottato che l'interrogazione è “ridicola”, dicendosi anzi disponibile a fare tutto il possibile per "adoperarsi insieme per cercare di riaccendere quel faro". Ma è inutile nascondersi quello che si vorrebbe creare con la riaccensione del faro in cima alla torre. L'obiettivo della riaccensione è quello di attrarre i turisti nei luoghi che furono frequentati da Mussolini. Un turismo nostalgico ben noto nel forlivese e soprattutto a Predappio, che vede ogni anno l'invasione di migliaia di deficienti in camicia nera. Quel faro acceso diventerebbe, come già è stato, il “faro del Duce”. Una provocazione inaccettabile, ancor più grave se si pensa che Rocca delle Caminate fu la prima sede della Repubblica Sociale Italiana, prima che Mussolini decise di trasferire la “capitale” della RSI a Salò, dato che Rocca delle Caminate era troppo vicina alla Linea Gotica e all'avanzata dei soldati alleati. Il 28 settembre 1943, infatti, nel castello di Rocca delle Caminate si tenne il primo consiglio dei ministri di quella che sarà la RSI. Inoltre è stato il luogo in cui fu massacrato il partigiano Antonio Carini detto “Orsi”, uno dei comandanti delle Brigate Garibaldi, ucciso il 13 marzo 1944 e dove furono imprigionati e torturati tanti altri partigiani durante la Resistenza al nazi-fascismo. Gianluca Zattini, sindaco di Meldola, comune dove sorge il castello, alla guida di una giunta di centro-destra, ha però dichiarato che non gli interessano minimamente le vicende passate e che il proposito esplicito è quello di attirare un bel po' di turisti, realizzando anche il ristorante per i camerati che certamente avranno fame dopo aver ammirato le stanze dove il loro capo risiedeva. E chissenefrega della memoria storica. Ci sarà il pellegrinaggio del turismo nero? «Nero, rosso, bianco, io non ne faccio una questione di colore. Chiunque vorrà visitare il faro sarà il benvenuto», ha affermato ai giornali locali il sindaco Zattini.
Contro la riaccensione del faro si sono in questi mesi schierati docenti universitari, storici e intellettuali e anche i nipoti di Antonio Carini, comandante della Resistenza catturato, torturato a Rocca delle Caminate e trucidato il 6 marzo del 1944: legato ad un’auto, trascinato per vari chilometri fino a Meldola e poi pugnalato, fu gettato infine giù da un ponte. Anche l'Istituto della Resistenza di Forlì e la Fondazione Alfred Lewin si sono dichiarate contrarie. Perfino la comunità ebraica si è lamentata con comunicati stampa ed interviste, dicendosi rammaricata del fatto che nel forlivese e a Predappio si dimentichino troppo facilmente le malefatte del regime fascista per mero calcolo economico. Ma agli amministratori locali evidentemente non importa nulla di queste proteste. Anzi, assieme al PD, favorevoli alla riaccensione del faro si sono espresse ovviamente anche le forze politiche di centro-destra e post-fasciste, soprattutto per bocca di Massimiliano Pompignoli (Lega Nord), Galeazzo Bignami (Forza Italia) e Flavio Giunchi e Tommaso Foti (Fratelli D'Italia-Alleanza Nazionale), secondo cui la Rocca “vanta una storia straordinaria” e “rappresenta una grande attrattiva”. Secondo alcune stime si calcola che il turismo neofascista e nostalgico porti a Predappio (e nei territori limitrofi, come Rocca delle Caminate) circa 150mila visitatori all'anno nella cittadina a diciotto chilometri da Forlì. Un bel business per i negozianti di chincaglieria fascista, i ristoratori e gli albergatori che si sfregano le mani, i cui interessi spudoratamente economici queste forze politiche interpretano e assecondano.
Sulla vicenda anche l'Anpi locale si è spaccata. Dominate per buona parte da esponenti del PD, molti dei quali patrocinatori della riaccensione del faro (come si è visto con Di Maio e i suoi colleghi di partito nel Consiglio provinciale), l'ANPI provinciale di Forlì-Cesena e la sezione dell'Associazione Partigiani di Forlì si sono dette favorevoli al progetto. Con un intervento sui giornali locali, Tamer Favali, presidente dell'ANPI provinciale di Forlì-Cesena, si è detto possibilista ed ha sostanzialmente avvallato il progetto della riaccensione del faro di Mussolini. "Un tempo era la conferma estetica della potenza imperiale di Mussolini, ora dovrebbe essere tutt'altro", ha detto. Cosa, ci si chiede? L'esponente dell'ANPI ha detto che lo farà sapere solo il 18 marzo, in occasione della commemorazione del partigiano Carini che avverrà proprio alla Rocca. Anche Ludovico “Vico” Zanetti, responsabile della sezione ANPI di Forlì ha dato il suo assenso al progetto nostalgico. La cosa ha evidentemente creato molti imbarazzi all'interno dell'Associazione Partigiani, che si è dovuta esprimere a livello regionale e nazionale (con un intervento personale del presidente nazionale Carlo Smuraglia sulla stampa italiana) per ribadire invece la sua contrarietà. Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, iscritto all'ANPI (iscrizione che non manca mai di ricordare egli stesso) è invece bel lieto di tessere le lodi dell'iniziativa e, anzi, va ben al di là, rilasciando un'intervista ai giornali dove dice che “Nel 2017 bisognerebbe interrogarsi su che senso abbia l’esistenza dell’associazione partigiani. Sinceramente credo che l’ANPI abbia esaurito il suo compito anni fa”. Una bella confusione da quelle parti, insomma. E a dir poco sconclusionate sono anche le argomentazioni di Tamer Favali dell'ANPI provinciale sui giornali. Favali afferma che “Quando i partigiani riuscivano a togliere un'arma ai nazifascisti o un'auto dei carabinieri non la distruggevano mica perché rappresentava il nemico. Per loro era uno strumento e lo usavano in quanto tale. Il faro per noi è questo. Uno strumento e la differenza la farà il suo utilizzo”. Il fido Vico Zanetti, della sezione di Forlì, è lesto a riprendere questa lettura, affermando che “i simboli nemici si possono depotenziare usandoli in una maniera diversa da come erano stati concepiti” e quindi “si può anche riaccendere se è per usarlo in un modo diverso”. Ma forse Favali e Zanetti dimenticano qualcosina. Come è stato giustamente più volte osservato, la casa di Mussolini, la cripta del Duce, la casa del Fascio ed anche il faro di Rocca delle Caminate, come tutti gli altri bei “ricordini” che ci ha lasciato il regime fascista, sono tutti un “monumento” ed è difficile che diventino come per incanto un “documento” museizzandoli o deturnandone il significato originario. I simboli raccontano ciò per cui sono stati creati, altrimenti appunto non sarebbero simboli. Dunque è impossibile sfuggire alla banalizzazione del fascismo quando lo si rappresenta, soprattutto quando lo si estrapola dal suo contesto originario, tenendo conto che proprio il fascismo fece del gusto monumentale e architettonico uno degli strumenti per l'obbedienza di massa e per la ricerca d'immortalità. L' “arte” fascista riflette dunque l'idea che l'ha partorita ed è un'idea che non può e non deve essere riqualificata, ricelebrata, rivalutata. Che l'ANPI di Forlì-Cesena questo non lo capisca, la dice lunga sulla lungimiranza della sezione locale e provinciale.
Ci si chiede poi perché le associazioni ambientaliste non abbiano fatto sentire la loro voce come altre volte. Anche l'inquinamento luminoso del faro, infatti, avrà un impatto devastante...dove sono le associazioni ambientaliste e perché non prendono posizione? Stanno anche loro col PD?
C'è poi l'incognita della gestione della struttura, che dovrebbe essere affidata tramite bando. Un imprenditore privato, Domenico Morosini, ha fatto sapere di essere interessato. Peccato che sia lo stesso Domenico Morosini, imprenditore lodigiano arrivato nel forlivese nel 1999, che già gestisce, in maniera apologetica, Villa Carpena (Forlì), trasformata nel “museo” di Villa Mussolini nonché proprietario di uno dei negozi di chincaglieria fascista a Predappio e che sul turismo nostalgico ci campa. Domenico Morosini, le cui idee politiche non sono un segreto, è da anni che chiede alla Provincia di farsi carico della gestione della Rocca, per farne un luogo di culto fascista aperto al pubblico. Le sue parole su un giornale locale nel 2011 sono lampanti: "Il castello delle Caminate è il simbolo assoluto dell'uomo Mussolini e rappresenta una tappa fondamentale della storia del Fascismo, pertanto risulterebbe incomprensibile privarlo della sua anima più profonda e non consentire a migliaia di turisti di poterlo ammirare come spazio culturale aperto al pubblico". Per questo dovrebbe trovare posto all'interno del castello “un luogo dedicato alla storia della rocca". Sempre sullo stesso giornale Morosini si rivolgeva alle istituzioni locali per proporre collaborazioni al fine di realizzare “un auspicabile circuito turistico-culturale incentrato sul grande Novecento italiano presente in Romagna e in particolare sulle perle artistiche ed architettoniche lasciateci in eredità dal Ventennio fascista". Quello che sconcerta è che l'ANPI forlivese la pensi come Morosini.
Ma è interessante, a questo punto, ripercorrere assieme un'altra vicenda in cui la sezione dell'ANPI Forlì è apparsa in confusione totale, così che si capisca meglio come l'assenso al progetto del faro sia solo l'ultima delle assurdità che la vedono chiamata in causa.
A quattro chilometri dal colle di Rocca delle Caminate c'è Predappio, noto per essere disgraziatamente il paese che ha dato i natali a Mussolini. Predappio è meta di raduni nostalgici e neofascisti tre volte all’anno: nel giorno della nascita di Mussolini, nel giorno della sua morte e nell’anniversario della marcia su Roma. Predappio è anche diventato un luogo di pellegrinaggio per neofascisti e nostalgici di Mussolini, comparabile con una adorazione religiosa, non solo perché vi sorge la casa natale del famoso pelato, dove si svolgono regolarmente mostre in toni celebrativi sulla storia del Ventennio e i tanti negozi di “souvenir” fascistoidi, ma perché dal 1957 vi si trova la Cripta, nel cimitero di San Cassiano, in cui è sepolto il pelatone, con tanto di busto in marmo a ricordarne le fattezze. Perfino la gelateria di viale Matteotti a Predappio ha cambiato i nomi ai gusti dei gelati per attirare i fascisti, dal “gelato del Duce” al gusto cioccolata fondente, alla crema alla vaniglia "Anni venti".
Tra qualche anno a questa macabra lista si aggiungerà una nuova tappa di transito per i camerati d'Italia e anche di quelli che sempre più numerosi arrivano da fuori Italia. Già il governo Renzi a guida PD, infatti, aveva deciso che l’Italia dovesse avere un proprio museo nazionale dedicato al Fascismo. Il luogo prescelto è la Casa del Fascio di Predappio, a 500 metri dalla casa natale di Mussolini e a un paio di chilometri dalla cripta che ogni anno richiama decine di migliaia di nostalgici in camicia nera. Casa del Fascio che era stata inaugurata nel 1937 e che da vent’anni è abbandonata dopo essere stata nel dopo guerra una sezione del PCI, e aver ospitato poi alcune aziende. Da Renzi erano arrivate assicurazioni che il governo avrebbe trovato i fondi che ancora mancano per la realizzazione (due milioni di euro, pari al 40 per cento dei costi di realizzazione). Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti era addirittura venuto di persona a Predappio il 29 gennaio 2016. Nel dicembre scorso lo Stato ha effettivamente avviato le pratiche per la cessione a titolo gratuito del palazzo abbandonato di 2.100 metri quadri dislocato su tre piani con annessa torre littoria, che negli Anni Trenta ospitava la sede del partito nazionale fascista. Infatti la proprietà della Casa del Fascio è passata a marzo del 2006 dal demanio al Comune di Predappio, per la gioia del sindaco PD di Predappio, Giorgio Frassineti, professore di scienze all’Istituto aeronautico di Forlì, al secondo mandato da sindaco del paese. Frassineti è in prima fila da sempre per la riuscita di questo progetto ed è ben conosciuto dagli antifascisti, tanto che egli si ricorda ancora di quando, andato a parlare di Mussolini alla Casa Artusi di Forlimpopoli, dovette scappare scortato dai carabinieri mentre gli tiravano i pomodori. Checché ne dica il sindaco, comunque, anche il museo diventerà un'esposizione permanente di cimeli del ventennio e di mostre dal sapore retrò che attirerà frotte di nostalgici ed esaltati neofascisti, come tutte le altre tappe di questo gran-tour in camicia nera che infestano il territorio. Nel progetto è prevista anche la realizzazione di una rivendita di libri sul fascismo e di un’area ristoro. Non sia mai che i camerati se ne vadano a tasche piene e a pance vuote. Vi ricordate il solito piagnisteo quando muore qualche persona all'addiaccio, perché i comuni del territorio lamentano di non avere soldi da impiegare per costruire o ristrutturare gli alloggi popolari? Bene, queste remore non valgono per questo progetto. Il costo totale è di cinque milioni di euro, di cui 4,5 sarebbero fondi pubblici: 500 mila euro li mette il Comune di Predappio, altrettanti la Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì, circa due milioni dovrebbero arrivare da un bando regionale con contributi europei per “interventi culturali con forte attrattività turistica” e altri due li metterà il governo. Poi bisognerà trovare i fondi per la gestione, la quale verrà affidata a una Fondazione di cui ancora non si conosce nulla.
In tutto questo cosa c'entra l'ANPI? Centra, centra! Perché anche questa volta l’ANPI locale ha collaborato e sta collaborando al progetto. Non solo. All’ex Casa del Fascio di Predappio il Comune ha già deciso di organizzare un’esposizione permanente sul fascismo, decidendo di affidare il progetto a l’Istituto Parri di Bologna, diretto dallo storico Luca Alessandrini, un ente vicino all'ANPI nazionale. La sola mostra costerà circa 3 milioni di euro: 2 milioni dalla Regione e il resto dalla Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì. Una bella sommetta. Del progetto del Museo nazionale del fascismo si sta occupando poi un comitato scientifico composto anche dai vertici dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI), che contemporaneamente si stanno occupando di progettare un altro museo a Milano, finanziato dal Ministero della Cultura: quello nazionale della Resistenza, nella nuova Casa della Memoria. Sembra che questa presenza nel comitato scientifico sia stata studiata apposta per prevenire possibili proteste e contrarietà. Ed infatti, a differenza del faro di Rocca delle Caminate, per il progetto del museo nazionale del fascismo non sono molte le associazioni che hanno protestato. Perché a favore non sono solo gli alti dirigenti del PD nazionale, regionale (l’assessore regionale alla Cultura Massimo Mezzetti, il capogruppo del PD in Regione, Stefano Caliandro), provinciale e locale, con la solita presenza del deputato romagnolo Marco Di Maio a fare da capofila. Ma anche, appunto, l'ANPI, nonché l'Istituto Storico della Resistenza di Forlì, che a differenza della vicenda del faro della Rocca delle Caminate ha dato la sua benedizione al progetto. “Vigileremo affinché si rispetti il massimo rigore storico-scientifico” ha detto alcuni mesi fa Carlo Sarpieri, allora in veste di presidente provinciale di Forlì-Cesena dell’ANPI. Ma visti anche la vicenda del faro di Rocca delle Caminate, la vigilanza dell'ANPI è una garanzia sufficiente? Noi crediamo proprio di no!
I luoghi hanno un peso simbolico che non può essere cancellato. Questo vale sia per il faro di Rocca delle Caminate che per l'ex casa del fascio di Predappio. Sulla vicenda del faro non è possibile nessun dubbio, chi è a favore è complice di una deriva evidente non solo a livello locale, ma anche a livello europeo e mondiale che di anno in anno si fa sempre più cupa. Ma anche la scelta dell'ex casa del fascio per il museo è totalmente sbagliata. Perché, per esempio, come proposto da qualcuno, non si è scelto come sito del Museo nazionale SUL fascismo (e non DEL fascismo) Fossoli di Carpi a Modena, che ospita i resti del principale campo di transito degli ebrei italiani, deportati e tradotti di lì ad Auschwitz, gestito da italiani fino al febbraio 1944 e poi dai nazisti. Forse perché, collaborando al progetto di Predappio, anche le associazioni in quota ANPI si aspettano di poter partecipare alla suddivisione degli ingenti finanziamenti previsti? Allora ha ragione Frassineti, anche se decisamente da un diverso punto di vista rispetto a quello di chi scrive: se l'ANPI locale è caduta così in basso, forse veramente non ha più ragion d'essere.
Secondo chi scrive è ora di smetterla di celebrare in pompa magna il ricordo del fascismo e della dittatura. E basta anche con quella retorica stantia che non fa che ripetere che la storia non deve essere dimenticata e ci si deve fare i conti. Certo, dalla storia passata c'è molto da imparare. Ma c'è modo e modo di raccontare e ricordare la storia. È questo che fa la differenza. Si inizi invece a raccontare e a ricordare finalmente anche nel forlivese la storia dell’antifascismo armato al nazi-fascismo, cominciato ben prima della Resistenza (con gli Arditi del Popolo, con gli attentati a Mussolini, con la lotta clandestina dei gruppi “sovversivi”...) e che questo racconto partigiano smetta di essere riferito solo alle vicende delle vittime del fascismo o confinato alle celebrazioni ufficiali come il 25 aprile, giornata che ormai è stata svuotata di ogni sostanza dalle stesse associazioni e forze politiche che la celebrano. La lotta partigiana fu ben altro rispetto a quello che oggi si vorrebbe far credere e la sua storia non può essere rappresenta e contenuta solamente da un'associazione come l'ANPI, diventata alla stregua di una sezione del PD e appiattita sulle politiche di quel partito, e che difende solamente la conservazione del potere costituito vigente. Perché bisogna cominciare ad ammettere che l'organizzazione sociale odierna, che certo non è giusta e nemmeno libertaria, è ben lungi dall'essere quell'esempio di libertà, giustizia ed eguaglianza sociale sognate da moltissimi partigiani, che in larga maggioranza non volevano lo stato borghese e un'economia capitalista. E che per quei sogni, in cui credevano veramente, lottarono e morirono.

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